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2024-05-10
Che tempismo i giudici di Genova: «Arrestate Toti prima delle elezioni»
Giovanni Toti (Ansa)
Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato perché ci sono le elezioni. A collegare l’arresto del governatore con le elezioni, probabilmente le imminenti europee alle quali il partito di Toti, Noi moderati schiera 7 candidati, non è qualche politico ipergarantista, ma lo stesso gip Paola Faggiani nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex giornalista Mediaset. L’esigenza della misura cautelare nei confronti di Toti viene motivata infatti con «il pericolo attuale e concreto che l’indagato commetta altri gravi reati della stessa specie di quelli per cui si procede e, in particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri». Il giudice osserva come anche come «in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell’arco temporale della presente indagine (circa 18 mesi)» tra cui le Comunali di Genova e le Politiche del 2022 «Toti, pressato dalla necessità di reperire fondi per affrontare la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo, in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori (gli Spinelli e Moncada)». Hanno tutti ragione, quindi. Sia chi parla di un provvedimento a orologeria (in questo caso motivato), sia il procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che nel rispondere alle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici di centrodestra sugli arresti a poche settimane di distanza dalle elezioni europee aveva dichiarato: «La nostra richiesta è di cinque mesi fa, precisamente del 27 dicembre». Intanto sono iniziati gli interrogatori di garanzia del gip: ieri ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Paolo Emilio Signorini, ex presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e ad (sospeso) di Iren, in cella a Marassi: «Signorini», ha detto il suo legale Enrico Scopesi, «ritiene di poter fornire una serie di spiegazioni, ma difficilmente lo si può fare in una situazione di carcerazione. Confido che si possa risolvere e affrontare il problema della carcerazione. Adesso la priorità è chiarire la misura cautelare, farlo uscire da Marassi. Ha confermato la disponibilità di parlare eventualmente in un secondo momento». Oggi tocca a Giovanni Toti, domani a Aldo Spinelli.
Intanto l’indagine prosegue, con gli investigatori che esplorano ulteriori filoni. A rivelarlo, anche in questo caso, è il gip Faggiani nelle motivazioni dell’arresto di Toti: «Particolarmente significativa ai fini cautelari è anche l’emersione, dalle indagini di ulteriori vicende (ancora oggetto di approfondimenti investigativi) che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste di interessamento per pratiche amministrative di loro interesse, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti». Poi prosegue, citando il nome di uno degli imprenditori attenzionati dagli inquirenti: «Si pensi, al riguardo, alla conversazione intercorsa in data 17 maggio 2021 (in cui Luigi Alberto Amico nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (capo di gabinetto di Toti, ndr) all’interno dell’ufficio di quest’ultimo, chiedeva al predetto una “mano” per capire “come meglio supportarvi e poi per capire come è il termometro politico”. Amico, in particolare, dopo avere precisato che la sua intenzione era “continuare”a finanziare Giovanni Toti e che, in cambio, “non chiedeva la luna” ma chiedeva solo “un 'attenzione legittima”, precisava che “sono 6 anni che aspettiamo il rinnovo della concessione mi farebbe piacere quella... pizzico più di attenzione... noi siamo abbastanza allineati...». Poco tempo dopo, «veniva riscontrato un finanziamento della cifra di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto “dedicato” del presidente Toti )» operazione che veniva «segnalata come “sospetta” dalla Banca d’Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci». Il riferimento è a Pietro Colucci, imprenditore attivo in Liguria nel settore dello smaltimento dei rifiuti, definito nell’ordinanza « gestore di alcune discariche nella provincia di Savona tramite le società Green up Srl e Ecosavona Srl». L’imprenditore, tra il 2016 e il 2020, tramite società a lui riconducibili, avrebbe versato, al «Comitato change e al Comitato Giovanni Toti Liguria (comitati deputati a raccogliere fondi per Giovanni Toti e per il suo raggruppamento politico) complessivamente 195.000 euro in violazione della normativa sul finanziamento ai partiti politici». Somme versate, secondo l’ordinanza, «senza alcuna delibera dell’organo societario» e, in un caso, anche «senza alcuna iscrizione in bilancio». Sono state proprio le erogazioni di Colucci a mettere nei guai Toti, che a marzo del 2021, veniva intercettato in una telefonata con Cozzani. Il governatore, nel definire una serie di incontri necessari a definire delle questioni aperte, spiegava al suo braccio destro di volere agire «Su tutta la situazione, così mettiamo in fila l’Ato idrico, la cosa, anche perché poi ci si infila dentro anche roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce...». Il gip spiega che la circostanza «Sulla base di tali elementi la Procura procedeva all’iscrizione del reato di cui all’articolo 318 cp (corruzione, ndr)e venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche ed ambientali». Va detto che sebbene le intercettazioni «non abbiano consentito di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci», hanno però svelato « gli ulteriori rapporti corruttivi» contestati nel procedimento. Nell’inchiesta della Procura di Genova ci sono però anche due indagati per finanziamento illecito, che non emergono dall’ordinanza: il consigliere di amministrazione di Esselunga Francesco Moncada (indagato anche per corruzione per gli stessi fatti) e l’editore della testata Primocanale, Maurizio Rossi, perquisito lunedì scorso. Nel mirino degli inquirenti, alcuni passaggi pubblicitari sul pannello esposto a Terrazza Colombo, nel grattacielo di piazza Dante a Genova. Moncada, secondo l’accusa, in accordo con Rossi, Cozzani e Toti, aveva stipulato un contratto con una società di Rossi per pubblicizzare la catena di supermercati ma in realtà avrebbe usato lo spazio per la campagna elettorale della Lista Toti per Bucci. In cambio ci sarebbe stata la promessa di sbloccare le pratiche per l'apertura di due altri punti vendita di Esselunga, uno a Genova Sestri e uno a Savona.
L’ex sindacalista Cgil vedeva il «ras» della famiglia vicina alla ‘ndrangheta
Venanzio Maurici, il sessantaquattrenne ex dirigente della Cgil genovese indagato per la presunta compravendita (con tanto di aggravante mafiosa) di voti a favore di alcuni candidati della lista Toti alle regionali del 2020, definito dal gip Paola Faggioni il «referente “genovese” del clan Cammarata del mandamento di Riesi» era in rapporti con altre vecchie conoscenze degli intrecci tra la politica locale dem e persone vicine alla criminalità organizzata, già emersi in inchieste degli anni scorsi. Parliamo di una famiglia di imprenditori, i Mamone, originari di Cittanova, in Calabria.
Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1936 e deceduto nel 2021, era indagato insieme a Domenico Cianci, candidato alle Regionali del 2020 con la lista Cambiamo con Toti Presidente, per lo stesso reato contestato a Maurici. E proprio nel capitolo dell’ordinanza dedicato all’ex sindacalista (sospeso dalla Cgil) il gip scrive: «A conferma dell’ancora attuale ruolo di vertice rivestito dai cugini Venanzio e Franco Maurici in seno alla propaggine genovese della famiglia di Riesi, si colloca una serie di contatti intercorsi nel mese di dicembre 2020 tra i predetti e Luigi Mamone deceduto il 28 maggio 2021, capo dell’omonima famiglia radicatasi a Genova e provincia con molteplici interessi imprenditoriali, ritenuta vicina alla potente cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (Rc)». In passato, alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Procura del capoluogo ligure avevano fatto emergere i rapporti tra che i Mamone vantavano di avere con esponenti locali di spicco della sinistra, a partire dal predecessore di Toti alla guida della Regione, Claudio Burlando, per arrivare all’ex sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Il 25 gennaio 2007, Gino Mamone, figlio di Luigi, discute di affari con un imprenditore: «Io sono amico di Burlando, sono amico di Tiezzi (Gianfranco, ex assessore della lista Vincenzi, ndr), sono amico di tutti, sono amico della Marta (Vincenzi, ndr), questo progetto non lo blocca nessuno”». Poi aggiunge: «Noi ci siamo con quei 7.000 voti, non uno, noi tutti i calabresi, qua a Genova ce li gestiamo noi». I rapporti vantati dall’imprenditore trovano riscontro nel fatto che la società di Mamone, la Eco Ge, risulta aver finanziato anche l’Associazione Maestrale, presieduta da Burlando.
Ad esempio, nel 2003, sul sito internet dell’associazione, era stata pubblicata la cronaca di un evento, al quale aveva partecipato anche la Vincenzi, che evidenziava come «L’iniziativa è stata realizzata con il contributo di Eco Ge». Nel 2014, Gino Mamone e il fratello Vincenzo erano stati arrestati per una vicenda di corruzione, legata agli appalti dell’Amiu, la municipalizzata di Genova che gestiva lo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene di lusso. Intercettato in una conversazione mentre è in auto con la moglie, Gino Mamone dice: «Poi ci mando un messaggino a Burlandino, attraverso Gian Poggi (Giovanni Battista, stretto collaboratore di Burlando, ndr)… io ho chiuso, non mi ha mai dato una mano, non si è mai esposto, appena ho finito le cose vado io da Pinto (Francesco, un pm della Procura di Genova, ndr) ». Gino Mamone era stato già condannato nel 2012, sempre a Genova, a tre anni e sei mesi di reclusione, nella vicenda, che riguardava la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, vicenda poi finita in una bolla di sapone per un difetto di notifica. Nel 2023 la Corte di Appello di Genova ha invece confermato, le condanne confermate le condanne di primo grado a quattro anni e sei mesi di fratelli Mamone per la vicenda Amiu.
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Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip scrive testualmente «C’è pericolo di reiterazione del reato in occasione del voto».Venanzio Maurici era in contatto con Luigi Mamone: dalle aziende del figlio soldi ai dem.Lo speciale contiene due articoli.Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato perché ci sono le elezioni. A collegare l’arresto del governatore con le elezioni, probabilmente le imminenti europee alle quali il partito di Toti, Noi moderati schiera 7 candidati, non è qualche politico ipergarantista, ma lo stesso gip Paola Faggiani nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex giornalista Mediaset. L’esigenza della misura cautelare nei confronti di Toti viene motivata infatti con «il pericolo attuale e concreto che l’indagato commetta altri gravi reati della stessa specie di quelli per cui si procede e, in particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri». Il giudice osserva come anche come «in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell’arco temporale della presente indagine (circa 18 mesi)» tra cui le Comunali di Genova e le Politiche del 2022 «Toti, pressato dalla necessità di reperire fondi per affrontare la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo, in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori (gli Spinelli e Moncada)». Hanno tutti ragione, quindi. Sia chi parla di un provvedimento a orologeria (in questo caso motivato), sia il procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che nel rispondere alle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici di centrodestra sugli arresti a poche settimane di distanza dalle elezioni europee aveva dichiarato: «La nostra richiesta è di cinque mesi fa, precisamente del 27 dicembre». Intanto sono iniziati gli interrogatori di garanzia del gip: ieri ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Paolo Emilio Signorini, ex presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e ad (sospeso) di Iren, in cella a Marassi: «Signorini», ha detto il suo legale Enrico Scopesi, «ritiene di poter fornire una serie di spiegazioni, ma difficilmente lo si può fare in una situazione di carcerazione. Confido che si possa risolvere e affrontare il problema della carcerazione. Adesso la priorità è chiarire la misura cautelare, farlo uscire da Marassi. Ha confermato la disponibilità di parlare eventualmente in un secondo momento». Oggi tocca a Giovanni Toti, domani a Aldo Spinelli. Intanto l’indagine prosegue, con gli investigatori che esplorano ulteriori filoni. A rivelarlo, anche in questo caso, è il gip Faggiani nelle motivazioni dell’arresto di Toti: «Particolarmente significativa ai fini cautelari è anche l’emersione, dalle indagini di ulteriori vicende (ancora oggetto di approfondimenti investigativi) che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste di interessamento per pratiche amministrative di loro interesse, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti». Poi prosegue, citando il nome di uno degli imprenditori attenzionati dagli inquirenti: «Si pensi, al riguardo, alla conversazione intercorsa in data 17 maggio 2021 (in cui Luigi Alberto Amico nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (capo di gabinetto di Toti, ndr) all’interno dell’ufficio di quest’ultimo, chiedeva al predetto una “mano” per capire “come meglio supportarvi e poi per capire come è il termometro politico”. Amico, in particolare, dopo avere precisato che la sua intenzione era “continuare”a finanziare Giovanni Toti e che, in cambio, “non chiedeva la luna” ma chiedeva solo “un 'attenzione legittima”, precisava che “sono 6 anni che aspettiamo il rinnovo della concessione mi farebbe piacere quella... pizzico più di attenzione... noi siamo abbastanza allineati...». Poco tempo dopo, «veniva riscontrato un finanziamento della cifra di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto “dedicato” del presidente Toti )» operazione che veniva «segnalata come “sospetta” dalla Banca d’Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci». Il riferimento è a Pietro Colucci, imprenditore attivo in Liguria nel settore dello smaltimento dei rifiuti, definito nell’ordinanza « gestore di alcune discariche nella provincia di Savona tramite le società Green up Srl e Ecosavona Srl». L’imprenditore, tra il 2016 e il 2020, tramite società a lui riconducibili, avrebbe versato, al «Comitato change e al Comitato Giovanni Toti Liguria (comitati deputati a raccogliere fondi per Giovanni Toti e per il suo raggruppamento politico) complessivamente 195.000 euro in violazione della normativa sul finanziamento ai partiti politici». Somme versate, secondo l’ordinanza, «senza alcuna delibera dell’organo societario» e, in un caso, anche «senza alcuna iscrizione in bilancio». Sono state proprio le erogazioni di Colucci a mettere nei guai Toti, che a marzo del 2021, veniva intercettato in una telefonata con Cozzani. Il governatore, nel definire una serie di incontri necessari a definire delle questioni aperte, spiegava al suo braccio destro di volere agire «Su tutta la situazione, così mettiamo in fila l’Ato idrico, la cosa, anche perché poi ci si infila dentro anche roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce...». Il gip spiega che la circostanza «Sulla base di tali elementi la Procura procedeva all’iscrizione del reato di cui all’articolo 318 cp (corruzione, ndr)e venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche ed ambientali». Va detto che sebbene le intercettazioni «non abbiano consentito di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci», hanno però svelato « gli ulteriori rapporti corruttivi» contestati nel procedimento. Nell’inchiesta della Procura di Genova ci sono però anche due indagati per finanziamento illecito, che non emergono dall’ordinanza: il consigliere di amministrazione di Esselunga Francesco Moncada (indagato anche per corruzione per gli stessi fatti) e l’editore della testata Primocanale, Maurizio Rossi, perquisito lunedì scorso. Nel mirino degli inquirenti, alcuni passaggi pubblicitari sul pannello esposto a Terrazza Colombo, nel grattacielo di piazza Dante a Genova. Moncada, secondo l’accusa, in accordo con Rossi, Cozzani e Toti, aveva stipulato un contratto con una società di Rossi per pubblicizzare la catena di supermercati ma in realtà avrebbe usato lo spazio per la campagna elettorale della Lista Toti per Bucci. In cambio ci sarebbe stata la promessa di sbloccare le pratiche per l'apertura di due altri punti vendita di Esselunga, uno a Genova Sestri e uno a Savona.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giudici-arrestate-toti-prima-elezioni-2668216668.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-sindacalista-cgil-vedeva-il-ras-della-famiglia-vicina-alla-ndrangheta" data-post-id="2668216668" data-published-at="1715326320" data-use-pagination="False"> L’ex sindacalista Cgil vedeva il «ras» della famiglia vicina alla ‘ndrangheta Venanzio Maurici, il sessantaquattrenne ex dirigente della Cgil genovese indagato per la presunta compravendita (con tanto di aggravante mafiosa) di voti a favore di alcuni candidati della lista Toti alle regionali del 2020, definito dal gip Paola Faggioni il «referente “genovese” del clan Cammarata del mandamento di Riesi» era in rapporti con altre vecchie conoscenze degli intrecci tra la politica locale dem e persone vicine alla criminalità organizzata, già emersi in inchieste degli anni scorsi. Parliamo di una famiglia di imprenditori, i Mamone, originari di Cittanova, in Calabria. Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1936 e deceduto nel 2021, era indagato insieme a Domenico Cianci, candidato alle Regionali del 2020 con la lista Cambiamo con Toti Presidente, per lo stesso reato contestato a Maurici. E proprio nel capitolo dell’ordinanza dedicato all’ex sindacalista (sospeso dalla Cgil) il gip scrive: «A conferma dell’ancora attuale ruolo di vertice rivestito dai cugini Venanzio e Franco Maurici in seno alla propaggine genovese della famiglia di Riesi, si colloca una serie di contatti intercorsi nel mese di dicembre 2020 tra i predetti e Luigi Mamone deceduto il 28 maggio 2021, capo dell’omonima famiglia radicatasi a Genova e provincia con molteplici interessi imprenditoriali, ritenuta vicina alla potente cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (Rc)». In passato, alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Procura del capoluogo ligure avevano fatto emergere i rapporti tra che i Mamone vantavano di avere con esponenti locali di spicco della sinistra, a partire dal predecessore di Toti alla guida della Regione, Claudio Burlando, per arrivare all’ex sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Il 25 gennaio 2007, Gino Mamone, figlio di Luigi, discute di affari con un imprenditore: «Io sono amico di Burlando, sono amico di Tiezzi (Gianfranco, ex assessore della lista Vincenzi, ndr), sono amico di tutti, sono amico della Marta (Vincenzi, ndr), questo progetto non lo blocca nessuno”». Poi aggiunge: «Noi ci siamo con quei 7.000 voti, non uno, noi tutti i calabresi, qua a Genova ce li gestiamo noi». I rapporti vantati dall’imprenditore trovano riscontro nel fatto che la società di Mamone, la Eco Ge, risulta aver finanziato anche l’Associazione Maestrale, presieduta da Burlando. Ad esempio, nel 2003, sul sito internet dell’associazione, era stata pubblicata la cronaca di un evento, al quale aveva partecipato anche la Vincenzi, che evidenziava come «L’iniziativa è stata realizzata con il contributo di Eco Ge». Nel 2014, Gino Mamone e il fratello Vincenzo erano stati arrestati per una vicenda di corruzione, legata agli appalti dell’Amiu, la municipalizzata di Genova che gestiva lo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene di lusso. Intercettato in una conversazione mentre è in auto con la moglie, Gino Mamone dice: «Poi ci mando un messaggino a Burlandino, attraverso Gian Poggi (Giovanni Battista, stretto collaboratore di Burlando, ndr)… io ho chiuso, non mi ha mai dato una mano, non si è mai esposto, appena ho finito le cose vado io da Pinto (Francesco, un pm della Procura di Genova, ndr) ». Gino Mamone era stato già condannato nel 2012, sempre a Genova, a tre anni e sei mesi di reclusione, nella vicenda, che riguardava la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, vicenda poi finita in una bolla di sapone per un difetto di notifica. Nel 2023 la Corte di Appello di Genova ha invece confermato, le condanne confermate le condanne di primo grado a quattro anni e sei mesi di fratelli Mamone per la vicenda Amiu.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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