Golden power, Unicredit spera nei dubbi Ue
Andrea Orcel (Ansa)
  • Lettera dell’Europa: «I vincoli sull’offerta Bpm potrebbero violare le norme». Salvini: «Si occupino di cose serie invece di romperci le scatole». Palazzo Chigi: «Risponderemo ai chiarimenti richiesti». Partita sempre più politica. Possibile la procedura di infrazione.
  • L’ad di Mediobanca, Alberto Nagel, commenta l’Ops di Mps: «Operazione non standard per molte anomalie come il ruolo dell’esecutivo».

Lo speciale contiene due articoli.

Altro che spread e tassi Bce. Il vero copione dell’estate 2025 è offerto dal risiko bancario made in Italy, con una partita ad altissima tensione tra titani della finanza, mosse di Palazzo, incursioni europee e retroscena politici. Al centro l’affondo di Unicredit su Banco Bpm. Una mossa ambiziosa, inevitabilmente sensibile, che ha fatto scattare il golden power del governo. Ma ora a suonare il campanello è Bruxelles. E l’eco del possibile scontro istituzionale è tutt’altro che ovattata.

La Commissione europea ha infatti sollevato dubbi formali sul ricorso al golden power, lo scudo normativo che consente al governo italiano di intervenire a difesa degli asset strategici nazionali. Secondo gli euroburocrati l’intervento di Palazzo Chigi può configurarsi come una violazione delle regole sulla concorrenza e sulla libera circolazione dei capitali. Una possibile «interferenza» che potrebbe far scattare una procedura d’infrazione.

Ma davvero l’Ue può permettersi, oggi, di entrare a gamba tesa su una questione così calda e complessa, in un momento di tensioni politiche latenti (e neanche troppo) tra Roma e Bruxelles? Può farlo dopo quello che è successo in Germania dove il ministro delle finanze tedesco Lars Klingbeil chiede proprio a Unicredit di «fare un passo indietro» e lasciar perdere la scalata a Commerzbank? Oppure dopo quello che è successo in Spagna con il governo Sánchez intervenuto nella partita fra Bbva e Sabadell? Le banche non sono aziende come le altre e come tali vanno tutelate. Anche perché, come sappiamo, va tutto bene finché i conti sono in ordine (e gli amministratori staccano ricchi bonus). Ma in caso di dissesti l’intervento dei governi viene chiesto a gran voce e i soldi dei contribuenti utilizzati a piene mani.

Palazzo Chigi, per ora, gioca di sponda e risponde alla Commissione con una nota secca quanto diplomatica: «Siamo pronti a rispondere punto per punto». Tradotto: nessun passo indietro. Resistere. Difendere la sovranità economica – e, diciamolo pure – politica, del Paese. Perché è evidente a tutti che dietro allo scontro tecnico giace una partita ben più profonda, dai contorni appunto squisitamente politici.

Non bastasse Bruxelles, ci si mette anche la geografia politica interna a rendere tutto più incandescente. Matteo Salvini difende a spada tratta il golden power e l’interventismo nazionale. Invita la Ue a occuparsi di cose importanti come i dazi e lasciar stare il resto: «Non deve rompere le scatole al governo italiano su balneari, spiagge, motorini, auto elettriche e banche. Si occupi di poche cose, serie e lo faccia bene». Antonio Tajani predica prudenza, sottolineando come la vicenda vada maneggiata con cautela per evitare scossoni istituzionali e danni reputazionali nel rapporto con l’Europa.

Un cortocircuito dentro la maggioranza che rischia di trasformare la fusione tra Unicredit e Banco Bpm non solo in un affare di mercato, ma nel vero spartiacque politico dell’estate.

Eppure la vera domanda è: ma la Commissione europea ha davvero titolo per entrare a piedi uniti su una scelta che riguarda gli interessi strategici nazionali? E quanto può ancora permettersi di agire come arbitro in una Ue sempre più frastagliata, dove i confini tra sovranità e regole comunitarie sono ormai un campo minato?

Molti osservatori, anche tra i non sospettabili di euroscetticismo, iniziano a chiederselo con tono meno sommesso. Non è forse il caso che Bruxelles, in questo frangente, si faccia da parte? O almeno rifletta prima di agitare lo spettro della procedura d’infrazione, con il rischio concreto di innescare una nuova ondata di tensione istituzionale proprio mentre l’Europa cerca una difficile intesa sulla risposta da dare agli Usa in tema di dazi?

Eppure, se c’è una lezione che la storia recente ci ha lasciato, è che un Paese senza controllo sulle sue banche è un Paese debole. E in una fase in cui le sfide finanziarie si moltiplicano, la sovranità – anche bancaria – non è una bestemmia, ma una necessità. Se poi questo dà fastidio a chi, in Europa, si è abituato a comandare senza contraddittorio, beh, è un problema loro. Che se lo tengano. Il dossier Unicredit-Bpm è ben più di una fusione: è uno stress test della politica industriale italiana, una cartina al tornasole dei rapporti tra Roma e Bruxelles. E, soprattutto, è il simbolo di una questione che non si può più evitare: vogliamo un’Europa dei popoli, dei diritti e delle opportunità, o un’Europa che fa la maestrina e punisce chi non si adegua?

La Borsa però lascia tutti questi temi fuori dalla porta. Banco Bpm ieri è stata una delle migliori blue chips del mercato con un rialzo del 5,19% a 10,5 euro. Più composto l’andamento di Unicredit che ha guadagnato lo 0,52% a 58,24. L’Ops in questo momento è a sconto del 9% e i soci di Bpm non hanno nessun interesse all’Ops: infatti le adesioni sono ferme allo 0,14%.

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