2026-05-12
Dimmi La Verità | Giuseppe Santomartino: «Ecco le conseguenze di quello che succede in Iran»
Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.
Alessandro Zan (Getty Images)
Il promotore della legge mordacchia, che fu affossata cinque anni fa, annuncia l’arrivo di una direttiva Ue che ce la imporrebbe di nuovo. E i dem celebrano dieci anni di unioni civili rilanciando il matrimonio omosex.
Il ddl Zan s’ha da (ri)fare: ce lo chiede l’Europa. La notizia arriva direttamente dal padre della legge mordacchia, che nel 2021 venne affossata al Senato tra «gli applausi della destra» (ricordava ieri Repubblica) e, soprattutto, con lo zampino dei franchi tiratori della sinistra. In un’intervista al quotidiano romano, l’eurodeputato del Pd ha segnalato che il 21 maggio, nella plenaria di Strasburgo, con l’imprescindibile contributo del Ppe, dovrebbe essere approvata una revisione della direttiva Vittime del 2012.
Il testo, ha riferito Alessandro Zan, sancirà «tutele speciali per chi è oggetto di stalking, violenza domestica, crimini d’odio». «Il giudice», ha aggiunto l’onorevole, «dovrà tenere conto delle motivazioni discriminatorie di un reato», il che rafforzerà la posizione di chi subisce abusi «dal momento della denuncia al risarcimento dei danni. I dati della vittima, come la residenza, non saranno disponibili all’imputato, salvo decisione del giudice. Verrà introdotta la possibilità di denuncia anche attraverso organizzazioni riconosciute», qualora la persona offesa abbia paura di procedere da sola; e nascerà «un numero unico europeo per le vittime. Ci sarà una formazione obbligatoria per gli operatori, dalla polizia al personale sanitario. Sostegno alla denuncia anche per migranti con status irregolare».
Vista in questa chiave, la direttiva Ue, cui Roma dovrebbe poi conformarsi, riporterebbe in vita soltanto la parte giuridicamente meno discussa del ddl Zan: l’idea originaria di estendere ad altre categorie protette le disposizioni della legge Mancino del 1993. In realtà, i motivi principali per cui quell’iniziativa normativa creò scompiglio erano più seri. Innanzitutto, l’articolo 1 del testo avrebbe introdotto la definizione legale di identità di genere, intesa come «autopercezione», a prescindere dal dato biologico. Zan, così, tentava un’operazione subdola: imporre e blindare l’ideologia Lgbt, sfruttando il potere di una maggioranza politica.
Ancora peggio era il combinato degli articoli 2 e 3, contenenti le modifiche al Codice penale che avrebbero creato fattispecie basate sull’omotransfobia, e dell’articolo 4, che avrebbe dovuto salvaguardare la libertà di espressione, ma si fondava su una formulazione vaga e insidiosa: garantendo la legittimità delle opinioni solo fintantoché non fossero state «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti», il cavillo spalancava le porte all’arbitrio dei magistrati nel determinare un eventuale collegamento tra manifestazione delle idee e condotte delittuose altrui. Per intenderci: pubblico un libro in cui difendo la famiglia tradizionale; un invasato picchia un omosessuale dichiarando di essersi sentito ispirato da quel volume; potrei essere condannato, perché ciò che ho scritto si sarebbe rivelato «idoneo» a indurre un’altra persona a commettere un reato?
Era controverso anche l’articolo 7, che istituiva la Giornata nazionale contro omofobia, lesbofobia, bifobia e transfobia, con l’obbligo per le scuole di predisporre attività di sensibilizzazione. Il lavaggio del cervello tra i banchi.
A parte l’odore di incostituzionalità del ddl, contro quell’iniziativa si schierò apertamente la Chiesa, evocando addirittura potenziali violazioni del Concordato. Si spiega la freddezza con cui lo accolsero gli esponenti cattolici del Pd. Alla fine, il progetto sfumò in Aula, vittima della tagliola e di uno scrutinio segreto.
Ora, archiviata la delusione, il signor Pride, l’uomo la cui società era arrivata a incassare oltre un milione di euro l’anno grazie alla carnevalata sull’orgoglio gay che organizzava a Padova, torna alla carica. Riesumando il bavaglio e rilanciando la crociata per le nozze omosex, in occasione del decennale dall’approvazione delle unioni civili.
Ieri, anche Matteo Renzi, all’epoca presidente del Consiglio, sui social ha celebrato la ricorrenza, rivendicando di aver posto la fiducia sul provvedimento: «Era un azzardo politico, ma era anche un dovere morale», ha twittato. «Chi si ama non è mai un problema per la società». Oggi, però, quel traguardo - che non ha portato benissimo alla sua madrina, Monica Cirinnà, ormai sparita dai radar - viene considerato «insufficiente». Avs ha ricordato, ad esempio, che la maggioranza «non ebbe il coraggio di mettere nero su bianco che quelle stesse coppie potessero essere anche genitori». Per dirla con Zan, la battaglia del futuro dovrà essere quella «per il matrimonio egualitario». Un altro motivo per mobilitare le masse di attivisti e tenere aperto un circo redditizio.
Le unioni civili, dunque, non bastano più: «È importante andare oltre», ha proclamato l’onorevole dem. Bisogna «approvare il matrimonio egualitario e riformare il diritto di famiglia». Di più: «Serve garantire l’adozione alle persone single e alle coppie dello stesso sesso e consentire l’accesso alla procreazione medicalmente assistita. Su questo», ha insistito Zan, «esiste una proposta di legge a mia firma insieme a Elly Schlein».
Pure stavolta, ci sarebbe un ostacolo: una Costituzione che «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». E non proprio sul matrimonio arcobaleno. Certo, i magistrati già stanno contribuendo a smontarla: la Corte d’Appello di Bari ha appena riconosciuto che un bimbo di 4 anni, nato in Germania da una donna e un uomo, è figlio anche del marito di costui. Genitore 1, genitore 2, genitore 3.
Schlein e compagni avevano arruolato la Carta «più bella del mondo» per fermare la riforma della giustizia; adesso, la fanno ridiventare carta straccia.
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Keir Starmer (Ansa)
Dopo la mazzata delle amministrative e la cavalcata di Nigel Farage, 55 parlamentari laburisti chiedono le dimissioni del premier inglese.
Dopo la batosta elettorale e l’avanzata travolgente di Nigel Farage, Keir Starmer ha scelto la strada dello scaricabarile. Anziché assumersi la responsabilità della crisi politica, economica e sociale che attraversa il Regno Unito dopo mesi di governo laburista, il premier britannico ha deciso di puntare il dito contro il bersaglio preferito dell’establishment europeista: la Brexit. E soprattutto contro l’uomo che più di ogni altro continua a incarnarla politicamente, cioè Farage, oggi vero vincitore delle urne britanniche. Nel suo intervento, Starmer ha attaccato frontalmente il leader di Reform Uk e l’eredità del referendum del 2016.
«Nigel Farage disse che la Brexit avrebbe reso la Gran Bretagna più ricca», ha dichiarato il premier, «e invece l’ha resa più povera». Poi l’affondo sull’immigrazione: Farage «disse che avrebbe ridotto i flussi, ma l’immigrazione è schizzata alle stelle». E ancora: la Brexit avrebbe dovuto rendere il Paese «più sicuro», mentre secondo Starmer «lo ha reso più debole».
Parole che suonano come un disperato tentativo di trovare un capro espiatorio dopo settimane difficilissime per Downing Street. Le amministrative e le elezioni locali, infatti, hanno certificato il crollo del consenso laburista e la contemporanea crescita di Reform Uk, ormai sempre meno forza di protesta e sempre più partito di massa con consensi strutturali. Non a caso, Starmer ha ammesso apertamente che gli elettori sono «frustrati dallo stato della Gran Bretagna». Eppure, anziché interrogarsi sugli effetti delle proprie politiche fallimentari, il leader laburista - assediato all’interno del suo stesso partito - si è abbandonato al gioco delle tre carte, trasformando ogni problema del presente in una conseguenza della Brexit.
L’operazione appare tanto più evidente in quanto Starmer, in realtà, non propone affatto un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea: nessuna ipotesi di rientro nell’Ue, nessun ritorno al mercato unico o all’unione doganale. Il premier, d’altronde, sa bene che una simile proposta sarebbe politicamente insostenibile e probabilmente suicida. Per questo motivo, la sua strategia sembra piuttosto quella di un graduale riavvicinamento politico e diplomatico a Bruxelles, soprattutto attraverso il rafforzamento dell’asse con Emmanuel Macron e Friedrich Merz, già cementato dalle numerose iniziative dei «volenterosi». Non è un caso che Starmer abbia parlato della necessità di «una nuova direzione per la Gran Bretagna» e di un rapporto più stretto con l’Europa. Una linea, questa, che rischia però di apparire scollegata dall’umore reale del Paese. Anche perché né Macron né Merz attraversano un momento particolarmente brillante sul fronte interno: il presidente francese continua a fare i conti con una popolarità fragile e continui cambi di governo, mentre il cancelliere tedesco è alle prese con un crescente malcontento che si riflette in sondaggi disastrosi per sé e il suo partito.
Nel frattempo è Farage a raccogliere i frutti della disfatta laburista, capitalizzando al massimo i fallimenti del governo sia sul fronte economico che su quello delle politiche migratorie. Tant’è che 55 parlamentari laburisti hanno esplicitamente chiesto le dimissioni di Starmer o che questi fissi una data per le sue dimissioni da primo ministro britannico. E più Starmer insiste nell’additare la Brexit come la causa principale di ogni singolo problema del Regno Unito, tanto più il leader di Reform Uk riesce a presentarsi come il bersaglio privilegiato di un establishment europeista che, a dieci anni esatti dal referendum, non ha ancora accettato il verdetto delle urne. Per questi signori, dopotutto, il popolo vota bene solo quando vota per loro.
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Ansa
A Rieti, l’organizzazione di Maurizio Landini e la Uil contro una municipalizzata che ha accolto nella governance anche la «quota operaia». Il motivo? L’azienda non ha informato le sigle, quindi l’atto è «antisindacale».
La notizia sarebbe questa: una lavoratrice eletta dai lavoratori entra nel consiglio di amministrazione di una società, in questo caso una ex municipalizzata, per poter contribuire alla crescita della stessa portando la voce di chi vi lavora. E sarebbe una bella notizia. Invece capita che, in una distorsione del mondo, - qualcuno lo definirebbe un mondo al contrario - il più grande sindacato italiano per numero di iscritti impugni l’elezione e faccia causa per cancellare tutto.
È quel che è accaduto a Rieti, dove la signora Carla De Angelis, eletta appunto nel cda della Azienda servizi municipali spa, si ritrova al centro di una disputa per effetto di due cause promosse dalla Cgil e dalla Uil locali davanti ai tribunali di Rieti e di Roma per condotta antisindacale e accuse affini. Assurdo, a maggior ragione se si pensa che in un mondo dove le donne sono spesso sacrificate per ruoli, mansioni e stipendio, la signora Carla, che ha pure una importante disabilità, ha vinto alla stragrande le elezioni interne. Tutto da rifare, dunque? Vedremo che cosa diranno appunto i giudici interessati.
Ma andiamo con ordine, partendo da una breve considerazione generale. Sono anni che il tema della partecipazione dei lavoratori alla governance aziendale è al centro dei dibattiti, anche perché nella Costituzione italiana (quella così elogiata e citata anche recentemente da Maurizio Landini, gran capo della Cgil), all’articolo 46 per l’esattezza, si attribuisce ai lavoratori la titolarità di un diritto soggettivo che i padri costituenti così illuminarono nell’equilibrio delle culture cattolica, liberale e socialista: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende».
Dopo diversi decenni, il primo approdo di queste parole avvenne in Rai con l’elezione da parte dei lavoratori di un componente all’interno del Consiglio di amministrazione. Da allora ad oggi, altri timidi tentativi sono stati compiuti in ambiti privati, per esempio ElectroLux-Zanussi e Ducati-Lamborghini. Per la prima volta a Rieti è toccato a un’azienda di servizi, una di quelle società che un tempo avremmo definito municipalizzate, con una modifica dello Statuto precedente persino alla legge approvata dal centrodestra un anno fa circa, la 76 del 2025.
Ebbene, per paradosso, proprio facendo leva sulla legge portata avanti dal presidente della commissione Lavoro Walter Rizzetto (Fdi), la Cgil ha fatto ricorso alla magistratura chiedendo l’annullamento di ogni passaggio che ha portato la lavoratrice Carla De Angelis a sedere nel cda di Asm Rieti spa. A un primo sguardo, l’imprecisione della norma del centrodestra apre il varco in cui si sono infilate Cgil e Uil: peccato che - come si legge nella difesa dell’azienda - lo Statuto che i due sindacati vorrebbero cassare sia antecedente alla legge, e avesse coinvolto nella sua formazione tutti i soggetti sindacali.
Ma - sbaglieremo - la battaglia della Cgil con la Uil ha più il sapore di una istanza di «potere» che di «principio»: «Le scriventi organizzazioni sindacali sono venute a conoscenza per tramite delle proprie categorie dell’invio a queste ultime di un regolamento che disciplina l’elezione del rappresentante dei lavoratori nel cda di Asm», scrivono i segretari regionali dei due sindacati ricorrenti al sindaco di Rieti Sinibaldi e al presidente dell’azienda Regnini. «Nel confermare la nostra contrarietà di tale scelta, rammentiamo le intese intercorse che determinavano un tavolo tecnico permanente…». Così, tra tavoli tecnici e Consigli di vigilanza come punto di intesa, le carte bollate hanno preso il sopravvento a scapito della signora De Angelis, donna lavoratrice che ha superato pregiudizi e pure la propria disabilità, la quale però è sostenuta dall’azienda e dagli altri sindacati che hanno voluto il nuovo statuto: su tutti, Ugl e Cisl.Mi sono letto le carte e ammetto che trovo davvero lunare che una bella storia personale (quella della lavoratrice) e una bella battaglia a favore dei lavoratori sia impigliata ora nei tribunali del lavoro di Rieti e di Roma (tra l’altro non si capisce come mai Roma) perché avrebbe «leso le prerogative sindacali riconosciute proprio dalla citata legge (la 76/2025, ndr), avendo previsto nello Statuto, in modo unilaterale e senza accordo sindacale, la partecipazione di un rappresentante dei lavoratori nell’organo amministrativo e altrettanto unilateralmente previsto un regolamento per l’elezione del suddetto componente».
Ergo il sindacato di Landini e la Uil portano in giudizio l’azienda per chiedere l’accertamento della condotta antisindacale; per revocare e/o annullare la consultazione elettorale, nonché la nomina del rappresentante dei lavoratori nel cda; inibire lo svolgimento di qualsivoglia consultazione elettorale in assenza di un accordo sindacale e altro ancora. Tutte questioni cui l’azienda ha risposto puntualmente soffermandosi - almeno questi sono quelli che qui ritengo importanti nel racconto - su due aspetti: lo Statuto della Asm è antecedente alla legge 76/2025 (a maggior ragione chapeau a chi l’ha voluta!) e l’articolo 46 della Costituzione. Ne aggiungo un terzo, che politicamente è il più importante di tutti e che dovrebbe far tornare Landini e soci sui loro passi: una volta che i lavoratori vincono, che una donna vince, chi si mette di traverso in nome delle regole? La Cgil di Landini, il sindacato che dice di contestare il governo (ma usa una sua legge per fare ricorso) e che si riempie la bocca dei valori costituzionali in difesa dei lavoratori.
Beh, stavolta il mondo al contrario lo hanno scritto Landini, la Cgil e la Uil. Complimenti.
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