I giudici vogliono spostare il voto per tenersi stretta la poltrona

Sono passati più di due mesi dal giorno in cui il Parlamento ha approvato la riforma della giustizia, ma ancora non si conosce la data nella quale gli italiani saranno chiamati a confermare o meno nell’urna la sua validità, passaggio reso obbligatorio dal fatto che in Aula non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi. Vi risparmio il perché e il percome di questo stallo: parliamo infatti di tecnicismi degni di Azzeccagarbugli, avvocato manzoniano delle cause perse più attento al proprio interesse che a quello del cliente, cioè - nel caso in questione - a quello dei magistrati rispetto a quello dei cittadini. La maggioranza vorrebbe indire il referendum il più presto possibile, magistrati e opposizione mai o, in subordine, il più tardi possibile. In mezzo ci sono il presidente Sergio Mattarella, al quale spetta l’ultima parola, e le tavole della legge che, come noto, in Italia non sono incise nella pietra bensì scritte con inchiostro simpatico, quello che scompare e riappare a seconda di chi legge.
La data del referendum non è una questione marginale in quanto l’attuale Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno delle toghe, scade tra un anno e il complesso iter per rinnovarlo parte tra meno di dieci mesi. Ora, forma e sostanza del Csm sono il cuore della riforma: le nuove regole per la sua composizione (sorteggio dei membri e suo sdoppiamento, uno per i giudici e un altro per i pm) costituiscono il grimaldello per mettere fine allo strapotere delle correnti ritenuto non a torto il cancro del sistema giudiziario. In altre parole: se si riuscisse a spostare più in là possibile il referendum - detto che, una volta diventata legge, la riforma per entrare in vigore ha poi bisogno dei decreti attuativi, cioè di leggi ordinarie che necessitano di un certo tempo per essere approvate -, ecco che il prossimo Csm dovrebbe essere eletto con il vecchio sistema. E allora addio riforma, anche se approvata prima dal Parlamento e poi dagli italiani nelle urne: per altri quattro anni (tanto dura il mandato) ci dovremmo tenere le cose come stanno.
Insomma, siamo di fronte all’ennesima furbata della casta dei magistrati e della sinistra: altro che «serve tempo per spiegare bene agli italiani perché la riforma non va bene»; non c’entra nulla neppure il fatto - pur plausibile - che più passa il tempo più il fronte del «No», oggi dato perdente nei sondaggi, potrebbe recuperare lo svantaggio nei confronti di quello del «Sì».
Non fatevi ingannare: il tempo serve solo a lorsignori per provare con un sotterfugio a perpetuare per altri quattro anni lo sfregio alla democrazia in atto da oltre un trentennio: da quando, con Mani pulite, la combine tra pm e giudici azzerò tutta la classe politica meno quella del Partito comunista che da pochi mesi aveva cambiato nome in Pds, ma non pelle né anima. Per nostra fortuna arrivò Silvio Berlusconi e i loro piani saltarono. Da allora è una guerra continua: a noi combattere l’ultima battaglia nelle urne referendarie.






