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2024-05-10
Che tempismo i giudici di Genova: «Arrestate Toti prima delle elezioni»
Giovanni Toti (Ansa)
Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato perché ci sono le elezioni. A collegare l’arresto del governatore con le elezioni, probabilmente le imminenti europee alle quali il partito di Toti, Noi moderati schiera 7 candidati, non è qualche politico ipergarantista, ma lo stesso gip Paola Faggiani nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex giornalista Mediaset. L’esigenza della misura cautelare nei confronti di Toti viene motivata infatti con «il pericolo attuale e concreto che l’indagato commetta altri gravi reati della stessa specie di quelli per cui si procede e, in particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri». Il giudice osserva come anche come «in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell’arco temporale della presente indagine (circa 18 mesi)» tra cui le Comunali di Genova e le Politiche del 2022 «Toti, pressato dalla necessità di reperire fondi per affrontare la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo, in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori (gli Spinelli e Moncada)». Hanno tutti ragione, quindi. Sia chi parla di un provvedimento a orologeria (in questo caso motivato), sia il procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che nel rispondere alle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici di centrodestra sugli arresti a poche settimane di distanza dalle elezioni europee aveva dichiarato: «La nostra richiesta è di cinque mesi fa, precisamente del 27 dicembre». Intanto sono iniziati gli interrogatori di garanzia del gip: ieri ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Paolo Emilio Signorini, ex presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e ad (sospeso) di Iren, in cella a Marassi: «Signorini», ha detto il suo legale Enrico Scopesi, «ritiene di poter fornire una serie di spiegazioni, ma difficilmente lo si può fare in una situazione di carcerazione. Confido che si possa risolvere e affrontare il problema della carcerazione. Adesso la priorità è chiarire la misura cautelare, farlo uscire da Marassi. Ha confermato la disponibilità di parlare eventualmente in un secondo momento». Oggi tocca a Giovanni Toti, domani a Aldo Spinelli.
Intanto l’indagine prosegue, con gli investigatori che esplorano ulteriori filoni. A rivelarlo, anche in questo caso, è il gip Faggiani nelle motivazioni dell’arresto di Toti: «Particolarmente significativa ai fini cautelari è anche l’emersione, dalle indagini di ulteriori vicende (ancora oggetto di approfondimenti investigativi) che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste di interessamento per pratiche amministrative di loro interesse, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti». Poi prosegue, citando il nome di uno degli imprenditori attenzionati dagli inquirenti: «Si pensi, al riguardo, alla conversazione intercorsa in data 17 maggio 2021 (in cui Luigi Alberto Amico nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (capo di gabinetto di Toti, ndr) all’interno dell’ufficio di quest’ultimo, chiedeva al predetto una “mano” per capire “come meglio supportarvi e poi per capire come è il termometro politico”. Amico, in particolare, dopo avere precisato che la sua intenzione era “continuare”a finanziare Giovanni Toti e che, in cambio, “non chiedeva la luna” ma chiedeva solo “un 'attenzione legittima”, precisava che “sono 6 anni che aspettiamo il rinnovo della concessione mi farebbe piacere quella... pizzico più di attenzione... noi siamo abbastanza allineati...». Poco tempo dopo, «veniva riscontrato un finanziamento della cifra di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto “dedicato” del presidente Toti )» operazione che veniva «segnalata come “sospetta” dalla Banca d’Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci». Il riferimento è a Pietro Colucci, imprenditore attivo in Liguria nel settore dello smaltimento dei rifiuti, definito nell’ordinanza « gestore di alcune discariche nella provincia di Savona tramite le società Green up Srl e Ecosavona Srl». L’imprenditore, tra il 2016 e il 2020, tramite società a lui riconducibili, avrebbe versato, al «Comitato change e al Comitato Giovanni Toti Liguria (comitati deputati a raccogliere fondi per Giovanni Toti e per il suo raggruppamento politico) complessivamente 195.000 euro in violazione della normativa sul finanziamento ai partiti politici». Somme versate, secondo l’ordinanza, «senza alcuna delibera dell’organo societario» e, in un caso, anche «senza alcuna iscrizione in bilancio». Sono state proprio le erogazioni di Colucci a mettere nei guai Toti, che a marzo del 2021, veniva intercettato in una telefonata con Cozzani. Il governatore, nel definire una serie di incontri necessari a definire delle questioni aperte, spiegava al suo braccio destro di volere agire «Su tutta la situazione, così mettiamo in fila l’Ato idrico, la cosa, anche perché poi ci si infila dentro anche roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce...». Il gip spiega che la circostanza «Sulla base di tali elementi la Procura procedeva all’iscrizione del reato di cui all’articolo 318 cp (corruzione, ndr)e venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche ed ambientali». Va detto che sebbene le intercettazioni «non abbiano consentito di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci», hanno però svelato « gli ulteriori rapporti corruttivi» contestati nel procedimento. Nell’inchiesta della Procura di Genova ci sono però anche due indagati per finanziamento illecito, che non emergono dall’ordinanza: il consigliere di amministrazione di Esselunga Francesco Moncada (indagato anche per corruzione per gli stessi fatti) e l’editore della testata Primocanale, Maurizio Rossi, perquisito lunedì scorso. Nel mirino degli inquirenti, alcuni passaggi pubblicitari sul pannello esposto a Terrazza Colombo, nel grattacielo di piazza Dante a Genova. Moncada, secondo l’accusa, in accordo con Rossi, Cozzani e Toti, aveva stipulato un contratto con una società di Rossi per pubblicizzare la catena di supermercati ma in realtà avrebbe usato lo spazio per la campagna elettorale della Lista Toti per Bucci. In cambio ci sarebbe stata la promessa di sbloccare le pratiche per l'apertura di due altri punti vendita di Esselunga, uno a Genova Sestri e uno a Savona.
L’ex sindacalista Cgil vedeva il «ras» della famiglia vicina alla ‘ndrangheta
Venanzio Maurici, il sessantaquattrenne ex dirigente della Cgil genovese indagato per la presunta compravendita (con tanto di aggravante mafiosa) di voti a favore di alcuni candidati della lista Toti alle regionali del 2020, definito dal gip Paola Faggioni il «referente “genovese” del clan Cammarata del mandamento di Riesi» era in rapporti con altre vecchie conoscenze degli intrecci tra la politica locale dem e persone vicine alla criminalità organizzata, già emersi in inchieste degli anni scorsi. Parliamo di una famiglia di imprenditori, i Mamone, originari di Cittanova, in Calabria.
Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1936 e deceduto nel 2021, era indagato insieme a Domenico Cianci, candidato alle Regionali del 2020 con la lista Cambiamo con Toti Presidente, per lo stesso reato contestato a Maurici. E proprio nel capitolo dell’ordinanza dedicato all’ex sindacalista (sospeso dalla Cgil) il gip scrive: «A conferma dell’ancora attuale ruolo di vertice rivestito dai cugini Venanzio e Franco Maurici in seno alla propaggine genovese della famiglia di Riesi, si colloca una serie di contatti intercorsi nel mese di dicembre 2020 tra i predetti e Luigi Mamone deceduto il 28 maggio 2021, capo dell’omonima famiglia radicatasi a Genova e provincia con molteplici interessi imprenditoriali, ritenuta vicina alla potente cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (Rc)». In passato, alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Procura del capoluogo ligure avevano fatto emergere i rapporti tra che i Mamone vantavano di avere con esponenti locali di spicco della sinistra, a partire dal predecessore di Toti alla guida della Regione, Claudio Burlando, per arrivare all’ex sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Il 25 gennaio 2007, Gino Mamone, figlio di Luigi, discute di affari con un imprenditore: «Io sono amico di Burlando, sono amico di Tiezzi (Gianfranco, ex assessore della lista Vincenzi, ndr), sono amico di tutti, sono amico della Marta (Vincenzi, ndr), questo progetto non lo blocca nessuno”». Poi aggiunge: «Noi ci siamo con quei 7.000 voti, non uno, noi tutti i calabresi, qua a Genova ce li gestiamo noi». I rapporti vantati dall’imprenditore trovano riscontro nel fatto che la società di Mamone, la Eco Ge, risulta aver finanziato anche l’Associazione Maestrale, presieduta da Burlando.
Ad esempio, nel 2003, sul sito internet dell’associazione, era stata pubblicata la cronaca di un evento, al quale aveva partecipato anche la Vincenzi, che evidenziava come «L’iniziativa è stata realizzata con il contributo di Eco Ge». Nel 2014, Gino Mamone e il fratello Vincenzo erano stati arrestati per una vicenda di corruzione, legata agli appalti dell’Amiu, la municipalizzata di Genova che gestiva lo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene di lusso. Intercettato in una conversazione mentre è in auto con la moglie, Gino Mamone dice: «Poi ci mando un messaggino a Burlandino, attraverso Gian Poggi (Giovanni Battista, stretto collaboratore di Burlando, ndr)… io ho chiuso, non mi ha mai dato una mano, non si è mai esposto, appena ho finito le cose vado io da Pinto (Francesco, un pm della Procura di Genova, ndr) ». Gino Mamone era stato già condannato nel 2012, sempre a Genova, a tre anni e sei mesi di reclusione, nella vicenda, che riguardava la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, vicenda poi finita in una bolla di sapone per un difetto di notifica. Nel 2023 la Corte di Appello di Genova ha invece confermato, le condanne confermate le condanne di primo grado a quattro anni e sei mesi di fratelli Mamone per la vicenda Amiu.
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Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip scrive testualmente «C’è pericolo di reiterazione del reato in occasione del voto».Venanzio Maurici era in contatto con Luigi Mamone: dalle aziende del figlio soldi ai dem.Lo speciale contiene due articoli.Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti è stato arrestato perché ci sono le elezioni. A collegare l’arresto del governatore con le elezioni, probabilmente le imminenti europee alle quali il partito di Toti, Noi moderati schiera 7 candidati, non è qualche politico ipergarantista, ma lo stesso gip Paola Faggiani nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto gli arresti domiciliari per l’ex giornalista Mediaset. L’esigenza della misura cautelare nei confronti di Toti viene motivata infatti con «il pericolo attuale e concreto che l’indagato commetta altri gravi reati della stessa specie di quelli per cui si procede e, in particolare, che possa reiterare, in occasione delle prossime elezioni, analoghe condotte corruttive, mettendo la propria funzione al servizio di interessi privati in cambio di utilità per sé o per altri». Il giudice osserva come anche come «in occasione e in concomitanza di ciascuna delle quattro competizioni elettorali che si sono susseguite nell’arco temporale della presente indagine (circa 18 mesi)» tra cui le Comunali di Genova e le Politiche del 2022 «Toti, pressato dalla necessità di reperire fondi per affrontare la campagna elettorale, ha messo a disposizione la propria funzione, i propri poteri e il proprio ruolo, in favore di interessi privati, in cambio di finanziamenti, reiterando il meccanismo con diversi imprenditori (gli Spinelli e Moncada)». Hanno tutti ragione, quindi. Sia chi parla di un provvedimento a orologeria (in questo caso motivato), sia il procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che nel rispondere alle polemiche sollevate da alcuni esponenti politici di centrodestra sugli arresti a poche settimane di distanza dalle elezioni europee aveva dichiarato: «La nostra richiesta è di cinque mesi fa, precisamente del 27 dicembre». Intanto sono iniziati gli interrogatori di garanzia del gip: ieri ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere Paolo Emilio Signorini, ex presidente dell'Autorità di sistema portuale del Mar Ligure Occidentale e ad (sospeso) di Iren, in cella a Marassi: «Signorini», ha detto il suo legale Enrico Scopesi, «ritiene di poter fornire una serie di spiegazioni, ma difficilmente lo si può fare in una situazione di carcerazione. Confido che si possa risolvere e affrontare il problema della carcerazione. Adesso la priorità è chiarire la misura cautelare, farlo uscire da Marassi. Ha confermato la disponibilità di parlare eventualmente in un secondo momento». Oggi tocca a Giovanni Toti, domani a Aldo Spinelli. Intanto l’indagine prosegue, con gli investigatori che esplorano ulteriori filoni. A rivelarlo, anche in questo caso, è il gip Faggiani nelle motivazioni dell’arresto di Toti: «Particolarmente significativa ai fini cautelari è anche l’emersione, dalle indagini di ulteriori vicende (ancora oggetto di approfondimenti investigativi) che hanno visto il coinvolgimento di ulteriori imprenditori e nelle quali, a fronte di richieste di interessamento per pratiche amministrative di loro interesse, sono seguite elargizioni di finanziamenti in favore del Comitato Toti». Poi prosegue, citando il nome di uno degli imprenditori attenzionati dagli inquirenti: «Si pensi, al riguardo, alla conversazione intercorsa in data 17 maggio 2021 (in cui Luigi Alberto Amico nel corso di un incontro con Matteo Cozzani (capo di gabinetto di Toti, ndr) all’interno dell’ufficio di quest’ultimo, chiedeva al predetto una “mano” per capire “come meglio supportarvi e poi per capire come è il termometro politico”. Amico, in particolare, dopo avere precisato che la sua intenzione era “continuare”a finanziare Giovanni Toti e che, in cambio, “non chiedeva la luna” ma chiedeva solo “un 'attenzione legittima”, precisava che “sono 6 anni che aspettiamo il rinnovo della concessione mi farebbe piacere quella... pizzico più di attenzione... noi siamo abbastanza allineati...». Poco tempo dopo, «veniva riscontrato un finanziamento della cifra di 30.000 euro in favore del Comitato Toti (di cui 10.000 euro transitati la settimana successiva sul conto “dedicato” del presidente Toti )» operazione che veniva «segnalata come “sospetta” dalla Banca d’Italia, analogamente a quanto verificatosi con riferimento ai finanziamenti erogati dal gruppo Colucci». Il riferimento è a Pietro Colucci, imprenditore attivo in Liguria nel settore dello smaltimento dei rifiuti, definito nell’ordinanza « gestore di alcune discariche nella provincia di Savona tramite le società Green up Srl e Ecosavona Srl». L’imprenditore, tra il 2016 e il 2020, tramite società a lui riconducibili, avrebbe versato, al «Comitato change e al Comitato Giovanni Toti Liguria (comitati deputati a raccogliere fondi per Giovanni Toti e per il suo raggruppamento politico) complessivamente 195.000 euro in violazione della normativa sul finanziamento ai partiti politici». Somme versate, secondo l’ordinanza, «senza alcuna delibera dell’organo societario» e, in un caso, anche «senza alcuna iscrizione in bilancio». Sono state proprio le erogazioni di Colucci a mettere nei guai Toti, che a marzo del 2021, veniva intercettato in una telefonata con Cozzani. Il governatore, nel definire una serie di incontri necessari a definire delle questioni aperte, spiegava al suo braccio destro di volere agire «Su tutta la situazione, così mettiamo in fila l’Ato idrico, la cosa, anche perché poi ci si infila dentro anche roba della discarica di Colucci, che voglio parlargliene a voce...». Il gip spiega che la circostanza «Sulla base di tali elementi la Procura procedeva all’iscrizione del reato di cui all’articolo 318 cp (corruzione, ndr)e venivano autorizzate le intercettazioni telefoniche ed ambientali». Va detto che sebbene le intercettazioni «non abbiano consentito di trovare ulteriori riscontri all’ipotesi corruttiva inizialmente ipotizzata a carico Giovanni Toti e di Pietro Colucci», hanno però svelato « gli ulteriori rapporti corruttivi» contestati nel procedimento. Nell’inchiesta della Procura di Genova ci sono però anche due indagati per finanziamento illecito, che non emergono dall’ordinanza: il consigliere di amministrazione di Esselunga Francesco Moncada (indagato anche per corruzione per gli stessi fatti) e l’editore della testata Primocanale, Maurizio Rossi, perquisito lunedì scorso. Nel mirino degli inquirenti, alcuni passaggi pubblicitari sul pannello esposto a Terrazza Colombo, nel grattacielo di piazza Dante a Genova. Moncada, secondo l’accusa, in accordo con Rossi, Cozzani e Toti, aveva stipulato un contratto con una società di Rossi per pubblicizzare la catena di supermercati ma in realtà avrebbe usato lo spazio per la campagna elettorale della Lista Toti per Bucci. 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Parliamo di una famiglia di imprenditori, i Mamone, originari di Cittanova, in Calabria. Il capofamiglia, Luigi, nato nel 1936 e deceduto nel 2021, era indagato insieme a Domenico Cianci, candidato alle Regionali del 2020 con la lista Cambiamo con Toti Presidente, per lo stesso reato contestato a Maurici. E proprio nel capitolo dell’ordinanza dedicato all’ex sindacalista (sospeso dalla Cgil) il gip scrive: «A conferma dell’ancora attuale ruolo di vertice rivestito dai cugini Venanzio e Franco Maurici in seno alla propaggine genovese della famiglia di Riesi, si colloca una serie di contatti intercorsi nel mese di dicembre 2020 tra i predetti e Luigi Mamone deceduto il 28 maggio 2021, capo dell’omonima famiglia radicatasi a Genova e provincia con molteplici interessi imprenditoriali, ritenuta vicina alla potente cosca di ‘ndrangheta Raso-Gullace-Albanese di Cittanova (Rc)». In passato, alcune inchieste giudiziarie condotte dalla Procura del capoluogo ligure avevano fatto emergere i rapporti tra che i Mamone vantavano di avere con esponenti locali di spicco della sinistra, a partire dal predecessore di Toti alla guida della Regione, Claudio Burlando, per arrivare all’ex sindaco di Genova, Marta Vincenzi. Il 25 gennaio 2007, Gino Mamone, figlio di Luigi, discute di affari con un imprenditore: «Io sono amico di Burlando, sono amico di Tiezzi (Gianfranco, ex assessore della lista Vincenzi, ndr), sono amico di tutti, sono amico della Marta (Vincenzi, ndr), questo progetto non lo blocca nessuno”». Poi aggiunge: «Noi ci siamo con quei 7.000 voti, non uno, noi tutti i calabresi, qua a Genova ce li gestiamo noi». I rapporti vantati dall’imprenditore trovano riscontro nel fatto che la società di Mamone, la Eco Ge, risulta aver finanziato anche l’Associazione Maestrale, presieduta da Burlando. Ad esempio, nel 2003, sul sito internet dell’associazione, era stata pubblicata la cronaca di un evento, al quale aveva partecipato anche la Vincenzi, che evidenziava come «L’iniziativa è stata realizzata con il contributo di Eco Ge». Nel 2014, Gino Mamone e il fratello Vincenzo erano stati arrestati per una vicenda di corruzione, legata agli appalti dell’Amiu, la municipalizzata di Genova che gestiva lo smaltimento dei rifiuti. Secondo l’accusa, i dirigenti avrebbero concesso appalti agli imprenditori in cambio di notti con escort e cene di lusso. Intercettato in una conversazione mentre è in auto con la moglie, Gino Mamone dice: «Poi ci mando un messaggino a Burlandino, attraverso Gian Poggi (Giovanni Battista, stretto collaboratore di Burlando, ndr)… io ho chiuso, non mi ha mai dato una mano, non si è mai esposto, appena ho finito le cose vado io da Pinto (Francesco, un pm della Procura di Genova, ndr) ». Gino Mamone era stato già condannato nel 2012, sempre a Genova, a tre anni e sei mesi di reclusione, nella vicenda, che riguardava la compravendita dell’area ex oleificio Gaslini, vicenda poi finita in una bolla di sapone per un difetto di notifica. Nel 2023 la Corte di Appello di Genova ha invece confermato, le condanne confermate le condanne di primo grado a quattro anni e sei mesi di fratelli Mamone per la vicenda Amiu.
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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Non aveva alcuna intenzione di rapire la piccola, ma voleva soltanto allontanarla dal bordo del marciapiede. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha rimesso in libertà il ventinovenne del Gambia, che nella serata di mercoledì aveva strappato dalle braccia della madre una bambina di appena cinque anni che si trovava alla stazione ferroviaria di Fontivegge, quartiere di Perugia. Nell’immediatezza dei fatti, il giovane, con diversi precedenti penali, è stato arrestato per tentato sequestro di persona aggravato. Ma, ieri mattina, al termine dell’udienza di convalida il gip ha rimesso in libertà l’uomo per mancanza di elementi «inequivocabili».
Da quanto era stato raccontato dalla donna, di origini aretine, lei si trovava con la bimba nel piazzale della stazione in attesa di prendere il pullman quando, all’improvviso, si è avvicinato il giovane gambiano che ha afferrato la piccola strappandola alla mamma. A quel punto la mamma ha iniziato a urlare e la bimba a piangere, mentre l’uomo si allontanava con lei. La mamma ha iniziato a inseguirlo, chiamando le forze dell’ordine che poi lo hanno bloccato. Quando gli agenti della Volante sono arrivati hanno trovato la bimba spaventata e in stato di choc. I poliziotti lo hanno bloccato e portato in Questura dove è stato identificato e portato in carcere. Nell’immediatezza dei fatti nei suoi confronti pendeva l’accusa di tentato rapimento di persona aggravato dall’età della vittima, trattandosi di una minore.
Gli inquirenti erano arrivati a questa ricostruzione della vicenda attraverso la visione delle immagini di videosorveglianza, ma anche analizzando il racconto della mamma della piccola e controllando il cellulare dell’uomo. Infatti, era stata proprio la madre della bimba a raccontare agli investigatori che l’uomo avrebbe continuato a infastidire la piccola scattandole diverse fotografie con il cellulare. Da quanto si è appreso, gli inquirenti hanno analizzato le foto presenti sul cellulare dell’arrestato. Ma, ieri mattina, è arrivata la decisione del gip che ha sorpreso un po’ tutti: il ventinovenne viene liberato perché, difatti, non avrebbe messo in atto alcun rapimento, ma avrebbe solo voluto spostarla dal marciapiede.
Il giudice per le indagini preliminari non ha convalidato l’arresto perché ha ritenuto che non si sia trattato di un tentato rapimento né di violenza privata. La Procura aveva chiesto che il reato venisse derubricato da tentato sequestro di persona a violenza privata. Il gip, invece, ha condiviso la ricostruzione della vicenda resa nota dal difensore dell’uomo, l’avvocato Luca Aiello, che ha riportato il racconto del gambiano: il giovane non avrebbe mai avuto alcuna intenzione di rapire la piccola, anzi si era accorto che la bimba stava giocando ai bordi del marciapiede e l’avrebbe presa per evitare che potesse farsi male. Per l’avvocato questa ricostruzione dell’accaduto troverebbe riscontro sia nelle immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza che nelle testimonianze delle persone che si trovavano in zona. Il legale ha insistito sul fatto che non si sia trattato di un rapimento perché dai frame delle telecamere si vede - è il racconto del difensore - il giovane gambiano non ha strappato dalle mani della mamma la bimba e anzi l’avrebbe subito riconsegnata al genitore.
L’arrestato ha risposto a tutte le domande del gip negando ogni accusa e ribadendo di averla presa solo per evitare che si potesse fare male. E ha riferito che cosa è successo: la mamma si sarebbe avvicinata allarmata e la bimba piangeva, la donna gli urlava contro e lui avrebbe preso il cellulare non per fotografare la piccola, bensì per riprendere la madre che lo «aggrediva» per avere in futuro, qualora fosse stato necessario, «una prova» proprio per dimostrare quello che era successo.
Da quanto si è appreso, la decisione del giudice per le indagini preliminari è stata presa proprio dopo un’attenta analisi di ogni frame di quei video. Il giovane (noto alle forze dell’ordine per diversi precedenti penali) è tornato subito in libertà, non essendo stato emesso nei suoi confronti alcun provvedimento. Non è escluso che la Questura possa valutare la sua posizione e a breve emettere un provvedimento di espulsione dall’Italia. Il ventinovenne, infatti, è stato più volte beccato dalle forze dell’ordine in giro ubriaco e «intento» a molestare le persone. Per tale motivo, era stato arrestato e condannato. In particolare, lo scorso mese di maggio il giovane gambiano è finito in manette per aver aggredito una passeggera alla stazione. Anzi, in quell’occasione, nelle concitate fasi dell’arresto, ferì un poliziotto causandogli una frattura al dito. Per questo episodio era stato condannato a un anno e quattro mesi, ma rimesso in libertà con obbligo di firma alla polizia giudiziaria. Ma il suo «curriculum» è più lungo: la scorsa settimana era stato denunciato perché minacciava con un bastone alcune persone sedute sui gradini del Duomo di Perugia e, sempre con il bastone, avrebbe colpito più volte il portone della Cattedrale. Infine, nei suoi confronti è stato emesso un Daspo urbano perché l’uomo è stato più volte trovato con oggetti «atti a offendere». Da ieri è tornato in libertà pure per il tentato sequestro della piccola. La decisione del gip ha indignato l’opinione pubblica. Da quanto si è appreso, anche la mamma della piccola è rimasta sorpresa dalla scarcerazione e si è detta molto preoccupata perché teme di poterlo nuovamente vedere in giro e mettere in pericolo la sua bambina.
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La panzanella è una ricetta di recupero identitaria della Toscana, dove il pane raffermo è una sorta di rimedio per ogni occasione, che va fatta secondo regole precise. Noi ci siamo presi però la libertà di reinterpretarla per renderla ancora più semplice. Ma il risultato non cambia: è perfetta come spuntino per una cena estiva, va benissimo se ve la volete portare in spiaggia.
Ingredienti – 4 fette ampie di pane raffermo (meglio se è quello sciapo toscano, oppure un pugliese di Altamura), due pomodori costoluti o occhio di bue maturi, ma sodi (circa 250 gr), due cipollotti generosi meglio se rossi, due coste di sedano, due cucchiai abbondanti di olive taggiasche in conserva, alcune foglie di basilico, 8 cucchiai di olio extravergine di oliva, 2 cucchiai di aceto di vino bianco, sale e pepe qb.
Procedimento – Fate a cubetti le fette di pane e tostatele in padella in quattro cucchiai di olio extravergine di oliva. Fateli diventare belli croccanti. Nel frattempo fate a cubetti i pomodori, a fettine sottili le cipolle e il sedano. In una capace zuppiera mettete tutte le verdure, conditele con sale, pepe, olio extravergine, aceto (se piace) sale e pepe. Aggiungete le olive sgocciolate e mescolate bene. Quando il pane è bello croccante aggiungetelo alle verdure, rigirate e completate con le foglie di basilico sminuzzate.
Come far divertire i bambini – Date loro il compito di mescolare più e più volte la panzanella sbagliata.
Abbinamento – Per stare sulla costa toscana un ottimo Vermentino, oppure un Trebbiano o un Ansonica dell’Argentario. Altrimenti scegliete un qualsiasi bianco sapido e minerale italiano.
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