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2021-07-01
Green pass, la traduzione italiana è farlocca
Ansa
Giallo sul green pass europeo. Nella traduzione dall'italiano all'inglese del Regolamento Ue 953/2021, quello cioè che disciplina il rilascio dell'ormai ben noto certificato digitale introdotto per «agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di Covid-19», sembra infatti essere sparito un pezzo. Scorrendo fino al considerando 36 del testo, che precede gli articoli, si legge: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate». Peccato che, però, rispetto alla versione inglese manchi una manciata di parole, assai significative. «Or chose not to be vaccinated», tradotto «oppure abbiano scelto di non vaccinarsi». La norma «completa», in altri termini, prevede che non debbano essere discriminati non solo coloro i quali non hanno potuto, ma anche quanti non hanno voluto vaccinarsi. Una precisazione di non poco conto, che forse potrebbe apparire scontata - dal momento che la somministrazione del siero anti Covid non è obbligatoria - ma non lo è affatto. Anche perché, rispetto a tutte le altre, la traduzione italiana è l'unica «monca».
Quelle sei paroline mancanti pesano come macigni per almeno tre motivi. Primo, perché nella gerarchia delle fonti del diritto i regolamenti dell'Ue si posizionano nel secondo gradino, immediatamente sotto la Costituzione e le leggi costituzionali. La formula scelta per normare il green pass, come recita l'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, «ha portata generale» ed è «obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». Con i Regolamenti, dunque, non si scherza. Secondo, perché escludere espressamente le persone che hanno liberamente scelto di non vaccinarsi potrebbe non garantire loro una piena difesa dalle leggi italiane che tutelano dalle discriminazioni. Terzo, come spiega alla Verità il giurista Lorenzo Barbieri, con la sentenza Skoma-Lux del 2007 «la Corte di Giustizia Ue ha riletto il principio della certezza del diritto (rule of law) alla luce della sua conoscibilità, stabilendo che il multilinguismo è condizione indispensabile all'avverarsi della legge, prescrivendo la necessità di pubblicare gli atti normativi nelle lingue ufficiali dei cittadini degli Stati membri». Perciò, una traduzione errata, o comunque un testo disallineato con quello originario di riferimento, può certamente rappresentare un problema.
Che si tratti di errore o mancanza voluta, non è dato sapere. Una cosa è certa: già lo scorso 11 giugno, diversi giorni prima dall'approvazione, l'avvocato Giulio Marini segnalava alla Commissione europea l'assenza del passaggio, ricevendo conferma dal capo dipartimento della Direzione generale per la traduzione italiana che la questione sarebbe stata posta ai servizi competenti per una valutazione di natura giuridica. Sempre l'avvocato Marini ha confermato al nostro quotidiano, tramite una ricerca nel database del Senato, che già a marzo il testo fatto pervenire alle Camere dalla Commissione era privo di quelle poche ma fondamentali parole. «Ragionevole ritenere che l'errore si sia verificato internamente a quest'organo», chiosa Marini.
Contattato dalla Verità, il team Qualità della Direzione generale della traduzione del Parlamento europeo ha rassicurato che «la versione italiana che omette i termini “or chose not" (oppure abbiano scelto di non, ndr) è in corso di rettifica dall'apposito servizio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo», precisando che «le parole verranno aggiunte» e «una rettifica verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea». Una risposta coerente con quanto dichiarato su Twitter dall'europarlamentare della Lega Francesca Donato, la quale sui social ha informato gli utenti che «già settimane fa abbiamo segnalato al servizio traduzioni del Parlamento europeo la difformità e quindi verrà corretto il testo da pubblicare in Gazzetta». Peccato, però, che gli uffici dell'europarlamento si siano ben guardati dal precisare alla Verità la natura dell'omissione e le tempistiche di soluzione del problema.
Una vicenda opaca, che nel contesto attuale non può mancare di sollevare importanti interrogativi di natura politica. Perché diversi mesi fa il testo è arrivato alle Camere già privato del divieto di discriminare chi ha scelto di non vaccinarsi? C'è di mezzo forse l'intervento di qualche «manina» interessata a togliere di mezzo quel cruciale riferimento? Un'eventualità che si può escludere solo appurando con precisione chi ha tradotto quel testo per poi inviarlo al Parlamento italiano. Senza dubbio la postilla mancante cozza contro il clima da caccia alle streghe che vige in Italia nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, ha scelto di non farsi iniettare il siero. Che qualcuno abbia deciso di cancellarla per evitare futuri ricorsi? Nel frattempo, da oggi in Alto Adige 115 sanitari non vaccinati non potranno presentarsi in reparto, e l'Azienda sanitaria sta valutando se demansionarli oppure metterli in smart working. Mentre l'assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna, Raffaele Donini, ha annunciato che il prossimo anno scolastico gli studenti immunizzati potranno «sottrarsi a qualunque provvedimento di quarantena e didattica a distanza» a prescindere dallo scenario epidemiologico. Libertà di vaccinarsi sì, ma a quanto pare solo sulla carta.
Vaccini promossi dai dati altoatesini. Intanto l’Iss pasticcia con i numeri
C'è un dato che arriva da Bolzano sul quale bisognerebbe riflettere. Ieri è stato reso noto che al 16 giugno, in Alto Adige 1.559 persone risultavano positive al Covid-19 dopo essere state vaccinate. In percentuale, secondo quanto dichiarato dall'assessore provinciale alla Sanità, Thomas Widmann, sono lo 0,6% rispetto ai 265.000 che nella Provincia autonoma hanno ricevuto la prima dose, quindi il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Ma lo scenario diventa ben più interessante, se guardiamo come il virus ha colpito in Alto Adige e quanto il vaccino è riuscito a proteggere.
Basta fare due calcoli. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia governata da Arno Kompatscher i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus nonostante la vaccinazione fatta rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%. Ben più bassa e tranquillizzante.
Se l'Alto Adige fornisce questi dati, se quindi è possibile conoscere come agisce il vaccino, perché non si riesce ad avere una fotografia di tutto il Paese dopo la vaccinazione? Il rapporto datato 16 giugno dell'Istituto superiore della sanità si limita ad osservare «come la maggior parte dei nuovi casi segnalati di infezione confermata da virus Sars-Cov-2 siano stati riscontrati in soggetti non vaccinati». Quanto alle tabelle che il documento produce, sono peggio dei rebus più infernali: del tutto incomprensibili. Basterebbero numeri riportati per ogni Regione, totale dei positivi registrati nell'arco di tempo che si vuole prendere in considerazione, numero di vaccinati, percentuale dei positivi tra i vaccinati e tra la popolazione in generale. Dati che consentirebbero una valutazione dell'impatto del vaccino in questi mesi, dando nel contempo una mappatura di come si muove il virus con relative varianti. Due giorni fa erano 679 i test positivi al coronavirus registrati in Italia, con un calo del 21,4% su base settimanale. Di questi, 536 erano dovuti alla variante delta che, malgrado l'allarmismo diffuso, non ha dunque moltiplicato i numeri dei contagi. È una variante che sta prendendo piede, ma sempre secondo l'Iss rimane l'inglese o alfa, quella più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da modificazioni della proteina spike.
Non pretendiamo un bollettino quotidiano, ma almeno una volta alla settimana sarebbe doveroso dare dati circoscritti alle singole Regioni e una panoramica nazionale bastata su numeri. Come riportato ieri dalla Verità, nel Regno Unito più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati. Di questi, ben 50 (il 43%) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino, quindi sapere quello che accade da noi è fondamentale.
L'immunologo Alberto Mantovani ieri sulla Stampa segnalava: «Manca un programma nazionale di sequenziamento delle varianti con studi di funzione per capire se e quanto siano pericolose». Sempre La Verità ha ricordato come l'Italia abbia contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. È necessario sequenziare il più possibile anche perché, come afferma sempre Mantovani: «Resta un 20-25% di persone che risponde poco alla vaccinazione e può ammalarsi».
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Rispetto alla versione inglese, manca il divieto di «discriminazione» per chi rifiuta le dosi. L' Europarlamento: «Correggeremo».Tuttavia, in virtù del Regolamento Ue, i sanitari non immunizzati potrebbero ricorrere contro il decreto che li sospende dal lavoro.I grafici nazionali sono incompleti e astrusi, eppure aiuterebbero gli indecisi a valutare.Lo speciale contiene due articoli. Giallo sul green pass europeo. Nella traduzione dall'italiano all'inglese del Regolamento Ue 953/2021, quello cioè che disciplina il rilascio dell'ormai ben noto certificato digitale introdotto per «agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di Covid-19», sembra infatti essere sparito un pezzo. Scorrendo fino al considerando 36 del testo, che precede gli articoli, si legge: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate». Peccato che, però, rispetto alla versione inglese manchi una manciata di parole, assai significative. «Or chose not to be vaccinated», tradotto «oppure abbiano scelto di non vaccinarsi». La norma «completa», in altri termini, prevede che non debbano essere discriminati non solo coloro i quali non hanno potuto, ma anche quanti non hanno voluto vaccinarsi. Una precisazione di non poco conto, che forse potrebbe apparire scontata - dal momento che la somministrazione del siero anti Covid non è obbligatoria - ma non lo è affatto. Anche perché, rispetto a tutte le altre, la traduzione italiana è l'unica «monca».Quelle sei paroline mancanti pesano come macigni per almeno tre motivi. Primo, perché nella gerarchia delle fonti del diritto i regolamenti dell'Ue si posizionano nel secondo gradino, immediatamente sotto la Costituzione e le leggi costituzionali. La formula scelta per normare il green pass, come recita l'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, «ha portata generale» ed è «obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». Con i Regolamenti, dunque, non si scherza. Secondo, perché escludere espressamente le persone che hanno liberamente scelto di non vaccinarsi potrebbe non garantire loro una piena difesa dalle leggi italiane che tutelano dalle discriminazioni. Terzo, come spiega alla Verità il giurista Lorenzo Barbieri, con la sentenza Skoma-Lux del 2007 «la Corte di Giustizia Ue ha riletto il principio della certezza del diritto (rule of law) alla luce della sua conoscibilità, stabilendo che il multilinguismo è condizione indispensabile all'avverarsi della legge, prescrivendo la necessità di pubblicare gli atti normativi nelle lingue ufficiali dei cittadini degli Stati membri». Perciò, una traduzione errata, o comunque un testo disallineato con quello originario di riferimento, può certamente rappresentare un problema.Che si tratti di errore o mancanza voluta, non è dato sapere. Una cosa è certa: già lo scorso 11 giugno, diversi giorni prima dall'approvazione, l'avvocato Giulio Marini segnalava alla Commissione europea l'assenza del passaggio, ricevendo conferma dal capo dipartimento della Direzione generale per la traduzione italiana che la questione sarebbe stata posta ai servizi competenti per una valutazione di natura giuridica. Sempre l'avvocato Marini ha confermato al nostro quotidiano, tramite una ricerca nel database del Senato, che già a marzo il testo fatto pervenire alle Camere dalla Commissione era privo di quelle poche ma fondamentali parole. «Ragionevole ritenere che l'errore si sia verificato internamente a quest'organo», chiosa Marini.Contattato dalla Verità, il team Qualità della Direzione generale della traduzione del Parlamento europeo ha rassicurato che «la versione italiana che omette i termini “or chose not" (oppure abbiano scelto di non, ndr) è in corso di rettifica dall'apposito servizio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo», precisando che «le parole verranno aggiunte» e «una rettifica verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea». Una risposta coerente con quanto dichiarato su Twitter dall'europarlamentare della Lega Francesca Donato, la quale sui social ha informato gli utenti che «già settimane fa abbiamo segnalato al servizio traduzioni del Parlamento europeo la difformità e quindi verrà corretto il testo da pubblicare in Gazzetta». Peccato, però, che gli uffici dell'europarlamento si siano ben guardati dal precisare alla Verità la natura dell'omissione e le tempistiche di soluzione del problema. Una vicenda opaca, che nel contesto attuale non può mancare di sollevare importanti interrogativi di natura politica. Perché diversi mesi fa il testo è arrivato alle Camere già privato del divieto di discriminare chi ha scelto di non vaccinarsi? C'è di mezzo forse l'intervento di qualche «manina» interessata a togliere di mezzo quel cruciale riferimento? Un'eventualità che si può escludere solo appurando con precisione chi ha tradotto quel testo per poi inviarlo al Parlamento italiano. Senza dubbio la postilla mancante cozza contro il clima da caccia alle streghe che vige in Italia nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, ha scelto di non farsi iniettare il siero. Che qualcuno abbia deciso di cancellarla per evitare futuri ricorsi? Nel frattempo, da oggi in Alto Adige 115 sanitari non vaccinati non potranno presentarsi in reparto, e l'Azienda sanitaria sta valutando se demansionarli oppure metterli in smart working. Mentre l'assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna, Raffaele Donini, ha annunciato che il prossimo anno scolastico gli studenti immunizzati potranno «sottrarsi a qualunque provvedimento di quarantena e didattica a distanza» a prescindere dallo scenario epidemiologico. 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In percentuale, secondo quanto dichiarato dall'assessore provinciale alla Sanità, Thomas Widmann, sono lo 0,6% rispetto ai 265.000 che nella Provincia autonoma hanno ricevuto la prima dose, quindi il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Ma lo scenario diventa ben più interessante, se guardiamo come il virus ha colpito in Alto Adige e quanto il vaccino è riuscito a proteggere. Basta fare due calcoli. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia governata da Arno Kompatscher i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus nonostante la vaccinazione fatta rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%. Ben più bassa e tranquillizzante. Se l'Alto Adige fornisce questi dati, se quindi è possibile conoscere come agisce il vaccino, perché non si riesce ad avere una fotografia di tutto il Paese dopo la vaccinazione? Il rapporto datato 16 giugno dell'Istituto superiore della sanità si limita ad osservare «come la maggior parte dei nuovi casi segnalati di infezione confermata da virus Sars-Cov-2 siano stati riscontrati in soggetti non vaccinati». Quanto alle tabelle che il documento produce, sono peggio dei rebus più infernali: del tutto incomprensibili. Basterebbero numeri riportati per ogni Regione, totale dei positivi registrati nell'arco di tempo che si vuole prendere in considerazione, numero di vaccinati, percentuale dei positivi tra i vaccinati e tra la popolazione in generale. Dati che consentirebbero una valutazione dell'impatto del vaccino in questi mesi, dando nel contempo una mappatura di come si muove il virus con relative varianti. Due giorni fa erano 679 i test positivi al coronavirus registrati in Italia, con un calo del 21,4% su base settimanale. Di questi, 536 erano dovuti alla variante delta che, malgrado l'allarmismo diffuso, non ha dunque moltiplicato i numeri dei contagi. È una variante che sta prendendo piede, ma sempre secondo l'Iss rimane l'inglese o alfa, quella più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da modificazioni della proteina spike. Non pretendiamo un bollettino quotidiano, ma almeno una volta alla settimana sarebbe doveroso dare dati circoscritti alle singole Regioni e una panoramica nazionale bastata su numeri. Come riportato ieri dalla Verità, nel Regno Unito più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati. Di questi, ben 50 (il 43%) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino, quindi sapere quello che accade da noi è fondamentale. L'immunologo Alberto Mantovani ieri sulla Stampa segnalava: «Manca un programma nazionale di sequenziamento delle varianti con studi di funzione per capire se e quanto siano pericolose». Sempre La Verità ha ricordato come l'Italia abbia contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. È necessario sequenziare il più possibile anche perché, come afferma sempre Mantovani: «Resta un 20-25% di persone che risponde poco alla vaccinazione e può ammalarsi».
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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