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2018-10-04
Gli eroi dell’accoglienza «usavano i soldi pubblici per ristrutturare case»
ANSA
C'è un'altra brutta notizia per Domenico Lucano. Non solo è agli arresti domiciliari, ma ieri è stato anche sospeso dalle funzioni di sindaco per decisione della Procura di Reggio Calabria. C'è da dire che il paladino dell'accoglienza potrebbe consolarsi leggendo gli articoli struggenti che quasi tutti i giornali italiani gli hanno dedicato. La gran parte della stampa, infatti, ha preso le sue difese. Su Repubblica, Roberto Saviano ha spiegato che Lucano ha commesso un «peccato d'umanità». Il nostro Paese, dice lo scrittore, «ha fatto sua una prassi suicida: criminalizzare la solidarietà». Il sindaco di Riace, sostiene l'autore di Gomorra, «ha fatto politica nel solo modo possibile di fronte a leggi inique: con la disobbedienza civile, per difendere i diritti di tutti».
Dopo aver invitato nuovamente a «difendere la democrazia», Saviano condensa in poche parole la teoria che in queste ore circola un po' dappertutto. Quella secondo cui Lucano sarebbe un idealista spregiudicato che ha pagato il suo fastidio per la burocrazia. «Mai nell'inchiesta leggerete che Mimmo Lucano ha agito per un interesse personale. Mai». In modi diversi, i numerosi editorialisti ripetono lo stesso concetto. Secondo Massimo Gramellini, per dire, «Mimmo Lucano non è un falso buono. Non è Buzzi o Carminati, e neanche una onlus opaca. Sui migranti non ha guadagnato un centesimo e ad affermarlo è lo stesso giudice che lo ha costretto ai domiciliari».
Maurizio Crippa, sul Foglio, paragona Lucano a Giacomo Matteotti, nientemeno. Oddio, c'è anche chi ha fatto di peggio, avvicinando il primo cittadino calabrese a Gandhi e ad altre personalità ancora più ingombranti, ma lasciamo correre.
Tra i quotidiani pro accoglienza, Avvenire è stato leggermente più cauto, spiegando che «Mimmo Lucano non è un eroe, ma non è neanche un criminale». E sapete perché non è un criminale? «Perché tutto ciò che ha fatto l'ha fatto per amore o, se volete, per solidarietà».
Ecco, questa è la lettura comune: il sindaco di Riace ha esagerato, ma a fin di bene. Del resto, anche il gip ha riconosciuto le sue buone intenzioni. Beh, viene da chiedersi come mai questo sant'uomo sia in arresto invece che a ritirare il Nobel. Il motivo è presto detto. Lo stesso gip, infatti, parla di «tutt'altro che trasparente gestione» dei fondi pubblici destinati all'accoglienza, di «estrema superficialità», di «diffuso malcostume». Non solo: il giudice riconosce anche esista «attuale e concreto pericolo che, se non sottoposti a regime limitativo della loro libertà personale, il Lucano e la Tesfahun (la compagna del sindaco di cui è stato disposto l'allontanamento da Riace, ndr) reiterino reati della stessa specie di quelli loro provvisoriamente addebitati».
Va inoltre ricordato che quello del gip non è mica un giudizio definitivo. Anzi, la Procura di Locri ha deciso di rivolgersi al tribunale del riesame perché è in disaccordo con il giudice.
Secondo gli inquirenti, infatti, Lucano non è proprio quel sant'uomo che i giornali descrivono. Basta leggere le carte dell'inchiesta, infatti, per rendersi conto che a Riace non c'è soltanto una «gestione allegra» dell'accoglienza, che non c'è soltanto «amore» sparso a profusione.
Facciamo un paio di esempi, tanto per capirsi. Secondo la Procura, Domenico Lucano e altri indagati, ovvero i gestori dei vari centri di accoglienza, avrebbero prodotto «indebite rendicontazioni al Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e alla Prefettura di Reggio Calabria (Cas) delle presenze relative a immigrati non aventi più diritto a permanere nei progetti». In questo modo, le varie associazioni si sarebbero procurate «un ingiusto vantaggio patrimoniale pari ad euro 2.300.615». In particolare, a trarne beneficio sarebbe stata l'associazione Città futura, di cui Lucano sarebbe, nei fatti, il dominus.
Le varie coop e onlus, tra il 2014 e il 2017, hanno incassato dallo Stato qualcosa come 10.227.494,60 euro. Mica briciole. E, secondo gli investigatori, «non risulta alcuna documentazione attestante i costi sostenuti per l'accoglienza degli immigrati». Ai progetti Cas e Sprar sarebbero stati addebitati «costi fittizi» per «carburante, pagamento bonus, borse lavoro, prestazioni occasionali, fatture per operazioni inesistenti». Lucano, assieme ad altri, è stato di avere «costretto - mediante reiterate minacce di non adempiere agli obblighi già assunti dall'associazione di rimborsare i pagamenti in bonus fatti presso il suo esercizio - Ruga Francesco, titolare dell'omonimo esercizio commerciale, a predisporre e consegnare loro fatture per operazioni inesistenti riguardanti la vendita di detersivi e altro, per un valore superiore a 5.000 euro».
Non basta? Allora andiamo avanti. Lucano, la sua compagna Lemlem Tesfahun e altri sono accusati di avere, dal 2014 al 2017, distratto «fondi destinati all'associazione Città futura». Che cosa facevano con quei soldi? Secondo la Procura, hanno speso oltre 360.000 euro per «acquisto, arredo e ristrutturazione di tre case e un frantoio». Insomma, ristrutturavano edifici che non servivano a ospitare profughi, ma venivano utilizzati per altri scopi. In quelle case, per esempio, dormivano gli invitati a concerti ed eventi organizzati a Riace. Anche per i concerti estivi sarebbero stati utilizzati fondi destinati all'accoglienza: oltre 150.000 euro. Per altri 531.752,27 euro prelevati dai conti dell'associazione, poi, non esiste alcuna giustificazione. Infine, 13.000 euro sarebbero stati utilizzati per ristrutturare e arredare un'altra casa.
Sarà il riesame a valutare il peso effettivo di queste accuse. Però parliamo di somme enormi, che nel migliore dei casi sono state gestite con incredibile superficialità. Dunque, prima di sostenere che Mimmo Lucano e i suoi collaboratori non hanno tratto alcun beneficio dal «sistema Riace», bisogna andarci cauti. Di sicuro, il sindaco qualche vantaggio lo ha avuto: senza il denaro statale per i profughi, non sarebbe stato rieletto tre volte, e non sarebbe divenuto una celebrità internazionale.
Certo, sotto inchiesta finisce un individuo, non un intero sistema. Eppure, è molto difficile separare Lucano dal meccanismo che ha creato. Il «modello Riace» non è un'ottima idea gestita male. Se non fosse stato gestito così, probabilmente, sarebbe crollato prima. E, in ogni caso, non ha prodotto né integrazione né altro. Semplicemente, ha concesso a un po' di gente di restare nei centri di accoglienza più a lungo del dovuto, e ha dato lavoro a un bel po' di associazioni e operatori dell'accoglienza. Fatta così, la disobbedienza civile è piuttosto comoda.
Il procuratore: «Commessi illeciti gravi con sottrazione di ingenti somme di denaro»
I tanti difensori d'ufficio di Domenico Lucano, il sindaco di Riace, insistono particolarmente sul fatto che il giudice per le indagini preliminari, prima di convalidarne l'arresto, abbia accettato solo due capi di imputazione (favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti). Questo dovrebbe dimostrare che l'inchiesta della Procura di Locri sul paladino dell'accoglienza e i suoi sodali è debole.
In realtà, il quadro della situazione è un pochettino diverso. A spiegarlo è Luigi D'Alessio, il procuratore di Locri, che già martedì ha spiegato: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine. Il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150». Insomma, quel che è accaduto a Riace andrebbe molto oltre i matrimoni combinati e la mala gestione dello smaltimento rifiuti.
«Dalle conclusioni che il gip ha presentato», dice il procuratore D'Alessio a La Verità, «risulta evidente che sono sfuggiti degli elementi. Che noi però ripresenteremo di fronte al tribunale del riesame». La Procura, dunque, non è d'accordo con la decisione del giudice. E intende far valere le sue ragioni. Anche perché, stando alle carte dell'inchiesta, il «sistema Riace» contemplava un bel giro di soldi.
«Sì, secondo noi è così», prosegue D'Alessio. «Guardi, non è che noi ci siamo svegliati una mattina con un'idea preconcetta in testa. Noi pensiamo che siano stati commessi illeciti anche gravi, tra cui la sottrazione di ingenti somme di denaro. Il fatto stesso che queste somme non fossero rendicontate significa che non sono state utilizzate per lo scopo per cui sono state erogate».
Molti, in queste ore, insistono sul fatto che Lucano non avesse tratto beneficio dai milioni di euro che gravitavano attorno al suo Paese. Ma, come giustamente nota D'Alessio, «beneficio significa tante cose, il beneficio può prendere tante strade, non solo l'arricchimento economico personale. C'è il prestigio, c'è l'arricchimento di terze persone vicine... In ogni caso, se io richiedo soldi allo Stato per l'accoglienza, poi quei soldi devono essere spesi in modo appropriato, e vanno rendicontati. A Riace, invece, i soldi confluivano in altre attività».
Stiamo parlando di «indebite rendicontazioni al Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e alla Prefettura di Reggio Calabria (Cas) delle presenze relative a immigrati non aventi più diritto a permanere nei progetti». Le varie cooperative e associazioni di Riace avrebbero tratto da queste indebite rendicontazioni «un ingiusto vantaggio patrimoniale pari ad euro 2.300.615». Non sono esattamente spiccioli. I soldi giunti a Riace, secondo il procuratore, sono stati distribuiti secondo «una gestione domestica, in barba a qualunque normativa».
Di quei 2.300.615 euro, per altro, una bella fetta è finita in tasca alla associazione Città futura, di cui - secondo la Procura - Domenico Lucano era «presidente di fatto». Questa associazione avrebbe ottenuto un «ingiusto vantaggio patrimoniale» di 1.045.835 euro tramite il sistema Sprar e di 34.260 euro tramite il Cas. In entrambi i casi, gli immigrati residenti nei vari centri superavano la soglia di permanenza prevista, e ovviamente l'associazione continuava a ricevere denaro. Ecco perché la Procura si rivolgerà al tribunale del riesame. «Non ho un accanimento nei confronti di Lucano», dice D'Alessio. «Ma sono convinto che abbia commesso dei reati e li devo perseguire».
La vera fiction su Lucano è tutta nelle intercettazioni
I telespettatori italiani non hanno potuto avere il piacere di vedere Tutto il mondo è paese, la fiction con Beppe Fiorello protagonista dedicata a Domenico Lucano, il sindaco di Riace. Le vicende giudiziarie del primo cittadino hanno causato il blocco della messa in onda. In realtà, non c'è alcun bisogno di sceneggiati televisivi: se volete godervi una fiction davvero rappresentativa dell'Italia di oggi, beh, non dovete fare altro che leggere le intercettazioni di Mimmo Lucano. Raccontano il modello Riace meglio di quanto potrebbe fare il più talentuoso degli sceneggiatori.
Qui prenderemo in considerazione la parte riguardante i matrimoni di comodo che il sindaco e i suoi collaboratori mettevano in piedi al fine di consentire ad alcune straniere di ottenere il permesso di soggiorno. Molti hanno scritto, sui giornali, che si trattava di forzature delle legge messe in atto a fin di bene. Dunque leggete, e giudicate voi. Anche se più di una fiction, in realtà, qui abbiamo davanti una puntata del Boss delle cerimonie, con Lucano nei panni del grande organizzatore di sposalizi.
Il 6 luglio del 2017, Lucano parla con Joy. Costei è straniera, probabilmente nigeriana. Non ha il permesso di soggiorno. E il sindaco le suggerisce un escamotage per ottenerlo: deve trovarsi un marito italiano.
Lucano: Tu sai cosa dovresti fare? Come ha fatto Stella. Stella si è sposata.
Joy: Stella si è sposata.
Lucano: Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però, lei adesso ha il permesso di soggiorno per cittadino italiano, per motivi di famiglia, hai capito?
Joy: Sì.
Lucano: Ti cacciano dall'Italia adesso, tu capisci l'italiano?
Joy: Sì.
Lucano: Stella si è sposata, perché diniegata, perché in Nigeria li stanno diniegando tutti. [...] Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito?
Joy: Sì, ho capito.
Lucano: [...] L'ho sposata io, ta-ta-ta veloce... veloce... veloce... con Nazareno. Non è vero che è sposata con Nazareno, capito? Però con i documenti risulta così, sul Comune di Riace, quando lei con il certificato di matrimonio...
Joy ha capito l'antifona. Per non correre il rischio di essere espulsa, le conviene trovarsi un marito italiano, come ha fatto Stella con Nazareno: si sono sposati, ma per finta. Lucano ha già trovato l'uomo giusto per Joy. Si chiama Giosi. È nato nel 1948, dunque ha settant'anni. Inoltre, come spiegano gli investigatori, Giosi ha un «deficit mentale». Lucano lo presenta così a Joy: «C'è uno che si chiama Giosi, quello che vuole a Elisabeth, quello stupido, è sempre con voi, uno...».
Già. Giosi, con il suo deficit mentale, è «uno stupido». Così gli si può proporre il matrimonio di comodo. Quello con Joy, però, non va in porto. Qualche giorno dopo, tuttavia, il nome di Giosi ritorna fuori, sempre per un caso di nozze di comodo. Lucano propone a un'altra nigeriana, Sara, di prenderlo come marito. Il sindaco viene intercettato mentre parla con una donna, tale Daniela, che si è presa a cuore la sorte di Sara. Lucano le spiega che a Sara è stato rifiutato tre volte il permesso di soggiorno, quindi dovrebbe essere espulsa.
Lucano: [...] Io sono responsabile dell'ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente... con un cittadino italiano. Guarda come funziona Daniela, se lei... però dobbiamo trovare un uomo che è libero come stato civile...
Daniela: Neanche divorziato?
Lucano: Divorziato sì... Se lei si sposa a noi deve portare soltanto come richiedente asilo... Almeno io non sto a guardare se i suoi documenti sono a posto, mi fa un atto notorio dove dice che è libera di poter contrarre matrimonio e siccome è una richiedente asilo non vado a esaminare i suoi documenti perché ovviamente uno che è in fuga dalle guerre non ha documenti con lei e mi basta una sua dichiarazione... [...].
A questo punto, Daniela ha un'idea geniale. Dice a Lucano: «Scusate ma ieri al mio paese hanno fatto un matrimonio gay. Io non la posso sposare?». Il sindaco e i suoi collaboratori ci pensano su, ma poi si rendono conto che le nozze arcobaleno non vanno bene per ottenere il permesso di soggiorno. E allora rispunta fuori l'asso nella manica: il solito Giosi. «C'è uno, uno stupido, si chiama Giosi...», dice Lucano.
Così, la macchina delle cerimonie si mobilita. Per il matrimonio tra Sara e Giosi vengono fatte addirittura le pubblicazioni.
Lucano riassume così la situazione: «Questa ragazza nigeriana è stata diniegata tre volte, per cui con il nuovo decreto Minniti deve andare via... Praticamente è stata diniegata, l'unica possibilità per rimanere era quella di sposarsi con un cittadino... Questo qua si chiama Giosi, mi ha chiamato la sorella, non è tanto... Poverino, anzi devo dire la verità ha votato per me... Mi sono barattato l'unica cosa... Mi ha detto così: io ti voglio votare però mi devi trovare una fidanzata... Te la trovo, mi impegno per trovartela!».
Purtroppo, però, il matrimonio tra Sara e Giosi non si può fare. Giosi non è in grado di dare il consenso, non riesce nemmeno a ricordarsi il nome della sposa. Lucano, al telefono, si sfoga così: «Hanno escogitato di trovare uno di Riace che si chiama Giosi, lo chiamiamo noi in dialetto, che ha quasi 70 anni ed è uno che... Un po' si capisce che ha dei problemi no... Non è tanto capace di intendere e di volere... Andava sempre in campagna, sono morti i genitori e vive con il fratello. [...] Quando abbiamo fatto il matrimonio nella fattispecie qua... lui non sapeva neanche come si chiama lei... Mi è sembrato... C'erano tante persone, sono venute quasi a fare come un film, a ridere...».
Il problema non è solo che Giosi non ricorda il nome della finta fidanzata. Il fatto è che, nome o non nome, lui vorrebbe consumarlo davvero, il matrimonio. Lucano ne parla con Sara e alcuni conoscenti.
Lucano: Sara, vedi che è pericolosa quella cosa perché lui vuole che stai con lui hai capito? Poi se tu non vuoi ti ammazza pure, tu non hai preoccupazione, non hai paura?
Sara: Io non ho paura.
Lucano: Non hai paura? Vuoi stare con lui? Allora Sara, se lui si sposa con te ti vuole portare a casa sua, non è come Nazareno con Stella che lo hanno fatto solo per prendere i documenti. Questo vuole stare con te, dormire con te, tu sei d'accordo?
Sara, in effetti, è d'accordo. Dopo tutto, fa la prostituta. Tra la strada e il matrimonio con Giosi, che ha 40 anni più di lei, preferisce le nozze. Lucano, però, non è convinto: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi. Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi ovvero per il documento».
Sara, infatti, ammette: «Lui capisce solo quando vuole fare l'amore...». E Lucano risponde: «Questo è come un animale...». Poi, poco dopo, aggiunge: «Giosi è lucido, lui dice “questa qua vuole i documenti? Li deve pagare! Non li deve pagare con i soldi, li deve pagare...». Già, come li paga? Ovvio: «In natura!».
Matrimoni combinati, drammi umani, piani astrusi... Gli ingredienti per una grande fiction ci sono tutti, non credete?
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Il sindaco di Riace paragonato a Gandhi e Giacomo Matteotti: dicono violasse la legge per seguire i suoi ideali. Ma pure per il gip c'era un «diffuso malcostume».Parla Luigi D'Alessio, responsabile dell'inchiesta: «Nelle conclusioni del gip mancano elementi, per questo faremo ricorso al tribunale del riesame. Nessun accanimento, i reati ci sono».Le carte dell'inchiesta svelano la triste storia delle finte nozze che il primo cittadino voleva organizzare tra Giosi (affetto da deficit mentale) e alcune ragazze nigeriane.Lo speciale contiene tre articoli. C'è un'altra brutta notizia per Domenico Lucano. Non solo è agli arresti domiciliari, ma ieri è stato anche sospeso dalle funzioni di sindaco per decisione della Procura di Reggio Calabria. C'è da dire che il paladino dell'accoglienza potrebbe consolarsi leggendo gli articoli struggenti che quasi tutti i giornali italiani gli hanno dedicato. La gran parte della stampa, infatti, ha preso le sue difese. Su Repubblica, Roberto Saviano ha spiegato che Lucano ha commesso un «peccato d'umanità». Il nostro Paese, dice lo scrittore, «ha fatto sua una prassi suicida: criminalizzare la solidarietà». Il sindaco di Riace, sostiene l'autore di Gomorra, «ha fatto politica nel solo modo possibile di fronte a leggi inique: con la disobbedienza civile, per difendere i diritti di tutti». Dopo aver invitato nuovamente a «difendere la democrazia», Saviano condensa in poche parole la teoria che in queste ore circola un po' dappertutto. Quella secondo cui Lucano sarebbe un idealista spregiudicato che ha pagato il suo fastidio per la burocrazia. «Mai nell'inchiesta leggerete che Mimmo Lucano ha agito per un interesse personale. Mai». In modi diversi, i numerosi editorialisti ripetono lo stesso concetto. Secondo Massimo Gramellini, per dire, «Mimmo Lucano non è un falso buono. Non è Buzzi o Carminati, e neanche una onlus opaca. Sui migranti non ha guadagnato un centesimo e ad affermarlo è lo stesso giudice che lo ha costretto ai domiciliari». Maurizio Crippa, sul Foglio, paragona Lucano a Giacomo Matteotti, nientemeno. Oddio, c'è anche chi ha fatto di peggio, avvicinando il primo cittadino calabrese a Gandhi e ad altre personalità ancora più ingombranti, ma lasciamo correre. Tra i quotidiani pro accoglienza, Avvenire è stato leggermente più cauto, spiegando che «Mimmo Lucano non è un eroe, ma non è neanche un criminale». E sapete perché non è un criminale? «Perché tutto ciò che ha fatto l'ha fatto per amore o, se volete, per solidarietà». Ecco, questa è la lettura comune: il sindaco di Riace ha esagerato, ma a fin di bene. Del resto, anche il gip ha riconosciuto le sue buone intenzioni. Beh, viene da chiedersi come mai questo sant'uomo sia in arresto invece che a ritirare il Nobel. Il motivo è presto detto. Lo stesso gip, infatti, parla di «tutt'altro che trasparente gestione» dei fondi pubblici destinati all'accoglienza, di «estrema superficialità», di «diffuso malcostume». Non solo: il giudice riconosce anche esista «attuale e concreto pericolo che, se non sottoposti a regime limitativo della loro libertà personale, il Lucano e la Tesfahun (la compagna del sindaco di cui è stato disposto l'allontanamento da Riace, ndr) reiterino reati della stessa specie di quelli loro provvisoriamente addebitati». Va inoltre ricordato che quello del gip non è mica un giudizio definitivo. Anzi, la Procura di Locri ha deciso di rivolgersi al tribunale del riesame perché è in disaccordo con il giudice. Secondo gli inquirenti, infatti, Lucano non è proprio quel sant'uomo che i giornali descrivono. Basta leggere le carte dell'inchiesta, infatti, per rendersi conto che a Riace non c'è soltanto una «gestione allegra» dell'accoglienza, che non c'è soltanto «amore» sparso a profusione. Facciamo un paio di esempi, tanto per capirsi. Secondo la Procura, Domenico Lucano e altri indagati, ovvero i gestori dei vari centri di accoglienza, avrebbero prodotto «indebite rendicontazioni al Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e alla Prefettura di Reggio Calabria (Cas) delle presenze relative a immigrati non aventi più diritto a permanere nei progetti». In questo modo, le varie associazioni si sarebbero procurate «un ingiusto vantaggio patrimoniale pari ad euro 2.300.615». In particolare, a trarne beneficio sarebbe stata l'associazione Città futura, di cui Lucano sarebbe, nei fatti, il dominus. Le varie coop e onlus, tra il 2014 e il 2017, hanno incassato dallo Stato qualcosa come 10.227.494,60 euro. Mica briciole. E, secondo gli investigatori, «non risulta alcuna documentazione attestante i costi sostenuti per l'accoglienza degli immigrati». Ai progetti Cas e Sprar sarebbero stati addebitati «costi fittizi» per «carburante, pagamento bonus, borse lavoro, prestazioni occasionali, fatture per operazioni inesistenti». Lucano, assieme ad altri, è stato di avere «costretto - mediante reiterate minacce di non adempiere agli obblighi già assunti dall'associazione di rimborsare i pagamenti in bonus fatti presso il suo esercizio - Ruga Francesco, titolare dell'omonimo esercizio commerciale, a predisporre e consegnare loro fatture per operazioni inesistenti riguardanti la vendita di detersivi e altro, per un valore superiore a 5.000 euro». Non basta? Allora andiamo avanti. Lucano, la sua compagna Lemlem Tesfahun e altri sono accusati di avere, dal 2014 al 2017, distratto «fondi destinati all'associazione Città futura». Che cosa facevano con quei soldi? Secondo la Procura, hanno speso oltre 360.000 euro per «acquisto, arredo e ristrutturazione di tre case e un frantoio». Insomma, ristrutturavano edifici che non servivano a ospitare profughi, ma venivano utilizzati per altri scopi. In quelle case, per esempio, dormivano gli invitati a concerti ed eventi organizzati a Riace. Anche per i concerti estivi sarebbero stati utilizzati fondi destinati all'accoglienza: oltre 150.000 euro. Per altri 531.752,27 euro prelevati dai conti dell'associazione, poi, non esiste alcuna giustificazione. Infine, 13.000 euro sarebbero stati utilizzati per ristrutturare e arredare un'altra casa. Sarà il riesame a valutare il peso effettivo di queste accuse. Però parliamo di somme enormi, che nel migliore dei casi sono state gestite con incredibile superficialità. Dunque, prima di sostenere che Mimmo Lucano e i suoi collaboratori non hanno tratto alcun beneficio dal «sistema Riace», bisogna andarci cauti. Di sicuro, il sindaco qualche vantaggio lo ha avuto: senza il denaro statale per i profughi, non sarebbe stato rieletto tre volte, e non sarebbe divenuto una celebrità internazionale. Certo, sotto inchiesta finisce un individuo, non un intero sistema. Eppure, è molto difficile separare Lucano dal meccanismo che ha creato. Il «modello Riace» non è un'ottima idea gestita male. Se non fosse stato gestito così, probabilmente, sarebbe crollato prima. E, in ogni caso, non ha prodotto né integrazione né altro. Semplicemente, ha concesso a un po' di gente di restare nei centri di accoglienza più a lungo del dovuto, e ha dato lavoro a un bel po' di associazioni e operatori dell'accoglienza. Fatta così, la disobbedienza civile è piuttosto comoda.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-eroi-dellaccoglienza-usavano-i-soldi-pubblici-per-ristrutturare-case-2609825139.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-procuratore-commessi-illeciti-gravi-con-sottrazione-di-ingenti-somme-di-denaro" data-post-id="2609825139" data-published-at="1774934465" data-use-pagination="False"> Il procuratore: «Commessi illeciti gravi con sottrazione di ingenti somme di denaro» I tanti difensori d'ufficio di Domenico Lucano, il sindaco di Riace, insistono particolarmente sul fatto che il giudice per le indagini preliminari, prima di convalidarne l'arresto, abbia accettato solo due capi di imputazione (favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta rifiuti). Questo dovrebbe dimostrare che l'inchiesta della Procura di Locri sul paladino dell'accoglienza e i suoi sodali è debole. In realtà, il quadro della situazione è un pochettino diverso. A spiegarlo è Luigi D'Alessio, il procuratore di Locri, che già martedì ha spiegato: «La nostra richiesta era composta da circa mille pagine. Il gip ne ha estratte, per la sua ordinanza, meno di 150». Insomma, quel che è accaduto a Riace andrebbe molto oltre i matrimoni combinati e la mala gestione dello smaltimento rifiuti. «Dalle conclusioni che il gip ha presentato», dice il procuratore D'Alessio a La Verità, «risulta evidente che sono sfuggiti degli elementi. Che noi però ripresenteremo di fronte al tribunale del riesame». La Procura, dunque, non è d'accordo con la decisione del giudice. E intende far valere le sue ragioni. Anche perché, stando alle carte dell'inchiesta, il «sistema Riace» contemplava un bel giro di soldi. «Sì, secondo noi è così», prosegue D'Alessio. «Guardi, non è che noi ci siamo svegliati una mattina con un'idea preconcetta in testa. Noi pensiamo che siano stati commessi illeciti anche gravi, tra cui la sottrazione di ingenti somme di denaro. Il fatto stesso che queste somme non fossero rendicontate significa che non sono state utilizzate per lo scopo per cui sono state erogate». Molti, in queste ore, insistono sul fatto che Lucano non avesse tratto beneficio dai milioni di euro che gravitavano attorno al suo Paese. Ma, come giustamente nota D'Alessio, «beneficio significa tante cose, il beneficio può prendere tante strade, non solo l'arricchimento economico personale. C'è il prestigio, c'è l'arricchimento di terze persone vicine... In ogni caso, se io richiedo soldi allo Stato per l'accoglienza, poi quei soldi devono essere spesi in modo appropriato, e vanno rendicontati. A Riace, invece, i soldi confluivano in altre attività». Stiamo parlando di «indebite rendicontazioni al Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e alla Prefettura di Reggio Calabria (Cas) delle presenze relative a immigrati non aventi più diritto a permanere nei progetti». Le varie cooperative e associazioni di Riace avrebbero tratto da queste indebite rendicontazioni «un ingiusto vantaggio patrimoniale pari ad euro 2.300.615». Non sono esattamente spiccioli. I soldi giunti a Riace, secondo il procuratore, sono stati distribuiti secondo «una gestione domestica, in barba a qualunque normativa». Di quei 2.300.615 euro, per altro, una bella fetta è finita in tasca alla associazione Città futura, di cui - secondo la Procura - Domenico Lucano era «presidente di fatto». Questa associazione avrebbe ottenuto un «ingiusto vantaggio patrimoniale» di 1.045.835 euro tramite il sistema Sprar e di 34.260 euro tramite il Cas. In entrambi i casi, gli immigrati residenti nei vari centri superavano la soglia di permanenza prevista, e ovviamente l'associazione continuava a ricevere denaro. Ecco perché la Procura si rivolgerà al tribunale del riesame. «Non ho un accanimento nei confronti di Lucano», dice D'Alessio. «Ma sono convinto che abbia commesso dei reati e li devo perseguire». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-eroi-dellaccoglienza-usavano-i-soldi-pubblici-per-ristrutturare-case-2609825139.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-vera-fiction-su-lucano-e-tutta-nelle-intercettazioni" data-post-id="2609825139" data-published-at="1774934465" data-use-pagination="False"> La vera fiction su Lucano è tutta nelle intercettazioni I telespettatori italiani non hanno potuto avere il piacere di vedere Tutto il mondo è paese, la fiction con Beppe Fiorello protagonista dedicata a Domenico Lucano, il sindaco di Riace. Le vicende giudiziarie del primo cittadino hanno causato il blocco della messa in onda. In realtà, non c'è alcun bisogno di sceneggiati televisivi: se volete godervi una fiction davvero rappresentativa dell'Italia di oggi, beh, non dovete fare altro che leggere le intercettazioni di Mimmo Lucano. Raccontano il modello Riace meglio di quanto potrebbe fare il più talentuoso degli sceneggiatori. Qui prenderemo in considerazione la parte riguardante i matrimoni di comodo che il sindaco e i suoi collaboratori mettevano in piedi al fine di consentire ad alcune straniere di ottenere il permesso di soggiorno. Molti hanno scritto, sui giornali, che si trattava di forzature delle legge messe in atto a fin di bene. Dunque leggete, e giudicate voi. Anche se più di una fiction, in realtà, qui abbiamo davanti una puntata del Boss delle cerimonie, con Lucano nei panni del grande organizzatore di sposalizi. Il 6 luglio del 2017, Lucano parla con Joy. Costei è straniera, probabilmente nigeriana. Non ha il permesso di soggiorno. E il sindaco le suggerisce un escamotage per ottenerlo: deve trovarsi un marito italiano. Lucano: Tu sai cosa dovresti fare? Come ha fatto Stella. Stella si è sposata. Joy: Stella si è sposata. Lucano: Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però, lei adesso ha il permesso di soggiorno per cittadino italiano, per motivi di famiglia, hai capito? Joy: Sì. Lucano: Ti cacciano dall'Italia adesso, tu capisci l'italiano? Joy: Sì. Lucano: Stella si è sposata, perché diniegata, perché in Nigeria li stanno diniegando tutti. [...] Adesso con il governo nuovo c'è uno che si chiama Minniti, una brutta persona, vi mandano via, vi cacciano, allora Stella si è sposata, hai capito? Joy: Sì, ho capito. Lucano: [...] L'ho sposata io, ta-ta-ta veloce... veloce... veloce... con Nazareno. Non è vero che è sposata con Nazareno, capito? Però con i documenti risulta così, sul Comune di Riace, quando lei con il certificato di matrimonio... Joy ha capito l'antifona. Per non correre il rischio di essere espulsa, le conviene trovarsi un marito italiano, come ha fatto Stella con Nazareno: si sono sposati, ma per finta. Lucano ha già trovato l'uomo giusto per Joy. Si chiama Giosi. È nato nel 1948, dunque ha settant'anni. Inoltre, come spiegano gli investigatori, Giosi ha un «deficit mentale». Lucano lo presenta così a Joy: «C'è uno che si chiama Giosi, quello che vuole a Elisabeth, quello stupido, è sempre con voi, uno...». Già. Giosi, con il suo deficit mentale, è «uno stupido». Così gli si può proporre il matrimonio di comodo. Quello con Joy, però, non va in porto. Qualche giorno dopo, tuttavia, il nome di Giosi ritorna fuori, sempre per un caso di nozze di comodo. Lucano propone a un'altra nigeriana, Sara, di prenderlo come marito. Il sindaco viene intercettato mentre parla con una donna, tale Daniela, che si è presa a cuore la sorte di Sara. Lucano le spiega che a Sara è stato rifiutato tre volte il permesso di soggiorno, quindi dovrebbe essere espulsa. Lucano: [...] Io sono responsabile dell'ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente... con un cittadino italiano. Guarda come funziona Daniela, se lei... però dobbiamo trovare un uomo che è libero come stato civile... Daniela: Neanche divorziato? Lucano: Divorziato sì... Se lei si sposa a noi deve portare soltanto come richiedente asilo... Almeno io non sto a guardare se i suoi documenti sono a posto, mi fa un atto notorio dove dice che è libera di poter contrarre matrimonio e siccome è una richiedente asilo non vado a esaminare i suoi documenti perché ovviamente uno che è in fuga dalle guerre non ha documenti con lei e mi basta una sua dichiarazione... [...]. A questo punto, Daniela ha un'idea geniale. Dice a Lucano: «Scusate ma ieri al mio paese hanno fatto un matrimonio gay. Io non la posso sposare?». Il sindaco e i suoi collaboratori ci pensano su, ma poi si rendono conto che le nozze arcobaleno non vanno bene per ottenere il permesso di soggiorno. E allora rispunta fuori l'asso nella manica: il solito Giosi. «C'è uno, uno stupido, si chiama Giosi...», dice Lucano. Così, la macchina delle cerimonie si mobilita. Per il matrimonio tra Sara e Giosi vengono fatte addirittura le pubblicazioni. Lucano riassume così la situazione: «Questa ragazza nigeriana è stata diniegata tre volte, per cui con il nuovo decreto Minniti deve andare via... Praticamente è stata diniegata, l'unica possibilità per rimanere era quella di sposarsi con un cittadino... Questo qua si chiama Giosi, mi ha chiamato la sorella, non è tanto... Poverino, anzi devo dire la verità ha votato per me... Mi sono barattato l'unica cosa... Mi ha detto così: io ti voglio votare però mi devi trovare una fidanzata... Te la trovo, mi impegno per trovartela!». Purtroppo, però, il matrimonio tra Sara e Giosi non si può fare. Giosi non è in grado di dare il consenso, non riesce nemmeno a ricordarsi il nome della sposa. Lucano, al telefono, si sfoga così: «Hanno escogitato di trovare uno di Riace che si chiama Giosi, lo chiamiamo noi in dialetto, che ha quasi 70 anni ed è uno che... Un po' si capisce che ha dei problemi no... Non è tanto capace di intendere e di volere... Andava sempre in campagna, sono morti i genitori e vive con il fratello. [...] Quando abbiamo fatto il matrimonio nella fattispecie qua... lui non sapeva neanche come si chiama lei... Mi è sembrato... C'erano tante persone, sono venute quasi a fare come un film, a ridere...». Il problema non è solo che Giosi non ricorda il nome della finta fidanzata. Il fatto è che, nome o non nome, lui vorrebbe consumarlo davvero, il matrimonio. Lucano ne parla con Sara e alcuni conoscenti. Lucano: Sara, vedi che è pericolosa quella cosa perché lui vuole che stai con lui hai capito? Poi se tu non vuoi ti ammazza pure, tu non hai preoccupazione, non hai paura? Sara: Io non ho paura. Lucano: Non hai paura? Vuoi stare con lui? Allora Sara, se lui si sposa con te ti vuole portare a casa sua, non è come Nazareno con Stella che lo hanno fatto solo per prendere i documenti. Questo vuole stare con te, dormire con te, tu sei d'accordo? Sara, in effetti, è d'accordo. Dopo tutto, fa la prostituta. Tra la strada e il matrimonio con Giosi, che ha 40 anni più di lei, preferisce le nozze. Lucano, però, non è convinto: «Lui su questo è lucido, anzi tutti e due sono lucidi. Sara ha capito che questo la vuole per fare i comodi suoi e lei lo vuole per i comodi suoi ovvero per il documento». Sara, infatti, ammette: «Lui capisce solo quando vuole fare l'amore...». E Lucano risponde: «Questo è come un animale...». Poi, poco dopo, aggiunge: «Giosi è lucido, lui dice “questa qua vuole i documenti? Li deve pagare! Non li deve pagare con i soldi, li deve pagare...». Già, come li paga? Ovvio: «In natura!». Matrimoni combinati, drammi umani, piani astrusi... Gli ingredienti per una grande fiction ci sono tutti, non credete?
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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