Giuseppe Giangrande: «Anch’io, ferito in servizio, sto con il collega»

Il prossimo settembre compirà 63 anni il maresciallo in congedo Giuseppe Giangrande. Originario di Monreale (Palermo), inviato di rinforzo a Roma dal Battaglione carabinieri Toscana, la sua vita fu stravolta la mattina del 28 aprile 2013 mentre prestava servizio d’ordine davanti a Palazzo Chigi nel giorno dell’insediamento del governo Letta.
Un suo quasi coetaneo, Luigi Preiti di 49 anni, all’improvviso si mise a sparare contro i carabinieri e il primo a essere colpito, al collo, fu Giangrande; poi l’uomo, arrivato quella stessa mattina dalla Calabria, ferì a una gamba il carabiniere scelto Francesco Negri, allora trentenne e ne sfiorò altri due. Voleva colpire dei politici, «in testa avevo Berlusconi, Bersani o Monti, erano loro i miei obiettivi», disse Preiti che sta terminando di scontare 16 anni di reclusione. Uscirà quest’anno.
Ha ripetuto che non aveva nulla contro i carabinieri, ma Giangrande da quel giorno è rimasto tetraplegico. Per le gravissime lesioni permanenti ha affrontato lunghe cure, è stato parecchio tempo ricoverato. Vive a Prato accudito dalla figlia Martina, 35 anni, e circondato dalla solidarietà di tante persone che lo aiutano ad affrontare i gravi problemi fisici e l’hanno sostenuto pure economicamente.
Maresciallo, ha saputo della sottoscrizione aperta dalla Verità?
«Certo, anch’io ho mandato il mio contributo. I carabinieri sono molto solidali tra di loro. E se c’è tanta generosità è perché i cittadini sono vicini alle forze dell’ordine».
La colpirono «per sbaglio», ma per quel proiettile esploso a breve distanza rimase invalido a 50 anni.
«È il nostro lavoro, sappiamo che è pieno di rischi. Ho solo svolto il mio dovere. Purtroppo abbiamo a che fare con gente priva di scrupoli: persone che sanno che cosa facciamo noi, mentre noi non sappiamo nulla di loro. Le forze dell’ordine non sono sufficientemente tutelate, chi delinque rimane sul nostro territorio e i decreti di espulsione non vengono eseguiti. La pena deve essere certa e sicura, anche se il governo sta facendo molto con il pacchetto sicurezza, che a oggi mancava».
Lei si è sentito tutelato?
«Dall’Arma sì. E continuo a sentire il sostegno dei cittadini di Prato, così pure di ogni parte d’Italia. Non si sono dimenticati di me, questo dà forza. Anche il vicebrigadiere Emanuele Marroccella non si sentirà solo dopo tanta solidarietà dimostrata. Però carabinieri e poliziotti devono sentirsi tranquilli di operare e intervenire sul territorio nei termini di legge».
Preiti ha chiesto più volte di incontrarla, lei ha detto no.
«Assolutamente no. Nella sua incoscienza ha voluto fare del male, in reazione al suo fallimento economico, sociale, affettivo. Se i militari della mia squadra non fossero intervenuti poteva essere una strage perché quell’uomo aveva altri 50 proiettili nel borsello, oltre a quelli nel caricatore di una pistola comprata al mercato nero, con la matricola abrasa».
Posso chiederle come sta fisicamente?
«Ogni giorno c’è una guerra da combattere, le lesioni che ho riportato, non solo quella più grave alla spina dorsale, mi hanno reso molto fragile. Però reagisco, mi muovo sulla sedia a rotelle, vado nelle scuole dove sono invitato a parlare con i ragazzi di legalità, di come combattere droghe e bullismo».
A darle forza è anche sua figlia Martina, che l’aveva risvegliata dal coma farmacologico. E che ha scelto di restarle accanto.
«Mi sento colpevole nei suoi confronti perché le ho strappato la gioventù. Mia moglie era morta per un infarto due mesi prima che venissi colpito a Roma, Martina continua a vivere con me. Ha il suo lavoro e io sono l’altro suo impegno, svolto con devozione e amore».
«Posso ritenermi fortunata perché mio padre è con noi: parliamo tanto e a volte litighiamo, anche se purtroppo da quel giorno è rimasto tetraplegico», aveva scritto sua figlia a Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore colpito per errore da un proiettile nel 2019.
«Insieme avevamo aggiunto: “Noi abbiamo avuto il supporto dell’Arma che non ci ha mai lasciato soli e ci ha supportato in tutto e per tutto. Ricorda Manuel, potrai fare tutto quello che vorrai, perché le barriere ce le creiamo solamente noi nella nostra testa, ma possiamo fare tutto: basta volerlo ed essere sostenuti dalle persone che ci vogliono bene”».
I suoi colleghi dicono che lei era uno sportivo, sempre in allenamento. Sarà dura guardarsi indietro, inchiodato su una sedia a rotelle e con problemi nei movimenti.
«Quello che mi pesa di più è non aver mantenuto la promessa a mia figlia di portarla a Parigi con me. Non posso prendere un aereo per la lesione provocata anche a un polmone, in auto non se ne parla. Nemmeno questo piccolo gesto ho potuto fare per Martina e questo, sì, è un dolore».






