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2024-05-10
Che tempismo i giudici di Genova: «Arrestate Toti prima delle elezioni»
Giovanni Toti (Ansa)
Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato perché ci sono le elezioni. A collegare l’arresto del governatore con le elezioni, probabilmente le imminenti europee alle quali il partito di Toti, Noi moderati schiera 7 candidati, non è qualche politico ipergarantista, ma lo stesso gip Paola Faggiani nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex giornalista Mediaset. L’esigenza della misura cautelare nei confronti di Toti viene motivata infatti con «il pericolo attuale e concreto che l’indagato commetta altri gravi reati della stessa specie di quelli per cui si procede e, in particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri». Il giudice osserva come anche come «in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell’arco temporale della presente indagine (circa 18 mesi)» tra cui le Comunali di Genova e le Politiche del 2022 «Toti, pressato dalla necessità di reperire fondi per affrontare la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo, in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori (gli Spinelli e Moncada)». Hanno tutti ragione, quindi. Sia chi parla di un provvedimento a orologeria (in questo caso motivato), sia il procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che nel rispondere alle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici di centrodestra sugli arresti a poche settimane di distanza dalle elezioni europee aveva dichiarato: «La nostra richiesta è di cinque mesi fa, precisamente del 27 dicembre». Intanto sono iniziati gli interrogatori di garanzia del gip: ieri ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Paolo Emilio Signorini, ex presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e ad (sospeso) di Iren, in cella a Marassi: «Signorini», ha detto il suo legale Enrico Scopesi, «ritiene di poter fornire una serie di spiegazioni, ma difficilmente lo si può fare in una situazione di carcerazione. Confido che si possa risolvere e affrontare il problema della carcerazione. Adesso la priorità è chiarire la misura cautelare, farlo uscire da Marassi. Ha confermato la disponibilità di parlare eventualmente in un secondo momento». Oggi tocca a Giovanni Toti, domani a Aldo Spinelli.
Intanto l’indagine prosegue, con gli investigatori che esplorano ulteriori filoni. A rivelarlo, anche in questo caso, è il gip Faggiani nelle motivazioni dell’arresto di Toti: «Particolarmente significativa ai fini cautelari è anche l’emersione, dalle indagini di ulteriori vicende (ancora oggetto di approfondimenti investigativi) che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste di interessamento per pratiche amministrative di loro interesse, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti». Poi prosegue, citando il nome di uno degli imprenditori attenzionati dagli inquirenti: «Si pensi, al riguardo, alla conversazione intercorsa in data 17 maggio 2021 (in cui Luigi Alberto Amico nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (capo di gabinetto di Toti, ndr) all’interno dell’ufficio di quest’ultimo, chiedeva al predetto una “mano” per capire “come meglio supportarvi e poi per capire come è il termometro politico”. Amico, in particolare, dopo avere precisato che la sua intenzione era “continuare”a finanziare Giovanni Toti e che, in cambio, “non chiedeva la luna” ma chiedeva solo “un 'attenzione legittima”, precisava che “sono 6 anni che aspettiamo il rinnovo della concessione mi farebbe piacere quella... pizzico più di attenzione... noi siamo abbastanza allineati...». Poco tempo dopo, «veniva riscontrato un finanziamento della cifra di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto “dedicato” del presidente Toti )» operazione che veniva «segnalata come “sospetta” dalla Banca d’Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci». Il riferimento è a Pietro Colucci, imprenditore attivo in Liguria nel settore dello smaltimento dei rifiuti, definito nell’ordinanza « gestore di alcune discariche nella provincia di Savona tramite le società Green up Srl e Ecosavona Srl». L’imprenditore, tra il 2016 e il 2020, tramite società a lui riconducibili, avrebbe versato, al «Comitato change e al Comitato Giovanni Toti Liguria (comitati deputati a raccogliere fondi per Giovanni Toti e per il suo raggruppamento politico) complessivamente 195.000 euro in violazione della normativa sul finanziamento ai partiti politici». Somme versate, secondo l’ordinanza, «senza alcuna delibera dell’organo societario» e, in un caso, anche «senza alcuna iscrizione in bilancio». Sono state proprio le erogazioni di Colucci a mettere nei guai Toti, che a marzo del 2021, veniva intercettato in una telefonata con Cozzani. Il governatore, nel definire una serie di incontri necessari a definire delle questioni aperte, spiegava al suo braccio destro di volere agire «Su tutta la situazione, così mettiamo in fila l’Ato idrico, la cosa, anche perché poi ci si infila dentro anche roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce...». Il gip spiega che la circostanza «Sulla base di tali elementi la Procura procedeva all’iscrizione del reato di cui all’articolo 318 cp (corruzione, ndr)e venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche ed ambientali». Va detto che sebbene le intercettazioni «non abbiano consentito di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci», hanno però svelato « gli ulteriori rapporti corruttivi» contestati nel procedimento. Nell’inchiesta della Procura di Genova ci sono però anche due indagati per finanziamento illecito, che non emergono dall’ordinanza: il consigliere di amministrazione di Esselunga Francesco Moncada (indagato anche per corruzione per gli stessi fatti) e l’editore della testata Primocanale, Maurizio Rossi, perquisito lunedì scorso. Nel mirino degli inquirenti, alcuni passaggi pubblicitari sul pannello esposto a Terrazza Colombo, nel grattacielo di piazza Dante a Genova. Moncada, secondo l’accusa, in accordo con Rossi, Cozzani e Toti, aveva stipulato un contratto con una società di Rossi per pubblicizzare la catena di supermercati ma in realtà avrebbe usato lo spazio per la campagna elettorale della Lista Toti per Bucci. In cambio ci sarebbe stata la promessa di sbloccare le pratiche per l'apertura di due altri punti vendita di Esselunga, uno a Genova Sestri e uno a Savona.
L’ex sindacalista Cgil vedeva il «ras» della famiglia vicina alla ‘ndrangheta
Venanzio Maurici, il sessantaquattrenne ex dirigente della Cgil genovese indagato per la presunta compravendita (con tanto di aggravante mafiosa) di voti a favore di alcuni candidati della lista Toti alle regionali del 2020, definito dal gip Paola Faggioni il «referente “genovese” del clan Cammarata del mandamento di Riesi» era in rapporti con altre vecchie conoscenze degli intrecci tra la politica locale dem e persone vicine alla criminalità organizzata, già emersi in inchieste degli anni scorsi. Parliamo di una famiglia di imprenditori, i Mamone, originari di Cittanova, in Calabria.
Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1936 e deceduto nel 2021, era indagato insieme a Domenico Cianci, candidato alle Regionali del 2020 con la lista Cambiamo con Toti Presidente, per lo stesso reato contestato a Maurici. E proprio nel capitolo dell’ordinanza dedicato all’ex sindacalista (sospeso dalla Cgil) il gip scrive: «A conferma dell’ancora attuale ruolo di vertice rivestito dai cugini Venanzio e Franco Maurici in seno alla propaggine genovese della famiglia di Riesi, si colloca una serie di contatti intercorsi nel mese di dicembre 2020 tra i predetti e Luigi Mamone deceduto il 28 maggio 2021, capo dell’omonima famiglia radicatasi a Genova e provincia con molteplici interessi imprenditoriali, ritenuta vicina alla potente cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (Rc)». In passato, alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Procura del capoluogo ligure avevano fatto emergere i rapporti tra che i Mamone vantavano di avere con esponenti locali di spicco della sinistra, a partire dal predecessore di Toti alla guida della Regione, Claudio Burlando, per arrivare all’ex sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Il 25 gennaio 2007, Gino Mamone, figlio di Luigi, discute di affari con un imprenditore: «Io sono amico di Burlando, sono amico di Tiezzi (Gianfranco, ex assessore della lista Vincenzi, ndr), sono amico di tutti, sono amico della Marta (Vincenzi, ndr), questo progetto non lo blocca nessuno”». Poi aggiunge: «Noi ci siamo con quei 7.000 voti, non uno, noi tutti i calabresi, qua a Genova ce li gestiamo noi». I rapporti vantati dall’imprenditore trovano riscontro nel fatto che la società di Mamone, la Eco Ge, risulta aver finanziato anche l’Associazione Maestrale, presieduta da Burlando.
Ad esempio, nel 2003, sul sito internet dell’associazione, era stata pubblicata la cronaca di un evento, al quale aveva partecipato anche la Vincenzi, che evidenziava come «L’iniziativa è stata realizzata con il contributo di Eco Ge». Nel 2014, Gino Mamone e il fratello Vincenzo erano stati arrestati per una vicenda di corruzione, legata agli appalti dell’Amiu, la municipalizzata di Genova che gestiva lo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene di lusso. Intercettato in una conversazione mentre è in auto con la moglie, Gino Mamone dice: «Poi ci mando un messaggino a Burlandino, attraverso Gian Poggi (Giovanni Battista, stretto collaboratore di Burlando, ndr)… io ho chiuso, non mi ha mai dato una mano, non si è mai esposto, appena ho finito le cose vado io da Pinto (Francesco, un pm della Procura di Genova, ndr) ». Gino Mamone era stato già condannato nel 2012, sempre a Genova, a tre anni e sei mesi di reclusione, nella vicenda, che riguardava la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, vicenda poi finita in una bolla di sapone per un difetto di notifica. Nel 2023 la Corte di Appello di Genova ha invece confermato, le condanne confermate le condanne di primo grado a quattro anni e sei mesi di fratelli Mamone per la vicenda Amiu.
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Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip scrive testualmente «C’è pericolo di reiterazione del reato in occasione del voto».Venanzio Maurici era in contatto con Luigi Mamone: dalle aziende del figlio soldi ai dem.Lo speciale contiene due articoli.Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato perché ci sono le elezioni. A collegare l’arresto del governatore con le elezioni, probabilmente le imminenti europee alle quali il partito di Toti, Noi moderati schiera 7 candidati, non è qualche politico ipergarantista, ma lo stesso gip Paola Faggiani nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex giornalista Mediaset. L’esigenza della misura cautelare nei confronti di Toti viene motivata infatti con «il pericolo attuale e concreto che l’indagato commetta altri gravi reati della stessa specie di quelli per cui si procede e, in particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri». Il giudice osserva come anche come «in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell’arco temporale della presente indagine (circa 18 mesi)» tra cui le Comunali di Genova e le Politiche del 2022 «Toti, pressato dalla necessità di reperire fondi per affrontare la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo, in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori (gli Spinelli e Moncada)». Hanno tutti ragione, quindi. Sia chi parla di un provvedimento a orologeria (in questo caso motivato), sia il procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che nel rispondere alle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici di centrodestra sugli arresti a poche settimane di distanza dalle elezioni europee aveva dichiarato: «La nostra richiesta è di cinque mesi fa, precisamente del 27 dicembre». Intanto sono iniziati gli interrogatori di garanzia del gip: ieri ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Paolo Emilio Signorini, ex presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e ad (sospeso) di Iren, in cella a Marassi: «Signorini», ha detto il suo legale Enrico Scopesi, «ritiene di poter fornire una serie di spiegazioni, ma difficilmente lo si può fare in una situazione di carcerazione. Confido che si possa risolvere e affrontare il problema della carcerazione. Adesso la priorità è chiarire la misura cautelare, farlo uscire da Marassi. Ha confermato la disponibilità di parlare eventualmente in un secondo momento». Oggi tocca a Giovanni Toti, domani a Aldo Spinelli. Intanto l’indagine prosegue, con gli investigatori che esplorano ulteriori filoni. A rivelarlo, anche in questo caso, è il gip Faggiani nelle motivazioni dell’arresto di Toti: «Particolarmente significativa ai fini cautelari è anche l’emersione, dalle indagini di ulteriori vicende (ancora oggetto di approfondimenti investigativi) che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste di interessamento per pratiche amministrative di loro interesse, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti». Poi prosegue, citando il nome di uno degli imprenditori attenzionati dagli inquirenti: «Si pensi, al riguardo, alla conversazione intercorsa in data 17 maggio 2021 (in cui Luigi Alberto Amico nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (capo di gabinetto di Toti, ndr) all’interno dell’ufficio di quest’ultimo, chiedeva al predetto una “mano” per capire “come meglio supportarvi e poi per capire come è il termometro politico”. Amico, in particolare, dopo avere precisato che la sua intenzione era “continuare”a finanziare Giovanni Toti e che, in cambio, “non chiedeva la luna” ma chiedeva solo “un 'attenzione legittima”, precisava che “sono 6 anni che aspettiamo il rinnovo della concessione mi farebbe piacere quella... pizzico più di attenzione... noi siamo abbastanza allineati...». Poco tempo dopo, «veniva riscontrato un finanziamento della cifra di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto “dedicato” del presidente Toti )» operazione che veniva «segnalata come “sospetta” dalla Banca d’Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci». Il riferimento è a Pietro Colucci, imprenditore attivo in Liguria nel settore dello smaltimento dei rifiuti, definito nell’ordinanza « gestore di alcune discariche nella provincia di Savona tramite le società Green up Srl e Ecosavona Srl». L’imprenditore, tra il 2016 e il 2020, tramite società a lui riconducibili, avrebbe versato, al «Comitato change e al Comitato Giovanni Toti Liguria (comitati deputati a raccogliere fondi per Giovanni Toti e per il suo raggruppamento politico) complessivamente 195.000 euro in violazione della normativa sul finanziamento ai partiti politici». Somme versate, secondo l’ordinanza, «senza alcuna delibera dell’organo societario» e, in un caso, anche «senza alcuna iscrizione in bilancio». Sono state proprio le erogazioni di Colucci a mettere nei guai Toti, che a marzo del 2021, veniva intercettato in una telefonata con Cozzani. Il governatore, nel definire una serie di incontri necessari a definire delle questioni aperte, spiegava al suo braccio destro di volere agire «Su tutta la situazione, così mettiamo in fila l’Ato idrico, la cosa, anche perché poi ci si infila dentro anche roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce...». Il gip spiega che la circostanza «Sulla base di tali elementi la Procura procedeva all’iscrizione del reato di cui all’articolo 318 cp (corruzione, ndr)e venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche ed ambientali». Va detto che sebbene le intercettazioni «non abbiano consentito di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci», hanno però svelato « gli ulteriori rapporti corruttivi» contestati nel procedimento. Nell’inchiesta della Procura di Genova ci sono però anche due indagati per finanziamento illecito, che non emergono dall’ordinanza: il consigliere di amministrazione di Esselunga Francesco Moncada (indagato anche per corruzione per gli stessi fatti) e l’editore della testata Primocanale, Maurizio Rossi, perquisito lunedì scorso. Nel mirino degli inquirenti, alcuni passaggi pubblicitari sul pannello esposto a Terrazza Colombo, nel grattacielo di piazza Dante a Genova. Moncada, secondo l’accusa, in accordo con Rossi, Cozzani e Toti, aveva stipulato un contratto con una società di Rossi per pubblicizzare la catena di supermercati ma in realtà avrebbe usato lo spazio per la campagna elettorale della Lista Toti per Bucci. 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Parliamo di una famiglia di imprenditori, i Mamone, originari di Cittanova, in Calabria. Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1936 e deceduto nel 2021, era indagato insieme a Domenico Cianci, candidato alle Regionali del 2020 con la lista Cambiamo con Toti Presidente, per lo stesso reato contestato a Maurici. E proprio nel capitolo dell’ordinanza dedicato all’ex sindacalista (sospeso dalla Cgil) il gip scrive: «A conferma dell’ancora attuale ruolo di vertice rivestito dai cugini Venanzio e Franco Maurici in seno alla propaggine genovese della famiglia di Riesi, si colloca una serie di contatti intercorsi nel mese di dicembre 2020 tra i predetti e Luigi Mamone deceduto il 28 maggio 2021, capo dell’omonima famiglia radicatasi a Genova e provincia con molteplici interessi imprenditoriali, ritenuta vicina alla potente cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (Rc)». In passato, alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Procura del capoluogo ligure avevano fatto emergere i rapporti tra che i Mamone vantavano di avere con esponenti locali di spicco della sinistra, a partire dal predecessore di Toti alla guida della Regione, Claudio Burlando, per arrivare all’ex sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Il 25 gennaio 2007, Gino Mamone, figlio di Luigi, discute di affari con un imprenditore: «Io sono amico di Burlando, sono amico di Tiezzi (Gianfranco, ex assessore della lista Vincenzi, ndr), sono amico di tutti, sono amico della Marta (Vincenzi, ndr), questo progetto non lo blocca nessuno”». Poi aggiunge: «Noi ci siamo con quei 7.000 voti, non uno, noi tutti i calabresi, qua a Genova ce li gestiamo noi». I rapporti vantati dall’imprenditore trovano riscontro nel fatto che la società di Mamone, la Eco Ge, risulta aver finanziato anche l’Associazione Maestrale, presieduta da Burlando. Ad esempio, nel 2003, sul sito internet dell’associazione, era stata pubblicata la cronaca di un evento, al quale aveva partecipato anche la Vincenzi, che evidenziava come «L’iniziativa è stata realizzata con il contributo di Eco Ge». Nel 2014, Gino Mamone e il fratello Vincenzo erano stati arrestati per una vicenda di corruzione, legata agli appalti dell’Amiu, la municipalizzata di Genova che gestiva lo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene di lusso. Intercettato in una conversazione mentre è in auto con la moglie, Gino Mamone dice: «Poi ci mando un messaggino a Burlandino, attraverso Gian Poggi (Giovanni Battista, stretto collaboratore di Burlando, ndr)… io ho chiuso, non mi ha mai dato una mano, non si è mai esposto, appena ho finito le cose vado io da Pinto (Francesco, un pm della Procura di Genova, ndr) ». Gino Mamone era stato già condannato nel 2012, sempre a Genova, a tre anni e sei mesi di reclusione, nella vicenda, che riguardava la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, vicenda poi finita in una bolla di sapone per un difetto di notifica. Nel 2023 la Corte di Appello di Genova ha invece confermato, le condanne confermate le condanne di primo grado a quattro anni e sei mesi di fratelli Mamone per la vicenda Amiu.
Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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