- Il conflitto tra il colosso francotedesco e Boeing esiste da 14 anni. Ma Donald Trump ora alza il muro per fermare il passaggio di tecnologia verso Pechino. Il conto arriva anche all’Italia, che viene «avvertita» in vista del 5G.
- La posizione di Margrethe Vestager rischia di penalizzarci ancora di più. Ursula Von der Leyen invece sa che nemmeno la Germania può rinunciare al mercato a stelle e strisce.
Lo speciale contiene due articoli.
Quando, anni fa si trattò di decidere l’adesione dell’Italia al progetto Airbus, Pier Francesco Guarguaglini, all’epoca a capo di Finmeccanica si dimostrò molto dubbioso. A posteriori possiamo dire che su un aspetto politico aveva ragione. Saremmo stati trattati in modo marginale. Ultimi, addirittura dopo gli spagnoli. Adesso che il colosso franco tedesco dell’aviazione è stato ritenuto colpevole di aiuti illeciti da parte degli Stati, l’America ha potuto far scattare i dazi.
L’ammontare per il momento è di 7,5 miliardi e una fetta (compresa tra i 500 milioni e i 3 miliardi) colpirà il nostro Paese attraverso il canali dell’agroalimentare. Fermarsi al dente per dente non aiuta a capire che cosa sta accadendo attorno alla partita della supremazia tecnologica. Il tira e molla tra Boeing ed Airbus va avanti da oltre 14 anni e non avremmo assistito a colpi di scena se tra i due litiganti non si fosse inserita la Cina. Ciò che la Casa Bianca non accetta è il maxi trasferimento di know how in corso tra la Francia, la Germania e il Dragone. Pechino ha affermato un mercato di sviluppo ad Airbus e in cambio ha chiesto di ospitare in patria intere piattaforme logistiche e tecnologiche. Gli usa non hanno paura delle tecnologia di Airbus, ma che questa finisca ai cinesi per osmosi. E non è un timore infondato. Tutt’altro. Mentre lo scorso anno Francia e Germania fingevano di scandalizzarsi per la firma del memorandum sulla Via della Seta a Roma, da tempo le due nazioni europee avevano iniziato importanti scambi in materia nucleare e satellitare.
Due esempi su tutti: quello firmato da Emmanuel Macron con la Cnnc (China national nuclear corporation) e l’avvio nel 2018 del Cfosat (Chinese franch oceanic satellite). Le sinergie maggiori si tracciano però nell’ambito del colosso aeronautico. La fabbrica Airbus di Tinjin ha assemblato il suo quattrocentesimo A320 nell’ambito di un mercato continentale che da solo vale 229 aeroporti. Così i cinesi hanno aperto i loro aeroporti e in cambio hanno ottenuto l’accesso ai progetti e al grande mondo dei fornitori. A quanto apprende la Verità a oggi ci sono ben 6.000 aziende cinesi certificate come subfornitrici di Aibus Aircraft vehicles. È un numero incredibile che spiega perchè alcune ambasciate americane abbiano acceso sul tema una red flag. Una bandierina rossa che significa tante cose.
la trasmigrazione di tecnologia nasconde anche passaggi di progetti tendenzialmente duali? Il termine sta indicare quelle tecnologie che si possono utilizzare sia in ambiente civile che militare.
Il nocciolo dei dazi sta tutto in questi dettagli che sono nascosti agli occhi dei più ma che fanno la differenza nello sviluppo tecnologico dei prossimi trent’anni. Gli Usa non vogliono perdere la supremazia dei cieli, né condividerla con altri Paesi extra Nato. La Francia è libera di schiantarsi contro il muro della Casa Bianca ma l’Italia deve porsi gli interrogativi di fondo. Se agli alert della diplomazia e dell’intelligence Usa possono seguire i dazi a stretto giro di posta, che cosa rischiamo tenendo il piede in due scarpe? Non ci riferiamo solo al 5G, ma anche a tutti i progetti congiunti come il Comac che vede impegnata Leonardo e lo stabilimento di Pomigliano. Mai come in queste ore e in questi giorni la politica italiana dovrebbe discutere la questione prioritaria della Difesa. Il nostro colosso dell’Aeronautica ha aderito al Tempest, il caccia di ultima generazione. Francia e Germania sono ancora incagliati in un progetto paritetico. Il Tempest ha la tecnologia, ma se si consuma la Brexit non avrà i finanziamenti Ue. Il progetto franco tedesco al contrario avrebbe il denaro ma sembra essere privo del quid tecnologico necessario per portarlo al livello della sesta generazione. L’Italia rischia così di rimanere incastrata a metà. Pagare per le colpe dell’Europa senza avere alcun beneficio e perdere pure la spinta degli Usa furiosi per i rapporti italocinesi.
In una guerra economica bisogna avere due armi. La tecnologia e i soldi. Se manca una delle due gambe è come essere nudi. La Francia in questo gioco sporco e in modo altrettanto abile. Usa i soldi dell’Europa e cerca di sommare alla propria tecnologia anche quella dei partner europei. Attenzione se poi questa tecnologia finisce fuori dall’Ue a beneficio di una o al massimo due nazioni agli altri Paesi restano i gusci vuoti e il conto da pagare.
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