
- Avvertimento della Repubblica islamica dopo gli incessanti raid a Beirut. Lo Stato ebraico snobba gli appelli alla prudenza della Casa Bianca e colpisce un complesso petrolchimico: «Per ora cessiamo il fuoco, ma restiamo pronti a difenderci...».
- L’allarme delle Agenzie mondiali: rischio di scorte strategiche di greggio al minimo entro luglio.
Lo speciale contiene due articoli
Il fragile cessate il fuoco che da due mesi tiene lontano il Medio Oriente da una guerra aperta tra Israele e Iran è tornato a scricchiolare dopo una nuova escalation che rischia potenzialmente di far precipitare ancora la regione nel conflitto. Domenica sera Teheran ha lanciato una raffica di missili contro il Nord di Israele, segnando la più grave violazione della tregua raggiunta dopo settimane di combattimenti. Secondo le autorità israeliane, circa dieci missili sono stati lanciati in rapida successione intorno alle 22. Le sirene d’allarme hanno risuonato in numerose località del Nord del Paese, ma non si registrano vittime né feriti. L’Iran ha rivendicato l’attacco sostenendo che si è trattato di una risposta al raid effettuato poche ore prima dall’aeronautica israeliana contro il quartiere di Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah, il movimento sciita libanese sostenuto da Teheran.
Nel tentativo di contenere la crisi è intervenuto il presidente americano Donald Trump, che subito dopo il lancio dei missili ha annunciato di voler chiedere al premier israeliano Benjamin Netanyahu di evitare una risposta immediata. Nonostante gli appelli alla prudenza provenienti da Washington, la reazione non si è fatta attendere. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver colpito diversi obiettivi collegati al complesso petrolchimico di Mahshahr, nel Sud-Ovest dell’Iran. Successivamente l’Idf ha comunicato di aver effettuato ulteriori attacchi contro installazioni militari iraniane nelle regioni occidentali e centrali del Paese. Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sul numero delle vittime né sulla localizzazione esatta di tutti gli obiettivi colpiti.
Da Washington è arrivata la precisazione che le forze armate statunitensi non hanno partecipato alle operazioni. Poi, nel pomeriggio, le parti belligeranti hanno annunciato la fine delle operazioni. Da Teheran, però, sono arrivate parole che lasciano intendere come il confronto sia tutt’altro che concluso. In un messaggio alla nazione, il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha accusato Israele di continuare a violare gli accordi esistenti. «Il nemico ha dimostrato, ancora una volta, con le continue violazioni degli impegni, che non rispetta accordi o cessate il fuoco», ha dichiarato. Hatami ha assicurato che le forze armate iraniane sono pronte a combattere fino all’ultimo. «Siamo pienamente preparati fino all’ultima goccia di sangue a sacrificare le nostre vite per la dignità e l’indipendenza di un fiero Iran». Quindi l’avvertimento rivolto a Israele: «Se il nemico ripete i suoi atti di aggressione, la nostra risposta sarà molto più severa». Il generale ha inoltre attribuito agli Stati Uniti la responsabilità dell’«aggressione sionista».
Sul fronte opposto, Netanyahu ha ribadito che Israele continuerà a colpire Hezbollah. «I nostri eroici combattenti stanno distruggendo Hezbollah», ha dichiarato in una videodichiarazione, «continuiamo a distruggere tutte le loro infrastrutture terroristiche nella zona di sicurezza, comprese enormi strutture sotterranee». Secondo il premier, il gruppo sciita aveva pianificato un’invasione della Galilea e un massiccio attacco missilistico contro le città israeliane. «Per ora il fuoco è cessato, ma abbiamo pieno diritto all’autodifesa. L’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai e la nostra battaglia con loro non è ancora finita», ha aggiunto Netanyahu. Il premier israeliano ha poi risposto indirettamente agli inviti alla moderazione provenienti dalla Casa Bianca. «Israele ha il pieno diritto all’autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario. Ve lo dico con la stessa stima e rispetto che nutro per il mio amico, il presidente Trump», ha affermato, sottolineando che «il fronte con l’Iran è sotto controllo».
Sulla stessa linea si è espresso il ministro della Difesa Israel Katz. Commentando il cessate il fuoco, Katz ha chiarito che le operazioni contro Hezbollah (ieri 7 morti), proseguiranno e che Israele è pronto a colpire nuovamente Beirut in caso di ulteriori attacchi. «Il quartiere Dahiyeh di Beirut sarà trattato allo stesso modo delle comunità del Nord. Qualsiasi attacco contro le comunità del Nord porterà a un nostro attacco», ha concluso. In serata le Forze armate israeliane hanno diffuso un nuovo ordine di evacuazione nella zona di Tiro, nel Libano meridionale. La preoccupazione israeliana, però, è che il presidente Trump possa limitare le operazioni di Israele in Libano e che cerchi di ridurne la portata non solo a Dahiyeh, ma più in generale in tutto il territorio libanese.
Ad aumentare la pressione su Teheran è arrivata anche la decisione dell’Unione europea di inserire nelle proprie liste sanzionatorie Mohammad Akbarzadeh, vicecomandante per gli Affari politici della Marina dei pasdaran, e Hamid Hosseini, rappresentante dell’Unione degli esportatori iraniani di prodotti petroliferi, gas e petrolchimici. Bruxelles li accusa di sostenere attività che ostacolano la libertà di navigazione e il diritto di transito nello Stretto di Hormuz.
E ora il petrolio fa di nuovo paura. «Le riserve si stanno consumando»
Le quattro principali istituzioni economiche ed energetiche del pianeta (Agenzia internazionale dell’energia, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio) hanno avvertito negli ultimi giorni che il cuscinetto delle riserve petrolifere si sta consumando a una velocità senza precedenti.
Qualora la crisi dello Stretto di Hormuz non rientrasse, dicono le organizzazioni sovranazionali, il mercato rischierebbe di scoprire troppo tardi quanto in alto possa arrivare il prezzo del barile. I nuovi scambi di missili tra Israele e Iran delle ultime ore sembravano allontanare le ipotesi di pace rapida nel centesimo giorno di guerra. Ma nel pomeriggio di ieri entrambe le parti hanno annunciato un cessate il fuoco provvisorio che ha calmato i prezzi, con il petrolio che dai massimi a 98 dollari al barile è tornato attorno a 94 dollari.
Malgrado tutto, dall’inizio della guerra in Iran i prezzi del greggio non sono saliti in modo drammatico e questo ai più appare sorprendente. Vi sono però due ragioni fondate, per questo. La prima è che la Cina ha tagliato in modo marcato le importazioni, riducendo il fabbisogno di greggio, mentre la seconda è che si sta attingendo in misura massiccia alle scorte accumulate negli anni passati. Si tratta di due ammortizzatori che nessun analista considera sostenibili a lungo. Se il prelievo proseguisse al ritmo attuale, il consueto aumento di domanda dell’estate rischierebbe di far decollare le quotazioni.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte globali osservate sono calate di circa 250 milioni di barili tra marzo e aprile, a un ritmo prossimo ai 4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% della domanda mondiale, con un crollo particolarmente pesante delle scorte a terra dei paesi Ocse (circa 146 milioni di barili). I 32 membri dell’Agenzia hanno liberato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, che però non hanno tenuto il passo del prelievo, mentre le perdite cumulate dei produttori del Golfo dall’inizio della guerra hanno superato il miliardo di barili (con oltre 14 milioni di barili al giorno di produzione ferma).
Il Fondo monetario internazionale ha stimato che le scorte globali commerciali e strategiche, superiori a 8 miliardi di barili prima del conflitto, possano scendere intorno ai 7,5 miliardi entro luglio, il minimo degli ultimi cinque anni. Negli Stati Uniti l’ultima rilevazione del Dipartimento dell’energia indica scorte totali di greggio comprensive di quelle strategiche pari a 790,8 milioni di barili, in calo di circa 16 milioni in sette giorni, cioè oltre 2 milioni di barili al giorno. Le scorte commerciali, al netto della riserva strategica, si fermano a 433,7 milioni di barili, circa il 3% sotto la media stagionale quinquennale, con la riserva strategica scesa a 357,1 milioni.
Lo schema che ne emerge spiega perché il greggio Brent Dated (cioè il greggio con consegna fisica a breve termine, riferimento per il Mare del Nord), dopo aver toccato i 144 dollari al barile, sia poi ridisceso sotto quota 100.
Il prelievo dalle scorte e il calo della domanda cinese hanno tenuto a freno le quotazioni e comprato tempo mentre lo stretto resta di fatto chiuso, ma tutte le analisi concordano nel ritenere che se Hormuz rimanesse sbarrato e le scorte commerciali continuassero a scendere al ritmo attuale, il Brent potrebbe spingersi verso i massimi storici nel corso dell’estate, con scenari che collocano il prezzo tra i 130 e i 140 dollari.
Il paradosso è che nel caso di una riapertura dello Stretto, una marea di petrolio si riverserebbe sui mercati. Circa 600 petroliere sono bloccate nel Golfo e poco meno di un miliardo di barili è congelato in mare o non prodotto, una massa che al primo via libera rientrerebbe sul mercato insieme alla maggiore produzione delle Americhe (oltre 600.000 barili al giorno in più dall’inizio dell’anno). Non sarebbe un flusso immediato, ma avrebbe un effetto depressivo sui prezzi, riportandoli in acque meno burrascose.





