Lo Stato che si vanta, a ragione, di essere l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, avrà seri motivi su cui interrogarsi: in Israele, gli episodi di profanazione ai danni dei simboli della fede cristiana si vanno moltiplicando al ritmo di pani e pesci evangelici. L’ultima scelleratezza l’ha documentata ieri sui social il coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, Wadie Abunassar, diffondendo un video che mostra giovani ebrei radicali sputare contro una statua della Vergine Maria collocata presso la Porta nuova a Gerusalemme.
Il fattaccio è accaduto durante la Marcia delle Bandiere, che celebra la riunificazione della città sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.
Durante la manifestazione, numerosi gruppi di ebrei nazionalisti religiosi hanno sfilato nella Città vecchia - riferisce il Servizio d’informazione religiosa Sir - passando anche per il quartiere musulmano, non risparmiato da atti di vandalismo e aggressioni. Osservando le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza, si vedono almeno due persone vilipendere il simulacro della Vergine, protetto da una teca.
Nel denunciare l’accaduto, Abunassar ha chiesto «responsabilità e un urgente lavoro di rieducazione», anche perché gli episodi si susseguono: pochi giorni fa, un militare delle forze israeliane operative nel Sud del Libano ha dissacrato una statua della Vergine Maria mettendole una sigaretta in bocca. La reazione delle autorità, va detto, è stata immediata: al soldato responsabile dell’oltraggio sono stati comminati 21 giorni di prigione, a quello che lo ha fotografato, 14.
Sempre in Libano, a Debl, un altro militare israeliano è stato filmato mentre distruggeva un crocifisso a martellate. L’episodio è stato immediatamente condannato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. I soldati responsabili sono stati estromessi dai reparti di combattimento e condannati a un mese di reclusione. L’esercito israeliano ha sostituito l’icona distrutta con una più piccola, ma sono stati i militari italiani della missione Unifil a donare alla comunità un crocifisso pressoché identico a quello originale.
Oltre ai simboli sacri, gli attacchi hanno preso di mira anche le persone. Il 28 aprile, vicino al Cenacolo sul Monte Sion a Gerusalemme, hanno fatto il giro del mondo le immagini di una suora francese di 48 anni aggredita in pieno giorno. Un colono l’ha spinta alle spalle facendola rovinare sui gradini, dove ha battuto la testa. Non contento, l’assalitore è tornato indietro per infierire sulla vittima, prendendola a calci mentre era a terra. L’indiziato è il trentaseienne israeliano Yona Simcha Schreiber, proveniente dall’insediamento di Peduel, in Cisgiordania. Fermato il giorno dopo, la Procura ha chiesto per lui la carcerazione preventiva con l’accusa di aggressione mossa da ostilità religiosa.
Di fatto, l’ordinamento d’Israele assicura precise garanzie legali alle minoranze religiose. La libertà di culto non è protetta da una vera e propria carta costituzionale, ma trova il suo pilastro nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che promette «piena uguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini senza distinzione di razza, credo o genere» e «piena libertà di coscienza, di culto, di educazione e di cultura», salvaguardando «la santità e l’inviolabilità dei santuari e dei luoghi sacri di tutte le religioni», «fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Un impegno blindato negli anni dalle sentenze della Corte Suprema, che ha formalizzato la protezione legale delle libertà civili e religiose.
Tra i principi formali e la realtà quotidiana c’è però un divario profondo. Nel 2018, i vertici delle diverse anime della Chiesa cattolica in Terra Santa (latina, melkita, maronita, armena, siro-cattolica e caldea) sono entrati in polemica contro la Knesset (il Parlamento dello Stato d’Israele) contestando la nuova legge che proclamava Israele «Stato nazione del popolo ebraico», che escludeva di fatto le minoranze dal diritto di autodeterminazione. Una misura giudicata discriminatoria dai vescovi, ma blindata dalla Corte Suprema nel luglio 2021. La laicità delle istituzioni israeliane deve fare i conti anche con barriere legali e sociali: le conversioni dei minori di 18 anni sono vietate se non concordi con la fede dei genitori e chi sceglie di abiurare l’ebraismo va incontro a pesanti molestie e isolamento sociale.
L’ultimo bilancio della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre fotografa un peggioramento della situazione in Israele nel 2025. Nel report si parla di luoghi di culto cristiani e islamici presi di mira in un clima di «impunità, nonostante le condanne». Ovviamente, gli attentati del 7 ottobre e la guerra ad Hamas ed Hezbollah hanno contribuito ad acuire le tensioni. L’intolleranza emerge anche da diversi casi di ultra ortodossi che sputano contro sacerdoti, monaci o processioni nella Città vecchia. Per questo, la mappa globale di Acs inserisce oggi Israele tra gli Stati caratterizzati da discriminazione religiosa.
Le tensioni hanno toccato anche i vertici istituzionali, come dimostra il clamoroso incidente avvenuto la Domenica delle Palme, quando la polizia ha sbarrato le porte del Santo Sepolcro al patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode francescano, padre Francesco Ielpo. Sebbene il blocco sia stato ufficialmente motivato dal rischio di attacchi missilistici dall’Iran, dopo l’intervento di Netanyahu, le proteste delle istituzioni internazionali (tra cui quelle del governo italiano e dell’ambasciatore Usa, Mike Huckabee) hanno spinto il presidente Isaac Herzog a rimediare alla forzatura.
Se la Santa Sede e il patriarca hanno scelto di smorzare la polemica, permane però la preoccupazione che gli estremisti religiosi interpretino la crisi geopolitica come un’opportunità per ridimensionare la presenza delle altre fedi. Una provocazione che le autorità di Tel Aviv dovrebbero arginare con fermezza.







