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2026-04-03
Gravina e Buffon se ne vanno. Adesso in pole c’è Malagò ma abbiamo già perso tempo
Gianluigi Buffon e Gabriele Gravina (Getty Images)
Il calcio italiano non riparte dallo 0-0 ma dallo zero termico. «Mi dimetto». È glaciale l’atmosfera in federazione a Roma quando Gabriele Gravina annuncia l’uscita di scena dopo 48 ore di pressioni dell’Italia intera e un saggio ritorno al principio di realtà. Praticamente è stato sradicato dalla poltrona. Davanti ai presidenti di tutte le leghe (dalla Serie A ai Dilettanti) lascia il responsabile numero uno del disastro mondiale in Bosnia, seguito a ruota dal soprammobile Gianluigi Buffon, capo delegazione. Il ct Gennaro Gattuso da Maiorca tace fino a sera ma, avendo il contratto in scadenza a giugno, o saluta o lo salutano quanto prima.
Dopo otto anni di immobilismo alla base dell’inesorabile declino del circo pallonaro (con l’estemporanea gemma dell’Europeo 2021), l’azzeramento totale era indispensabile anche per evitare il commissariamento. Il futuro è nelle mani del Consiglio che deciderà le nuove cariche il 22 giugno. Il commiato di Gravina è lapidario: «La scelta è convinta e meditata, ringrazio tutti per la vicinanza alla mia persona in queste ore». Con una coda dedicata alla gaffe imperiale sul dilettantismo degli altri sport. «Quelle frasi non volevano essere offensive, erano un riferimento alle differenti normative di altre federazioni rispetto alla natura societaria dei club professionistici del calcio». Concetto ribadito, fastidio immutato.
Gravina ci è pure rimasto male per un appuntamento annullato. Avrebbe dovuto andare alla Camera dei deputati a spiegare «lo stato di salute del calcio italiano» l’8 aprile ma lo hanno convinto che non è più il caso; il rendering dello stato comatoso nella notte di Zenica non necessita di altre slide. Più realista Buffon nello sganciarsi dal treno deragliato: «Abbiamo fallito. Rassegnare le dimissioni un minuto dopo la partita era un atto impellente ma mi è stato chiesto di temporeggiare. Ora mi sento libero di darle».
Guardare indietro è inutile, guardare i Mondiali senza l’Italia è ormai un’abitudine. Non resta che guardare avanti, nella consapevolezza che l’attesa fino al 22 giugno sarà solo tempo perso in vista delle due amichevoli previste (avversari e date da definire) prima della pausa estiva. In settembre ci aspetta la Nations League contro Belgio, Francia e Turchia, clienti non proprio comodi da affrontare al buio. Da chi si riparte? Per la presidenza le candidature dovranno diventare ufficiali entro il 13 maggio e i nomi sono due.
Il super-prezzemolo Giovanni Malagò piace al ministro dello Sport Andrea Abodi, che lo considera giustamente il vincitore morale delle Olimpiadi Milano-Cortina con le 30 medaglie tintinnanti e un’organizzazione perfetta. Nel backstage del pallone è molto quotato il ritorno di Giancarlo Abete, numero uno dei Dilettanti e già dottor sottile dell’era Tavecchio. Lui si defila: «È un problema che non mi pongo, sarà il Consiglio a decidere per un percorso molto importante. Rivoluzione? Il termine non mi appartiene ma serviranno riforme profonde». Le prime due, imprescindibili: Serie A a 18 squadre e almeno tre italiani titolari per decreto in campionato. In serata si è autocandidato anche Gianni Rivera (82 anni).
Molto delicata la nomina del commissario tecnico. Servirà un allenatore di personalità, in grado di ricostruire dalle macerie provocate dal disastro mondiale, senza dimenticare i danni della sciagurata era Spalletti. L’ideale sarebbe stato Carlo Ancelotti ma si è accasato a Copacabana. L’identikit porta a un ritorno di Roberto Mancini, che lasciò la Nazionale in braghe di tela tre anni fa per andare a guadagnare milioni in Arabia Saudita e adesso è in stand-by in Qatar (a 5 milioni) per via della guerra. Allora con la federazione era finita a pesci in faccia e minacce di azioni legali ma lui ha chiesto scusa e tutto sembra ricomposto. In fondo il Mancio è l’ultimo ad aver alzato un trofeo vero, anche se somigliava a un giro di roulette. Rigori danno, rigori tolgono.
L’altro papabile è Antonio Conte, sempre che non rivinca lo scudetto. I rapporti con Aurelio De Laurentiis sono tutt’altro che idilliaci ma il contratto da 6 milioni più bonus dice «tre anni fino al 2027» e un exploit nel finale di stagione lo blinderebbe a Napoli. Max Allegri sarebbe perfetto nella gestione del gruppo e della partita (difesa chiusa e contropiede, italico binomio vincente) ma ha due limiti: il Milan non intende lasciarlo andare e la Nazionale dovrà pure tornare a proporre calcio. Rimane Simone Inzaghi, pronto a rientrare dall’esperienza saudita, sempre che accetti per la causa di potare (e di molto) i 25 milioni di ingaggio: il mal di testa in azzurro vale al massimo 5 milioni d’ingaggio.
In queste ore il tam tam porta la suggestione Pep Guardiola, in uscita dal Manchester City, ma il guru catalano dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e l’altra sul portafoglio per preferire l’afa di Coverciano a un’estate a Manhattan a giocare a scacchi a Battery Park. Qualunque sia la scelta, il tempo dei Bonucci in panchina è finito. La Federazione è intenzionata a coinvolgere nel ruolo di team manager ex calciatori di caratura internazionale della levatura di Paolo Maldini e Roberto Baggio. Due giganti. Per attitudini caratteriali è preferibile il primo nel supportare con il suo carisma i giovani della rinascita, vale a dire Marco Palestra, Pio Esposito, Davide Bartesaghi, con la conferma di Sandro Tonali (l’unico con i ritmi del premier), le manone di Gigio Donnarumma, più Federico Dimarco e Nicolò Barella se tornano ai loro livelli abituali. Gli altri a scalare, in attesa della cicogna che sforna i Totti e i Vieri.
Questo è il minuto zero. Poi dovranno arrivare la valorizzazione dei vivai con centri federali, allenatori all’altezza (fondamentali innanzitutto, senza l’ansia del risultato per i dodicenni) e la volontà feroce di entrare nel futuro. Con un avviso ai naviganti: qualunque cura, rifondazione o ripartenza vedrà i suoi effetti strutturali almeno fra quattro anni. Sempre che non si tratti, ancora una volta, di chiacchiere da bar.
Più italiani sì, ma non a ogni costo. La riforma Zola è un boomerang
Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino all’1 gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.
Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).
L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei 20 club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.
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Per la presidenza si deciderà il 22 giugno: fra i nomi anche Abete e Rivera, più le idee Maldini e Baggio. A settembre però inizia la Nations League, contro Francia e Belgio.Soldi ai club di C che schierano i nostri. Risultato: in campo solo chi genera guadagni...Lo speciale contiene due articoli.Il calcio italiano non riparte dallo 0-0 ma dallo zero termico. «Mi dimetto». È glaciale l’atmosfera in federazione a Roma quando Gabriele Gravina annuncia l’uscita di scena dopo 48 ore di pressioni dell’Italia intera e un saggio ritorno al principio di realtà. Praticamente è stato sradicato dalla poltrona. Davanti ai presidenti di tutte le leghe (dalla Serie A ai Dilettanti) lascia il responsabile numero uno del disastro mondiale in Bosnia, seguito a ruota dal soprammobile Gianluigi Buffon, capo delegazione. Il ct Gennaro Gattuso da Maiorca tace fino a sera ma, avendo il contratto in scadenza a giugno, o saluta o lo salutano quanto prima.Dopo otto anni di immobilismo alla base dell’inesorabile declino del circo pallonaro (con l’estemporanea gemma dell’Europeo 2021), l’azzeramento totale era indispensabile anche per evitare il commissariamento. Il futuro è nelle mani del Consiglio che deciderà le nuove cariche il 22 giugno. Il commiato di Gravina è lapidario: «La scelta è convinta e meditata, ringrazio tutti per la vicinanza alla mia persona in queste ore». Con una coda dedicata alla gaffe imperiale sul dilettantismo degli altri sport. «Quelle frasi non volevano essere offensive, erano un riferimento alle differenti normative di altre federazioni rispetto alla natura societaria dei club professionistici del calcio». Concetto ribadito, fastidio immutato. Gravina ci è pure rimasto male per un appuntamento annullato. Avrebbe dovuto andare alla Camera dei deputati a spiegare «lo stato di salute del calcio italiano» l’8 aprile ma lo hanno convinto che non è più il caso; il rendering dello stato comatoso nella notte di Zenica non necessita di altre slide. Più realista Buffon nello sganciarsi dal treno deragliato: «Abbiamo fallito. Rassegnare le dimissioni un minuto dopo la partita era un atto impellente ma mi è stato chiesto di temporeggiare. Ora mi sento libero di darle». Guardare indietro è inutile, guardare i Mondiali senza l’Italia è ormai un’abitudine. Non resta che guardare avanti, nella consapevolezza che l’attesa fino al 22 giugno sarà solo tempo perso in vista delle due amichevoli previste (avversari e date da definire) prima della pausa estiva. In settembre ci aspetta la Nations League contro Belgio, Francia e Turchia, clienti non proprio comodi da affrontare al buio. Da chi si riparte? Per la presidenza le candidature dovranno diventare ufficiali entro il 13 maggio e i nomi sono due. Il super-prezzemolo Giovanni Malagò piace al ministro dello Sport Andrea Abodi, che lo considera giustamente il vincitore morale delle Olimpiadi Milano-Cortina con le 30 medaglie tintinnanti e un’organizzazione perfetta. Nel backstage del pallone è molto quotato il ritorno di Giancarlo Abete, numero uno dei Dilettanti e già dottor sottile dell’era Tavecchio. Lui si defila: «È un problema che non mi pongo, sarà il Consiglio a decidere per un percorso molto importante. Rivoluzione? Il termine non mi appartiene ma serviranno riforme profonde». Le prime due, imprescindibili: Serie A a 18 squadre e almeno tre italiani titolari per decreto in campionato. In serata si è autocandidato anche Gianni Rivera (82 anni).Molto delicata la nomina del commissario tecnico. Servirà un allenatore di personalità, in grado di ricostruire dalle macerie provocate dal disastro mondiale, senza dimenticare i danni della sciagurata era Spalletti. L’ideale sarebbe stato Carlo Ancelotti ma si è accasato a Copacabana. L’identikit porta a un ritorno di Roberto Mancini, che lasciò la Nazionale in braghe di tela tre anni fa per andare a guadagnare milioni in Arabia Saudita e adesso è in stand-by in Qatar (a 5 milioni) per via della guerra. Allora con la federazione era finita a pesci in faccia e minacce di azioni legali ma lui ha chiesto scusa e tutto sembra ricomposto. In fondo il Mancio è l’ultimo ad aver alzato un trofeo vero, anche se somigliava a un giro di roulette. Rigori danno, rigori tolgono.L’altro papabile è Antonio Conte, sempre che non rivinca lo scudetto. I rapporti con Aurelio De Laurentiis sono tutt’altro che idilliaci ma il contratto da 6 milioni più bonus dice «tre anni fino al 2027» e un exploit nel finale di stagione lo blinderebbe a Napoli. Max Allegri sarebbe perfetto nella gestione del gruppo e della partita (difesa chiusa e contropiede, italico binomio vincente) ma ha due limiti: il Milan non intende lasciarlo andare e la Nazionale dovrà pure tornare a proporre calcio. Rimane Simone Inzaghi, pronto a rientrare dall’esperienza saudita, sempre che accetti per la causa di potare (e di molto) i 25 milioni di ingaggio: il mal di testa in azzurro vale al massimo 5 milioni d’ingaggio. In queste ore il tam tam porta la suggestione Pep Guardiola, in uscita dal Manchester City, ma il guru catalano dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e l’altra sul portafoglio per preferire l’afa di Coverciano a un’estate a Manhattan a giocare a scacchi a Battery Park. Qualunque sia la scelta, il tempo dei Bonucci in panchina è finito. La Federazione è intenzionata a coinvolgere nel ruolo di team manager ex calciatori di caratura internazionale della levatura di Paolo Maldini e Roberto Baggio. Due giganti. Per attitudini caratteriali è preferibile il primo nel supportare con il suo carisma i giovani della rinascita, vale a dire Marco Palestra, Pio Esposito, Davide Bartesaghi, con la conferma di Sandro Tonali (l’unico con i ritmi del premier), le manone di Gigio Donnarumma, più Federico Dimarco e Nicolò Barella se tornano ai loro livelli abituali. Gli altri a scalare, in attesa della cicogna che sforna i Totti e i Vieri. Questo è il minuto zero. Poi dovranno arrivare la valorizzazione dei vivai con centri federali, allenatori all’altezza (fondamentali innanzitutto, senza l’ansia del risultato per i dodicenni) e la volontà feroce di entrare nel futuro. Con un avviso ai naviganti: qualunque cura, rifondazione o ripartenza vedrà i suoi effetti strutturali almeno fra quattro anni. Sempre che non si tratti, ancora una volta, di chiacchiere da bar.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gravina-buffon-dimissioni-2676658082.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-italiani-si-ma-non-a-ogni-costo-la-riforma-zola-e-un-boomerang" data-post-id="2676658082" data-published-at="1775165390" data-use-pagination="False"> Più italiani sì, ma non a ogni costo. La riforma Zola è un boomerang Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino all’1 gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei 20 club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.
Matteo Piantedosi (Ansa)
Dal punto di vista personale, diciamolo chiaro e tondo, ognuno nella sua vita privata ha il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare, e Piantedosi non commenta per non alimentare gossip. A quanto apprende La Verità, il ministro è assolutamente sereno: la Conte non ha mai fatto parte di chat del ministero, non si è mai vista al Viminale, non c’erano per lei incarichi all’orizzonte, e del resto la professionista ha avuto modo di collaborare anche con amministrazioni di sinistra. Piantedosi, trapela dal Viminale, è «come sempre al lavoro», e la sua agenda resta confermata. Nei confronti di Claudia Conte si apprende ancora, «non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno», e chi ha sostenuto o sostiene il contrario «ne risponderà nelle sedi competenti: il ministro ha già dato mandato a un legale per tutelare la propria persona». Sempre a quanto apprende La Verità, Piantedosi sfida chiunque a passare in rassegna tutti gli incarichi professionali della Conte trovando una sola pressione, sollecitazione o interessamento del ministro.
Su questo punto infatti insistono le opposizioni: «Ho presentato», annuncia il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Chiedo di sapere quanti siano gli incarichi, in varie forme, conferiti a Claudia Conte nella pubblica amministrazione e in Rai e sulla base di quali criteri e competenze siano stati assegnati. Domando inoltre quali competenze abbia Claudia Conte per svolgere una docenza presso l’Alta scuola di formazione della polizia di Stato e se i contratti in Rai vengano definiti attraverso incontri casuali, come riportato da alcuni quotidiani che citano dichiarazioni di Pionati, ex direttore del Gr1». I componenti del Pd nella commissione di Vigilanza Rai chiedono all’azienda «di fare piena chiarezza sui dettagli delle collaborazioni e dei contratti con la signora Conte. Riteniamo necessario», recita una nota, «escludere qualsiasi possibile collegamento tra le relazioni con un ministro in carica pro tempore e le scelte editoriali e contrattuali del servizio pubblico. Chiediamo risposte puntuali e presenteremo un’interrogazione parlamentare a riguardo». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, introduce un ulteriore elemento: «Non vorremmo», attacca la Serracchiani, «che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile». Ricattabile, e come? Qui occorre addentrarsi nel mondo degli spifferi di Palazzo, mai così gelidi come in questi giorni di ritardato inverno. Perché, si chiedono tutti, la Conte ha deciso di rivelare la liaison con Piantedosi, tra l’altro chiedendo esplicitamente all’intervistatore di farle quella precisa domanda?
Ipotesi uno: ha voluto, in sintonia col ministro, anticipare qualche scoop in arrivo. Possibile ma, visti i risultati, la genialata avrebbe sortito l’effetto opposto a quello desiderato. Seconda ipotesi: la donna potrebbe essere arrabbiata con Piantedosi per motivi personali e avrebbe così spiattellato la relazione. Questo secondo scenario apre un orizzonte infinito di suggestioni: c’è chi teme uno stillicidio di rivelazioni, di conversazioni in chat, addirittura di foto imbarazzanti. Incubi, probabilmente paranoie da sindrome di accerchiamento: la Conte del resto ha competenze professionali pubbliche e riconosciute, ha alle spalle una carriera decennale che si è snodata e si snoda attraverso una fitta rete di contatti assolutamente trasversali, appare più delusa che vendicativa nei confronti del ministro dell’Interno.
Fdi fa muro: «Fratelli d’Italia», dichiarano i capigruppo del partito alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, «rinnova la piena fiducia al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per l’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida del ministero nel contrasto all’immigrazione clandestina di massa, alla criminalità e nel rafforzamento della sicurezza degli italiani». «A me non risulta», argomenta la deputata Sara Kelany, «che la signora abbia avuto degli incarichi retribuiti. È una giornalista che fa il suo lavoro, immagino che abbia la sua rete di rapporti, relazioni e contatti, indipendentemente dal fatto che abbiano esplicitato questa vicenda di carattere personale». Anche da Forza Italia arriva la vicinanza al ministro: «Rinnoviamo solidarietà e piena fiducia nel ministro Piantedosi», dichiara il deputato di Fi Alessandro Cattaneo a Rainews24, «Claudia Conte io l’ho vista in tante presentazioni con esponenti politici di ogni colore, poi se ci sono dei risvolti privati devono rimanere privati». «Io sono una grandissima tifosa del ministro Piantedosi», sottolinea Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, a Tagadà su La7, «uno dei più bravi ministri di questo governo, una persona perbene, con un grande senso delle istituzioni. E per questo mi sento di escludere sinceramente qualsiasi illazione legata a un fantomatico uso improprio di risorse pubbliche o a rapporti poco trasparenti».
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Ansa
In pratica le due condotte sono distinte (quella del militare per eccesso colposo) ma, secondo i pm, convergono nello stesso esito. Con Lenoci e Bouzidi altri sei militari rischiano il processo. Le accuse, a vario titolo, sono di favoreggiamento, depistaggio e falso. Ovvero il secondo livello dell’inchiesta condotta dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano (coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo), che non riguarda più la strada, ma ciò che è accaduto dopo con i verbali, le presunte omissioni e i video.
La richiesta di rinvio a giudizio arriva dopo la chiusura delle indagini preliminari notificata lo scorso 16 febbraio. E ora dovrà essere valutata dal giudice dell’udienza preliminare. Secondo l’accusa, Lenoci (difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto) avrebbe mantenuto «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga», con una «manovra particolarmente avventata». Non viene messo in discussione il fatto che stesse agendo «nell’adempimento di un dovere». Per i pm, però, avrebbe «ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge», con una «condotta di guida sproporzionata» rispetto alla necessità di bloccare lo scooter, anche perché era già stata comunicata via radio la targa del TMax in fuga. A Lenoci vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi (condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli), sempre per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». La linea difensiva, però, si muove su un crinale diverso: riconoscere l’inseguimento come atto dovuto, dentro un contesto operativo segnato dall’urgenza e dalla necessità di fermare una condotta pericolosa. La dinamica dello schianto, nonostante perizie e relazioni tecniche non sempre allineate, è fissata negli atti. Un passaggio che segnala già possibili margini di confronto tra consulenze e ricostruzioni. L’urto tra il lato posteriore destro del TMax e la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Poi lo schianto finale all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy viene sbalzato contro il palo di un semaforo. E subito dopo schiacciato dalla macchina dei carabinieri. È la sequenza che, per l’accusa, legherebbe materialmente le due condotte all’esito fatale. Il nodo centrale del processo sarà stabilire se quella sequenza sia l’effetto inevitabile di una fuga pericolosa o il risultato di scelte operative ritenute sproporzionate.
Sul versante opposto, quello della fuga, i pm contestano a Bouzidi il concorso in omicidio stradale. Poi arriva il turno di quattro dei sette militari, ai quali vengono contestate le ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, anche per aver costretto, secondo l’accusa, testimoni a cancellare video. Un altro filone riguarda i verbali d’arresto e le accuse di falso. Secondo i pm, quattro carabinieri avrebbero omesso «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooter «a causa del sovrasterzo scivolava». Una differenza che per gli inquirenti non sarebbe solo lessicale, ma sostanziale nella descrizione della dinamica. La versione sarebbe poi smentita dalla ricostruzione della Polizia locale, dalla consulenza dell’esperto dei pm e dalle immagini acquisite. In quattro, invece, sono accusati anche di aver omesso di riferire la presenza di un testimone oculare, di una dashcam e di una bodycam, «dispositivi che», riporta l’accusa, «riprendevano l’intera fase dell’inseguimento». La contestazione di false informazioni ai pm, che vede indagati due militari, è stata, invece, stralciata per motivi tecnico-procedurali e proseguirà in un ulteriore procedimento penale.
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La torre di via Stresa a Milano (Ansa)
Perché via Stresa, zona Maggiolina, non è solo un fascicolo penale. È una torre di 24 piani, alta 82,25 metri, piantata in un tessuto di quartiere che la relazione tecnica della Procura di Milano descrive come alterato nel «soleggiamento, nelle visuali, nel paesaggio urbano e negli standard urbanistici». E ieri, su quel caso, gli inquirenti hanno chiesto otto condanne, ammende complessive per 326.000 euro e la confisca del grattacielo in caso di condanna definitiva: per Giovanni Oggioni la richiesta è di 2 anni e 4 mesi; richieste analoghe sono arrivate anche per i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, oltre che per altri imputati tra tecnici e funzionari.
Oggioni non è un imputato qualsiasi. La relazione tecnica dei pm ricostruisce che la pratica di via Stresa passa dalla determinazione dirigenziale numero 65 del 31 maggio 2018, firmata da Franco Zinna (ex direttore urbanistica) e controfirmata proprio da lui, allora direttore dello Sportello unico edilizia. È quel provvedimento a consentire il ricorso a una Scia con atto d’obbligo; poi arriva il parere favorevole della commissione per il Paesaggio del 14 giugno 2018, e così una torre che, per gli accertamenti della Procura, avrebbe dovuto essere trattata come nuova costruzione viene incanalata come una semplice ristrutturazione edilizia.
Qui sta il nodo del caso. Per l’accusa non si tratta di un errore tecnico, ma del tentativo di trattare come ristrutturazione ciò che era in realtà una nuova edificazione ad altissimo impatto. La relazione richiama, infatti, il peggioramento del paesaggio urbano e il maggior carico urbanistico, già denunciati dai residenti con l’esposto del dicembre 2019 del comitato «Torre Insostenibile». Del resto, nelle carte non emerge l’errore isolato di un singolo funzionario, ma una filiera che tocca i vertici tecnici del Comune.
La memoria del pm aggiunge che quella determina sarebbe illegittima e ricorda che convenzioni di questo tipo avrebbero dovuto chiamare in causa direttamente la giunta di Beppe Sala. La requisitoria di ieri ha alzato ancora di più i toni. Il pm Marina Petruzzella ha parlato di imputati che hanno agito «in sintonia», con «strafottenza», «assoluta assenza di trasparenza» e «noncuranza dell’interesse pubblico», fino a realizzare un «abnorme» abuso attraverso «macroscopiche illegittimità» e una «diabolica Scia» usata in modo improprio.
Secondo l’accusa, qualificare come ristrutturazione la demolizione totale di due edifici e la loro sostituzione con una torre di quelle dimensioni ha consentito di ottenere vantaggi economici, urbanistici ed edilizi in deroga alla disciplina ordinaria, evitando quel piano urbanistico attuativo che sarebbe stato obbligatorio per altezze superiori ai 25 metri. E ancora più grave, nella lettura della Procura, è il contesto: dirigenti, funzionari e progettisti avrebbero «confidato nell’impunità», anche per la pressione esercitata dagli imprenditori sugli uffici del Comune e sull’organo chiamato a valutare l’impatto paesaggistico, che avrebbe autorizzato «volumi stratosferici» con un parere definito «del tutto anomalo». Il caso Oggioni mostra che quell’organismo non era un passaggio marginale, ma uno dei centri attraverso cui passavano le trasformazioni più controverse della città.
Ed è proprio lì, sulla commissione Paesaggio, con la riconferma alla presidenza di Giuseppe Marinoni, che oggi si concentra anche una parte dell’inchiesta su Sala. Resta poi un paradosso: se la confisca arrivasse dopo una condanna definitiva, la torre passerebbe al Comune e in teoria dovrebbe essere abbattuta, nonostante oggi ospiti 102 appartamenti e circa 160 residenti che hanno comprato sulla base di un titolo edilizio che Palazzo Marino continua a ritenere valido. È il nodo dell’«affidamento del terzo in buona fede», richiamato dalla difesa dei costruttori, mentre le Famiglie sospese - quelle con le case sotto sequestro - parlano di mutui pagati, risparmi investiti fidandosi delle istituzioni e di una politica rimasta muta. Intanto una residente, parte civile, ha chiesto 135.000 euro di risarcimento per la perdita di luce e vista. Così via Stresa non riguarda più solo gli imputati: riguarda il cortocircuito di un Comune che continua a difendere il titolo da cui, secondo la Procura, sarebbe nato l’abuso.
Ed è qui che la contraddizione della giunta milanese diventa più evidente. Ieri l’assessore Lamberto Bertolé ha rivendicato la scelta di valutare la costituzione di parte civile nei processi per reati a matrice omolesbobitransfobica, presentandola come un segnale morale della città. Ma è proprio questo a smascherare la linea sull’urbanistica: quando il terreno è quello dei principi, l’amministrazione si mette in scena come presidio istituzionale; quando invece il contenzioso tocca i quartieri, i residenti e atti maturati dentro i suoi stessi uffici, arretra e difende i titoli da cui tutto è partito. Più che coerenza, è un banale calcolo politico: inflessibili nei processi che parlano all’elettorato di una parte del centrosinistra, molto più guardinghi quando il processo porta dritto al cuore della macchina comunale.
Ieri Sala ha detto di non voler fare il passacarte su San Siro: oggi il processo su Torre Stresa gli ricorda che a Milano il punto non è mai stato solo chi firmasse per ultimo. Il punto è chi abbia lasciato passare certi atti, fino a farne pagare ai cittadini e ai proprietari di quelle case il prezzo più alto.
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