- Per la presidenza si deciderà il 22 giugno: fra i nomi anche Abete e Rivera, più le idee Maldini e Baggio. A settembre però inizia la Nations League, contro Francia e Belgio.
- Soldi ai club di C che schierano i nostri. Risultato: in campo solo chi genera guadagni...
Lo speciale contiene due articoli.
Il calcio italiano non riparte dallo 0-0 ma dallo zero termico. «Mi dimetto». È glaciale l’atmosfera in federazione a Roma quando Gabriele Gravina annuncia l’uscita di scena dopo 48 ore di pressioni dell’Italia intera e un saggio ritorno al principio di realtà. Praticamente è stato sradicato dalla poltrona. Davanti ai presidenti di tutte le leghe (dalla Serie A ai Dilettanti) lascia il responsabile numero uno del disastro mondiale in Bosnia, seguito a ruota dal soprammobile Gianluigi Buffon, capo delegazione. Il ct Gennaro Gattuso da Maiorca tace fino a sera ma, avendo il contratto in scadenza a giugno, o saluta o lo salutano quanto prima.
Dopo otto anni di immobilismo alla base dell’inesorabile declino del circo pallonaro (con l’estemporanea gemma dell’Europeo 2021), l’azzeramento totale era indispensabile anche per evitare il commissariamento. Il futuro è nelle mani del Consiglio che deciderà le nuove cariche il 22 giugno. Il commiato di Gravina è lapidario: «La scelta è convinta e meditata, ringrazio tutti per la vicinanza alla mia persona in queste ore». Con una coda dedicata alla gaffe imperiale sul dilettantismo degli altri sport. «Quelle frasi non volevano essere offensive, erano un riferimento alle differenti normative di altre federazioni rispetto alla natura societaria dei club professionistici del calcio». Concetto ribadito, fastidio immutato.
Gravina ci è pure rimasto male per un appuntamento annullato. Avrebbe dovuto andare alla Camera dei deputati a spiegare «lo stato di salute del calcio italiano» l’8 aprile ma lo hanno convinto che non è più il caso; il rendering dello stato comatoso nella notte di Zenica non necessita di altre slide. Più realista Buffon nello sganciarsi dal treno deragliato: «Abbiamo fallito. Rassegnare le dimissioni un minuto dopo la partita era un atto impellente ma mi è stato chiesto di temporeggiare. Ora mi sento libero di darle».
Guardare indietro è inutile, guardare i Mondiali senza l’Italia è ormai un’abitudine. Non resta che guardare avanti, nella consapevolezza che l’attesa fino al 22 giugno sarà solo tempo perso in vista delle due amichevoli previste (avversari e date da definire) prima della pausa estiva. In settembre ci aspetta la Nations League contro Belgio, Francia e Turchia, clienti non proprio comodi da affrontare al buio. Da chi si riparte? Per la presidenza le candidature dovranno diventare ufficiali entro il 13 maggio e i nomi sono due.
Il super-prezzemolo Giovanni Malagò piace al ministro dello Sport Andrea Abodi, che lo considera giustamente il vincitore morale delle Olimpiadi Milano-Cortina con le 30 medaglie tintinnanti e un’organizzazione perfetta. Nel backstage del pallone è molto quotato il ritorno di Giancarlo Abete, numero uno dei Dilettanti e già dottor sottile dell’era Tavecchio. Lui si defila: «È un problema che non mi pongo, sarà il Consiglio a decidere per un percorso molto importante. Rivoluzione? Il termine non mi appartiene ma serviranno riforme profonde». Le prime due, imprescindibili: Serie A a 18 squadre e almeno tre italiani titolari per decreto in campionato. In serata si è autocandidato anche Gianni Rivera (82 anni).
Molto delicata la nomina del commissario tecnico. Servirà un allenatore di personalità, in grado di ricostruire dalle macerie provocate dal disastro mondiale, senza dimenticare i danni della sciagurata era Spalletti. L’ideale sarebbe stato Carlo Ancelotti ma si è accasato a Copacabana. L’identikit porta a un ritorno di Roberto Mancini, che lasciò la Nazionale in braghe di tela tre anni fa per andare a guadagnare milioni in Arabia Saudita e adesso è in stand-by in Qatar (a 5 milioni) per via della guerra. Allora con la federazione era finita a pesci in faccia e minacce di azioni legali ma lui ha chiesto scusa e tutto sembra ricomposto. In fondo il Mancio è l’ultimo ad aver alzato un trofeo vero, anche se somigliava a un giro di roulette. Rigori danno, rigori tolgono.
L’altro papabile è Antonio Conte, sempre che non rivinca lo scudetto. I rapporti con Aurelio De Laurentiis sono tutt’altro che idilliaci ma il contratto da 6 milioni più bonus dice «tre anni fino al 2027» e un exploit nel finale di stagione lo blinderebbe a Napoli. Max Allegri sarebbe perfetto nella gestione del gruppo e della partita (difesa chiusa e contropiede, italico binomio vincente) ma ha due limiti: il Milan non intende lasciarlo andare e la Nazionale dovrà pure tornare a proporre calcio. Rimane Simone Inzaghi, pronto a rientrare dall’esperienza saudita, sempre che accetti per la causa di potare (e di molto) i 25 milioni di ingaggio: il mal di testa in azzurro vale al massimo 5 milioni d’ingaggio.
In queste ore il tam tam porta la suggestione Pep Guardiola, in uscita dal Manchester City, ma il guru catalano dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e l’altra sul portafoglio per preferire l’afa di Coverciano a un’estate a Manhattan a giocare a scacchi a Battery Park. Qualunque sia la scelta, il tempo dei Bonucci in panchina è finito. La Federazione è intenzionata a coinvolgere nel ruolo di team manager ex calciatori di caratura internazionale della levatura di Paolo Maldini e Roberto Baggio. Due giganti. Per attitudini caratteriali è preferibile il primo nel supportare con il suo carisma i giovani della rinascita, vale a dire Marco Palestra, Pio Esposito, Davide Bartesaghi, con la conferma di Sandro Tonali (l’unico con i ritmi del premier), le manone di Gigio Donnarumma, più Federico Dimarco e Nicolò Barella se tornano ai loro livelli abituali. Gli altri a scalare, in attesa della cicogna che sforna i Totti e i Vieri.
Questo è il minuto zero. Poi dovranno arrivare la valorizzazione dei vivai con centri federali, allenatori all’altezza (fondamentali innanzitutto, senza l’ansia del risultato per i dodicenni) e la volontà feroce di entrare nel futuro. Con un avviso ai naviganti: qualunque cura, rifondazione o ripartenza vedrà i suoi effetti strutturali almeno fra quattro anni. Sempre che non si tratti, ancora una volta, di chiacchiere da bar.
Più italiani sì, ma non a ogni costo. La riforma Zola è un boomerang
Questione di parole e questione di sostanza. Le due cose dovrebbero andare d’accordo e specchiarsi, invece… Andiamo al sodo. La Serie A è il campionato di calcio italiano, ma, in realtà, di italiano c’è soprattutto il suolo dove si disputa, all’interno dei confini di un Paese che si chiama Italia. Se invece si guarda ai suoi protagonisti, è un campionato multietnico, cosmopolita, globalizzato. Si dice: c’è la legge Bosman (che consente ai calciatori di trasferirsi nelle squadre dell’Unione europea eliminando il tetto al numero di stranieri, che invece resiste per gli extracomunitari). E, fino all’1 gennaio 2024 quand’è stato abolito dall’attuale governo, c’era il decreto Crescita (che consentiva uno sgravio fiscale del 50% sullo stipendio di giocatori provenienti dall’estero). Per la somma di questi fattori, la vera dicitura della Serie A dovrebbe essere «Campionato che si disputa in Italia». Non è pedanteria. Se il campionato è multietnico e cosmopolita può favorire la Nazionale? I tre mondiali consecutivi saltati sono anche la crisi del modello cosmopolita e globalista. Che è diverso dal modello di sport delle seconde e terze generazioni che, per esempio, vediamo con gioia vincente nell’atletica. Nel calcio, globalismo e nazionalismo confliggono. Ce l’abbiamo davanti agli occhi, ma chissà perché non se ne parla. È banale e talmente lampante da divenire implicito. Però è il grande argomento rimosso nelle riflessioni di questi giorni, calcisticamente disgraziati (non negli sport «dilettantistici»). Tecnici e analisti di settore parlano dei vivai, dell’eccesso di tattica nelle scuole calcio, dei giovani ostaggi dei procuratori, degli stadi obsoleti. Tutto vero, verissimo. E tutte correzioni sacrosante da apportare rapidamente al sistema.
Entrando nel merito, per favorire la crescita dei calciatori italiani e, di conseguenza, la Nazionale, qualcuno indica nella «riforma Zola» l’esempio da seguire. Da vicepresidente della Lega Pro (la Serie C), Gianfranco Zola, mitico numero 10 del Parma, del Napoli, del Chelsea e del Cagliari, ha ideato un meccanismo di premio economico ai club (fino al 400%) per ogni giocatore italiano schierato, proveniente dal settore giovanile. Già applicata nel campionato in corso, la riforma ha prodotto un incremento del 48% dell’impiego di calciatori cresciuti nelle società. Dalla stagione 2028/29 ci si prefigge di inserire in ogni squadra un minimo di otto giovani formati nel vivaio dei vari club. L’obiettivo è creare le premesse di un rilancio del nostro calcio. Tuttavia, le buone intenzioni possono non bastare perché il rischio che la quantità prevalga sulla qualità è molto elevato. Se non c’è un sistematico lavoro di ricerca, tutela e promozione dei talenti, premi e incentivi ai club non sono sufficienti a garantirne il successo. Perché, conoscendoli, i patron, pur di accaparrarsi le agevolazioni economiche, sono pronti a promuovere in squadra anche chi non lo merita. E così saremmo allo stesso punto di prima.
Urge un intervento più profondo e radicale, di sistema, come si dice, per salvaguardare il nostro sport nazionale. C’è bisogno di una precisa volontà politica per riformarlo, partendo dalle vere storture che lo affliggono. È un buon segnale, in questo senso, che si siano esposti il presidente del Senato Ignazio La Russa proponendo un minimo di quattro italiani per squadra, forse pochi, e il vicepremier Matteo Salvini, almeno cinque. Argomento semplice. E argomento «di destra», si obietta. Come di destra è considerato l’orgoglio dell’inno e del tricolore. Non sta bene? Allora smettiamo anche di chiamarla Nazionale e ribattezziamola Azzurra o, più asetticamente, Rappresentativa della Serie A (è una provocazione, non vorremmo che qualche anima woke la prendesse sul serio).
L’altra sera a Cinque minuti anche Bruno Vespa sembrava fremere per la difficoltà ad ammettere che le nostre squadre sono imbottite di stranieri. Ma la faccenda è profonda e radicata. Dei 20 club della Serie A, undici hanno proprietà residenti all’estero (Atalanta, Bologna, Como, Fiorentina, Genoa, Inter, Milan, Parma, Pisa, Roma e Verona), in Serie B sono sette. Prendiamo velocemente in esame le squadre ai primi posti del nostro campionato. Nella formazione titolare, l’Inter schiera tre o quattro giocatori italiani, il Milan uno o due (a volte zero), il Napoli due o tre, il Como uno o zero, la Juventus tre, la Roma due o tre, l’Atalanta idem. Morale: nelle prime sette squadre della Serie A, giocano abitualmente 13 o 14 italiani. All’estero, i club più vincenti come Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco si basano su ceppi autoctoni con innesti complementari di stranieri. L’altro modello di calcio multietnico, quello inglese, non ha certo fatto la fortuna della Nazionale, poco vincente. E anche tra i club d’Oltremanica più globalizzati, nelle competizioni continentali si iniziano ad avvertire i primi segnali di declino. Eppure, è lì che vanno a giocare i nostri talenti migliori. Erano tre fra i titolari dell’ultima Nazionale, Donnarumma, Calafiori e Tonali, oltre a Retegui, migrato in Arabia. E su questo, anche i club, in correità con la Lega, hanno le loro responsabilità. Il profitto, innanzitutto, come dimostrano la Supercoppa a Riad, il campionato a 20 squadre, il calendario troppo fitto e l’impossibilità di concedere uno stage alla Nazionale. Ma questa è un’altra storia.



