True
2019-03-27
Gozi candidato a Parigi: la quinta colonna francese ora è uscita allo scoperto
Ansa
L'identità sessuale è fluida. La società è fluida. E ora, anche la cittadinanza è fluida grazie a Sandro Gozi, romagnolo di nascita, sammarinese d'elezione, italiano come curriculum politico e da oggi finalmente francese come prossimo europarlamentare dell'amico Emmanuel Macron. Perché ha avuto il sapore e il senso di liberazione di un coming out l'intervista di ieri a Repubblica, con la quale l'ex pupillo di Romano Prodi a Bruxelles ha confermato la candidatura in Francia sotto le insegne di En marche, per le prossime elezioni europee del 26 maggio. Gozi al servizio solo della Repubblica italiana, come da regolare giuramento di governo? Ma su, chi ci hai mai creduto? Paradisi fiscali, euroausterity, migranti, Libia, Fincantieri-Stx, banche, scontro Salvini-Macron. Sui temi che contano, l'ex giovane diplomatico di Sogliano al Rubicone, 51 anni appena compiuti, non ha mai avuto dubbi su quale fronte stare.
E tuttavia, per inquadrare il tipo di prodiano piuttosto atipico (il Professore di Bologna si professa da sempre «cattolico adulto»), poi renziano ma anche gentiloniano, conviene partire dal tema dei diritti civili. Nell'apposito capitoletto del suo sito in italiano e in francese, già pronto per sedurre l'elettore d'Oltralpe, Gozi scrive: «Il trattato di Lisbona con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue ha posto la centralità e l'importanza di riconoscere una serie di diritti personali e civili. È con orgoglio che rivendico i risultati degli ultimi anni e mesi: l'Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, e sono allo studio del parlamento misure sullo ius soli e sul fine vita». E vabbè, ma poi ecco che il bell'uomo si eleva così: «È la contaminazione delle diversità in seno alla società che rappresenta la spinta vitale per un Paese di matrice laica, ma soprattutto libero e democratico».
Fatti i conti con il Gozi da liceo sperimentale, ovvero a indirizzo sociopsicopedagogico, ecco quello che gli archivi di Palazzo Chigi conservano. E cioè, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle politiche europee con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ai tempi del Bullo fiorentino, Gozi era noto per la passione per i viaggi di Stato, che svolgeva sempre con ricco staff. Ma già nel 2014 aveva capito che il suo futuro non era nel Pd e infatti si era fatto la tessera dei radicali. E visto che ha studiato e insegnato a Sciences Po, la medesima università parigina che ha dato riparo a Enrico Letta, il bell'uomo ha portato a casa ben due onorificenze francesi: Cavaliere delle Palme accademiche (2007) e la Legion d'Onore (2014). Però, per completezza, va detto che può vantare anche l'Ordine nazionale al merito di Malta. E visto che siamo in tema di Paesi a fiscalità privilegiata, come non ricordare che è stato per anni l'uomo di fiducia di Prodi nei rapporti con San Marino, ha perorato prima la causa del Titano con l'Italia quando è partito il giro di vite fiscale e poi con l'Ue per ottenere un trattato. Intervistato dal Sole 24 Ore nel 2019, alla domanda «Lei è massone?» rispose così: «Non sono massone e non ho mai fatto affari a San Marino. Ma anche se fossi massone, e non lo sono, e avessi fatto affari a San Marino, e non li ho fatti, le chiedo, qual è il reato?». No, nessun reato, per carità. Ma ad aprile scorso, dopo la trombatura alle elezioni politiche con il Pd nella sua Romagna, il nome di Gozi è circolato sulla stampa sammarinese come possibile nuovo governatore della banca centrale. Quella loro.
In ogni caso, ha fatto bene a volare non solo tanto, ma anche alto, perché alla lunga paga sempre. Alle prossime elezioni sarà catapultato a Strasburgo in quota Eliseo e un privilegio del genere non si conquista in due mesi. Sul tema dei migranti, per esempio, ha sempre espresso posizioni di massima tolleranza. Ma quando Salvini ha osato attaccare Macron sulla condotta della polizia francese, che a Mentone si era comportata come quella ungherese e aveva scorrazzato a caccia di africani per Bardonecchia come fossero a Calais, Gozi ha prontamente impugnato il tricolore. Quello con il blu, però. Dopo l'ultima crisi di febbraio, quando il presidente francese ha incontrato Sergio Mattarella, Gozi ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe veramente andare oltre i suoi errori, ripensare le sue alleanze, uscire dall'isolamento e rilanciare dialogo e cooperazione con la Francia». E del resto, parlando di Libia, mai Gozi disse alcunché potesse dispiacere a Parigi o alle sue compagnie petrolifere. Come sull'Europa e i suoi flagelli, va ricordato che nel 2012 Gozi non solo votò a favore del pareggio di bilancio in Costituzione, ma fu uno dei suoi zelanti profeti per conto di Bruxelles. E naturalmente non fece una piega, anzi, di fronte allo scandalo della sperimentazione del bail in proprio sui clienti delle banche italiane. Non male anche il patriottismo dimostrato nell'intricata vicenda Fincentieri-Stx, quando il colosso di Stato italiano osò comprare dal tribunale fallimentare coreano la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire. I francesi risposero con una nazionalizzazione immediata e Gozi, naturalmente, lavorò per una pace con Parigi che però avrebbe avuto il piccolo effetto di mettere in ginocchio Leonardo di fronte a Naval Group. Non male per un uomo che nei suoi 12 anni da parlamentare ha guadagnato dalla Repubblica italiana oltre 1,6 milioni di euro lordi, ai quali vanno aggiunti anche i circa 513.000 euro dell'indennità di governo. Se non altro, se se lo votano i francesi, noi risparmiamo qualche soldo.
Francesco Bonazzi
Tra i fulminati sulla via della Senna tanti dem e molti dirigenti d’impresa
Ricevere soldi dal Partito democratico e poi candidarsi alle europee con il partito En marche di Emmanuel Macron. È il destino di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei del governo di Matteo Renzi, che pochi mesi fa aveva ricevuto un contratto di consulenza dai gruppi parlamentari dem a Camera e Senato da più di 20.000 euro, creando non poche polemiche al Nazareno, dal momento che ci sono ancora un centinaio di lavoratori in cassa integrazione. Il nome del deputato figura al ventiduesimo posto sui primi trenta candidati della lista Renaissance - Rinascimento, presentata ieri a Parigi. Tra le altre personalità europee candidate in Francia con la lista di Macron, la ginecologa e chirurga greca, Chrysoula Zacharopoulou e Bernard Guetta, in ottava posizione. Poco male, ora Gozi candidandosi con En marche lascerà con tutta probabilità i dem, ma c'è già chi si domanda se manterrà anche le consulenze? «Finché non costruiremo movimenti transnazionali costruire un'Europa democratica sarà impossibile. Il fatto di essere cittadino europeo, italiano, candidato in Francia, con una lista che ospita diverse nazionalità è il modo migliore perché altrimenti la democrazia europea non l'avremo mai», spiega l'ex sottosegretario italiano ora francese a tutti gli effetti. E in particolare Gozi conferma di fatto l'affiatamento tra la sinistra italiana e i cugini transalpini, una storia che va avanti da tanto tempo, da ultimo con la fascinazione nei confronti del presidente francese. En marche è ben radicata in Italia, tramite il responsabile mediterraneo del partito di Macron, ovvero Antoine Arel, quattro anni di esperienza in Enel e ora titolare di Selectra Italia, startup di intermediazione per bollette di gas, luce e internet. C'è un asse di ferro. Lo sanno bene i tanti politici che in questi anni hanno fatto la spola da Roma a Parigi, tutti di area di centrosinistra, dai Ds al Pd, ricevendo persino l'onorificenza della Legion d'onore, per i servizi resi alla Francia. Ci sono anche manager di Stato, come Franco Bassanini, già onorevole e numero uno di Cassa depositi e prestiti, insignito nel 2002 dell'importante onorificenza, per «forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro»: nel 2015 di ritorno da Parigi disse che i francesi ci invidiavano Renzi… La lista di fulminati sulla via della Senna è lunga. C'è chiaramente Enrico Letta, da tempo in esilio, persino l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, accusata più volte dal centrodestra e dai 5 stelle di aver remato a favore di Airbus invece che sostenere Leonardo. E poi l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, gli ex sindaci di Milano Giuliano Pisapia e Beppe Sala, il già sindaco di Roma, Walter Veltroni, l'ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, persino l'ingegnere Carlo De Benedetti. Ma il rapporto con tra Francia e Pd è ancora più profondo. Lo testimonia bene il circolo dem di Parigi, avamposto transalpino del partito ora in mano a Nicola Zingaretti, tra i centri più animati nella galassia del centrosinistra. A portarlo avanti Maurizio Puppo, Paolo Sartini e Ludovico Franchini, tutti e tre dirigente di azienda in Francia. Franchini lavora per la boutique Capco. C'è anche un sito, Altritaliani.net, con una penisola rovesciata come immagine. Tra le ultime pillole di Puppo si segnala un endorsement per Greta Thunberg, «lei ha ragione e noi abbiamo torto».
E ancora. A Milano l'ex segretario provinciale Gabriele Messina è ora alle relazioni esterne di Suez Degremont, colosso francese degli impianti per l'acqua, settore dove i renziani si sono mossi sempre con grande capacità, soprattutto nelle partecipate toscane di controllo pubblico. E poi c'è Lorenzo Bini Smaghi che da anni è al vertice di Soc Gen, la banca che sale e scende da Generali con una certa sintonia rispetto al gruppo Caltagirone dove tra l'altro siede anche la moglie di Bini Smaghi, Veronica De Romanis. L'entourage filo francese per anni ha contato anche Fabrizio Pagani, fino alla tornata precedente capo segreteria tecnica del ministero dell'Economia. Con casa a Parigi, Pagani ha avuto strettissimi rapporti con la Scuola di Sant'Anna e con Andrea De Guttry e ovviamente con Letta. Con il quale, inutile dirlo, ha in comune la passione per il francese, che Pagani ha messo in atto entrando anche nel board di Infravia, il fondo che partecipa il capitale dell'aeroporto di Venezia.
Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold
Continua a leggereRiduci
L'ex sottosegretario di Matteo Renzi correrà alle europee con Emmanuel Macron. Del resto, su migranti, Libia, Fincantieri-Stx e banche si è sempre schierato con Parigi.L'avamposto transalpino del Pd ha solidi rapporti con alcuni colossi industriali. Partecipate pubbliche, giganti delle costruzioni, società finanziarie: ecco chi tifa per Macron & C.Lo speciale contiene due articoliL'identità sessuale è fluida. La società è fluida. E ora, anche la cittadinanza è fluida grazie a Sandro Gozi, romagnolo di nascita, sammarinese d'elezione, italiano come curriculum politico e da oggi finalmente francese come prossimo europarlamentare dell'amico Emmanuel Macron. Perché ha avuto il sapore e il senso di liberazione di un coming out l'intervista di ieri a Repubblica, con la quale l'ex pupillo di Romano Prodi a Bruxelles ha confermato la candidatura in Francia sotto le insegne di En marche, per le prossime elezioni europee del 26 maggio. Gozi al servizio solo della Repubblica italiana, come da regolare giuramento di governo? Ma su, chi ci hai mai creduto? Paradisi fiscali, euroausterity, migranti, Libia, Fincantieri-Stx, banche, scontro Salvini-Macron. Sui temi che contano, l'ex giovane diplomatico di Sogliano al Rubicone, 51 anni appena compiuti, non ha mai avuto dubbi su quale fronte stare. E tuttavia, per inquadrare il tipo di prodiano piuttosto atipico (il Professore di Bologna si professa da sempre «cattolico adulto»), poi renziano ma anche gentiloniano, conviene partire dal tema dei diritti civili. Nell'apposito capitoletto del suo sito in italiano e in francese, già pronto per sedurre l'elettore d'Oltralpe, Gozi scrive: «Il trattato di Lisbona con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue ha posto la centralità e l'importanza di riconoscere una serie di diritti personali e civili. È con orgoglio che rivendico i risultati degli ultimi anni e mesi: l'Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, e sono allo studio del parlamento misure sullo ius soli e sul fine vita». E vabbè, ma poi ecco che il bell'uomo si eleva così: «È la contaminazione delle diversità in seno alla società che rappresenta la spinta vitale per un Paese di matrice laica, ma soprattutto libero e democratico». Fatti i conti con il Gozi da liceo sperimentale, ovvero a indirizzo sociopsicopedagogico, ecco quello che gli archivi di Palazzo Chigi conservano. E cioè, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle politiche europee con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ai tempi del Bullo fiorentino, Gozi era noto per la passione per i viaggi di Stato, che svolgeva sempre con ricco staff. Ma già nel 2014 aveva capito che il suo futuro non era nel Pd e infatti si era fatto la tessera dei radicali. E visto che ha studiato e insegnato a Sciences Po, la medesima università parigina che ha dato riparo a Enrico Letta, il bell'uomo ha portato a casa ben due onorificenze francesi: Cavaliere delle Palme accademiche (2007) e la Legion d'Onore (2014). Però, per completezza, va detto che può vantare anche l'Ordine nazionale al merito di Malta. E visto che siamo in tema di Paesi a fiscalità privilegiata, come non ricordare che è stato per anni l'uomo di fiducia di Prodi nei rapporti con San Marino, ha perorato prima la causa del Titano con l'Italia quando è partito il giro di vite fiscale e poi con l'Ue per ottenere un trattato. Intervistato dal Sole 24 Ore nel 2019, alla domanda «Lei è massone?» rispose così: «Non sono massone e non ho mai fatto affari a San Marino. Ma anche se fossi massone, e non lo sono, e avessi fatto affari a San Marino, e non li ho fatti, le chiedo, qual è il reato?». No, nessun reato, per carità. Ma ad aprile scorso, dopo la trombatura alle elezioni politiche con il Pd nella sua Romagna, il nome di Gozi è circolato sulla stampa sammarinese come possibile nuovo governatore della banca centrale. Quella loro. In ogni caso, ha fatto bene a volare non solo tanto, ma anche alto, perché alla lunga paga sempre. Alle prossime elezioni sarà catapultato a Strasburgo in quota Eliseo e un privilegio del genere non si conquista in due mesi. Sul tema dei migranti, per esempio, ha sempre espresso posizioni di massima tolleranza. Ma quando Salvini ha osato attaccare Macron sulla condotta della polizia francese, che a Mentone si era comportata come quella ungherese e aveva scorrazzato a caccia di africani per Bardonecchia come fossero a Calais, Gozi ha prontamente impugnato il tricolore. Quello con il blu, però. Dopo l'ultima crisi di febbraio, quando il presidente francese ha incontrato Sergio Mattarella, Gozi ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe veramente andare oltre i suoi errori, ripensare le sue alleanze, uscire dall'isolamento e rilanciare dialogo e cooperazione con la Francia». E del resto, parlando di Libia, mai Gozi disse alcunché potesse dispiacere a Parigi o alle sue compagnie petrolifere. Come sull'Europa e i suoi flagelli, va ricordato che nel 2012 Gozi non solo votò a favore del pareggio di bilancio in Costituzione, ma fu uno dei suoi zelanti profeti per conto di Bruxelles. E naturalmente non fece una piega, anzi, di fronte allo scandalo della sperimentazione del bail in proprio sui clienti delle banche italiane. Non male anche il patriottismo dimostrato nell'intricata vicenda Fincentieri-Stx, quando il colosso di Stato italiano osò comprare dal tribunale fallimentare coreano la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire. I francesi risposero con una nazionalizzazione immediata e Gozi, naturalmente, lavorò per una pace con Parigi che però avrebbe avuto il piccolo effetto di mettere in ginocchio Leonardo di fronte a Naval Group. Non male per un uomo che nei suoi 12 anni da parlamentare ha guadagnato dalla Repubblica italiana oltre 1,6 milioni di euro lordi, ai quali vanno aggiunti anche i circa 513.000 euro dell'indennità di governo. Se non altro, se se lo votano i francesi, noi risparmiamo qualche soldo. Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-candidato-a-parigi-la-quinta-colonna-francese-ora-e-uscita-allo-scoperto-2632871814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-i-fulminati-sulla-via-della-senna-tanti-dem-e-molti-dirigenti-dimpresa" data-post-id="2632871814" data-published-at="1775926979" data-use-pagination="False"> Tra i fulminati sulla via della Senna tanti dem e molti dirigenti d’impresa Ricevere soldi dal Partito democratico e poi candidarsi alle europee con il partito En marche di Emmanuel Macron. È il destino di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei del governo di Matteo Renzi, che pochi mesi fa aveva ricevuto un contratto di consulenza dai gruppi parlamentari dem a Camera e Senato da più di 20.000 euro, creando non poche polemiche al Nazareno, dal momento che ci sono ancora un centinaio di lavoratori in cassa integrazione. Il nome del deputato figura al ventiduesimo posto sui primi trenta candidati della lista Renaissance - Rinascimento, presentata ieri a Parigi. Tra le altre personalità europee candidate in Francia con la lista di Macron, la ginecologa e chirurga greca, Chrysoula Zacharopoulou e Bernard Guetta, in ottava posizione. Poco male, ora Gozi candidandosi con En marche lascerà con tutta probabilità i dem, ma c'è già chi si domanda se manterrà anche le consulenze? «Finché non costruiremo movimenti transnazionali costruire un'Europa democratica sarà impossibile. Il fatto di essere cittadino europeo, italiano, candidato in Francia, con una lista che ospita diverse nazionalità è il modo migliore perché altrimenti la democrazia europea non l'avremo mai», spiega l'ex sottosegretario italiano ora francese a tutti gli effetti. E in particolare Gozi conferma di fatto l'affiatamento tra la sinistra italiana e i cugini transalpini, una storia che va avanti da tanto tempo, da ultimo con la fascinazione nei confronti del presidente francese. En marche è ben radicata in Italia, tramite il responsabile mediterraneo del partito di Macron, ovvero Antoine Arel, quattro anni di esperienza in Enel e ora titolare di Selectra Italia, startup di intermediazione per bollette di gas, luce e internet. C'è un asse di ferro. Lo sanno bene i tanti politici che in questi anni hanno fatto la spola da Roma a Parigi, tutti di area di centrosinistra, dai Ds al Pd, ricevendo persino l'onorificenza della Legion d'onore, per i servizi resi alla Francia. Ci sono anche manager di Stato, come Franco Bassanini, già onorevole e numero uno di Cassa depositi e prestiti, insignito nel 2002 dell'importante onorificenza, per «forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro»: nel 2015 di ritorno da Parigi disse che i francesi ci invidiavano Renzi… La lista di fulminati sulla via della Senna è lunga. C'è chiaramente Enrico Letta, da tempo in esilio, persino l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, accusata più volte dal centrodestra e dai 5 stelle di aver remato a favore di Airbus invece che sostenere Leonardo. E poi l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, gli ex sindaci di Milano Giuliano Pisapia e Beppe Sala, il già sindaco di Roma, Walter Veltroni, l'ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, persino l'ingegnere Carlo De Benedetti. Ma il rapporto con tra Francia e Pd è ancora più profondo. Lo testimonia bene il circolo dem di Parigi, avamposto transalpino del partito ora in mano a Nicola Zingaretti, tra i centri più animati nella galassia del centrosinistra. A portarlo avanti Maurizio Puppo, Paolo Sartini e Ludovico Franchini, tutti e tre dirigente di azienda in Francia. Franchini lavora per la boutique Capco. C'è anche un sito, Altritaliani.net, con una penisola rovesciata come immagine. Tra le ultime pillole di Puppo si segnala un endorsement per Greta Thunberg, «lei ha ragione e noi abbiamo torto». E ancora. A Milano l'ex segretario provinciale Gabriele Messina è ora alle relazioni esterne di Suez Degremont, colosso francese degli impianti per l'acqua, settore dove i renziani si sono mossi sempre con grande capacità, soprattutto nelle partecipate toscane di controllo pubblico. E poi c'è Lorenzo Bini Smaghi che da anni è al vertice di Soc Gen, la banca che sale e scende da Generali con una certa sintonia rispetto al gruppo Caltagirone dove tra l'altro siede anche la moglie di Bini Smaghi, Veronica De Romanis. L'entourage filo francese per anni ha contato anche Fabrizio Pagani, fino alla tornata precedente capo segreteria tecnica del ministero dell'Economia. Con casa a Parigi, Pagani ha avuto strettissimi rapporti con la Scuola di Sant'Anna e con Andrea De Guttry e ovviamente con Letta. Con il quale, inutile dirlo, ha in comune la passione per il francese, che Pagani ha messo in atto entrando anche nel board di Infravia, il fondo che partecipa il capitale dell'aeroporto di Venezia. Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
Continua a leggereRiduci
iSrock
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
Continua a leggereRiduci