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2019-03-27
Gozi candidato a Parigi: la quinta colonna francese ora è uscita allo scoperto
Ansa
L'identità sessuale è fluida. La società è fluida. E ora, anche la cittadinanza è fluida grazie a Sandro Gozi, romagnolo di nascita, sammarinese d'elezione, italiano come curriculum politico e da oggi finalmente francese come prossimo europarlamentare dell'amico Emmanuel Macron. Perché ha avuto il sapore e il senso di liberazione di un coming out l'intervista di ieri a Repubblica, con la quale l'ex pupillo di Romano Prodi a Bruxelles ha confermato la candidatura in Francia sotto le insegne di En marche, per le prossime elezioni europee del 26 maggio. Gozi al servizio solo della Repubblica italiana, come da regolare giuramento di governo? Ma su, chi ci hai mai creduto? Paradisi fiscali, euroausterity, migranti, Libia, Fincantieri-Stx, banche, scontro Salvini-Macron. Sui temi che contano, l'ex giovane diplomatico di Sogliano al Rubicone, 51 anni appena compiuti, non ha mai avuto dubbi su quale fronte stare.
E tuttavia, per inquadrare il tipo di prodiano piuttosto atipico (il Professore di Bologna si professa da sempre «cattolico adulto»), poi renziano ma anche gentiloniano, conviene partire dal tema dei diritti civili. Nell'apposito capitoletto del suo sito in italiano e in francese, già pronto per sedurre l'elettore d'Oltralpe, Gozi scrive: «Il trattato di Lisbona con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue ha posto la centralità e l'importanza di riconoscere una serie di diritti personali e civili. È con orgoglio che rivendico i risultati degli ultimi anni e mesi: l'Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, e sono allo studio del parlamento misure sullo ius soli e sul fine vita». E vabbè, ma poi ecco che il bell'uomo si eleva così: «È la contaminazione delle diversità in seno alla società che rappresenta la spinta vitale per un Paese di matrice laica, ma soprattutto libero e democratico».
Fatti i conti con il Gozi da liceo sperimentale, ovvero a indirizzo sociopsicopedagogico, ecco quello che gli archivi di Palazzo Chigi conservano. E cioè, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle politiche europee con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ai tempi del Bullo fiorentino, Gozi era noto per la passione per i viaggi di Stato, che svolgeva sempre con ricco staff. Ma già nel 2014 aveva capito che il suo futuro non era nel Pd e infatti si era fatto la tessera dei radicali. E visto che ha studiato e insegnato a Sciences Po, la medesima università parigina che ha dato riparo a Enrico Letta, il bell'uomo ha portato a casa ben due onorificenze francesi: Cavaliere delle Palme accademiche (2007) e la Legion d'Onore (2014). Però, per completezza, va detto che può vantare anche l'Ordine nazionale al merito di Malta. E visto che siamo in tema di Paesi a fiscalità privilegiata, come non ricordare che è stato per anni l'uomo di fiducia di Prodi nei rapporti con San Marino, ha perorato prima la causa del Titano con l'Italia quando è partito il giro di vite fiscale e poi con l'Ue per ottenere un trattato. Intervistato dal Sole 24 Ore nel 2019, alla domanda «Lei è massone?» rispose così: «Non sono massone e non ho mai fatto affari a San Marino. Ma anche se fossi massone, e non lo sono, e avessi fatto affari a San Marino, e non li ho fatti, le chiedo, qual è il reato?». No, nessun reato, per carità. Ma ad aprile scorso, dopo la trombatura alle elezioni politiche con il Pd nella sua Romagna, il nome di Gozi è circolato sulla stampa sammarinese come possibile nuovo governatore della banca centrale. Quella loro.
In ogni caso, ha fatto bene a volare non solo tanto, ma anche alto, perché alla lunga paga sempre. Alle prossime elezioni sarà catapultato a Strasburgo in quota Eliseo e un privilegio del genere non si conquista in due mesi. Sul tema dei migranti, per esempio, ha sempre espresso posizioni di massima tolleranza. Ma quando Salvini ha osato attaccare Macron sulla condotta della polizia francese, che a Mentone si era comportata come quella ungherese e aveva scorrazzato a caccia di africani per Bardonecchia come fossero a Calais, Gozi ha prontamente impugnato il tricolore. Quello con il blu, però. Dopo l'ultima crisi di febbraio, quando il presidente francese ha incontrato Sergio Mattarella, Gozi ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe veramente andare oltre i suoi errori, ripensare le sue alleanze, uscire dall'isolamento e rilanciare dialogo e cooperazione con la Francia». E del resto, parlando di Libia, mai Gozi disse alcunché potesse dispiacere a Parigi o alle sue compagnie petrolifere. Come sull'Europa e i suoi flagelli, va ricordato che nel 2012 Gozi non solo votò a favore del pareggio di bilancio in Costituzione, ma fu uno dei suoi zelanti profeti per conto di Bruxelles. E naturalmente non fece una piega, anzi, di fronte allo scandalo della sperimentazione del bail in proprio sui clienti delle banche italiane. Non male anche il patriottismo dimostrato nell'intricata vicenda Fincentieri-Stx, quando il colosso di Stato italiano osò comprare dal tribunale fallimentare coreano la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire. I francesi risposero con una nazionalizzazione immediata e Gozi, naturalmente, lavorò per una pace con Parigi che però avrebbe avuto il piccolo effetto di mettere in ginocchio Leonardo di fronte a Naval Group. Non male per un uomo che nei suoi 12 anni da parlamentare ha guadagnato dalla Repubblica italiana oltre 1,6 milioni di euro lordi, ai quali vanno aggiunti anche i circa 513.000 euro dell'indennità di governo. Se non altro, se se lo votano i francesi, noi risparmiamo qualche soldo.
Francesco Bonazzi
Tra i fulminati sulla via della Senna tanti dem e molti dirigenti d’impresa
Ricevere soldi dal Partito democratico e poi candidarsi alle europee con il partito En marche di Emmanuel Macron. È il destino di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei del governo di Matteo Renzi, che pochi mesi fa aveva ricevuto un contratto di consulenza dai gruppi parlamentari dem a Camera e Senato da più di 20.000 euro, creando non poche polemiche al Nazareno, dal momento che ci sono ancora un centinaio di lavoratori in cassa integrazione. Il nome del deputato figura al ventiduesimo posto sui primi trenta candidati della lista Renaissance - Rinascimento, presentata ieri a Parigi. Tra le altre personalità europee candidate in Francia con la lista di Macron, la ginecologa e chirurga greca, Chrysoula Zacharopoulou e Bernard Guetta, in ottava posizione. Poco male, ora Gozi candidandosi con En marche lascerà con tutta probabilità i dem, ma c'è già chi si domanda se manterrà anche le consulenze? «Finché non costruiremo movimenti transnazionali costruire un'Europa democratica sarà impossibile. Il fatto di essere cittadino europeo, italiano, candidato in Francia, con una lista che ospita diverse nazionalità è il modo migliore perché altrimenti la democrazia europea non l'avremo mai», spiega l'ex sottosegretario italiano ora francese a tutti gli effetti. E in particolare Gozi conferma di fatto l'affiatamento tra la sinistra italiana e i cugini transalpini, una storia che va avanti da tanto tempo, da ultimo con la fascinazione nei confronti del presidente francese. En marche è ben radicata in Italia, tramite il responsabile mediterraneo del partito di Macron, ovvero Antoine Arel, quattro anni di esperienza in Enel e ora titolare di Selectra Italia, startup di intermediazione per bollette di gas, luce e internet. C'è un asse di ferro. Lo sanno bene i tanti politici che in questi anni hanno fatto la spola da Roma a Parigi, tutti di area di centrosinistra, dai Ds al Pd, ricevendo persino l'onorificenza della Legion d'onore, per i servizi resi alla Francia. Ci sono anche manager di Stato, come Franco Bassanini, già onorevole e numero uno di Cassa depositi e prestiti, insignito nel 2002 dell'importante onorificenza, per «forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro»: nel 2015 di ritorno da Parigi disse che i francesi ci invidiavano Renzi… La lista di fulminati sulla via della Senna è lunga. C'è chiaramente Enrico Letta, da tempo in esilio, persino l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, accusata più volte dal centrodestra e dai 5 stelle di aver remato a favore di Airbus invece che sostenere Leonardo. E poi l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, gli ex sindaci di Milano Giuliano Pisapia e Beppe Sala, il già sindaco di Roma, Walter Veltroni, l'ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, persino l'ingegnere Carlo De Benedetti. Ma il rapporto con tra Francia e Pd è ancora più profondo. Lo testimonia bene il circolo dem di Parigi, avamposto transalpino del partito ora in mano a Nicola Zingaretti, tra i centri più animati nella galassia del centrosinistra. A portarlo avanti Maurizio Puppo, Paolo Sartini e Ludovico Franchini, tutti e tre dirigente di azienda in Francia. Franchini lavora per la boutique Capco. C'è anche un sito, Altritaliani.net, con una penisola rovesciata come immagine. Tra le ultime pillole di Puppo si segnala un endorsement per Greta Thunberg, «lei ha ragione e noi abbiamo torto».
E ancora. A Milano l'ex segretario provinciale Gabriele Messina è ora alle relazioni esterne di Suez Degremont, colosso francese degli impianti per l'acqua, settore dove i renziani si sono mossi sempre con grande capacità, soprattutto nelle partecipate toscane di controllo pubblico. E poi c'è Lorenzo Bini Smaghi che da anni è al vertice di Soc Gen, la banca che sale e scende da Generali con una certa sintonia rispetto al gruppo Caltagirone dove tra l'altro siede anche la moglie di Bini Smaghi, Veronica De Romanis. L'entourage filo francese per anni ha contato anche Fabrizio Pagani, fino alla tornata precedente capo segreteria tecnica del ministero dell'Economia. Con casa a Parigi, Pagani ha avuto strettissimi rapporti con la Scuola di Sant'Anna e con Andrea De Guttry e ovviamente con Letta. Con il quale, inutile dirlo, ha in comune la passione per il francese, che Pagani ha messo in atto entrando anche nel board di Infravia, il fondo che partecipa il capitale dell'aeroporto di Venezia.
Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold
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L'ex sottosegretario di Matteo Renzi correrà alle europee con Emmanuel Macron. Del resto, su migranti, Libia, Fincantieri-Stx e banche si è sempre schierato con Parigi.L'avamposto transalpino del Pd ha solidi rapporti con alcuni colossi industriali. Partecipate pubbliche, giganti delle costruzioni, società finanziarie: ecco chi tifa per Macron & C.Lo speciale contiene due articoliL'identità sessuale è fluida. La società è fluida. E ora, anche la cittadinanza è fluida grazie a Sandro Gozi, romagnolo di nascita, sammarinese d'elezione, italiano come curriculum politico e da oggi finalmente francese come prossimo europarlamentare dell'amico Emmanuel Macron. Perché ha avuto il sapore e il senso di liberazione di un coming out l'intervista di ieri a Repubblica, con la quale l'ex pupillo di Romano Prodi a Bruxelles ha confermato la candidatura in Francia sotto le insegne di En marche, per le prossime elezioni europee del 26 maggio. Gozi al servizio solo della Repubblica italiana, come da regolare giuramento di governo? Ma su, chi ci hai mai creduto? Paradisi fiscali, euroausterity, migranti, Libia, Fincantieri-Stx, banche, scontro Salvini-Macron. Sui temi che contano, l'ex giovane diplomatico di Sogliano al Rubicone, 51 anni appena compiuti, non ha mai avuto dubbi su quale fronte stare. E tuttavia, per inquadrare il tipo di prodiano piuttosto atipico (il Professore di Bologna si professa da sempre «cattolico adulto»), poi renziano ma anche gentiloniano, conviene partire dal tema dei diritti civili. Nell'apposito capitoletto del suo sito in italiano e in francese, già pronto per sedurre l'elettore d'Oltralpe, Gozi scrive: «Il trattato di Lisbona con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue ha posto la centralità e l'importanza di riconoscere una serie di diritti personali e civili. È con orgoglio che rivendico i risultati degli ultimi anni e mesi: l'Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, e sono allo studio del parlamento misure sullo ius soli e sul fine vita». E vabbè, ma poi ecco che il bell'uomo si eleva così: «È la contaminazione delle diversità in seno alla società che rappresenta la spinta vitale per un Paese di matrice laica, ma soprattutto libero e democratico». Fatti i conti con il Gozi da liceo sperimentale, ovvero a indirizzo sociopsicopedagogico, ecco quello che gli archivi di Palazzo Chigi conservano. E cioè, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle politiche europee con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ai tempi del Bullo fiorentino, Gozi era noto per la passione per i viaggi di Stato, che svolgeva sempre con ricco staff. Ma già nel 2014 aveva capito che il suo futuro non era nel Pd e infatti si era fatto la tessera dei radicali. E visto che ha studiato e insegnato a Sciences Po, la medesima università parigina che ha dato riparo a Enrico Letta, il bell'uomo ha portato a casa ben due onorificenze francesi: Cavaliere delle Palme accademiche (2007) e la Legion d'Onore (2014). Però, per completezza, va detto che può vantare anche l'Ordine nazionale al merito di Malta. E visto che siamo in tema di Paesi a fiscalità privilegiata, come non ricordare che è stato per anni l'uomo di fiducia di Prodi nei rapporti con San Marino, ha perorato prima la causa del Titano con l'Italia quando è partito il giro di vite fiscale e poi con l'Ue per ottenere un trattato. Intervistato dal Sole 24 Ore nel 2019, alla domanda «Lei è massone?» rispose così: «Non sono massone e non ho mai fatto affari a San Marino. Ma anche se fossi massone, e non lo sono, e avessi fatto affari a San Marino, e non li ho fatti, le chiedo, qual è il reato?». No, nessun reato, per carità. Ma ad aprile scorso, dopo la trombatura alle elezioni politiche con il Pd nella sua Romagna, il nome di Gozi è circolato sulla stampa sammarinese come possibile nuovo governatore della banca centrale. Quella loro. In ogni caso, ha fatto bene a volare non solo tanto, ma anche alto, perché alla lunga paga sempre. Alle prossime elezioni sarà catapultato a Strasburgo in quota Eliseo e un privilegio del genere non si conquista in due mesi. Sul tema dei migranti, per esempio, ha sempre espresso posizioni di massima tolleranza. Ma quando Salvini ha osato attaccare Macron sulla condotta della polizia francese, che a Mentone si era comportata come quella ungherese e aveva scorrazzato a caccia di africani per Bardonecchia come fossero a Calais, Gozi ha prontamente impugnato il tricolore. Quello con il blu, però. Dopo l'ultima crisi di febbraio, quando il presidente francese ha incontrato Sergio Mattarella, Gozi ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe veramente andare oltre i suoi errori, ripensare le sue alleanze, uscire dall'isolamento e rilanciare dialogo e cooperazione con la Francia». E del resto, parlando di Libia, mai Gozi disse alcunché potesse dispiacere a Parigi o alle sue compagnie petrolifere. Come sull'Europa e i suoi flagelli, va ricordato che nel 2012 Gozi non solo votò a favore del pareggio di bilancio in Costituzione, ma fu uno dei suoi zelanti profeti per conto di Bruxelles. E naturalmente non fece una piega, anzi, di fronte allo scandalo della sperimentazione del bail in proprio sui clienti delle banche italiane. Non male anche il patriottismo dimostrato nell'intricata vicenda Fincentieri-Stx, quando il colosso di Stato italiano osò comprare dal tribunale fallimentare coreano la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire. I francesi risposero con una nazionalizzazione immediata e Gozi, naturalmente, lavorò per una pace con Parigi che però avrebbe avuto il piccolo effetto di mettere in ginocchio Leonardo di fronte a Naval Group. Non male per un uomo che nei suoi 12 anni da parlamentare ha guadagnato dalla Repubblica italiana oltre 1,6 milioni di euro lordi, ai quali vanno aggiunti anche i circa 513.000 euro dell'indennità di governo. Se non altro, se se lo votano i francesi, noi risparmiamo qualche soldo. Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-candidato-a-parigi-la-quinta-colonna-francese-ora-e-uscita-allo-scoperto-2632871814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-i-fulminati-sulla-via-della-senna-tanti-dem-e-molti-dirigenti-dimpresa" data-post-id="2632871814" data-published-at="1774133860" data-use-pagination="False"> Tra i fulminati sulla via della Senna tanti dem e molti dirigenti d’impresa Ricevere soldi dal Partito democratico e poi candidarsi alle europee con il partito En marche di Emmanuel Macron. È il destino di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei del governo di Matteo Renzi, che pochi mesi fa aveva ricevuto un contratto di consulenza dai gruppi parlamentari dem a Camera e Senato da più di 20.000 euro, creando non poche polemiche al Nazareno, dal momento che ci sono ancora un centinaio di lavoratori in cassa integrazione. Il nome del deputato figura al ventiduesimo posto sui primi trenta candidati della lista Renaissance - Rinascimento, presentata ieri a Parigi. Tra le altre personalità europee candidate in Francia con la lista di Macron, la ginecologa e chirurga greca, Chrysoula Zacharopoulou e Bernard Guetta, in ottava posizione. Poco male, ora Gozi candidandosi con En marche lascerà con tutta probabilità i dem, ma c'è già chi si domanda se manterrà anche le consulenze? «Finché non costruiremo movimenti transnazionali costruire un'Europa democratica sarà impossibile. Il fatto di essere cittadino europeo, italiano, candidato in Francia, con una lista che ospita diverse nazionalità è il modo migliore perché altrimenti la democrazia europea non l'avremo mai», spiega l'ex sottosegretario italiano ora francese a tutti gli effetti. E in particolare Gozi conferma di fatto l'affiatamento tra la sinistra italiana e i cugini transalpini, una storia che va avanti da tanto tempo, da ultimo con la fascinazione nei confronti del presidente francese. En marche è ben radicata in Italia, tramite il responsabile mediterraneo del partito di Macron, ovvero Antoine Arel, quattro anni di esperienza in Enel e ora titolare di Selectra Italia, startup di intermediazione per bollette di gas, luce e internet. C'è un asse di ferro. Lo sanno bene i tanti politici che in questi anni hanno fatto la spola da Roma a Parigi, tutti di area di centrosinistra, dai Ds al Pd, ricevendo persino l'onorificenza della Legion d'onore, per i servizi resi alla Francia. Ci sono anche manager di Stato, come Franco Bassanini, già onorevole e numero uno di Cassa depositi e prestiti, insignito nel 2002 dell'importante onorificenza, per «forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro»: nel 2015 di ritorno da Parigi disse che i francesi ci invidiavano Renzi… La lista di fulminati sulla via della Senna è lunga. C'è chiaramente Enrico Letta, da tempo in esilio, persino l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, accusata più volte dal centrodestra e dai 5 stelle di aver remato a favore di Airbus invece che sostenere Leonardo. E poi l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, gli ex sindaci di Milano Giuliano Pisapia e Beppe Sala, il già sindaco di Roma, Walter Veltroni, l'ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, persino l'ingegnere Carlo De Benedetti. Ma il rapporto con tra Francia e Pd è ancora più profondo. Lo testimonia bene il circolo dem di Parigi, avamposto transalpino del partito ora in mano a Nicola Zingaretti, tra i centri più animati nella galassia del centrosinistra. A portarlo avanti Maurizio Puppo, Paolo Sartini e Ludovico Franchini, tutti e tre dirigente di azienda in Francia. Franchini lavora per la boutique Capco. C'è anche un sito, Altritaliani.net, con una penisola rovesciata come immagine. Tra le ultime pillole di Puppo si segnala un endorsement per Greta Thunberg, «lei ha ragione e noi abbiamo torto». E ancora. A Milano l'ex segretario provinciale Gabriele Messina è ora alle relazioni esterne di Suez Degremont, colosso francese degli impianti per l'acqua, settore dove i renziani si sono mossi sempre con grande capacità, soprattutto nelle partecipate toscane di controllo pubblico. E poi c'è Lorenzo Bini Smaghi che da anni è al vertice di Soc Gen, la banca che sale e scende da Generali con una certa sintonia rispetto al gruppo Caltagirone dove tra l'altro siede anche la moglie di Bini Smaghi, Veronica De Romanis. L'entourage filo francese per anni ha contato anche Fabrizio Pagani, fino alla tornata precedente capo segreteria tecnica del ministero dell'Economia. Con casa a Parigi, Pagani ha avuto strettissimi rapporti con la Scuola di Sant'Anna e con Andrea De Guttry e ovviamente con Letta. Con il quale, inutile dirlo, ha in comune la passione per il francese, che Pagani ha messo in atto entrando anche nel board di Infravia, il fondo che partecipa il capitale dell'aeroporto di Venezia. Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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