G20, Conte tratta ma ha gli antitaliani in casa
  • Per il governo si profila un buon risultato: nessuna procedura, semmai rinvio della decisione all’autunno. La questione non è economica ma politica. Con due insidie: quella mediatica di chi insiste su un Paese malato e la battaglia contro la flat tax.
  • Possibile una svolta nella guerra dei dazi Usa-Cina. Insolita simpatia per Angela Merkel.

Lo speciale contiene due articoli.

Dialogo serrato a Osaka su più livelli: dentro il G20, tra tutti i membri; e a margine dei lavori, tra i paesi Ue. E non solo per trovare una qualche linea comune fra di loro, in particolare rispetto al confronto Usa-Cina. Ma pure per discutere di un’agenda tutta europea, che a sua volta è divisa in due tronconi. Per un verso, c’è la matassa (ancora da sbrogliare) del nuovo organigramma Ue; e per altro verso, c’è da concludere il negoziato tra Bruxelles e Roma sulla minacciata procedura d’infrazione. E questa è ovviamente la priorità assoluta per Giuseppe Conte e Giovanni Tria. Tra l’altro, Tria alloggia nello stesso albergo che ospita il commissario francese Pierre Moscovici, e quindi l’opportunità di ulteriori contatti informali è a portata di mano.

Diciamo subito che la situazione è positiva. Sono ormai pochi i pasdaran scatenati contro l’Italia. Ieri si è segnalato il premier olandese Mark Rutte, che ha avuto un bilaterale con Conte, ma ha pure sparato a palle incatenate in un’intervista a Bbg Tv, rilanciata da Bloomberg: «L’Italia non sta facendo nulla per stabilizzare le sue finanze». Messaggio neanche troppo subliminale: Roma non potrà «sfuggire alle sanzioni sul debito». Conclusione: «La Commissione deve intervenire per obbligare l’Italia ad agire sul bilancio». Ma, ad essere ottimisti, va detto che queste frasi sono state pronunciate nel pieno della polemica Italia-Olanda sulla nave Sea Watch, e quindi possono essere considerate più frutto di quello scontro che un vero obiettivo politico del governo olandese. A Rutte ha comunque risposto Matteo Salvini a muso duro: «Il premier olandese è l’ultimo che può parlare».

A questo punto, maturano due scenari. Il primo sarebbe il più desiderabile per noi, ma è forse quello meno probabile: e cioè che, martedì prossimo la Commissione Ue decida di archiviare del tutto la pratica. E, sia ben chiaro (come La Verità spiega da oltre dieci giorni), questo sarebbe il finale di partita più meritato dall’Italia: che si presenta con un rapporto deficit/Pil basso (2,1%), con entrate Iva in rialzo, con risparmi effettuati su reddito di cittadinanza e quota 100, e avendo già rinunciato a 2 miliardi di spesa aggiuntiva. Se fosse solo una questione di cifre (e di onestà intellettuale), la discussione dovrebbe finire qui.

Ma, poiché è una questione tutta politica, e a Bruxelles nessuno vuole del tutto perdere la faccia ammettendo di aver processato Roma senza troppo fondamento, può maturare una seconda soluzione, leggermente più interlocutoria. Nessuna decisione finale, adesso: e quindi nessun seguito – ora – alla procedura. Ma – ecco la sfumatura – la richiesta di spostare la verifica più avanti nel tempo, tra ottobre e novembre, per dare maggiore enfasi a ciò che già regolarmente avviene ogni anno, e cioè l’interlocuzione annuale con Bruxelles sulla legge di bilancio che il governo italiano avrà a quel punto presentato.

Intendiamoci bene: anche questa seconda soluzione sarebbe comunque un ottimo risultato negoziale per Roma. Nessuna procedura, nessuna Apocalisse, nessuna fine del mondo. Anzi, sarebbero smentiti i corvi (politici e mediatici) che da giorni hanno incredibilmente dato per certa l’azione di Bruxelles contro di noi. I corvi – come consolazione – potrebbero solo celebrare un leggero irrobustimento dello scrutinio che l’Ue già fa, anno dopo anno, rispetto a tutte le finanziarie.

E però ci sarebbero due insidie che governo e maggioranza non dovrebbero sottovalutare, nel caso. La prima insidia starebbe nel racconto mediatico che qualcuno proverebbe a fare. A giornaloni e mainstream media non parrebbe vero di descrivere un’Italia rimandata a settembre (qualcuno ci ha già maldestramente provato ieri), tenuta sotto osservazione, sorvegliata speciale. Su questo primo punto, ieri Conte da Osaka è stato attento e reattivo, e ha giustamente risposto piccato all’obiezione di qualche cronista: «Non giochiamo con le parole: cosa significa rinviare a ottobre la procedura di infrazione? Se la si evita, è un risultato che il governo porta a casa, cerchiamo di non essere sempre antitaliani».

La seconda insidia sarebbe più sostanziale, e riguarderebbe il punto fondamentale dell’agenda Salvini, e cioè la flat tax. Qualcuno – tra Bruxelles e Roma – potrebbe tentare di depotenziarla, ridimensionarla, in ultima analisi di toglierle la forza di uno choc fiscale.

È su questo che Salvini e i suoi devono prepararsi a battagliare. Giusto (anzi, sacrosanto) metter mano alle tax expenditures; giusto (anzi, sacrosanto) riprendere in mano il tema della spending review: ma non sarebbe accettabile l’idea di uno scambio alla pari (levo 30 miliardi di tasse, ma levo anche 30 miliardi di agevolazioni fiscali). Sarebbe – calcisticamente parlando – uno zero a zero deludente. Gli uomini della Lega hanno chiarito nei giorni scorsi che, dal punto di vista delle famiglie, deve esserci un «segno più», da tutta l’operazione, di 12-15 miliardi. Quello è il punto, e quello sarà l’oggetto della battaglia d’autunno.


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