La Cei «riprende» i cappellani militari. Meglio benedire toghe rosse e Ong?

Voleva andare all’evento di Magistratura democratica per spingere il No al referendum sulla giustizia e a difesa dei «valori costituzionali» presuntamente messi in pericolo.
Eppure, verso chi la Repubblica italiana la difende davvero, monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano all’Ionio e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, mostra una certa insofferenza, quasi un’allergia.
Ieri il prelato, di casa nel mondo delle Ong e dell’indotto immigrazionista, ha proseguito la sua polemica contro la presenza dei cappellani militari alla parata del 2 giugno (i più famosi sacerdoti che hanno vestito la mimetica, a cominciare da Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro papa Giovanni XXIII, si rivoltano nella tomba).
Già dalla vigilia si era fatto sentire a colpi di versetti delle Sacre scritture. Ovvero, nel suo caso, la Costituzione: «L’articolo 11, che ripudia la guerra, resta una delle espressioni più alte della nostra storia democratica: non una formula retorica, ma una scelta di civiltà», aveva detto all’Ansa. «In questa prospettiva, ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell’apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace nei luoghi in cui l’esistenza degli uomini e delle donne è esposta alla fatica, alla paura, alla solitudine, alla prova morale».
Lungi da noi voler duellare sui Libri sacri con un religioso, ma il riferimento all’articolo 11 della Costituzione ci resta incomprensibile: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», recita la Carta. E poiché non risulta che i cappellani militari siano stati mobilitati per invadere l’Abissinia, non si capisce come il riferimento a tale passaggio possa essere ostativo alla loro presenza nella parata del 2 giugno. Del resto, se proprio vogliamo dar vita a una disputatio costituzionale, giova ricordare che quei ragazzi in tuta mimetica che ieri hanno sfilato a Roma non fanno parte di bande paramilitari clandestine, ma sono previsti a pieno titolo dallo stesso testo teologico di riferimento di Savino, che all’articolo 52 recita: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».
Ieri, su Repubblica - parliamo quindi di un dibattito interno alla medesima Chiesa ideologica - il monsignore è tornato alla carica, con un complicato esercizio di equilibrismo. «Non è in discussione la dedizione di tanti cappellani militari», ha precisato, salvo poi passare il resto dell’intervista a metterne in discussione l’esistenza stessa. Per Savino, la missione dei cappellani militari (che, ricordiamolo, sono inseriti nella struttura militare con i gradi e gli stipendi degli ufficiali: il vescovo che guida l’Ordinariato è generale di corpo d’armata) «quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze; non è sacralizzare l’apparato militare, ma ricordare, anche dentro contesti difficili, che ogni vita umana resta inviolabile».
Ora, questa cosa della benedizione delle armi ha dell’allucinatorio, tanto da far sorgere il sospetto che il prelato abbia come ghostwriter Christian Raimo. Sembra quasi che ieri a Roma abbia sfilato un’armata di fanatici crociati pronta a partire per qualche efferata avventura coloniale e ansiosa di ottenere una benedizione ecclesiastica, anziché un esercito professionale, peraltro ridotto all’osso, di un Paese democratico in cui il discorso nazionalista è costantemente irriso e che non prende alcuna iniziativa militare senza la legittimazione di qualsiasi organizzazione sovranazionale. Eppure il vicepresidente della Cei sembra convinto di vivere in un Paese che è a un passo dal diventare l’Argentina di Videla: «Una parata militare appartiene a un registro pubblico preciso: uniforme, ordine, forza, apparato, potenza dello Stato. Inserire lì i cappellani rischia di produrre un’ambiguità: far apparire il ministero sacerdotale come parte dell’ornamento religioso della forza armata».
Molto meglio un vescovo che fa da ornamento religioso alla magistratura politicizzata, pare di capire.





