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2020-02-28
Gli immigrati della Sea Watch nella caserma delle fughe. E gli attivisti fanno le vittime
Sea Watch (Ansa)
Nonostante il «niet» del governatore siciliano Nello Musumeci la Sea Watch 3 attracca al porto di Messina con i suoi 194 migranti, tra cui 19 donne e 31 minori, tirati a bordo nei giorni scorsi dai volontari della Ong tedesca al largo della Libia. Musumeci aveva comunicato al premier Giuseppe Conte che la caserma individuata per ospitare i migranti in quarantena, la Gasparro di rione Bisconte, non era adeguata. La caserma, trasformata in centro d'accoglienza, presenta diverse vie di fuga e, infatti, in passato gli immigrati si sono volatilizzati a decine. E a dicembre 2018 ci fu addirittura una incontenibile fuga di massa.
«In un contesto di allarme come quello attuale», aveva affermato Musumeci riferendosi all'allerta coronavirus «suona come una sfida al popolo siciliano pensare di fare sbarcare altri 194 migranti in Sicilia». E lo schiaffo è arrivato.
Per precauzione contro il coronavirus, Musumeci aveva sottolineato le «criticità igienico sanitarie» legate all'accoglienza dei migranti. Il governatore siciliano chiedeva quindi di effettuare la quarantena a bordo della nave o, in alternativa, cercare un altro porto. Nisba. Alle 14.30 di ieri gli immigrati sono sbarcati a Messina. Ai primi controlli nessuno di loro presentava evidenti patologie o febbre. Ma il coronavirus ha un periodo di incubazione e al momento non è certo che tra gli immigrati scaricati dalla Sea Watch 3 non ci siano contagiati. È stata disposta quindi la quarantena nella caserma delle fughe per gli immigrati e a bordo della nave per i membri dell'equipaggio. Gli attivisti dell'Ong tedesca hanno subito inscenato una protesta. E, con una nota, hanno polemizzato: «Le autorità hanno annunciato un periodo di quarantena: a terra per le persone soccorse, a bordo per l'equipaggio. Nel rispetto delle precauzioni sanitarie adottate, riteniamo discriminatoria l'applicazione esclusiva della misura a navi di organizzazioni non governative». Come se per le Ong ci fosse un salvacondotto anche per il coronavirus.
Il leader del Carroccio Matteo Salvini è stato molto duro con la maggioranza giallorossa, ricordando lo stop, che era stato deciso proprio dal governo il 24 febbraio, al corridoio umanitario col Niger. E ha evidenziato tutte le contraddizioni: «Lo stesso governo che dall'inizio dell'anno ha spalancato i porti per 2.359 immigrati (contro i 262 dello stesso periodo di un anno fa), ha bloccato un corridoio umanitario che prevedeva l'arrivo di 66 profughi dal Niger». Per le Ong, invece, niente stop: «In Italia, con questo governo», ha affermato Salvini, «le Organizzazioni non governative sono sempre al di sopra della legge. Decidono dove e quando sbarcare, possono speronare i finanzieri senza conseguenze, vengono addirittura invitate al Viminale, pretendono la cancellazione dei Decreti sicurezza e portano centinaia di immigrati senza alcuna restrizione. Il governo è succube delle Ong, è complicità o incapacità?». E addirittura il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che in passato ha concesso la cittadinanza onoraria all'equipaggio della Sea Watch, chiedeva misure maggiori: «Vi è una necessità di isolamento precauzionale di tutte le persone a bordo per la tutela loro o di chi è a terra? Se vi è (e lo dicano gli esperti in materia e all'Usmaf, l'Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera), si valuti se tale isolamento può essere fatto a bordo della nave o no in condizioni di assoluta sicurezza». Ma le autorità sanitarie, come anticipato da Musumeci, hanno dichiarato inadeguata la caserma Gasparro allo scopo. «È una decisione grave», ha commentato Musumeci, «che non rispetta la dignità dei migranti e le preoccupazioni dei siciliani. Sarebbe stato più umano indirizzare la nave in un porto attrezzato e in un territorio lontano dalla emergenza sanitaria. Ne prendiamo atto».
Dopo la Ocean Viking, approdata domenica mattina a Pozzallo con 274 migranti subito messi in quarantena nell'hotspot siciliano, e con la stessa misura disposta a bordo per i 32 membri dell'equipaggio della nave gestita da Medici senza frontiere e Sos Mediterranée, la Sicilia è costretta a farsi carico del secondo sbarco. E, così, al molo Norimberga del porto di Messina, i medici, con tute e mascherine, hanno effettuato il primo screening per la misurazione della temperatura. Gli operatori delle forze dell'ordine erano equipaggiati con indumenti protettivi.
Le Ong, però, sono sul piede di guerra: Mediterranea, per esempio, sottolinea che a Palermo da una nave da crociera sono scese migliaia di persone di varie nazionalità, senza che sia stata adottata alcuna misura precauzionale. Alle Organizzazioni non governative, insomma, la quarantena sta stretta, perché tiene ferme le due navi umanitarie, la Ocean Viking e la Sea Watch 3, in un momento in cui continuano ad arrivare richieste di soccorso da gommoni e barconi. L'ultimo Sos che richiedeva un taxi del mare, infatti, è arrivato giovedì sera da parte di 44 persone a bordo di un gommone bianco fermo in acque internazionali.
Le isole greche non ne possono più di accogliere nuovi migranti
Oltre 60 feriti, scontri continui tra polizia e manifestanti, tensione alle stelle. È un fine febbraio rovente quello che si sta consumando in Grecia, in particolare nelle isole di Lesbo e Chio, dove da lunedì notte non c'è pace; gli stessi appelli alla calma del premier Kyriakos Mitsotakis, finora, sembrano serviti a poco, con la popolazione letteralmente inferocita alla notizia dell'apertura di nuovi centri di detenzione per migranti. E dire che si tratta di una decisione già annunciata, lo scorso novembre, proprio da Mitsotakis.
Tutto ha avuto inizio nei giorni scorsi, quando il governo sostenuto da Nea Dimokratia ha espropriato con procedimenti d'urgenza dei terreni per realizzare gli annunciati centri di detenzione in cui raccogliere i migranti provenienti dalla Turchia. Non solo. Contestualmente sono stati inviati pure i macchinari per l'inizio dei lavori nella speranza la cosa potesse passare un po' sotto silenzio. Piano non riuscito, evidentemente. Da lunedì notte, infatti, a Lesbo e Chio, è esplosa la tensione, già sfociata in scontri diretti tra popolazione e forze dell'ordine. La situazione è degenerata, con 53 feriti solo nella giornata di mercoledì - 43 poliziotti e 10 manifestanti -, soprattutto nell'isola di Lesbo, con il nuovo centro di accoglienza che dovrebbe sorgere vicino al villaggio di Mantamados, famoso per un monastero dedicato all'Arcangelo Michele e la forte presenza del Kke, il partito comunista greco. Non è un caso che là gli scontri abbiano visto e vedano per protagonisti, in aggiunta alla popolazione, esponenti della sinistra antagonista, convinti che un nuovo centro per migranti sarebbe in realtà una piattaforma di tortura più che di accoglienza, coi nuovi arrivati ammassati in condizioni disumane.
A Chio, dove invece le mobilitazioni registrano una più forte componente di una sigla politica di segno opposto, Alba Dorata, gli scontri hanno visto finora 8 poliziotti feriti. È tuttavia doveroso precisare che in entrambe le isole, sia pure per motivazioni diverse, l'obbiettivo delle proteste è il medesimo: impedire la costruzione di nuovi centri di accoglienza. Un passaggio sul quale invece il governo greco crede molto, come prova pure un dispiegamento di forze (con l'invio di due navi cariche di 600 agenti, idranti ed escavatori) che da quelle parti non si ricordava dai tempi dei colonnelli. Ad esasperare gli animi della gente è soprattutto il fatto che a Lesbo, Samo, Chio e Cos, le principali isole nei pressi delle coste turche, i migranti non è che oggi scarseggino, anzi: ne sono ospitati già 42.500. Un numero che può apparire relativo se preso in assoluto, ma che diventa enorme se si pensa che le citate isole, tutte assieme, contano poco più di 200.000 residenti complessivi. La quantità dei migranti alloggiati in queste isole è elevata anche se si considerano i posti effettivi messi a disposizione nei centri attualmente operativi, che non arrivano a 8.900. Motivo per il governo greco, tempo addietro, aveva promesso che avrebbe ridotto i richiedenti asilo a 20.000.
Una promessa in totale contraddizione con la disposta costruzione dei nuovi centri, alla notizia della quale sono detonate le proteste che dicevamo. Nelle scorse ore, verosimilmente anche per allentare la tensione, si è optato per ritiro delle squadre antisommossa che erano state inviate sulle isole. Una decisione che in televisione il portavoce del governo, Stelios Petsas, ha dichiarato essere maturata alla luce della conclusione della prima fase del lavoro preparatorio per la costruzione dei nuovi centri. La sensazione è però che tale tregua nasconda altro, e cioè la prima vera crisi dell'esecutivo greco.
Da parte sua lo stesso Mitsotakis ha deciso di incontrare il governatore della regione in cui si trovano Lesbo e Chio, Kostas Moutzouris, insieme a cinque sindaci delle isole. La versione ufficiale è che ciò serva ad appianare le tensioni e a propiziare un clima più collaborativo; l'impressione di molti è però, appunto, che il governo – nato anche perché quei territori hanno votato conservatore proprio in vista della chiusura delle frontiere e dell'allontanamento dei migranti – si trovi ora in un vicolo cieco. Come se non bastasse, sulla Grecia si sta abbattendo un altro guaio, il coronavirus, con i primi tre casi di contagio, due dei quali riguardano due donne, una di Atene l'altra di Salonicco, entrambe da poco rientrate da Milano. Una notizia che, probabilmente, sta portando il governo a rivalutare la scala delle priorità.
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Schiaffo del governo alla Sicilia: la nave sbarca 194 persone a Messina dove saranno ospitate in una struttura poco sicura. L'equipaggio della Ong frigna per la quarantena.Scontri a Lesbo e Chio dove il governo vuole costruire altri centri di detenzione.Lo speciale contiene due articoliNonostante il «niet» del governatore siciliano Nello Musumeci la Sea Watch 3 attracca al porto di Messina con i suoi 194 migranti, tra cui 19 donne e 31 minori, tirati a bordo nei giorni scorsi dai volontari della Ong tedesca al largo della Libia. Musumeci aveva comunicato al premier Giuseppe Conte che la caserma individuata per ospitare i migranti in quarantena, la Gasparro di rione Bisconte, non era adeguata. La caserma, trasformata in centro d'accoglienza, presenta diverse vie di fuga e, infatti, in passato gli immigrati si sono volatilizzati a decine. E a dicembre 2018 ci fu addirittura una incontenibile fuga di massa. «In un contesto di allarme come quello attuale», aveva affermato Musumeci riferendosi all'allerta coronavirus «suona come una sfida al popolo siciliano pensare di fare sbarcare altri 194 migranti in Sicilia». E lo schiaffo è arrivato. Per precauzione contro il coronavirus, Musumeci aveva sottolineato le «criticità igienico sanitarie» legate all'accoglienza dei migranti. Il governatore siciliano chiedeva quindi di effettuare la quarantena a bordo della nave o, in alternativa, cercare un altro porto. Nisba. Alle 14.30 di ieri gli immigrati sono sbarcati a Messina. Ai primi controlli nessuno di loro presentava evidenti patologie o febbre. Ma il coronavirus ha un periodo di incubazione e al momento non è certo che tra gli immigrati scaricati dalla Sea Watch 3 non ci siano contagiati. È stata disposta quindi la quarantena nella caserma delle fughe per gli immigrati e a bordo della nave per i membri dell'equipaggio. Gli attivisti dell'Ong tedesca hanno subito inscenato una protesta. E, con una nota, hanno polemizzato: «Le autorità hanno annunciato un periodo di quarantena: a terra per le persone soccorse, a bordo per l'equipaggio. Nel rispetto delle precauzioni sanitarie adottate, riteniamo discriminatoria l'applicazione esclusiva della misura a navi di organizzazioni non governative». Come se per le Ong ci fosse un salvacondotto anche per il coronavirus. Il leader del Carroccio Matteo Salvini è stato molto duro con la maggioranza giallorossa, ricordando lo stop, che era stato deciso proprio dal governo il 24 febbraio, al corridoio umanitario col Niger. E ha evidenziato tutte le contraddizioni: «Lo stesso governo che dall'inizio dell'anno ha spalancato i porti per 2.359 immigrati (contro i 262 dello stesso periodo di un anno fa), ha bloccato un corridoio umanitario che prevedeva l'arrivo di 66 profughi dal Niger». Per le Ong, invece, niente stop: «In Italia, con questo governo», ha affermato Salvini, «le Organizzazioni non governative sono sempre al di sopra della legge. Decidono dove e quando sbarcare, possono speronare i finanzieri senza conseguenze, vengono addirittura invitate al Viminale, pretendono la cancellazione dei Decreti sicurezza e portano centinaia di immigrati senza alcuna restrizione. Il governo è succube delle Ong, è complicità o incapacità?». E addirittura il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che in passato ha concesso la cittadinanza onoraria all'equipaggio della Sea Watch, chiedeva misure maggiori: «Vi è una necessità di isolamento precauzionale di tutte le persone a bordo per la tutela loro o di chi è a terra? Se vi è (e lo dicano gli esperti in materia e all'Usmaf, l'Ufficio di sanità marittima, aerea e di frontiera), si valuti se tale isolamento può essere fatto a bordo della nave o no in condizioni di assoluta sicurezza». Ma le autorità sanitarie, come anticipato da Musumeci, hanno dichiarato inadeguata la caserma Gasparro allo scopo. «È una decisione grave», ha commentato Musumeci, «che non rispetta la dignità dei migranti e le preoccupazioni dei siciliani. Sarebbe stato più umano indirizzare la nave in un porto attrezzato e in un territorio lontano dalla emergenza sanitaria. Ne prendiamo atto». Dopo la Ocean Viking, approdata domenica mattina a Pozzallo con 274 migranti subito messi in quarantena nell'hotspot siciliano, e con la stessa misura disposta a bordo per i 32 membri dell'equipaggio della nave gestita da Medici senza frontiere e Sos Mediterranée, la Sicilia è costretta a farsi carico del secondo sbarco. E, così, al molo Norimberga del porto di Messina, i medici, con tute e mascherine, hanno effettuato il primo screening per la misurazione della temperatura. Gli operatori delle forze dell'ordine erano equipaggiati con indumenti protettivi.Le Ong, però, sono sul piede di guerra: Mediterranea, per esempio, sottolinea che a Palermo da una nave da crociera sono scese migliaia di persone di varie nazionalità, senza che sia stata adottata alcuna misura precauzionale. Alle Organizzazioni non governative, insomma, la quarantena sta stretta, perché tiene ferme le due navi umanitarie, la Ocean Viking e la Sea Watch 3, in un momento in cui continuano ad arrivare richieste di soccorso da gommoni e barconi. L'ultimo Sos che richiedeva un taxi del mare, infatti, è arrivato giovedì sera da parte di 44 persone a bordo di un gommone bianco fermo in acque internazionali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-immigrati-della-sea-watch-nella-caserma-delle-fughe-e-gli-attivisti-fanno-le-vittime-2645320140.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-isole-greche-non-ne-possono-piu-di-accogliere-nuovi-migranti" data-post-id="2645320140" data-published-at="1780557684" data-use-pagination="False"> Le isole greche non ne possono più di accogliere nuovi migranti Oltre 60 feriti, scontri continui tra polizia e manifestanti, tensione alle stelle. È un fine febbraio rovente quello che si sta consumando in Grecia, in particolare nelle isole di Lesbo e Chio, dove da lunedì notte non c'è pace; gli stessi appelli alla calma del premier Kyriakos Mitsotakis, finora, sembrano serviti a poco, con la popolazione letteralmente inferocita alla notizia dell'apertura di nuovi centri di detenzione per migranti. E dire che si tratta di una decisione già annunciata, lo scorso novembre, proprio da Mitsotakis. Tutto ha avuto inizio nei giorni scorsi, quando il governo sostenuto da Nea Dimokratia ha espropriato con procedimenti d'urgenza dei terreni per realizzare gli annunciati centri di detenzione in cui raccogliere i migranti provenienti dalla Turchia. Non solo. Contestualmente sono stati inviati pure i macchinari per l'inizio dei lavori nella speranza la cosa potesse passare un po' sotto silenzio. Piano non riuscito, evidentemente. Da lunedì notte, infatti, a Lesbo e Chio, è esplosa la tensione, già sfociata in scontri diretti tra popolazione e forze dell'ordine. La situazione è degenerata, con 53 feriti solo nella giornata di mercoledì - 43 poliziotti e 10 manifestanti -, soprattutto nell'isola di Lesbo, con il nuovo centro di accoglienza che dovrebbe sorgere vicino al villaggio di Mantamados, famoso per un monastero dedicato all'Arcangelo Michele e la forte presenza del Kke, il partito comunista greco. Non è un caso che là gli scontri abbiano visto e vedano per protagonisti, in aggiunta alla popolazione, esponenti della sinistra antagonista, convinti che un nuovo centro per migranti sarebbe in realtà una piattaforma di tortura più che di accoglienza, coi nuovi arrivati ammassati in condizioni disumane. A Chio, dove invece le mobilitazioni registrano una più forte componente di una sigla politica di segno opposto, Alba Dorata, gli scontri hanno visto finora 8 poliziotti feriti. È tuttavia doveroso precisare che in entrambe le isole, sia pure per motivazioni diverse, l'obbiettivo delle proteste è il medesimo: impedire la costruzione di nuovi centri di accoglienza. Un passaggio sul quale invece il governo greco crede molto, come prova pure un dispiegamento di forze (con l'invio di due navi cariche di 600 agenti, idranti ed escavatori) che da quelle parti non si ricordava dai tempi dei colonnelli. Ad esasperare gli animi della gente è soprattutto il fatto che a Lesbo, Samo, Chio e Cos, le principali isole nei pressi delle coste turche, i migranti non è che oggi scarseggino, anzi: ne sono ospitati già 42.500. Un numero che può apparire relativo se preso in assoluto, ma che diventa enorme se si pensa che le citate isole, tutte assieme, contano poco più di 200.000 residenti complessivi. La quantità dei migranti alloggiati in queste isole è elevata anche se si considerano i posti effettivi messi a disposizione nei centri attualmente operativi, che non arrivano a 8.900. Motivo per il governo greco, tempo addietro, aveva promesso che avrebbe ridotto i richiedenti asilo a 20.000. Una promessa in totale contraddizione con la disposta costruzione dei nuovi centri, alla notizia della quale sono detonate le proteste che dicevamo. Nelle scorse ore, verosimilmente anche per allentare la tensione, si è optato per ritiro delle squadre antisommossa che erano state inviate sulle isole. Una decisione che in televisione il portavoce del governo, Stelios Petsas, ha dichiarato essere maturata alla luce della conclusione della prima fase del lavoro preparatorio per la costruzione dei nuovi centri. La sensazione è però che tale tregua nasconda altro, e cioè la prima vera crisi dell'esecutivo greco. Da parte sua lo stesso Mitsotakis ha deciso di incontrare il governatore della regione in cui si trovano Lesbo e Chio, Kostas Moutzouris, insieme a cinque sindaci delle isole. La versione ufficiale è che ciò serva ad appianare le tensioni e a propiziare un clima più collaborativo; l'impressione di molti è però, appunto, che il governo – nato anche perché quei territori hanno votato conservatore proprio in vista della chiusura delle frontiere e dell'allontanamento dei migranti – si trovi ora in un vicolo cieco. Come se non bastasse, sulla Grecia si sta abbattendo un altro guaio, il coronavirus, con i primi tre casi di contagio, due dei quali riguardano due donne, una di Atene l'altra di Salonicco, entrambe da poco rientrate da Milano. Una notizia che, probabilmente, sta portando il governo a rivalutare la scala delle priorità.
Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 giugno con Carlo Cambi
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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