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2021-07-01
Green pass, la traduzione italiana è farlocca
Ansa
Giallo sul green pass europeo. Nella traduzione dall'italiano all'inglese del Regolamento Ue 953/2021, quello cioè che disciplina il rilascio dell'ormai ben noto certificato digitale introdotto per «agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di Covid-19», sembra infatti essere sparito un pezzo. Scorrendo fino al considerando 36 del testo, che precede gli articoli, si legge: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate». Peccato che, però, rispetto alla versione inglese manchi una manciata di parole, assai significative. «Or chose not to be vaccinated», tradotto «oppure abbiano scelto di non vaccinarsi». La norma «completa», in altri termini, prevede che non debbano essere discriminati non solo coloro i quali non hanno potuto, ma anche quanti non hanno voluto vaccinarsi. Una precisazione di non poco conto, che forse potrebbe apparire scontata - dal momento che la somministrazione del siero anti Covid non è obbligatoria - ma non lo è affatto. Anche perché, rispetto a tutte le altre, la traduzione italiana è l'unica «monca».
Quelle sei paroline mancanti pesano come macigni per almeno tre motivi. Primo, perché nella gerarchia delle fonti del diritto i regolamenti dell'Ue si posizionano nel secondo gradino, immediatamente sotto la Costituzione e le leggi costituzionali. La formula scelta per normare il green pass, come recita l'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, «ha portata generale» ed è «obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». Con i Regolamenti, dunque, non si scherza. Secondo, perché escludere espressamente le persone che hanno liberamente scelto di non vaccinarsi potrebbe non garantire loro una piena difesa dalle leggi italiane che tutelano dalle discriminazioni. Terzo, come spiega alla Verità il giurista Lorenzo Barbieri, con la sentenza Skoma-Lux del 2007 «la Corte di Giustizia Ue ha riletto il principio della certezza del diritto (rule of law) alla luce della sua conoscibilità, stabilendo che il multilinguismo è condizione indispensabile all'avverarsi della legge, prescrivendo la necessità di pubblicare gli atti normativi nelle lingue ufficiali dei cittadini degli Stati membri». Perciò, una traduzione errata, o comunque un testo disallineato con quello originario di riferimento, può certamente rappresentare un problema.
Che si tratti di errore o mancanza voluta, non è dato sapere. Una cosa è certa: già lo scorso 11 giugno, diversi giorni prima dall'approvazione, l'avvocato Giulio Marini segnalava alla Commissione europea l'assenza del passaggio, ricevendo conferma dal capo dipartimento della Direzione generale per la traduzione italiana che la questione sarebbe stata posta ai servizi competenti per una valutazione di natura giuridica. Sempre l'avvocato Marini ha confermato al nostro quotidiano, tramite una ricerca nel database del Senato, che già a marzo il testo fatto pervenire alle Camere dalla Commissione era privo di quelle poche ma fondamentali parole. «Ragionevole ritenere che l'errore si sia verificato internamente a quest'organo», chiosa Marini.
Contattato dalla Verità, il team Qualità della Direzione generale della traduzione del Parlamento europeo ha rassicurato che «la versione italiana che omette i termini “or chose not" (oppure abbiano scelto di non, ndr) è in corso di rettifica dall'apposito servizio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo», precisando che «le parole verranno aggiunte» e «una rettifica verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea». Una risposta coerente con quanto dichiarato su Twitter dall'europarlamentare della Lega Francesca Donato, la quale sui social ha informato gli utenti che «già settimane fa abbiamo segnalato al servizio traduzioni del Parlamento europeo la difformità e quindi verrà corretto il testo da pubblicare in Gazzetta». Peccato, però, che gli uffici dell'europarlamento si siano ben guardati dal precisare alla Verità la natura dell'omissione e le tempistiche di soluzione del problema.
Una vicenda opaca, che nel contesto attuale non può mancare di sollevare importanti interrogativi di natura politica. Perché diversi mesi fa il testo è arrivato alle Camere già privato del divieto di discriminare chi ha scelto di non vaccinarsi? C'è di mezzo forse l'intervento di qualche «manina» interessata a togliere di mezzo quel cruciale riferimento? Un'eventualità che si può escludere solo appurando con precisione chi ha tradotto quel testo per poi inviarlo al Parlamento italiano. Senza dubbio la postilla mancante cozza contro il clima da caccia alle streghe che vige in Italia nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, ha scelto di non farsi iniettare il siero. Che qualcuno abbia deciso di cancellarla per evitare futuri ricorsi? Nel frattempo, da oggi in Alto Adige 115 sanitari non vaccinati non potranno presentarsi in reparto, e l'Azienda sanitaria sta valutando se demansionarli oppure metterli in smart working. Mentre l'assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna, Raffaele Donini, ha annunciato che il prossimo anno scolastico gli studenti immunizzati potranno «sottrarsi a qualunque provvedimento di quarantena e didattica a distanza» a prescindere dallo scenario epidemiologico. Libertà di vaccinarsi sì, ma a quanto pare solo sulla carta.
Vaccini promossi dai dati altoatesini. Intanto l’Iss pasticcia con i numeri
C'è un dato che arriva da Bolzano sul quale bisognerebbe riflettere. Ieri è stato reso noto che al 16 giugno, in Alto Adige 1.559 persone risultavano positive al Covid-19 dopo essere state vaccinate. In percentuale, secondo quanto dichiarato dall'assessore provinciale alla Sanità, Thomas Widmann, sono lo 0,6% rispetto ai 265.000 che nella Provincia autonoma hanno ricevuto la prima dose, quindi il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Ma lo scenario diventa ben più interessante, se guardiamo come il virus ha colpito in Alto Adige e quanto il vaccino è riuscito a proteggere.
Basta fare due calcoli. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia governata da Arno Kompatscher i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus nonostante la vaccinazione fatta rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%. Ben più bassa e tranquillizzante.
Se l'Alto Adige fornisce questi dati, se quindi è possibile conoscere come agisce il vaccino, perché non si riesce ad avere una fotografia di tutto il Paese dopo la vaccinazione? Il rapporto datato 16 giugno dell'Istituto superiore della sanità si limita ad osservare «come la maggior parte dei nuovi casi segnalati di infezione confermata da virus Sars-Cov-2 siano stati riscontrati in soggetti non vaccinati». Quanto alle tabelle che il documento produce, sono peggio dei rebus più infernali: del tutto incomprensibili. Basterebbero numeri riportati per ogni Regione, totale dei positivi registrati nell'arco di tempo che si vuole prendere in considerazione, numero di vaccinati, percentuale dei positivi tra i vaccinati e tra la popolazione in generale. Dati che consentirebbero una valutazione dell'impatto del vaccino in questi mesi, dando nel contempo una mappatura di come si muove il virus con relative varianti. Due giorni fa erano 679 i test positivi al coronavirus registrati in Italia, con un calo del 21,4% su base settimanale. Di questi, 536 erano dovuti alla variante delta che, malgrado l'allarmismo diffuso, non ha dunque moltiplicato i numeri dei contagi. È una variante che sta prendendo piede, ma sempre secondo l'Iss rimane l'inglese o alfa, quella più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da modificazioni della proteina spike.
Non pretendiamo un bollettino quotidiano, ma almeno una volta alla settimana sarebbe doveroso dare dati circoscritti alle singole Regioni e una panoramica nazionale bastata su numeri. Come riportato ieri dalla Verità, nel Regno Unito più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati. Di questi, ben 50 (il 43%) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino, quindi sapere quello che accade da noi è fondamentale.
L'immunologo Alberto Mantovani ieri sulla Stampa segnalava: «Manca un programma nazionale di sequenziamento delle varianti con studi di funzione per capire se e quanto siano pericolose». Sempre La Verità ha ricordato come l'Italia abbia contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. È necessario sequenziare il più possibile anche perché, come afferma sempre Mantovani: «Resta un 20-25% di persone che risponde poco alla vaccinazione e può ammalarsi».
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Rispetto alla versione inglese, manca il divieto di «discriminazione» per chi rifiuta le dosi. L' Europarlamento: «Correggeremo».Tuttavia, in virtù del Regolamento Ue, i sanitari non immunizzati potrebbero ricorrere contro il decreto che li sospende dal lavoro.I grafici nazionali sono incompleti e astrusi, eppure aiuterebbero gli indecisi a valutare.Lo speciale contiene due articoli. Giallo sul green pass europeo. Nella traduzione dall'italiano all'inglese del Regolamento Ue 953/2021, quello cioè che disciplina il rilascio dell'ormai ben noto certificato digitale introdotto per «agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di Covid-19», sembra infatti essere sparito un pezzo. Scorrendo fino al considerando 36 del testo, che precede gli articoli, si legge: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate». Peccato che, però, rispetto alla versione inglese manchi una manciata di parole, assai significative. «Or chose not to be vaccinated», tradotto «oppure abbiano scelto di non vaccinarsi». La norma «completa», in altri termini, prevede che non debbano essere discriminati non solo coloro i quali non hanno potuto, ma anche quanti non hanno voluto vaccinarsi. Una precisazione di non poco conto, che forse potrebbe apparire scontata - dal momento che la somministrazione del siero anti Covid non è obbligatoria - ma non lo è affatto. Anche perché, rispetto a tutte le altre, la traduzione italiana è l'unica «monca».Quelle sei paroline mancanti pesano come macigni per almeno tre motivi. Primo, perché nella gerarchia delle fonti del diritto i regolamenti dell'Ue si posizionano nel secondo gradino, immediatamente sotto la Costituzione e le leggi costituzionali. La formula scelta per normare il green pass, come recita l'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, «ha portata generale» ed è «obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». Con i Regolamenti, dunque, non si scherza. Secondo, perché escludere espressamente le persone che hanno liberamente scelto di non vaccinarsi potrebbe non garantire loro una piena difesa dalle leggi italiane che tutelano dalle discriminazioni. Terzo, come spiega alla Verità il giurista Lorenzo Barbieri, con la sentenza Skoma-Lux del 2007 «la Corte di Giustizia Ue ha riletto il principio della certezza del diritto (rule of law) alla luce della sua conoscibilità, stabilendo che il multilinguismo è condizione indispensabile all'avverarsi della legge, prescrivendo la necessità di pubblicare gli atti normativi nelle lingue ufficiali dei cittadini degli Stati membri». Perciò, una traduzione errata, o comunque un testo disallineato con quello originario di riferimento, può certamente rappresentare un problema.Che si tratti di errore o mancanza voluta, non è dato sapere. Una cosa è certa: già lo scorso 11 giugno, diversi giorni prima dall'approvazione, l'avvocato Giulio Marini segnalava alla Commissione europea l'assenza del passaggio, ricevendo conferma dal capo dipartimento della Direzione generale per la traduzione italiana che la questione sarebbe stata posta ai servizi competenti per una valutazione di natura giuridica. Sempre l'avvocato Marini ha confermato al nostro quotidiano, tramite una ricerca nel database del Senato, che già a marzo il testo fatto pervenire alle Camere dalla Commissione era privo di quelle poche ma fondamentali parole. «Ragionevole ritenere che l'errore si sia verificato internamente a quest'organo», chiosa Marini.Contattato dalla Verità, il team Qualità della Direzione generale della traduzione del Parlamento europeo ha rassicurato che «la versione italiana che omette i termini “or chose not" (oppure abbiano scelto di non, ndr) è in corso di rettifica dall'apposito servizio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo», precisando che «le parole verranno aggiunte» e «una rettifica verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea». Una risposta coerente con quanto dichiarato su Twitter dall'europarlamentare della Lega Francesca Donato, la quale sui social ha informato gli utenti che «già settimane fa abbiamo segnalato al servizio traduzioni del Parlamento europeo la difformità e quindi verrà corretto il testo da pubblicare in Gazzetta». Peccato, però, che gli uffici dell'europarlamento si siano ben guardati dal precisare alla Verità la natura dell'omissione e le tempistiche di soluzione del problema. Una vicenda opaca, che nel contesto attuale non può mancare di sollevare importanti interrogativi di natura politica. Perché diversi mesi fa il testo è arrivato alle Camere già privato del divieto di discriminare chi ha scelto di non vaccinarsi? C'è di mezzo forse l'intervento di qualche «manina» interessata a togliere di mezzo quel cruciale riferimento? Un'eventualità che si può escludere solo appurando con precisione chi ha tradotto quel testo per poi inviarlo al Parlamento italiano. Senza dubbio la postilla mancante cozza contro il clima da caccia alle streghe che vige in Italia nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, ha scelto di non farsi iniettare il siero. Che qualcuno abbia deciso di cancellarla per evitare futuri ricorsi? Nel frattempo, da oggi in Alto Adige 115 sanitari non vaccinati non potranno presentarsi in reparto, e l'Azienda sanitaria sta valutando se demansionarli oppure metterli in smart working. Mentre l'assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna, Raffaele Donini, ha annunciato che il prossimo anno scolastico gli studenti immunizzati potranno «sottrarsi a qualunque provvedimento di quarantena e didattica a distanza» a prescindere dallo scenario epidemiologico. 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In percentuale, secondo quanto dichiarato dall'assessore provinciale alla Sanità, Thomas Widmann, sono lo 0,6% rispetto ai 265.000 che nella Provincia autonoma hanno ricevuto la prima dose, quindi il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Ma lo scenario diventa ben più interessante, se guardiamo come il virus ha colpito in Alto Adige e quanto il vaccino è riuscito a proteggere. Basta fare due calcoli. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia governata da Arno Kompatscher i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus nonostante la vaccinazione fatta rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%. Ben più bassa e tranquillizzante. Se l'Alto Adige fornisce questi dati, se quindi è possibile conoscere come agisce il vaccino, perché non si riesce ad avere una fotografia di tutto il Paese dopo la vaccinazione? Il rapporto datato 16 giugno dell'Istituto superiore della sanità si limita ad osservare «come la maggior parte dei nuovi casi segnalati di infezione confermata da virus Sars-Cov-2 siano stati riscontrati in soggetti non vaccinati». Quanto alle tabelle che il documento produce, sono peggio dei rebus più infernali: del tutto incomprensibili. Basterebbero numeri riportati per ogni Regione, totale dei positivi registrati nell'arco di tempo che si vuole prendere in considerazione, numero di vaccinati, percentuale dei positivi tra i vaccinati e tra la popolazione in generale. Dati che consentirebbero una valutazione dell'impatto del vaccino in questi mesi, dando nel contempo una mappatura di come si muove il virus con relative varianti. Due giorni fa erano 679 i test positivi al coronavirus registrati in Italia, con un calo del 21,4% su base settimanale. Di questi, 536 erano dovuti alla variante delta che, malgrado l'allarmismo diffuso, non ha dunque moltiplicato i numeri dei contagi. È una variante che sta prendendo piede, ma sempre secondo l'Iss rimane l'inglese o alfa, quella più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da modificazioni della proteina spike. Non pretendiamo un bollettino quotidiano, ma almeno una volta alla settimana sarebbe doveroso dare dati circoscritti alle singole Regioni e una panoramica nazionale bastata su numeri. Come riportato ieri dalla Verità, nel Regno Unito più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati. Di questi, ben 50 (il 43%) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino, quindi sapere quello che accade da noi è fondamentale. L'immunologo Alberto Mantovani ieri sulla Stampa segnalava: «Manca un programma nazionale di sequenziamento delle varianti con studi di funzione per capire se e quanto siano pericolose». Sempre La Verità ha ricordato come l'Italia abbia contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. È necessario sequenziare il più possibile anche perché, come afferma sempre Mantovani: «Resta un 20-25% di persone che risponde poco alla vaccinazione e può ammalarsi».
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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