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2021-07-01
Green pass, la traduzione italiana è farlocca
Ansa
Giallo sul green pass europeo. Nella traduzione dall'italiano all'inglese del Regolamento Ue 953/2021, quello cioè che disciplina il rilascio dell'ormai ben noto certificato digitale introdotto per «agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di Covid-19», sembra infatti essere sparito un pezzo. Scorrendo fino al considerando 36 del testo, che precede gli articoli, si legge: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate». Peccato che, però, rispetto alla versione inglese manchi una manciata di parole, assai significative. «Or chose not to be vaccinated», tradotto «oppure abbiano scelto di non vaccinarsi». La norma «completa», in altri termini, prevede che non debbano essere discriminati non solo coloro i quali non hanno potuto, ma anche quanti non hanno voluto vaccinarsi. Una precisazione di non poco conto, che forse potrebbe apparire scontata - dal momento che la somministrazione del siero anti Covid non è obbligatoria - ma non lo è affatto. Anche perché, rispetto a tutte le altre, la traduzione italiana è l'unica «monca».
Quelle sei paroline mancanti pesano come macigni per almeno tre motivi. Primo, perché nella gerarchia delle fonti del diritto i regolamenti dell'Ue si posizionano nel secondo gradino, immediatamente sotto la Costituzione e le leggi costituzionali. La formula scelta per normare il green pass, come recita l'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, «ha portata generale» ed è «obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». Con i Regolamenti, dunque, non si scherza. Secondo, perché escludere espressamente le persone che hanno liberamente scelto di non vaccinarsi potrebbe non garantire loro una piena difesa dalle leggi italiane che tutelano dalle discriminazioni. Terzo, come spiega alla Verità il giurista Lorenzo Barbieri, con la sentenza Skoma-Lux del 2007 «la Corte di Giustizia Ue ha riletto il principio della certezza del diritto (rule of law) alla luce della sua conoscibilità, stabilendo che il multilinguismo è condizione indispensabile all'avverarsi della legge, prescrivendo la necessità di pubblicare gli atti normativi nelle lingue ufficiali dei cittadini degli Stati membri». Perciò, una traduzione errata, o comunque un testo disallineato con quello originario di riferimento, può certamente rappresentare un problema.
Che si tratti di errore o mancanza voluta, non è dato sapere. Una cosa è certa: già lo scorso 11 giugno, diversi giorni prima dall'approvazione, l'avvocato Giulio Marini segnalava alla Commissione europea l'assenza del passaggio, ricevendo conferma dal capo dipartimento della Direzione generale per la traduzione italiana che la questione sarebbe stata posta ai servizi competenti per una valutazione di natura giuridica. Sempre l'avvocato Marini ha confermato al nostro quotidiano, tramite una ricerca nel database del Senato, che già a marzo il testo fatto pervenire alle Camere dalla Commissione era privo di quelle poche ma fondamentali parole. «Ragionevole ritenere che l'errore si sia verificato internamente a quest'organo», chiosa Marini.
Contattato dalla Verità, il team Qualità della Direzione generale della traduzione del Parlamento europeo ha rassicurato che «la versione italiana che omette i termini “or chose not" (oppure abbiano scelto di non, ndr) è in corso di rettifica dall'apposito servizio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo», precisando che «le parole verranno aggiunte» e «una rettifica verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea». Una risposta coerente con quanto dichiarato su Twitter dall'europarlamentare della Lega Francesca Donato, la quale sui social ha informato gli utenti che «già settimane fa abbiamo segnalato al servizio traduzioni del Parlamento europeo la difformità e quindi verrà corretto il testo da pubblicare in Gazzetta». Peccato, però, che gli uffici dell'europarlamento si siano ben guardati dal precisare alla Verità la natura dell'omissione e le tempistiche di soluzione del problema.
Una vicenda opaca, che nel contesto attuale non può mancare di sollevare importanti interrogativi di natura politica. Perché diversi mesi fa il testo è arrivato alle Camere già privato del divieto di discriminare chi ha scelto di non vaccinarsi? C'è di mezzo forse l'intervento di qualche «manina» interessata a togliere di mezzo quel cruciale riferimento? Un'eventualità che si può escludere solo appurando con precisione chi ha tradotto quel testo per poi inviarlo al Parlamento italiano. Senza dubbio la postilla mancante cozza contro il clima da caccia alle streghe che vige in Italia nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, ha scelto di non farsi iniettare il siero. Che qualcuno abbia deciso di cancellarla per evitare futuri ricorsi? Nel frattempo, da oggi in Alto Adige 115 sanitari non vaccinati non potranno presentarsi in reparto, e l'Azienda sanitaria sta valutando se demansionarli oppure metterli in smart working. Mentre l'assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna, Raffaele Donini, ha annunciato che il prossimo anno scolastico gli studenti immunizzati potranno «sottrarsi a qualunque provvedimento di quarantena e didattica a distanza» a prescindere dallo scenario epidemiologico. Libertà di vaccinarsi sì, ma a quanto pare solo sulla carta.
Vaccini promossi dai dati altoatesini. Intanto l’Iss pasticcia con i numeri
C'è un dato che arriva da Bolzano sul quale bisognerebbe riflettere. Ieri è stato reso noto che al 16 giugno, in Alto Adige 1.559 persone risultavano positive al Covid-19 dopo essere state vaccinate. In percentuale, secondo quanto dichiarato dall'assessore provinciale alla Sanità, Thomas Widmann, sono lo 0,6% rispetto ai 265.000 che nella Provincia autonoma hanno ricevuto la prima dose, quindi il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Ma lo scenario diventa ben più interessante, se guardiamo come il virus ha colpito in Alto Adige e quanto il vaccino è riuscito a proteggere.
Basta fare due calcoli. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia governata da Arno Kompatscher i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus nonostante la vaccinazione fatta rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%. Ben più bassa e tranquillizzante.
Se l'Alto Adige fornisce questi dati, se quindi è possibile conoscere come agisce il vaccino, perché non si riesce ad avere una fotografia di tutto il Paese dopo la vaccinazione? Il rapporto datato 16 giugno dell'Istituto superiore della sanità si limita ad osservare «come la maggior parte dei nuovi casi segnalati di infezione confermata da virus Sars-Cov-2 siano stati riscontrati in soggetti non vaccinati». Quanto alle tabelle che il documento produce, sono peggio dei rebus più infernali: del tutto incomprensibili. Basterebbero numeri riportati per ogni Regione, totale dei positivi registrati nell'arco di tempo che si vuole prendere in considerazione, numero di vaccinati, percentuale dei positivi tra i vaccinati e tra la popolazione in generale. Dati che consentirebbero una valutazione dell'impatto del vaccino in questi mesi, dando nel contempo una mappatura di come si muove il virus con relative varianti. Due giorni fa erano 679 i test positivi al coronavirus registrati in Italia, con un calo del 21,4% su base settimanale. Di questi, 536 erano dovuti alla variante delta che, malgrado l'allarmismo diffuso, non ha dunque moltiplicato i numeri dei contagi. È una variante che sta prendendo piede, ma sempre secondo l'Iss rimane l'inglese o alfa, quella più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da modificazioni della proteina spike.
Non pretendiamo un bollettino quotidiano, ma almeno una volta alla settimana sarebbe doveroso dare dati circoscritti alle singole Regioni e una panoramica nazionale bastata su numeri. Come riportato ieri dalla Verità, nel Regno Unito più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati. Di questi, ben 50 (il 43%) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino, quindi sapere quello che accade da noi è fondamentale.
L'immunologo Alberto Mantovani ieri sulla Stampa segnalava: «Manca un programma nazionale di sequenziamento delle varianti con studi di funzione per capire se e quanto siano pericolose». Sempre La Verità ha ricordato come l'Italia abbia contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. È necessario sequenziare il più possibile anche perché, come afferma sempre Mantovani: «Resta un 20-25% di persone che risponde poco alla vaccinazione e può ammalarsi».
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Rispetto alla versione inglese, manca il divieto di «discriminazione» per chi rifiuta le dosi. L' Europarlamento: «Correggeremo».Tuttavia, in virtù del Regolamento Ue, i sanitari non immunizzati potrebbero ricorrere contro il decreto che li sospende dal lavoro.I grafici nazionali sono incompleti e astrusi, eppure aiuterebbero gli indecisi a valutare.Lo speciale contiene due articoli. Giallo sul green pass europeo. Nella traduzione dall'italiano all'inglese del Regolamento Ue 953/2021, quello cioè che disciplina il rilascio dell'ormai ben noto certificato digitale introdotto per «agevolare la libera circolazione delle persone durante la pandemia di Covid-19», sembra infatti essere sparito un pezzo. Scorrendo fino al considerando 36 del testo, che precede gli articoli, si legge: «È necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono vaccinate, per esempio per motivi medici, perché non rientrano nel gruppo di destinatari per cui il vaccino anti Covid-19 è attualmente somministrato o consentito, come i bambini, o perché non hanno ancora avuto l'opportunità di essere vaccinate». Peccato che, però, rispetto alla versione inglese manchi una manciata di parole, assai significative. «Or chose not to be vaccinated», tradotto «oppure abbiano scelto di non vaccinarsi». La norma «completa», in altri termini, prevede che non debbano essere discriminati non solo coloro i quali non hanno potuto, ma anche quanti non hanno voluto vaccinarsi. Una precisazione di non poco conto, che forse potrebbe apparire scontata - dal momento che la somministrazione del siero anti Covid non è obbligatoria - ma non lo è affatto. Anche perché, rispetto a tutte le altre, la traduzione italiana è l'unica «monca».Quelle sei paroline mancanti pesano come macigni per almeno tre motivi. Primo, perché nella gerarchia delle fonti del diritto i regolamenti dell'Ue si posizionano nel secondo gradino, immediatamente sotto la Costituzione e le leggi costituzionali. La formula scelta per normare il green pass, come recita l'articolo 288 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, «ha portata generale» ed è «obbligatoria in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri». Con i Regolamenti, dunque, non si scherza. Secondo, perché escludere espressamente le persone che hanno liberamente scelto di non vaccinarsi potrebbe non garantire loro una piena difesa dalle leggi italiane che tutelano dalle discriminazioni. Terzo, come spiega alla Verità il giurista Lorenzo Barbieri, con la sentenza Skoma-Lux del 2007 «la Corte di Giustizia Ue ha riletto il principio della certezza del diritto (rule of law) alla luce della sua conoscibilità, stabilendo che il multilinguismo è condizione indispensabile all'avverarsi della legge, prescrivendo la necessità di pubblicare gli atti normativi nelle lingue ufficiali dei cittadini degli Stati membri». Perciò, una traduzione errata, o comunque un testo disallineato con quello originario di riferimento, può certamente rappresentare un problema.Che si tratti di errore o mancanza voluta, non è dato sapere. Una cosa è certa: già lo scorso 11 giugno, diversi giorni prima dall'approvazione, l'avvocato Giulio Marini segnalava alla Commissione europea l'assenza del passaggio, ricevendo conferma dal capo dipartimento della Direzione generale per la traduzione italiana che la questione sarebbe stata posta ai servizi competenti per una valutazione di natura giuridica. Sempre l'avvocato Marini ha confermato al nostro quotidiano, tramite una ricerca nel database del Senato, che già a marzo il testo fatto pervenire alle Camere dalla Commissione era privo di quelle poche ma fondamentali parole. «Ragionevole ritenere che l'errore si sia verificato internamente a quest'organo», chiosa Marini.Contattato dalla Verità, il team Qualità della Direzione generale della traduzione del Parlamento europeo ha rassicurato che «la versione italiana che omette i termini “or chose not" (oppure abbiano scelto di non, ndr) è in corso di rettifica dall'apposito servizio del Parlamento europeo e del Consiglio europeo», precisando che «le parole verranno aggiunte» e «una rettifica verrà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea». Una risposta coerente con quanto dichiarato su Twitter dall'europarlamentare della Lega Francesca Donato, la quale sui social ha informato gli utenti che «già settimane fa abbiamo segnalato al servizio traduzioni del Parlamento europeo la difformità e quindi verrà corretto il testo da pubblicare in Gazzetta». Peccato, però, che gli uffici dell'europarlamento si siano ben guardati dal precisare alla Verità la natura dell'omissione e le tempistiche di soluzione del problema. Una vicenda opaca, che nel contesto attuale non può mancare di sollevare importanti interrogativi di natura politica. Perché diversi mesi fa il testo è arrivato alle Camere già privato del divieto di discriminare chi ha scelto di non vaccinarsi? C'è di mezzo forse l'intervento di qualche «manina» interessata a togliere di mezzo quel cruciale riferimento? Un'eventualità che si può escludere solo appurando con precisione chi ha tradotto quel testo per poi inviarlo al Parlamento italiano. Senza dubbio la postilla mancante cozza contro il clima da caccia alle streghe che vige in Italia nei confronti di chi, per un motivo o per l'altro, ha scelto di non farsi iniettare il siero. Che qualcuno abbia deciso di cancellarla per evitare futuri ricorsi? Nel frattempo, da oggi in Alto Adige 115 sanitari non vaccinati non potranno presentarsi in reparto, e l'Azienda sanitaria sta valutando se demansionarli oppure metterli in smart working. Mentre l'assessore alla Salute dell'Emilia-Romagna, Raffaele Donini, ha annunciato che il prossimo anno scolastico gli studenti immunizzati potranno «sottrarsi a qualunque provvedimento di quarantena e didattica a distanza» a prescindere dallo scenario epidemiologico. 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In percentuale, secondo quanto dichiarato dall'assessore provinciale alla Sanità, Thomas Widmann, sono lo 0,6% rispetto ai 265.000 che nella Provincia autonoma hanno ricevuto la prima dose, quindi il numero basso dovrebbe confortare sulla protezione che il vaccino sembra offrire. Ma lo scenario diventa ben più interessante, se guardiamo come il virus ha colpito in Alto Adige e quanto il vaccino è riuscito a proteggere. Basta fare due calcoli. Dal primo di gennaio al 29 giugno di quest'anno, nella Provincia governata da Arno Kompatscher i positivi al coronavirus sono stati 30.382, il 5,8% su una popolazione complessiva di 520.891 abitanti. Rispetto a tutti i positivi segnalati da inizio d'anno, le 1.559 persone in cui è stato riscontrato il virus nonostante la vaccinazione fatta rappresentano il 5,13%, ma se rapportiamo il dato con il numero di quanti hanno ricevuto la prima dose, la percentuale è appunto dello 0,6%. Ben più bassa e tranquillizzante. Se l'Alto Adige fornisce questi dati, se quindi è possibile conoscere come agisce il vaccino, perché non si riesce ad avere una fotografia di tutto il Paese dopo la vaccinazione? Il rapporto datato 16 giugno dell'Istituto superiore della sanità si limita ad osservare «come la maggior parte dei nuovi casi segnalati di infezione confermata da virus Sars-Cov-2 siano stati riscontrati in soggetti non vaccinati». Quanto alle tabelle che il documento produce, sono peggio dei rebus più infernali: del tutto incomprensibili. Basterebbero numeri riportati per ogni Regione, totale dei positivi registrati nell'arco di tempo che si vuole prendere in considerazione, numero di vaccinati, percentuale dei positivi tra i vaccinati e tra la popolazione in generale. Dati che consentirebbero una valutazione dell'impatto del vaccino in questi mesi, dando nel contempo una mappatura di come si muove il virus con relative varianti. Due giorni fa erano 679 i test positivi al coronavirus registrati in Italia, con un calo del 21,4% su base settimanale. Di questi, 536 erano dovuti alla variante delta che, malgrado l'allarmismo diffuso, non ha dunque moltiplicato i numeri dei contagi. È una variante che sta prendendo piede, ma sempre secondo l'Iss rimane l'inglese o alfa, quella più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di segnalazioni di casi di infezione causati da modificazioni della proteina spike. Non pretendiamo un bollettino quotidiano, ma almeno una volta alla settimana sarebbe doveroso dare dati circoscritti alle singole Regioni e una panoramica nazionale bastata su numeri. Come riportato ieri dalla Verità, nel Regno Unito più della metà dei 117 decessi legati alla variante delta riguardano vaccinati. Di questi, ben 50 (il 43%) aveva ricevuto entrambe le dosi di vaccino, quindi sapere quello che accade da noi è fondamentale. L'immunologo Alberto Mantovani ieri sulla Stampa segnalava: «Manca un programma nazionale di sequenziamento delle varianti con studi di funzione per capire se e quanto siano pericolose». Sempre La Verità ha ricordato come l'Italia abbia contribuito solo con circa 20.000 genomi virali alla banca dati internazionale Gisaid. È necessario sequenziare il più possibile anche perché, come afferma sempre Mantovani: «Resta un 20-25% di persone che risponde poco alla vaccinazione e può ammalarsi».
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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