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2021-11-24
Giallo sulle terapie intensive friulane. I conti dei posti letto non tornano
Massimiliano Fedriga (Ansa)
Il Friuli passa in giallo dalla prossima settimana e con lo stesso colore, a essere magnanimi, si può indicare anche la «sparizione» di alcuni posti letto nelle terapie intensive dell'ospedale di Palmanova. Non una bella pubblicità per il presidente, Massimiliano Fedriga, che guida anche la Conferenza delle Regioni.
Il sospetto che i conti non tornassero, in Friuli Venezia Giulia, era venuto già da qualche settimana al sindacato locale degli anestesisti (Aaroi), che aveva denunciato pubblicamente come gli otto letti di terapia intensiva della Medicina d'urgenza di Palmanova (meno di 6.000 abitanti in provincia di Udine) non fossero realmente tali. Adesso, è arrivato l'esito di un'ispezione del ministero della Salute che certificherebbe i dubbi degli anestesisti. Gli otto letti ci sono, ma non sono attrezzati per una vera terapia intensiva e quindi ne uscirebbe sconfessato anche l'assessore regionale alla Sanità, Riccardo Riccardi. In sostanza, bisognerà capire se in quel reparto di Palmanova sono stati ricoverati, in tutti questi mesi, pazienti che avrebbero avuto bisogno di un trattamento più delicato, oppure se siano semplicemente alterati i dati ufficiali, che com'è noto concorrono a far scattare anche i diversi colori delle Regioni, e che per il Friuli parlavano di 175 posti letto. Un errore di 8 unità, quindi, sarebbe pari al 4,5% e non è poco, visto che mercoledì scorso l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) segnalava che la Regione era già quella con le strutture sanitarie più gravate dalla quarta ondata, con il 14% delle terapie intensive occupate da pazienti Covid. Ovvero 4 punti percentuali oltre la soglia d'allerta, fissata al 10%.
L'ispezione arrivata da Roma ha anche scoperto che nel pronto soccorso di Palmanova c'era una pericolosa sovrapposizione dei percorsi Covid e non Covid, con evidenti rischi di contagio fra i pazienti. All'ospedale di Gorizia, poi, è stata accertata una carenza di gestione dei flussi dei dati informativi a tutti i livelli, sia sul vero numero di vittime della pandemia cinese che sui posti letto ancora disponibili. Ora, dopo la scoperta degli ispettori mandati dal ministro Roberto Speranza, il Friuli rischia non solo di passare in zona gialla, ma anche di finire presto in zona arancione.
Di sicuro, per adesso, c'è che oggi è l'unica Regione già di fatto in giallo, visto che per l'ufficialità basterà aspettare il monitoraggio di venerdì prossimo da parte della cabina di regia. In zona gialla diventa obbligatorio indossare la mascherina anche all'aperto, sono chiuse le discoteche, mentre i teatri e i cinema restano aperti. In Friuli ci sono 309 casi settimanali ogni 100.000 abitanti e ci sono le due provincie che al momento registrano l'incidenza più alta d'Italia: Trieste con 687 casi e Gorizia con 492. In più, a lunedì erano state ampiamente superate entrambe le soglie dei ricoveri sopra le quali scatta il giallo (il 10% di letti occupati nelle terapie intensive e il 15% negli altri reparti). Rispettivamente, siamo al 15% e al 17%, con numeri che crescono di giorno in giorno.
Tornando al caso delle intensive «fasulle», le opposizioni in Consiglio regionale ovviamente attaccano. Walter Zalukar, del gruppo Misto, afferma che «forse sarebbe stato meglio impiegare tempo ed energie per potenziare i servizi piuttosto che propagandare posti letto inesistenti, confutando i dati dei professionisti, che sui quei letti ci lavorano ogni giorno». Mentre il segretario regionale del Pd, Cristiano Shaurli, punta il dito contro l'assessore Riccardi: «Avevano ragione gli anestesisti e aveva torto Riccardi: questo è il dato di fatto del report ministeriale sulle terapie intensive. In più l'assessore ha tentato di fornire ai cittadini informazioni distorte e addomesticate, ribadendo la sua versione anche di fronte all'esito ufficiale dell'ispezione».
Sulla vicenda delle terapie intensive fantasma, Fedriga non ha ancora risposto, ma continua a segnalarsi per la linea dura con i no vax. Dal vertice delle Regioni con il governo di lunedì sulle nuove misure anti pandemia il presidente del Friuli è uscito soddisfatto perché «la nostra proposta di differenziare le misure restrittive in relazione alla vaccinazione sembra sia stata ascoltata con attenzione». Al Corriere della Sera, ha aggiunto: «Ricordate le zone colorate? Un'ipotesi è quella che i provvedimenti restrittivi non si applichino a chi si è sottoposto alla vaccinazione. A questi sarà garantita la possibilità di continuare a svolgere le attività altrimenti vietate». Fedriga, con una fuga in avanti rispetto alle posizioni del centrodestra e di Fratelli d'Italia in particolare, è anche tornato sul cosiddetto super green pass: «La ritengo un'ipotesi plausibile, e chiarisco meglio. Con il tampone sarà consentito solo andare al lavoro. Per svolgere le attività vietate nella specifica zona, bisognerà essere o vaccinati o guariti». Quanto a Matteo Salvini, il presidente del Friuli sostiene che «tutte le posizioni sono concordate con lui».
In Spagna si vive (bene) senza pass
In Italia ci avviciniamo a un'ulteriore stretta alla libertà dei non vaccinati con l'arrivo del «super green pass», sbandierato come l'unica soluzione per «salvare il Natale» e arma contro la risalita dei contagi.
I pasdaran sanitari invocano restrizioni, forti dell'esempio dei Paesi vicini come Austria, Germania e Paesi Bassi dove il timore della pandemia ha dato nuovamente il via a limitazioni molto pesanti per i cittadini. Gli ultrà del certificato, però, sembrano non accorgersi di uno Stato altrettanto vicino a noi, dove sebbene non vi sia l'ombra di un obbligo di green pass, i contagi non stanno accelerando. È il caso della Spagna, dimenticata dai talk show e dai giornali, ma prova lampante dell'inadeguatezza del pass come strumento di salute pubblica. Il lieve aumento dei contagi nel Paese non è infatti paragonabile a quello del resto d'Europa. Confrontando la situazione spagnola con quella italiana, poi, salta subito all'occhio che, con quasi la stessa percentuale di persone vaccinabili che hanno ricevuto due dosi (l'84%), le morti per milione di abitanti sono inferiori a quelle italiane (quattro contro nove). Dunque, la Spagna ha la nostra stessa percentuale di vaccinati, tasso di decessi inferiore, parametri sotto controllo, con molte meno restrizioni. Il governo centrale di Madrid, guidato da Pedro Sànchez, infatti, non ha mai preso in considerazione l'idea di rendere obbligatorio il «pasaporte Covid» a livello nazionale. Significativa la posizione del ministro della Salute, Carolina Darias: dopo la contrarietà al pass espressa l'estate scorsa, negli ultimi giorni ha fatto sapere che le Comunità possono richiedere il certificato in specifiche aree territoriali , in uno spazio limitato e tenuto conto della situazione epidemiologica. Presupposti palesemente diversi da quelli imposti ai cittadini italiani.
La certificazione viene utilizzata dagli spagnoli per lo più per viaggiare all'estero, sebbene esistano parecchie differenze tra le diverse Comunità. In Galizia, per esempio, è richiesto per entrare nelle discoteche, condividere stanze negli ostelli ed entrare negli ospedali; a Maiorca e Ibiza serve per andare a ballare e per accedere alle Rsa, in Catalogna per prendere parte a banchetti nuziali e per entrare nei locali da ballo. Ad aver ostacolato l'introduzione del pass sono stata soprattutto le Corti regionali, chiamate a esprimersi sulla sua legittimità. Dopo i niet dell'estate scorsa di Andalusia, Canarie e Cantabria, l'ultimo stop è arrivato dai giudici baschi, che non hanno autorizzato il pass per sedere al ristorante, entrare in discoteca e assistere ai concerti come chiesto dalle autorità della Comunità indipendentista.
Basta comunque dare un'occhiata alle prime pagine dei maggiori quotidiani del Paese per rendersi conto che il clima generale non è paragonabile all'allarmismo ingiustificato che persiste in Italia. Certo, le autorità sanitarie invocano prudenza e sono contrarie all'allentamento dei parametri che classificano i territori in rischio basso, medio o alto. Il ministero della Salute ha proposto ieri la chiusura di bar e ristoranti alle 23 e massimo dieci persone a tavola per i territori che entreranno in zona a rischio 2, cioè con un'incidenza da 100 a 300 casi ogni 100.000 abitanti. Misure che potranno essere più stringenti nelle Regioni che più temono la nuova ondata, generalmente quelle con un clima meno mite, ma che mai prenderebbero la piega delle restrizioni all'italiana, con dileggio e caccia ai no vax annessi. Eppure, da Cadice a Bilbao, nessuno strilla all'apocalisse, e tanto meno al green pass per poter lavorare.
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Un'ispezione del ministero della Salute sconfessa l'assessore Riccardo Riccardi: nell'ospedale di Palmanova le otto rianimazioni dichiarate non esistono. Un dato falso che incide sul colore della Regione in guerra con i no pass.Madrid vanta un numero di vaccinati simile all'Italia e meno morti evitando di ricorrere alle nostre misure. Anche grazie ai giudici, la card regionale si limita a poche attività.Lo speciale contiene due articoli.Il Friuli passa in giallo dalla prossima settimana e con lo stesso colore, a essere magnanimi, si può indicare anche la «sparizione» di alcuni posti letto nelle terapie intensive dell'ospedale di Palmanova. Non una bella pubblicità per il presidente, Massimiliano Fedriga, che guida anche la Conferenza delle Regioni.Il sospetto che i conti non tornassero, in Friuli Venezia Giulia, era venuto già da qualche settimana al sindacato locale degli anestesisti (Aaroi), che aveva denunciato pubblicamente come gli otto letti di terapia intensiva della Medicina d'urgenza di Palmanova (meno di 6.000 abitanti in provincia di Udine) non fossero realmente tali. Adesso, è arrivato l'esito di un'ispezione del ministero della Salute che certificherebbe i dubbi degli anestesisti. Gli otto letti ci sono, ma non sono attrezzati per una vera terapia intensiva e quindi ne uscirebbe sconfessato anche l'assessore regionale alla Sanità, Riccardo Riccardi. In sostanza, bisognerà capire se in quel reparto di Palmanova sono stati ricoverati, in tutti questi mesi, pazienti che avrebbero avuto bisogno di un trattamento più delicato, oppure se siano semplicemente alterati i dati ufficiali, che com'è noto concorrono a far scattare anche i diversi colori delle Regioni, e che per il Friuli parlavano di 175 posti letto. Un errore di 8 unità, quindi, sarebbe pari al 4,5% e non è poco, visto che mercoledì scorso l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) segnalava che la Regione era già quella con le strutture sanitarie più gravate dalla quarta ondata, con il 14% delle terapie intensive occupate da pazienti Covid. Ovvero 4 punti percentuali oltre la soglia d'allerta, fissata al 10%. L'ispezione arrivata da Roma ha anche scoperto che nel pronto soccorso di Palmanova c'era una pericolosa sovrapposizione dei percorsi Covid e non Covid, con evidenti rischi di contagio fra i pazienti. All'ospedale di Gorizia, poi, è stata accertata una carenza di gestione dei flussi dei dati informativi a tutti i livelli, sia sul vero numero di vittime della pandemia cinese che sui posti letto ancora disponibili. Ora, dopo la scoperta degli ispettori mandati dal ministro Roberto Speranza, il Friuli rischia non solo di passare in zona gialla, ma anche di finire presto in zona arancione. Di sicuro, per adesso, c'è che oggi è l'unica Regione già di fatto in giallo, visto che per l'ufficialità basterà aspettare il monitoraggio di venerdì prossimo da parte della cabina di regia. In zona gialla diventa obbligatorio indossare la mascherina anche all'aperto, sono chiuse le discoteche, mentre i teatri e i cinema restano aperti. In Friuli ci sono 309 casi settimanali ogni 100.000 abitanti e ci sono le due provincie che al momento registrano l'incidenza più alta d'Italia: Trieste con 687 casi e Gorizia con 492. In più, a lunedì erano state ampiamente superate entrambe le soglie dei ricoveri sopra le quali scatta il giallo (il 10% di letti occupati nelle terapie intensive e il 15% negli altri reparti). Rispettivamente, siamo al 15% e al 17%, con numeri che crescono di giorno in giorno. Tornando al caso delle intensive «fasulle», le opposizioni in Consiglio regionale ovviamente attaccano. Walter Zalukar, del gruppo Misto, afferma che «forse sarebbe stato meglio impiegare tempo ed energie per potenziare i servizi piuttosto che propagandare posti letto inesistenti, confutando i dati dei professionisti, che sui quei letti ci lavorano ogni giorno». Mentre il segretario regionale del Pd, Cristiano Shaurli, punta il dito contro l'assessore Riccardi: «Avevano ragione gli anestesisti e aveva torto Riccardi: questo è il dato di fatto del report ministeriale sulle terapie intensive. In più l'assessore ha tentato di fornire ai cittadini informazioni distorte e addomesticate, ribadendo la sua versione anche di fronte all'esito ufficiale dell'ispezione». Sulla vicenda delle terapie intensive fantasma, Fedriga non ha ancora risposto, ma continua a segnalarsi per la linea dura con i no vax. Dal vertice delle Regioni con il governo di lunedì sulle nuove misure anti pandemia il presidente del Friuli è uscito soddisfatto perché «la nostra proposta di differenziare le misure restrittive in relazione alla vaccinazione sembra sia stata ascoltata con attenzione». Al Corriere della Sera, ha aggiunto: «Ricordate le zone colorate? Un'ipotesi è quella che i provvedimenti restrittivi non si applichino a chi si è sottoposto alla vaccinazione. A questi sarà garantita la possibilità di continuare a svolgere le attività altrimenti vietate». Fedriga, con una fuga in avanti rispetto alle posizioni del centrodestra e di Fratelli d'Italia in particolare, è anche tornato sul cosiddetto super green pass: «La ritengo un'ipotesi plausibile, e chiarisco meglio. Con il tampone sarà consentito solo andare al lavoro. Per svolgere le attività vietate nella specifica zona, bisognerà essere o vaccinati o guariti». Quanto a Matteo Salvini, il presidente del Friuli sostiene che «tutte le posizioni sono concordate con lui».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giallo-terapie-intensive-friulane-2655784368.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-spagna-si-vive-bene-senza-pass" data-post-id="2655784368" data-published-at="1637696540" data-use-pagination="False"> In Spagna si vive (bene) senza pass In Italia ci avviciniamo a un'ulteriore stretta alla libertà dei non vaccinati con l'arrivo del «super green pass», sbandierato come l'unica soluzione per «salvare il Natale» e arma contro la risalita dei contagi. I pasdaran sanitari invocano restrizioni, forti dell'esempio dei Paesi vicini come Austria, Germania e Paesi Bassi dove il timore della pandemia ha dato nuovamente il via a limitazioni molto pesanti per i cittadini. Gli ultrà del certificato, però, sembrano non accorgersi di uno Stato altrettanto vicino a noi, dove sebbene non vi sia l'ombra di un obbligo di green pass, i contagi non stanno accelerando. È il caso della Spagna, dimenticata dai talk show e dai giornali, ma prova lampante dell'inadeguatezza del pass come strumento di salute pubblica. Il lieve aumento dei contagi nel Paese non è infatti paragonabile a quello del resto d'Europa. Confrontando la situazione spagnola con quella italiana, poi, salta subito all'occhio che, con quasi la stessa percentuale di persone vaccinabili che hanno ricevuto due dosi (l'84%), le morti per milione di abitanti sono inferiori a quelle italiane (quattro contro nove). Dunque, la Spagna ha la nostra stessa percentuale di vaccinati, tasso di decessi inferiore, parametri sotto controllo, con molte meno restrizioni. Il governo centrale di Madrid, guidato da Pedro Sànchez, infatti, non ha mai preso in considerazione l'idea di rendere obbligatorio il «pasaporte Covid» a livello nazionale. Significativa la posizione del ministro della Salute, Carolina Darias: dopo la contrarietà al pass espressa l'estate scorsa, negli ultimi giorni ha fatto sapere che le Comunità possono richiedere il certificato in specifiche aree territoriali , in uno spazio limitato e tenuto conto della situazione epidemiologica. Presupposti palesemente diversi da quelli imposti ai cittadini italiani. La certificazione viene utilizzata dagli spagnoli per lo più per viaggiare all'estero, sebbene esistano parecchie differenze tra le diverse Comunità. In Galizia, per esempio, è richiesto per entrare nelle discoteche, condividere stanze negli ostelli ed entrare negli ospedali; a Maiorca e Ibiza serve per andare a ballare e per accedere alle Rsa, in Catalogna per prendere parte a banchetti nuziali e per entrare nei locali da ballo. Ad aver ostacolato l'introduzione del pass sono stata soprattutto le Corti regionali, chiamate a esprimersi sulla sua legittimità. Dopo i niet dell'estate scorsa di Andalusia, Canarie e Cantabria, l'ultimo stop è arrivato dai giudici baschi, che non hanno autorizzato il pass per sedere al ristorante, entrare in discoteca e assistere ai concerti come chiesto dalle autorità della Comunità indipendentista. Basta comunque dare un'occhiata alle prime pagine dei maggiori quotidiani del Paese per rendersi conto che il clima generale non è paragonabile all'allarmismo ingiustificato che persiste in Italia. Certo, le autorità sanitarie invocano prudenza e sono contrarie all'allentamento dei parametri che classificano i territori in rischio basso, medio o alto. Il ministero della Salute ha proposto ieri la chiusura di bar e ristoranti alle 23 e massimo dieci persone a tavola per i territori che entreranno in zona a rischio 2, cioè con un'incidenza da 100 a 300 casi ogni 100.000 abitanti. Misure che potranno essere più stringenti nelle Regioni che più temono la nuova ondata, generalmente quelle con un clima meno mite, ma che mai prenderebbero la piega delle restrizioni all'italiana, con dileggio e caccia ai no vax annessi. Eppure, da Cadice a Bilbao, nessuno strilla all'apocalisse, e tanto meno al green pass per poter lavorare.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».