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2019-03-27
Gozi candidato a Parigi: la quinta colonna francese ora è uscita allo scoperto
Ansa
L'identità sessuale è fluida. La società è fluida. E ora, anche la cittadinanza è fluida grazie a Sandro Gozi, romagnolo di nascita, sammarinese d'elezione, italiano come curriculum politico e da oggi finalmente francese come prossimo europarlamentare dell'amico Emmanuel Macron. Perché ha avuto il sapore e il senso di liberazione di un coming out l'intervista di ieri a Repubblica, con la quale l'ex pupillo di Romano Prodi a Bruxelles ha confermato la candidatura in Francia sotto le insegne di En marche, per le prossime elezioni europee del 26 maggio. Gozi al servizio solo della Repubblica italiana, come da regolare giuramento di governo? Ma su, chi ci hai mai creduto? Paradisi fiscali, euroausterity, migranti, Libia, Fincantieri-Stx, banche, scontro Salvini-Macron. Sui temi che contano, l'ex giovane diplomatico di Sogliano al Rubicone, 51 anni appena compiuti, non ha mai avuto dubbi su quale fronte stare.
E tuttavia, per inquadrare il tipo di prodiano piuttosto atipico (il Professore di Bologna si professa da sempre «cattolico adulto»), poi renziano ma anche gentiloniano, conviene partire dal tema dei diritti civili. Nell'apposito capitoletto del suo sito in italiano e in francese, già pronto per sedurre l'elettore d'Oltralpe, Gozi scrive: «Il trattato di Lisbona con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue ha posto la centralità e l'importanza di riconoscere una serie di diritti personali e civili. È con orgoglio che rivendico i risultati degli ultimi anni e mesi: l'Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, e sono allo studio del parlamento misure sullo ius soli e sul fine vita». E vabbè, ma poi ecco che il bell'uomo si eleva così: «È la contaminazione delle diversità in seno alla società che rappresenta la spinta vitale per un Paese di matrice laica, ma soprattutto libero e democratico».
Fatti i conti con il Gozi da liceo sperimentale, ovvero a indirizzo sociopsicopedagogico, ecco quello che gli archivi di Palazzo Chigi conservano. E cioè, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle politiche europee con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ai tempi del Bullo fiorentino, Gozi era noto per la passione per i viaggi di Stato, che svolgeva sempre con ricco staff. Ma già nel 2014 aveva capito che il suo futuro non era nel Pd e infatti si era fatto la tessera dei radicali. E visto che ha studiato e insegnato a Sciences Po, la medesima università parigina che ha dato riparo a Enrico Letta, il bell'uomo ha portato a casa ben due onorificenze francesi: Cavaliere delle Palme accademiche (2007) e la Legion d'Onore (2014). Però, per completezza, va detto che può vantare anche l'Ordine nazionale al merito di Malta. E visto che siamo in tema di Paesi a fiscalità privilegiata, come non ricordare che è stato per anni l'uomo di fiducia di Prodi nei rapporti con San Marino, ha perorato prima la causa del Titano con l'Italia quando è partito il giro di vite fiscale e poi con l'Ue per ottenere un trattato. Intervistato dal Sole 24 Ore nel 2019, alla domanda «Lei è massone?» rispose così: «Non sono massone e non ho mai fatto affari a San Marino. Ma anche se fossi massone, e non lo sono, e avessi fatto affari a San Marino, e non li ho fatti, le chiedo, qual è il reato?». No, nessun reato, per carità. Ma ad aprile scorso, dopo la trombatura alle elezioni politiche con il Pd nella sua Romagna, il nome di Gozi è circolato sulla stampa sammarinese come possibile nuovo governatore della banca centrale. Quella loro.
In ogni caso, ha fatto bene a volare non solo tanto, ma anche alto, perché alla lunga paga sempre. Alle prossime elezioni sarà catapultato a Strasburgo in quota Eliseo e un privilegio del genere non si conquista in due mesi. Sul tema dei migranti, per esempio, ha sempre espresso posizioni di massima tolleranza. Ma quando Salvini ha osato attaccare Macron sulla condotta della polizia francese, che a Mentone si era comportata come quella ungherese e aveva scorrazzato a caccia di africani per Bardonecchia come fossero a Calais, Gozi ha prontamente impugnato il tricolore. Quello con il blu, però. Dopo l'ultima crisi di febbraio, quando il presidente francese ha incontrato Sergio Mattarella, Gozi ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe veramente andare oltre i suoi errori, ripensare le sue alleanze, uscire dall'isolamento e rilanciare dialogo e cooperazione con la Francia». E del resto, parlando di Libia, mai Gozi disse alcunché potesse dispiacere a Parigi o alle sue compagnie petrolifere. Come sull'Europa e i suoi flagelli, va ricordato che nel 2012 Gozi non solo votò a favore del pareggio di bilancio in Costituzione, ma fu uno dei suoi zelanti profeti per conto di Bruxelles. E naturalmente non fece una piega, anzi, di fronte allo scandalo della sperimentazione del bail in proprio sui clienti delle banche italiane. Non male anche il patriottismo dimostrato nell'intricata vicenda Fincentieri-Stx, quando il colosso di Stato italiano osò comprare dal tribunale fallimentare coreano la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire. I francesi risposero con una nazionalizzazione immediata e Gozi, naturalmente, lavorò per una pace con Parigi che però avrebbe avuto il piccolo effetto di mettere in ginocchio Leonardo di fronte a Naval Group. Non male per un uomo che nei suoi 12 anni da parlamentare ha guadagnato dalla Repubblica italiana oltre 1,6 milioni di euro lordi, ai quali vanno aggiunti anche i circa 513.000 euro dell'indennità di governo. Se non altro, se se lo votano i francesi, noi risparmiamo qualche soldo.
Francesco Bonazzi
Tra i fulminati sulla via della Senna tanti dem e molti dirigenti d’impresa
Ricevere soldi dal Partito democratico e poi candidarsi alle europee con il partito En marche di Emmanuel Macron. È il destino di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei del governo di Matteo Renzi, che pochi mesi fa aveva ricevuto un contratto di consulenza dai gruppi parlamentari dem a Camera e Senato da più di 20.000 euro, creando non poche polemiche al Nazareno, dal momento che ci sono ancora un centinaio di lavoratori in cassa integrazione. Il nome del deputato figura al ventiduesimo posto sui primi trenta candidati della lista Renaissance - Rinascimento, presentata ieri a Parigi. Tra le altre personalità europee candidate in Francia con la lista di Macron, la ginecologa e chirurga greca, Chrysoula Zacharopoulou e Bernard Guetta, in ottava posizione. Poco male, ora Gozi candidandosi con En marche lascerà con tutta probabilità i dem, ma c'è già chi si domanda se manterrà anche le consulenze? «Finché non costruiremo movimenti transnazionali costruire un'Europa democratica sarà impossibile. Il fatto di essere cittadino europeo, italiano, candidato in Francia, con una lista che ospita diverse nazionalità è il modo migliore perché altrimenti la democrazia europea non l'avremo mai», spiega l'ex sottosegretario italiano ora francese a tutti gli effetti. E in particolare Gozi conferma di fatto l'affiatamento tra la sinistra italiana e i cugini transalpini, una storia che va avanti da tanto tempo, da ultimo con la fascinazione nei confronti del presidente francese. En marche è ben radicata in Italia, tramite il responsabile mediterraneo del partito di Macron, ovvero Antoine Arel, quattro anni di esperienza in Enel e ora titolare di Selectra Italia, startup di intermediazione per bollette di gas, luce e internet. C'è un asse di ferro. Lo sanno bene i tanti politici che in questi anni hanno fatto la spola da Roma a Parigi, tutti di area di centrosinistra, dai Ds al Pd, ricevendo persino l'onorificenza della Legion d'onore, per i servizi resi alla Francia. Ci sono anche manager di Stato, come Franco Bassanini, già onorevole e numero uno di Cassa depositi e prestiti, insignito nel 2002 dell'importante onorificenza, per «forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro»: nel 2015 di ritorno da Parigi disse che i francesi ci invidiavano Renzi… La lista di fulminati sulla via della Senna è lunga. C'è chiaramente Enrico Letta, da tempo in esilio, persino l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, accusata più volte dal centrodestra e dai 5 stelle di aver remato a favore di Airbus invece che sostenere Leonardo. E poi l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, gli ex sindaci di Milano Giuliano Pisapia e Beppe Sala, il già sindaco di Roma, Walter Veltroni, l'ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, persino l'ingegnere Carlo De Benedetti. Ma il rapporto con tra Francia e Pd è ancora più profondo. Lo testimonia bene il circolo dem di Parigi, avamposto transalpino del partito ora in mano a Nicola Zingaretti, tra i centri più animati nella galassia del centrosinistra. A portarlo avanti Maurizio Puppo, Paolo Sartini e Ludovico Franchini, tutti e tre dirigente di azienda in Francia. Franchini lavora per la boutique Capco. C'è anche un sito, Altritaliani.net, con una penisola rovesciata come immagine. Tra le ultime pillole di Puppo si segnala un endorsement per Greta Thunberg, «lei ha ragione e noi abbiamo torto».
E ancora. A Milano l'ex segretario provinciale Gabriele Messina è ora alle relazioni esterne di Suez Degremont, colosso francese degli impianti per l'acqua, settore dove i renziani si sono mossi sempre con grande capacità, soprattutto nelle partecipate toscane di controllo pubblico. E poi c'è Lorenzo Bini Smaghi che da anni è al vertice di Soc Gen, la banca che sale e scende da Generali con una certa sintonia rispetto al gruppo Caltagirone dove tra l'altro siede anche la moglie di Bini Smaghi, Veronica De Romanis. L'entourage filo francese per anni ha contato anche Fabrizio Pagani, fino alla tornata precedente capo segreteria tecnica del ministero dell'Economia. Con casa a Parigi, Pagani ha avuto strettissimi rapporti con la Scuola di Sant'Anna e con Andrea De Guttry e ovviamente con Letta. Con il quale, inutile dirlo, ha in comune la passione per il francese, che Pagani ha messo in atto entrando anche nel board di Infravia, il fondo che partecipa il capitale dell'aeroporto di Venezia.
Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold
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L'ex sottosegretario di Matteo Renzi correrà alle europee con Emmanuel Macron. Del resto, su migranti, Libia, Fincantieri-Stx e banche si è sempre schierato con Parigi.L'avamposto transalpino del Pd ha solidi rapporti con alcuni colossi industriali. Partecipate pubbliche, giganti delle costruzioni, società finanziarie: ecco chi tifa per Macron & C.Lo speciale contiene due articoliL'identità sessuale è fluida. La società è fluida. E ora, anche la cittadinanza è fluida grazie a Sandro Gozi, romagnolo di nascita, sammarinese d'elezione, italiano come curriculum politico e da oggi finalmente francese come prossimo europarlamentare dell'amico Emmanuel Macron. Perché ha avuto il sapore e il senso di liberazione di un coming out l'intervista di ieri a Repubblica, con la quale l'ex pupillo di Romano Prodi a Bruxelles ha confermato la candidatura in Francia sotto le insegne di En marche, per le prossime elezioni europee del 26 maggio. Gozi al servizio solo della Repubblica italiana, come da regolare giuramento di governo? Ma su, chi ci hai mai creduto? Paradisi fiscali, euroausterity, migranti, Libia, Fincantieri-Stx, banche, scontro Salvini-Macron. Sui temi che contano, l'ex giovane diplomatico di Sogliano al Rubicone, 51 anni appena compiuti, non ha mai avuto dubbi su quale fronte stare. E tuttavia, per inquadrare il tipo di prodiano piuttosto atipico (il Professore di Bologna si professa da sempre «cattolico adulto»), poi renziano ma anche gentiloniano, conviene partire dal tema dei diritti civili. Nell'apposito capitoletto del suo sito in italiano e in francese, già pronto per sedurre l'elettore d'Oltralpe, Gozi scrive: «Il trattato di Lisbona con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue ha posto la centralità e l'importanza di riconoscere una serie di diritti personali e civili. È con orgoglio che rivendico i risultati degli ultimi anni e mesi: l'Italia ha approvato una legge sulle unioni civili, e sono allo studio del parlamento misure sullo ius soli e sul fine vita». E vabbè, ma poi ecco che il bell'uomo si eleva così: «È la contaminazione delle diversità in seno alla società che rappresenta la spinta vitale per un Paese di matrice laica, ma soprattutto libero e democratico». Fatti i conti con il Gozi da liceo sperimentale, ovvero a indirizzo sociopsicopedagogico, ecco quello che gli archivi di Palazzo Chigi conservano. E cioè, che è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega alle politiche europee con Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Ai tempi del Bullo fiorentino, Gozi era noto per la passione per i viaggi di Stato, che svolgeva sempre con ricco staff. Ma già nel 2014 aveva capito che il suo futuro non era nel Pd e infatti si era fatto la tessera dei radicali. E visto che ha studiato e insegnato a Sciences Po, la medesima università parigina che ha dato riparo a Enrico Letta, il bell'uomo ha portato a casa ben due onorificenze francesi: Cavaliere delle Palme accademiche (2007) e la Legion d'Onore (2014). Però, per completezza, va detto che può vantare anche l'Ordine nazionale al merito di Malta. E visto che siamo in tema di Paesi a fiscalità privilegiata, come non ricordare che è stato per anni l'uomo di fiducia di Prodi nei rapporti con San Marino, ha perorato prima la causa del Titano con l'Italia quando è partito il giro di vite fiscale e poi con l'Ue per ottenere un trattato. Intervistato dal Sole 24 Ore nel 2019, alla domanda «Lei è massone?» rispose così: «Non sono massone e non ho mai fatto affari a San Marino. Ma anche se fossi massone, e non lo sono, e avessi fatto affari a San Marino, e non li ho fatti, le chiedo, qual è il reato?». No, nessun reato, per carità. Ma ad aprile scorso, dopo la trombatura alle elezioni politiche con il Pd nella sua Romagna, il nome di Gozi è circolato sulla stampa sammarinese come possibile nuovo governatore della banca centrale. Quella loro. In ogni caso, ha fatto bene a volare non solo tanto, ma anche alto, perché alla lunga paga sempre. Alle prossime elezioni sarà catapultato a Strasburgo in quota Eliseo e un privilegio del genere non si conquista in due mesi. Sul tema dei migranti, per esempio, ha sempre espresso posizioni di massima tolleranza. Ma quando Salvini ha osato attaccare Macron sulla condotta della polizia francese, che a Mentone si era comportata come quella ungherese e aveva scorrazzato a caccia di africani per Bardonecchia come fossero a Calais, Gozi ha prontamente impugnato il tricolore. Quello con il blu, però. Dopo l'ultima crisi di febbraio, quando il presidente francese ha incontrato Sergio Mattarella, Gozi ha dichiarato: «Il governo italiano dovrebbe veramente andare oltre i suoi errori, ripensare le sue alleanze, uscire dall'isolamento e rilanciare dialogo e cooperazione con la Francia». E del resto, parlando di Libia, mai Gozi disse alcunché potesse dispiacere a Parigi o alle sue compagnie petrolifere. Come sull'Europa e i suoi flagelli, va ricordato che nel 2012 Gozi non solo votò a favore del pareggio di bilancio in Costituzione, ma fu uno dei suoi zelanti profeti per conto di Bruxelles. E naturalmente non fece una piega, anzi, di fronte allo scandalo della sperimentazione del bail in proprio sui clienti delle banche italiane. Non male anche il patriottismo dimostrato nell'intricata vicenda Fincentieri-Stx, quando il colosso di Stato italiano osò comprare dal tribunale fallimentare coreano la maggioranza dei cantieri di Saint Nazaire. I francesi risposero con una nazionalizzazione immediata e Gozi, naturalmente, lavorò per una pace con Parigi che però avrebbe avuto il piccolo effetto di mettere in ginocchio Leonardo di fronte a Naval Group. Non male per un uomo che nei suoi 12 anni da parlamentare ha guadagnato dalla Repubblica italiana oltre 1,6 milioni di euro lordi, ai quali vanno aggiunti anche i circa 513.000 euro dell'indennità di governo. Se non altro, se se lo votano i francesi, noi risparmiamo qualche soldo. Francesco Bonazzi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gozi-candidato-a-parigi-la-quinta-colonna-francese-ora-e-uscita-allo-scoperto-2632871814.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tra-i-fulminati-sulla-via-della-senna-tanti-dem-e-molti-dirigenti-dimpresa" data-post-id="2632871814" data-published-at="1782238361" data-use-pagination="False"> Tra i fulminati sulla via della Senna tanti dem e molti dirigenti d’impresa Ricevere soldi dal Partito democratico e poi candidarsi alle europee con il partito En marche di Emmanuel Macron. È il destino di Sandro Gozi, ex sottosegretario agli Affari europei del governo di Matteo Renzi, che pochi mesi fa aveva ricevuto un contratto di consulenza dai gruppi parlamentari dem a Camera e Senato da più di 20.000 euro, creando non poche polemiche al Nazareno, dal momento che ci sono ancora un centinaio di lavoratori in cassa integrazione. Il nome del deputato figura al ventiduesimo posto sui primi trenta candidati della lista Renaissance - Rinascimento, presentata ieri a Parigi. Tra le altre personalità europee candidate in Francia con la lista di Macron, la ginecologa e chirurga greca, Chrysoula Zacharopoulou e Bernard Guetta, in ottava posizione. Poco male, ora Gozi candidandosi con En marche lascerà con tutta probabilità i dem, ma c'è già chi si domanda se manterrà anche le consulenze? «Finché non costruiremo movimenti transnazionali costruire un'Europa democratica sarà impossibile. Il fatto di essere cittadino europeo, italiano, candidato in Francia, con una lista che ospita diverse nazionalità è il modo migliore perché altrimenti la democrazia europea non l'avremo mai», spiega l'ex sottosegretario italiano ora francese a tutti gli effetti. E in particolare Gozi conferma di fatto l'affiatamento tra la sinistra italiana e i cugini transalpini, una storia che va avanti da tanto tempo, da ultimo con la fascinazione nei confronti del presidente francese. En marche è ben radicata in Italia, tramite il responsabile mediterraneo del partito di Macron, ovvero Antoine Arel, quattro anni di esperienza in Enel e ora titolare di Selectra Italia, startup di intermediazione per bollette di gas, luce e internet. C'è un asse di ferro. Lo sanno bene i tanti politici che in questi anni hanno fatto la spola da Roma a Parigi, tutti di area di centrosinistra, dai Ds al Pd, ricevendo persino l'onorificenza della Legion d'onore, per i servizi resi alla Francia. Ci sono anche manager di Stato, come Franco Bassanini, già onorevole e numero uno di Cassa depositi e prestiti, insignito nel 2002 dell'importante onorificenza, per «forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro»: nel 2015 di ritorno da Parigi disse che i francesi ci invidiavano Renzi… La lista di fulminati sulla via della Senna è lunga. C'è chiaramente Enrico Letta, da tempo in esilio, persino l'ex ministro della Difesa Roberta Pinotti, accusata più volte dal centrodestra e dai 5 stelle di aver remato a favore di Airbus invece che sostenere Leonardo. E poi l'ex presidente del Consiglio Romano Prodi, gli ex sindaci di Milano Giuliano Pisapia e Beppe Sala, il già sindaco di Roma, Walter Veltroni, l'ex ministro dei Beni culturali Giovanna Melandri, persino l'ingegnere Carlo De Benedetti. Ma il rapporto con tra Francia e Pd è ancora più profondo. Lo testimonia bene il circolo dem di Parigi, avamposto transalpino del partito ora in mano a Nicola Zingaretti, tra i centri più animati nella galassia del centrosinistra. A portarlo avanti Maurizio Puppo, Paolo Sartini e Ludovico Franchini, tutti e tre dirigente di azienda in Francia. Franchini lavora per la boutique Capco. C'è anche un sito, Altritaliani.net, con una penisola rovesciata come immagine. Tra le ultime pillole di Puppo si segnala un endorsement per Greta Thunberg, «lei ha ragione e noi abbiamo torto». E ancora. A Milano l'ex segretario provinciale Gabriele Messina è ora alle relazioni esterne di Suez Degremont, colosso francese degli impianti per l'acqua, settore dove i renziani si sono mossi sempre con grande capacità, soprattutto nelle partecipate toscane di controllo pubblico. E poi c'è Lorenzo Bini Smaghi che da anni è al vertice di Soc Gen, la banca che sale e scende da Generali con una certa sintonia rispetto al gruppo Caltagirone dove tra l'altro siede anche la moglie di Bini Smaghi, Veronica De Romanis. L'entourage filo francese per anni ha contato anche Fabrizio Pagani, fino alla tornata precedente capo segreteria tecnica del ministero dell'Economia. Con casa a Parigi, Pagani ha avuto strettissimi rapporti con la Scuola di Sant'Anna e con Andrea De Guttry e ovviamente con Letta. Con il quale, inutile dirlo, ha in comune la passione per il francese, che Pagani ha messo in atto entrando anche nel board di Infravia, il fondo che partecipa il capitale dell'aeroporto di Venezia. Claudio Antonelli e Alessandro Da Rold
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
Il ministro del Lavoro Marina Calderone
Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, il ministro del Lavoro Marina Calderone ha fatto il punto su salari, formazione e occupazione sul palco de Il giorno della Verità.
Salari, formazione e occupazione. Questi i temi fondamentali toccati dal ministro del Lavoro Marina Calderone, intervistata dal direttore Maurizio Belpietro in occasione de Il giorno della Verità.
Belpietro menziona innanzitutto i dati estremamente positivi sulla disoccupazione al 5,1% (ai minimi dal 2004). Questi risultati, secondo Calderone, derivano da tutto un insieme di fattori che funzionano, ma soprattutto dalla fiducia che le imprese hanno riacquisito grazie alla stabilità del governo Meloni. «Questo fattore è davvero importante quando un imprenditore vuole costruire qualcosa». Inoltre, afferma il ministro con orgoglio «sono in crescita i contratti a tempo indeterminato. Non è vero, come dicono le opposizioni, che il lavoro è precario. Quest'ultimo rappresenta una percentuale normale, che deriva dai periodi dell'anno in cui le aziende hanno bisogno di una certa flessibilità».
I quattro anni di governo, dunque «sono stati anni di dati positivi, costruiti gradualmente, numero su numero. Il governo, ora, deve continuare a dare fiducia e stabilità, a costruire norme che irrobustiscano il lavoro e diano prospettive ai giovani. Le condizioni del nostro mercato del lavoro ci permettono di tenere cinque generazioni diverse a lavorare. Il problema, invece, è trovare lavoratori per le aziende che li richiedono. Ma non bisogna alimentare la competizione fra giovani e anziani. Occorre far entrare prima i giovani nel mondo del lavoro».
Sul fronte dell’occupazione giovanile, Calderone si ritiene soddisfatta del fatto che negli ultimi anni la percentuale dei giovani che non lavorano si sia ridotta sensibilmente, mentre è aumentata quella delle giovani donne che lavorano. Un altro elemento positivo è il cambiamento della mentalità delle famiglie italiane: un tempo si insegnava che bisognava privilegiare i licei, mentre l’istituto professionale era considerato di Serie C. Ora, al contrario, i dati dimostrano che chi fa studi professionali ha possibilità molto elevate di trovare lavoro. Bisogna dunque spiegare ai giovani queste opportunità, al fine di valorizzare talenti diversi».
Stimolata sul tema dell'impresa privata dal direttore Belpietro, il ministro spiega che «esiste un percorso di adattamento a crisi profonde come è stato il Covid. Era già successo nel 2008 e 2010, quando c’era stata la bolla economica e il mondo del lavoro si era fermato. Per farlo ripartire ci vogliono anni. A ogni modo, negli ultimi due anni, l'Italia, anche a livello di salari, è cresciuta molto più di altri Paesi europei».
L'ultimo tema affrontato è quello delIa denatalità e dell'intelligenza artificiale, che potrebbero mettere a rischio l'occupazione e l'Inps. Su questo tema, tuttavia, Calderone ha rassicurato, citando il Rapporto fine mandato consiglio vigilanza dell’Inps: «I conti sono in equilibrio, ma bisogna accompagnare la dinamica demografica che purtroppo non gioca a nostro favore. Bisogna far crescere i montanti contributivi, riducendo gli interventi a sostegno del reddito e trasformando le ore di cassa integrazione in ore di lavoro. Così facendo avremo la possibilità di sostenere il sistema delle pensioni».
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Al «Giorno della Verità» Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma; Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A; e Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, si sono confrontati sul ruolo delle infrastrutture strategiche tra sicurezza energetica, sostenibilità e innovazione tecnologica. Al centro del dibattito aeroporti, reti energetiche, gestione dell’acqua e intelligenza artificiale.
Sicurezza energetica, infrastrutture strategiche e innovazione tecnologica sono stati i temi al centro del panel Le reti della sovranità – Infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi, moderato dalla giornalista Rai Manuela Moreno al «Giorno della Verità».
Andrea Giordano, Chief Infrastructure Officer di Aeroporti di Roma, ha illustrato il percorso di sostenibilità intrapreso dal gruppo, spiegando come la decarbonizzazione rappresenti non soltanto un obiettivo ambientale ma un approccio strutturale allo sviluppo delle infrastrutture aeroportuali.
Tra gli interventi già realizzati, Giordano ha ricordato l’installazione di oltre 55.000 pannelli fotovoltaici nell’area di Fiumicino, visibili anche durante le fasi di atterraggio. Un investimento che rientra nella strategia di riduzione delle emissioni e che viene sostenuto attraverso strumenti di finanza sostenibile.
Lo stesso manager ha poi affrontato il tema dello sviluppo dello scalo romano, evidenziando come il traffico dell’aeroporto cresca mediamente del 3% ogni anno. Secondo le previsioni di Aeroporti di Roma, dopo il 2040 Fiumicino potrebbe superare la soglia dei 100 milioni di passeggeri annui.
In questo quadro si inserisce il progetto di una nuova pista, che secondo Giordano potrebbe generare una ricaduta economica stimata in circa 18 miliardi di euro e migliaia di nuovi posti di lavoro. Una prospettiva che si lega anche alla crescente competizione con altri grandi hub internazionali del Mediterraneo e d’Europa, da Istanbul a Barcellona fino a Londra.
Sul fronte della sicurezza delle infrastrutture è intervenuto Luis Alejandro Gonzalez Naranjo, direttore generale di Acea Acqua, che ha sottolineato come oggi la protezione delle reti non possa più essere considerata soltanto in termini fisici.
«La sicurezza ha ormai anche una dimensione digitale», ha spiegato, soffermandosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella gestione delle infrastrutture idriche. Secondo Naranjo, le nuove tecnologie consentono di passare da un approccio reattivo a uno preventivo, grazie alla capacità di monitorare i sistemi, individuare anomalie e segnalare possibili criticità prima che si trasformino in guasti o interruzioni del servizio.
In collegamento video è intervenuto anche Lorenzo Giussani, Direttore Strategy and Growth di A2A, che ha affrontato il tema dell’autonomia energetica. Secondo Giussani, l’obiettivo deve essere quello di rendere il sistema energetico meno esposto a condizionamenti esterni e più resiliente rispetto alle crisi.
Per raggiungere questo risultato, ha osservato, occorre puntare sulle fonti rinnovabili, che oggi presentano costi inferiori rispetto a quelle fossili, ma che necessitano di infrastrutture e investimenti adeguati per garantire stabilità e continuità della produzione.
Dal confronto è emersa una visione comune: infrastrutture moderne, innovazione tecnologica e investimenti rappresentano elementi essenziali per rafforzare la competitività del Paese e affrontare le sfide energetiche e industriali dei prossimi anni.
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