True
2024-03-28
I dubbi (censurati) dell’Iss tedesco su lockdown, mascherine e vaccini
Obbligo di mascherina a Hessel (Getty Images)
In Germania li chiamano «protocolli esplosivi». Sono l’equivalente tedesco dei verbali della task force anti Covid, che a giugno 2021 il ministero della Salute italiano dovette desecretare, per effetto di una sentenza del Tar. Le 1.000 pagine del Robert Koch Institut (Rki), la massima autorità di vigilanza sulle malattie infettive con sede a Berlino (è tipo il nostro Iss), contengono ancora molti omissis. Ma ciò che è stato reso pubblico, grazie alla causa intentata dalla rivista online Multipolar, ha attirato l’attenzione delle testate nazionali (la Bild, lo Spiegel, Zdf), del numero due del Bundestag e di rappresentanti di spicco della Cdu. Si è scoperto, infatti, che mentre il governo federale seguiva la strada di chiusure e mascherine coatte, poi delle vaccinazioni a tappeto e del super green pass, gli esperti, tra di loro, esprimevano dubbi sulle varie misure antivirus. Non sono dettagli, considerato il costo economico dei diktat e la frattura che i divieti, gli obblighi e la discriminazione di chi rifiutava le dosi hanno provocato nelle società e nella loro ossatura costituzionale.
Siamo a dicembre 2020: il 16 di quel mese, Angela Merkel decide per il secondo lockdown. Gli scienziati del Rki appaiono preoccupati dal blocco delle attività produttive. E osservano: «I lockdown talvolta hanno conseguenze più gravi del Covid stesso». In mente, in quel momento, hanno l’Africa. Per le regioni meno sviluppate, fermare il lavoro significa morire di fame. Le chiusure hanno un impatto insostenibile sugli indigenti, che spesso sono anche quelli che vivono in zone con servizi sanitari inadeguati. Fatto sta che il commento dei tecnici, lapidario, definitivo, poteva attagliarsi altrettanto bene all’Europa o agli Stati Uniti: da noi, quanta gente ha perso il posto in quei mesi terribili? Quanti ristoratori, baristi, albergatori, sono stati rovinati dai domiciliari voluti dall’esecutivo di Giuseppe Conte e Roberto Speranza? Quel provvedimento ha rovinato migliaia di persone, ma non ha ridotto né le infezioni né le vittime.
Poche settimane prima, il 30 ottobre 2020, i saggi del Robert Koch manifestano serie perplessità anche sull’altro dogma dell’era pandemia: le Ffp2. «Non ci sono prove», ammettono nei verbali, per consigliarne l’impiego «al di fuori della sicurezza sul lavoro». Peccato che, proprio in quel periodo, le regole si stessero facendo ovunque più rigorose. Alcuni Länder, anzi, non si accontentavano di chiedere che le persone si coprissero in qualche modo naso e bocca; pretendevano proprio la Ffp2. Ai lettori della Verità, la smitizzazione delle mascherine non suonerà certo nuova. La pietra tombale sull’utilità di renderle ovunque obbligatorie l’ha messa una celebre rassegna Cochrane. Le ragioni del fiasco dei bavagli sono tante e vanno dalla necessità che se ne faccia un utilizzo corretto, al loro frequente ricambio. I protocolli del Rki, però, forniscono un motivo in più d’indignazione: gli scienziati, infatti, sapevano a priori che le Ffp2 sarebbero state un feticcio, utili al massimo in contesti circoscritti.
I «competenti» erano titubanti persino sui vaccini, in particolare il preparato di Astrazeneca. Già l’8 gennaio 2021, quindi prima che partisse l’affannosa rincorsa a immunizzare i cittadini - si fa per dire, dato che nessun farmaco era in grado di impedire la circolazione del virus - la squadra del Koch Institut avvisa che «occorre discutere» di quel farmaco, considerato «meno perfetto» e «meno sicuro». Il gruppo suggerisce di restringerne la somministrazione e rileva che i dati relativi agli anziani scarseggiano. A inizio marzo, però, la Stiko, la commissione sui vaccini, lo raccomanda a tutte le fasce d’età. Più in là, anche Berlino deciderà di limitarne l’uso; come l’Italia, dove, però, dovranno prima morire di trombosi insegnanti e agenti giovani e sani, oltre alla diciottenne Camilla Canepa.
Nell’imbarazzante faldone, non può mancare una sezione dedicata al «modello 3G»: geimpft (vaccinato), genesen (guarito), getestet (testato). In breve, il super green pass di Germania e Austria.
Il 5 marzo 2021, il team del Rki sottolinea che le speciali esenzioni garantite a chi si è sottoposto alle inoculazioni «non sono tecnicamente giustificabili». Il certificato che comprova la vaccinazione, affermano gli epidemiologi, non può «costituire la base» per la suddivisione dei cittadini in «categorie» alle quali conferire «privilegi». Per capirci: in termini scientifici, non c’era motivo di permettere a un vaccinato di salire su un autobus, lasciando a terra un renitente. Checché ne pensasse Mario Draghi, il green pass non dava affatto «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose».
Il Robert Koch Institut non è stato prodigo di spiegazioni su queste carte. Ha risposto in merito alla querelle che è sorta a proposito di una modifica alla valutazione del rischio, da moderato ad alto, inserita a marzo 2020 da un soggetto il cui nome è stato sbianchettato. L’ente assicura che si trattava di un suo dipendente e non di un esponente del governo federale: valutazione tecnica, dunque, non politica.
Cosa insegna il caso scoppiato in Germania? Quanto ai contenuti, non molto invero: che affidarsi a lockdown, mascherine e green pass fosse una forma di superstizione, ormai, dovrebbero averlo capito pure le pietre. Eppure, in giro, c’è ancora chi sostiene che quella della lotta al Covid sia «una storia da rivendicare» (parola di Speranza). Ciò che continua a emergere, ovvero le opacità degli organismi con ruoli decisionali, le anomalie nella catena di trasmissione tra esperti e politici, le dissonanze tra le perplessità confessate in segreto e il dogmatismo adottato in pubblico, a tratti violento, dimostra per l’ennesima volta quanto sia opportuno insistere affinché venga a galla tutta la verità. L’abbiamo archiviata quasi fosse stata una parentesi accidentale, ma la pandemia è stata uno degli eventi più importanti di un’epoca in cui la storia si muove a ritmi accelerati.
Ironia della sorte, dei documenti del Koch si è appreso qualcosa solo grazie alla pertinacia di un magazine di solito screditato, poiché vicino all’estrema destra e pure un tantino filorusso. In modo analogo, qui, i verbali della task force sono spuntati grazie all’impegno di Galeazzo Bignami, di Fdi, che s’è preso la briga di rivolgersi al tribunale. Dov’era la grande stampa? Dov’erano i giornalisti «cani da guardia» della democrazia? Troppo impegnati a fare i cani da compagnia del potere?
Oss scaricati a fine emergenza: per lo Stato sono dei «volontari»
Chiamati a prestare servizio in piena emergenza Covid nei posti più esposti ai contagi, come carceri e case di riposo, e poi lasciati senza lavoro. È quanto accaduto a 1.500 operatori sanitari che, nell’aprile del 2020, furono arruolati dalla protezione civile tramite un bando apposito in tutta Italia.
All’epoca, il Paese era appena entrato nel caos pandemico. Gli Oss in questione, scriveva il bando, avrebbero dovuto essere impiegati fino fino al 31 luglio 2020, presunto termine dello stato di emergenza. In realtà, come sappiamo, l’emergenza si protrasse, terminando ufficialmente il 31 marzo 2022. Ma alcuni dei 1.500 operatori continuarono a lavorare anche oltre, maturando dai 18 ai 32 mesi di servizio. In cui lavoravano su turni, anche notturni, con appositi badge e timbrando i cartellini a inizio e fine giornata, spesso con un solo giorno di riposo settimanale. Dei dipendenti al servizio dello Stato a tutti gli effetti, che tuttavia per anni non hanno ricevuto un regolare stipendio, ma dei rimborsi spesa, senza il regolare versamenti dei contributi previdenziali. Un pasticcio burocratico comprensibile nei primi mesi dell’emergenza, ma che sarebbe dovuto essere sanato nei periodi successivi.
Il vero schiaffo da parte dello Stato, però, gli operatori l’hanno ricevuto quando hanno richiesto di essere stabilizzati, come altri migliaia di sanitari assunti grazie alla Legge di Bilancio per il 2022. Questa normativa, volta a favorire i cosiddetti «precari del Covid», ossia il personale medico che ha prestato servizio all’indomani dello scoppio dalla pandemia e durante, ha accorciato il periodo di servizio utile per far sorgere il diritto alla trasformazione del contratto precario in indeterminato. Il precedente decreto Madia richiedeva infatti 24 mesi di lavoro, poi ridotti a 18, anche non continuativi.
Parametri in cui rientrano i 1.500 operatori utilizzati in carceri e Rsa, ma che non vengono loro riconosciuti. La stabilizzazione infatti spetta ai professionisti che abbiano lavorato alle dipendenze del Ssn, rapporto non riconosciuto agli Oss arruolati tramite il bando della Protezione civile, classificati come «volontari». Un cavillo burocratico che impedisce a 1.500 operatori di essere assunti e poter lavorare, dopo anni di servizio.
«È un’ingiustizia», spiega Barbara Facco, coordinatrice nazionale Oss della Uil Fpl, «queste persone hanno lavorato, reclutate sì dalla protezione civile, ma sotto le direttive del servizio sanitario nazionale. Auspichiamo quindi un intervento normativo a livello nazionale, anche perché ci sono diversità importanti su base regionale che rischiano di determinare conseguenze a macchia di leopardo».
Intervento che, malgrado i numerosi appelli da parte degli operatori sanitari e l’interesse anche della politica, con diverse interrogazioni parlamentari, ha preso la forma di un eterno scaricabarile tra il ministero della Giustizia (per i sanitari impegnati nelle carceri) e quello della Salute. «Assurdo siano escluse figure di cui si è ancora alla spasmodica ricerca. In Veneto, per esempio, c’è una carenza stimata di quasi 5.000 Oss. A fronte di questa carenza, la questione di questo gruppo di persone formate, che ha avuto esperienza lavorativa e addestramento, ma che non vengono riconosciuti, va fatta riflessione», conclude Facco.
Persone, prima celebrate come eroi, alle quali ora non è riconosciuto nemmeno il diritto a percepire l’assegno di disoccupazione. Come se il loro impegno non fosse mai esistito.
Continua a leggereRiduci
Pubblicati in Germania i verbali del Koch Institut. Nelle loro riunioni, gli esperti esprimevano dubbi su chiusure, vaccini, obbligo di Ffp2 e super green pass: «Tecnicamente ingiustificabili». E adesso il caso scuote persino i vertici del Bundestag.In Italia sono 1.500 gli operatori arruolati nel 2020 in carceri e Rsa mai regolarizzati e dimenticati.Lo speciale contiene due articoli.In Germania li chiamano «protocolli esplosivi». Sono l’equivalente tedesco dei verbali della task force anti Covid, che a giugno 2021 il ministero della Salute italiano dovette desecretare, per effetto di una sentenza del Tar. Le 1.000 pagine del Robert Koch Institut (Rki), la massima autorità di vigilanza sulle malattie infettive con sede a Berlino (è tipo il nostro Iss), contengono ancora molti omissis. Ma ciò che è stato reso pubblico, grazie alla causa intentata dalla rivista online Multipolar, ha attirato l’attenzione delle testate nazionali (la Bild, lo Spiegel, Zdf), del numero due del Bundestag e di rappresentanti di spicco della Cdu. Si è scoperto, infatti, che mentre il governo federale seguiva la strada di chiusure e mascherine coatte, poi delle vaccinazioni a tappeto e del super green pass, gli esperti, tra di loro, esprimevano dubbi sulle varie misure antivirus. Non sono dettagli, considerato il costo economico dei diktat e la frattura che i divieti, gli obblighi e la discriminazione di chi rifiutava le dosi hanno provocato nelle società e nella loro ossatura costituzionale. Siamo a dicembre 2020: il 16 di quel mese, Angela Merkel decide per il secondo lockdown. Gli scienziati del Rki appaiono preoccupati dal blocco delle attività produttive. E osservano: «I lockdown talvolta hanno conseguenze più gravi del Covid stesso». In mente, in quel momento, hanno l’Africa. Per le regioni meno sviluppate, fermare il lavoro significa morire di fame. Le chiusure hanno un impatto insostenibile sugli indigenti, che spesso sono anche quelli che vivono in zone con servizi sanitari inadeguati. Fatto sta che il commento dei tecnici, lapidario, definitivo, poteva attagliarsi altrettanto bene all’Europa o agli Stati Uniti: da noi, quanta gente ha perso il posto in quei mesi terribili? Quanti ristoratori, baristi, albergatori, sono stati rovinati dai domiciliari voluti dall’esecutivo di Giuseppe Conte e Roberto Speranza? Quel provvedimento ha rovinato migliaia di persone, ma non ha ridotto né le infezioni né le vittime. Poche settimane prima, il 30 ottobre 2020, i saggi del Robert Koch manifestano serie perplessità anche sull’altro dogma dell’era pandemia: le Ffp2. «Non ci sono prove», ammettono nei verbali, per consigliarne l’impiego «al di fuori della sicurezza sul lavoro». Peccato che, proprio in quel periodo, le regole si stessero facendo ovunque più rigorose. Alcuni Länder, anzi, non si accontentavano di chiedere che le persone si coprissero in qualche modo naso e bocca; pretendevano proprio la Ffp2. Ai lettori della Verità, la smitizzazione delle mascherine non suonerà certo nuova. La pietra tombale sull’utilità di renderle ovunque obbligatorie l’ha messa una celebre rassegna Cochrane. Le ragioni del fiasco dei bavagli sono tante e vanno dalla necessità che se ne faccia un utilizzo corretto, al loro frequente ricambio. I protocolli del Rki, però, forniscono un motivo in più d’indignazione: gli scienziati, infatti, sapevano a priori che le Ffp2 sarebbero state un feticcio, utili al massimo in contesti circoscritti.I «competenti» erano titubanti persino sui vaccini, in particolare il preparato di Astrazeneca. Già l’8 gennaio 2021, quindi prima che partisse l’affannosa rincorsa a immunizzare i cittadini - si fa per dire, dato che nessun farmaco era in grado di impedire la circolazione del virus - la squadra del Koch Institut avvisa che «occorre discutere» di quel farmaco, considerato «meno perfetto» e «meno sicuro». Il gruppo suggerisce di restringerne la somministrazione e rileva che i dati relativi agli anziani scarseggiano. A inizio marzo, però, la Stiko, la commissione sui vaccini, lo raccomanda a tutte le fasce d’età. Più in là, anche Berlino deciderà di limitarne l’uso; come l’Italia, dove, però, dovranno prima morire di trombosi insegnanti e agenti giovani e sani, oltre alla diciottenne Camilla Canepa.Nell’imbarazzante faldone, non può mancare una sezione dedicata al «modello 3G»: geimpft (vaccinato), genesen (guarito), getestet (testato). In breve, il super green pass di Germania e Austria.Il 5 marzo 2021, il team del Rki sottolinea che le speciali esenzioni garantite a chi si è sottoposto alle inoculazioni «non sono tecnicamente giustificabili». Il certificato che comprova la vaccinazione, affermano gli epidemiologi, non può «costituire la base» per la suddivisione dei cittadini in «categorie» alle quali conferire «privilegi». Per capirci: in termini scientifici, non c’era motivo di permettere a un vaccinato di salire su un autobus, lasciando a terra un renitente. Checché ne pensasse Mario Draghi, il green pass non dava affatto «la garanzia di trovarsi tra persone che non sono contagiose».Il Robert Koch Institut non è stato prodigo di spiegazioni su queste carte. Ha risposto in merito alla querelle che è sorta a proposito di una modifica alla valutazione del rischio, da moderato ad alto, inserita a marzo 2020 da un soggetto il cui nome è stato sbianchettato. L’ente assicura che si trattava di un suo dipendente e non di un esponente del governo federale: valutazione tecnica, dunque, non politica.Cosa insegna il caso scoppiato in Germania? Quanto ai contenuti, non molto invero: che affidarsi a lockdown, mascherine e green pass fosse una forma di superstizione, ormai, dovrebbero averlo capito pure le pietre. Eppure, in giro, c’è ancora chi sostiene che quella della lotta al Covid sia «una storia da rivendicare» (parola di Speranza). Ciò che continua a emergere, ovvero le opacità degli organismi con ruoli decisionali, le anomalie nella catena di trasmissione tra esperti e politici, le dissonanze tra le perplessità confessate in segreto e il dogmatismo adottato in pubblico, a tratti violento, dimostra per l’ennesima volta quanto sia opportuno insistere affinché venga a galla tutta la verità. L’abbiamo archiviata quasi fosse stata una parentesi accidentale, ma la pandemia è stata uno degli eventi più importanti di un’epoca in cui la storia si muove a ritmi accelerati.Ironia della sorte, dei documenti del Koch si è appreso qualcosa solo grazie alla pertinacia di un magazine di solito screditato, poiché vicino all’estrema destra e pure un tantino filorusso. In modo analogo, qui, i verbali della task force sono spuntati grazie all’impegno di Galeazzo Bignami, di Fdi, che s’è preso la briga di rivolgersi al tribunale. Dov’era la grande stampa? Dov’erano i giornalisti «cani da guardia» della democrazia? Troppo impegnati a fare i cani da compagnia del potere?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-inchiesta-covid-2667622353.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oss-scaricati-a-fine-emergenza-per-lo-stato-sono-dei-volontari" data-post-id="2667622353" data-published-at="1711617629" data-use-pagination="False"> Oss scaricati a fine emergenza: per lo Stato sono dei «volontari» Chiamati a prestare servizio in piena emergenza Covid nei posti più esposti ai contagi, come carceri e case di riposo, e poi lasciati senza lavoro. È quanto accaduto a 1.500 operatori sanitari che, nell’aprile del 2020, furono arruolati dalla protezione civile tramite un bando apposito in tutta Italia. All’epoca, il Paese era appena entrato nel caos pandemico. Gli Oss in questione, scriveva il bando, avrebbero dovuto essere impiegati fino fino al 31 luglio 2020, presunto termine dello stato di emergenza. In realtà, come sappiamo, l’emergenza si protrasse, terminando ufficialmente il 31 marzo 2022. Ma alcuni dei 1.500 operatori continuarono a lavorare anche oltre, maturando dai 18 ai 32 mesi di servizio. In cui lavoravano su turni, anche notturni, con appositi badge e timbrando i cartellini a inizio e fine giornata, spesso con un solo giorno di riposo settimanale. Dei dipendenti al servizio dello Stato a tutti gli effetti, che tuttavia per anni non hanno ricevuto un regolare stipendio, ma dei rimborsi spesa, senza il regolare versamenti dei contributi previdenziali. Un pasticcio burocratico comprensibile nei primi mesi dell’emergenza, ma che sarebbe dovuto essere sanato nei periodi successivi. Il vero schiaffo da parte dello Stato, però, gli operatori l’hanno ricevuto quando hanno richiesto di essere stabilizzati, come altri migliaia di sanitari assunti grazie alla Legge di Bilancio per il 2022. Questa normativa, volta a favorire i cosiddetti «precari del Covid», ossia il personale medico che ha prestato servizio all’indomani dello scoppio dalla pandemia e durante, ha accorciato il periodo di servizio utile per far sorgere il diritto alla trasformazione del contratto precario in indeterminato. Il precedente decreto Madia richiedeva infatti 24 mesi di lavoro, poi ridotti a 18, anche non continuativi. Parametri in cui rientrano i 1.500 operatori utilizzati in carceri e Rsa, ma che non vengono loro riconosciuti. La stabilizzazione infatti spetta ai professionisti che abbiano lavorato alle dipendenze del Ssn, rapporto non riconosciuto agli Oss arruolati tramite il bando della Protezione civile, classificati come «volontari». Un cavillo burocratico che impedisce a 1.500 operatori di essere assunti e poter lavorare, dopo anni di servizio. «È un’ingiustizia», spiega Barbara Facco, coordinatrice nazionale Oss della Uil Fpl, «queste persone hanno lavorato, reclutate sì dalla protezione civile, ma sotto le direttive del servizio sanitario nazionale. Auspichiamo quindi un intervento normativo a livello nazionale, anche perché ci sono diversità importanti su base regionale che rischiano di determinare conseguenze a macchia di leopardo». Intervento che, malgrado i numerosi appelli da parte degli operatori sanitari e l’interesse anche della politica, con diverse interrogazioni parlamentari, ha preso la forma di un eterno scaricabarile tra il ministero della Giustizia (per i sanitari impegnati nelle carceri) e quello della Salute. «Assurdo siano escluse figure di cui si è ancora alla spasmodica ricerca. In Veneto, per esempio, c’è una carenza stimata di quasi 5.000 Oss. A fronte di questa carenza, la questione di questo gruppo di persone formate, che ha avuto esperienza lavorativa e addestramento, ma che non vengono riconosciuti, va fatta riflessione», conclude Facco. Persone, prima celebrate come eroi, alle quali ora non è riconosciuto nemmeno il diritto a percepire l’assegno di disoccupazione. Come se il loro impegno non fosse mai esistito.
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
Continua a leggereRiduci