2022-07-15
Neppure Gentiloni può nascondere la crisi: «Recessione senza gas da Mosca»
Paolo Gentiloni (Ansa)
Sale la febbre del gas in Europa. I prezzi restano stabili, ma si avvertono le prime serie tensioni nell’approvvigionamento fisico. A sorpresa, in Germania, il regolatore energetico Bundesnetzagentur ha rivelato ieri che nei giorni scorsi ci sono stati alcuni importanti prelievi di gas da stoccaggio (anziché iniezioni), cosa assai inusuale d’estate. Il regolatore ha spiegato che ciò si è reso necessario per soddisfare la domanda. «Questo sviluppo rende difficile raggiungere i livelli di giacenza necessari per l’inverno», si legge nel comunicato.
Ciò significa che già adesso in Germania non c’è gas sufficiente per tutte le attività, stoccaggi compresi. Uno sviluppo inatteso, che complica la già difficile corsa per mettere in sicurezza l’approvvigionamento invernale. Si avvicina sempre di più il momento in cui il governo tedesco dovrà dichiarare il terzo stadio dell’emergenza gas e quindi l’avvio del razionamento della domanda di energia. La sensazione diffusa ormai in tutte la capitali europee (esclusa Roma, in tutt’altre faccende affaccendata) è che il Nord Stream 1 non riaprirà al termine delle manutenzioni il 21 luglio, oppure, se anche riaprisse, in autunno comunque si dovrà fare a meno del gas russo.
Da diversi giorni ormai sia i membri del governo tedesco sia i funzionari della Commissione europea ne parlano apertamente. Persino il presidente francese Emmanuel Macron ieri, nel corso di una intervista televisiva nella ricorrenza del 14 luglio, ha detto: «È probabile che la Russia tagli i flussi di gas. Questo rappresenta uno scenario molto difficile per l’Europa e richiederà una mobilitazione generale e una “sobrietà”». Ieri si sono registrate anche le parole, alquanto sibilline, della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Parlando dell’ulteriore funzionamento del gasdotto (Nord Stream 1, ndr), molto dipenderà dai nostri partner in termini di domanda di gas e di prevenzione delle conseguenze di misure restrittive illegali, sanzioni unilaterali sul suo funzionamento, proprio come è accaduto, ad esempio, per la riparazione di una turbina Siemens in Canada».
A proposito di sobrietà, il 20 luglio la Commissione europea presenterà le sue linee guida per i razionamenti di energia e da Bruxelles, ieri, il commissario Paolo Gentiloni, presentando le nuove previsioni per l’estate sull’andamento economico dell’Unione, ha parlato anche della crisi del gas. Una interruzione immediata dei flussi dalla Russia, ha detto, «porterebbe l’economia europea alla recessione nella seconda metà di quest’anno e contribuirebbe ulteriormente alla depressione dell’attività economica nel prossimo anno. Alla luce degli eventi recenti tale rischio è diventato più concreto, più di uno scenario ipotetico ed è una situazione per cui dobbiamo prepararci. Una tempesta è possibile ma ancora non siamo arrivati a quel momento». Gentiloni ha poi derubricato ad accademia la discussione sul tetto al prezzo del gas, proposto con insistenza dal governo italiano: «Non è una proposta su cui decideremo nei prossimi giorni e nella situazione attuale, è una possibilità futura nel caso di un ulteriore deterioramento».
Le previsioni economiche d’estate della Commissione europea, illustrate da Gentiloni, sono tutt’altro che rosee. Le stime di crescita per il 2023 sono state riviste drasticamente al ribasso (1,5% contro il 2,3% presentato nel maggio scorso), mentre quelle per il 2022 rimangono inalterate al 2,7%, ma solo a causa dell’imprevisto miglior risultato del primo trimestre. Nella seconda parte dell’anno la crescita prevista è pari a zero. Con uno dei suoi arditi eufemismi, Gentiloni ha affermato che «l’economia europea sta passando da una fase di rallentamento della crescita a una di frenata».
Non è mancato un commento sull’andamento dell’euro. «Si tratta di un apprezzamento del dollaro più che di un deprezzamento dell’euro, dovuto a un meccanismo di bene rifugio e non è un fattore positivo. L’euro dimostra la sua forza ma il dollaro si sta rafforzando di più». Affermazioni temerarie, considerato che nelle ultime due settimane l’euro ha perso quasi il 2% sulla sterlina britannica e quasi il 4% sulla lira turca (per tacere del rublo). Il calo dell’euro fa bene alle esportazioni ma rende più costose le importazioni di petrolio e derivati, indebolendo ulteriormente l’economia e tenendo alta l’inflazione.
La chiusura totale dei gasdotti dalla Russia provocherebbe una grave recessione in Europa, determinando un nuovo shock dal lato dell’offerta che avrebbe ripercussioni mondiali. Sembra chiaro, ormai, che provocare una recessione delle economie occidentali è l’unico modo per rendere efficaci le sanzioni alla Russia, abbassando le sue entrate nelle vendite di energia. Nessun governo, però, avrebbe potuto dire esplicitamente questo ai cittadini, preannunciando sofferenze persino maggiori di quelle inflitte al sanzionato.
Resta il dubbio che il governo tedesco possa accettare di trascinare il Paese in una pesante recessione senza reagire, magari utilizzando il Nord Stream 2, gasdotto funzionante e pronto a partire. Proprio su questo punta la Russia: costringere la Germania a scegliere tra la fedeltà atlantica, a prezzo di una dolorosissima recessione, e la sopravvivenza economica, a discapito dei desideri degli Usa. Per il cancelliere tedesco Olaf Scholz questo resta il grande dilemma, che prima o poi dovrà essere sciolto.
Stangata dalla siccità: la spesa costerà 8 miliardi in più
Tornano a salire le temperature e l’agricoltura è allo stremo. Senza interventi per mitigare i danni della siccità c’è il rischio di abbandono dei campi e di una gigantesca impennata dell’inflazione alimentare.
Ieri durante un incontro con il ministro Stefano Patuanelli per la sigla di un importante accordo di filiera sul tabacco, settore che paga una doppia crisi: consumo e mancanza d’acqua, con Philip Morris (l’accordo vale 82 milioni in Campania, 77 in Umbria e 65 in Veneto) la Coldiretti è tornata a chiedere interventi urgenti. Il governo che ancora non ha emanato il decreto per il sostegno alle imprese è però in procinto di varare lo stato di calamità per Lazio, Umbria Liguria e Toscana che si aggiungono a Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Secondo le ultime rilevazioni il danno complessivo accertato è pari a 3 miliardi di euro e si è perso oltre un terzo della produzione estiva. Quasi la metà delle aziende agricole, oltre 330.000, non è in condizione di lavorare, il 10% ha cessato l’attività e un terzo sta lavorando in perdita.
Le cause sono tre: i prezzi all’origine dei prodotti agricoli nonostante la siccità sono rimasti fermi, i costi sono aumentati esponenzialmente per il combinato disposto di inflazione, conflitto ucraino e scarsità delle materie prime, i raccolti sono in larga parte perduti. Quest’anno mancherà un terzo del grano duro e del riso, il 20% di grano tenero e di frutta che è stata letteralmente bruciata dal caldo e dalla siccità sulle piante e c’è fortissima preoccupazione per il latte, siamo già al meno 20%, perché le vacche non hanno abbastanza mangime e non bevono.
Un particolare allarme è stato lanciato per i frutti di mare nella zona del Po. Mancando l’apporto di acqua dolce, il cuneo salino è intanto risalito di oltre 35 chilometri e ha bruciato tutte le orticole nella zona del Delta con un impatto sulla produzione nazionale di oltre il 10%. Le coltivazioni di cozze, di vongole e di ostriche non ricevono nutrimento e si prevedono cali di produzione di oltre un terzo. L’impatto sui consumatori sarà devastante con un rincaro dei prezzi alimentari che porterà ad un aggravio della spesa alimentare di oltre 8 miliardi. Ma, come sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, «questi aumenti non vanno affatto a sostegno degli agricoltori.
È tempo che si cominci a denunciare manovre speculative e pratiche sleali che peraltro, con la scusa del conflitto, si sono accentuate sui prodotti alimentari, che vanno dai tentativi di ridurre la qualità e la quantità dei prodotti offerti sugli scaffali, alle etichette ingannevoli fino al taglio dei compensi riconosciuti agli agricoltori al di sotto dei costi di produzione». Gli esempi sono molti: la farina viene pagata ancora 40 centesimi al chilo mentre il pane è arrivato a sfiorare i 5 euro.
Ma un caso eclatante è quello della passata di pomodoro. In una bottiglia di passata da 700 cc in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà del valore (53%), secondo la Coldiretti, è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. È per questo che il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) continua a sollecitare accordi di filiera, peraltro chiesti a gran voce da Coldiretti e proposti da Luigi Scordamaglia , consigliere delegato di Filiera Italia.
Perché, diversamente, il rischio è che le aziende agricole abbandonino del tutto l’attività aggravando la nostra dipendenza dall’estero visto che produciamo appena il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo. Incrementare le importazioni significa altra inflazione in un comparto essenziale che sta già scontando aumenti fuori controllo: dal più 170% dei concimi al più 90% dei mangimi fino al 129% di aumento per il gasolio.
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Stime di crescita 2023 riviste al ribasso. La Germania ricorre già agli stoccaggi di riserva. In Francia, Macron parla di «sobrietà».Stangata dalla siccità: la spesa costerà 8 miliardi in più. L’allarme della Coldiretti: in crisi la produzione di latte, grano, riso, ortaggi. Rincari fuori controllo per pane e passata di pomodoro.Lo speciale contiene due articoli.Sale la febbre del gas in Europa. I prezzi restano stabili, ma si avvertono le prime serie tensioni nell’approvvigionamento fisico. A sorpresa, in Germania, il regolatore energetico Bundesnetzagentur ha rivelato ieri che nei giorni scorsi ci sono stati alcuni importanti prelievi di gas da stoccaggio (anziché iniezioni), cosa assai inusuale d’estate. Il regolatore ha spiegato che ciò si è reso necessario per soddisfare la domanda. «Questo sviluppo rende difficile raggiungere i livelli di giacenza necessari per l’inverno», si legge nel comunicato. Ciò significa che già adesso in Germania non c’è gas sufficiente per tutte le attività, stoccaggi compresi. Uno sviluppo inatteso, che complica la già difficile corsa per mettere in sicurezza l’approvvigionamento invernale. Si avvicina sempre di più il momento in cui il governo tedesco dovrà dichiarare il terzo stadio dell’emergenza gas e quindi l’avvio del razionamento della domanda di energia. La sensazione diffusa ormai in tutte la capitali europee (esclusa Roma, in tutt’altre faccende affaccendata) è che il Nord Stream 1 non riaprirà al termine delle manutenzioni il 21 luglio, oppure, se anche riaprisse, in autunno comunque si dovrà fare a meno del gas russo. Da diversi giorni ormai sia i membri del governo tedesco sia i funzionari della Commissione europea ne parlano apertamente. Persino il presidente francese Emmanuel Macron ieri, nel corso di una intervista televisiva nella ricorrenza del 14 luglio, ha detto: «È probabile che la Russia tagli i flussi di gas. Questo rappresenta uno scenario molto difficile per l’Europa e richiederà una mobilitazione generale e una “sobrietà”». Ieri si sono registrate anche le parole, alquanto sibilline, della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Parlando dell’ulteriore funzionamento del gasdotto (Nord Stream 1, ndr), molto dipenderà dai nostri partner in termini di domanda di gas e di prevenzione delle conseguenze di misure restrittive illegali, sanzioni unilaterali sul suo funzionamento, proprio come è accaduto, ad esempio, per la riparazione di una turbina Siemens in Canada».A proposito di sobrietà, il 20 luglio la Commissione europea presenterà le sue linee guida per i razionamenti di energia e da Bruxelles, ieri, il commissario Paolo Gentiloni, presentando le nuove previsioni per l’estate sull’andamento economico dell’Unione, ha parlato anche della crisi del gas. Una interruzione immediata dei flussi dalla Russia, ha detto, «porterebbe l’economia europea alla recessione nella seconda metà di quest’anno e contribuirebbe ulteriormente alla depressione dell’attività economica nel prossimo anno. Alla luce degli eventi recenti tale rischio è diventato più concreto, più di uno scenario ipotetico ed è una situazione per cui dobbiamo prepararci. Una tempesta è possibile ma ancora non siamo arrivati a quel momento». Gentiloni ha poi derubricato ad accademia la discussione sul tetto al prezzo del gas, proposto con insistenza dal governo italiano: «Non è una proposta su cui decideremo nei prossimi giorni e nella situazione attuale, è una possibilità futura nel caso di un ulteriore deterioramento».Le previsioni economiche d’estate della Commissione europea, illustrate da Gentiloni, sono tutt’altro che rosee. Le stime di crescita per il 2023 sono state riviste drasticamente al ribasso (1,5% contro il 2,3% presentato nel maggio scorso), mentre quelle per il 2022 rimangono inalterate al 2,7%, ma solo a causa dell’imprevisto miglior risultato del primo trimestre. Nella seconda parte dell’anno la crescita prevista è pari a zero. Con uno dei suoi arditi eufemismi, Gentiloni ha affermato che «l’economia europea sta passando da una fase di rallentamento della crescita a una di frenata».Non è mancato un commento sull’andamento dell’euro. «Si tratta di un apprezzamento del dollaro più che di un deprezzamento dell’euro, dovuto a un meccanismo di bene rifugio e non è un fattore positivo. L’euro dimostra la sua forza ma il dollaro si sta rafforzando di più». Affermazioni temerarie, considerato che nelle ultime due settimane l’euro ha perso quasi il 2% sulla sterlina britannica e quasi il 4% sulla lira turca (per tacere del rublo). Il calo dell’euro fa bene alle esportazioni ma rende più costose le importazioni di petrolio e derivati, indebolendo ulteriormente l’economia e tenendo alta l’inflazione.La chiusura totale dei gasdotti dalla Russia provocherebbe una grave recessione in Europa, determinando un nuovo shock dal lato dell’offerta che avrebbe ripercussioni mondiali. Sembra chiaro, ormai, che provocare una recessione delle economie occidentali è l’unico modo per rendere efficaci le sanzioni alla Russia, abbassando le sue entrate nelle vendite di energia. Nessun governo, però, avrebbe potuto dire esplicitamente questo ai cittadini, preannunciando sofferenze persino maggiori di quelle inflitte al sanzionato.Resta il dubbio che il governo tedesco possa accettare di trascinare il Paese in una pesante recessione senza reagire, magari utilizzando il Nord Stream 2, gasdotto funzionante e pronto a partire. Proprio su questo punta la Russia: costringere la Germania a scegliere tra la fedeltà atlantica, a prezzo di una dolorosissima recessione, e la sopravvivenza economica, a discapito dei desideri degli Usa. Per il cancelliere tedesco Olaf Scholz questo resta il grande dilemma, che prima o poi dovrà essere sciolto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gentiloni-crisi-recessione-senza-gas-2657678811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stangata-dalla-siccita-la-spesa-costera-8-miliardi-in-piu" data-post-id="2657678811" data-published-at="1657872442" data-use-pagination="False"> Stangata dalla siccità: la spesa costerà 8 miliardi in più Tornano a salire le temperature e l’agricoltura è allo stremo. Senza interventi per mitigare i danni della siccità c’è il rischio di abbandono dei campi e di una gigantesca impennata dell’inflazione alimentare. Ieri durante un incontro con il ministro Stefano Patuanelli per la sigla di un importante accordo di filiera sul tabacco, settore che paga una doppia crisi: consumo e mancanza d’acqua, con Philip Morris (l’accordo vale 82 milioni in Campania, 77 in Umbria e 65 in Veneto) la Coldiretti è tornata a chiedere interventi urgenti. Il governo che ancora non ha emanato il decreto per il sostegno alle imprese è però in procinto di varare lo stato di calamità per Lazio, Umbria Liguria e Toscana che si aggiungono a Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Secondo le ultime rilevazioni il danno complessivo accertato è pari a 3 miliardi di euro e si è perso oltre un terzo della produzione estiva. Quasi la metà delle aziende agricole, oltre 330.000, non è in condizione di lavorare, il 10% ha cessato l’attività e un terzo sta lavorando in perdita. Le cause sono tre: i prezzi all’origine dei prodotti agricoli nonostante la siccità sono rimasti fermi, i costi sono aumentati esponenzialmente per il combinato disposto di inflazione, conflitto ucraino e scarsità delle materie prime, i raccolti sono in larga parte perduti. Quest’anno mancherà un terzo del grano duro e del riso, il 20% di grano tenero e di frutta che è stata letteralmente bruciata dal caldo e dalla siccità sulle piante e c’è fortissima preoccupazione per il latte, siamo già al meno 20%, perché le vacche non hanno abbastanza mangime e non bevono. Un particolare allarme è stato lanciato per i frutti di mare nella zona del Po. Mancando l’apporto di acqua dolce, il cuneo salino è intanto risalito di oltre 35 chilometri e ha bruciato tutte le orticole nella zona del Delta con un impatto sulla produzione nazionale di oltre il 10%. Le coltivazioni di cozze, di vongole e di ostriche non ricevono nutrimento e si prevedono cali di produzione di oltre un terzo. L’impatto sui consumatori sarà devastante con un rincaro dei prezzi alimentari che porterà ad un aggravio della spesa alimentare di oltre 8 miliardi. Ma, come sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, «questi aumenti non vanno affatto a sostegno degli agricoltori. È tempo che si cominci a denunciare manovre speculative e pratiche sleali che peraltro, con la scusa del conflitto, si sono accentuate sui prodotti alimentari, che vanno dai tentativi di ridurre la qualità e la quantità dei prodotti offerti sugli scaffali, alle etichette ingannevoli fino al taglio dei compensi riconosciuti agli agricoltori al di sotto dei costi di produzione». Gli esempi sono molti: la farina viene pagata ancora 40 centesimi al chilo mentre il pane è arrivato a sfiorare i 5 euro. Ma un caso eclatante è quello della passata di pomodoro. In una bottiglia di passata da 700 cc in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà del valore (53%), secondo la Coldiretti, è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. È per questo che il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) continua a sollecitare accordi di filiera, peraltro chiesti a gran voce da Coldiretti e proposti da Luigi Scordamaglia , consigliere delegato di Filiera Italia. Perché, diversamente, il rischio è che le aziende agricole abbandonino del tutto l’attività aggravando la nostra dipendenza dall’estero visto che produciamo appena il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo. Incrementare le importazioni significa altra inflazione in un comparto essenziale che sta già scontando aumenti fuori controllo: dal più 170% dei concimi al più 90% dei mangimi fino al 129% di aumento per il gasolio.
I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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«Bridgerton 4» (Netflix)
In televisione, però, dove la musica suona diversa e il tempo si adatta alle immagini, gli indiani convivono a fianco agli inglesi, fra loro cinesi, africani, un insieme di tradizioni e colori che nulla toglie ai privilegi della casta. Quella di Bridgerton è una società aperta. Solo in apparenza, però, perché la sua quarta stagione - tratta dal romanzo di Julia Quinn La proposta di un gentiluomo (ed. Mondadori) - racconta altro. I pregiudizi, la chiusura, l'immobilismo di quella società in superficie tanto perfetta.
Bridgerton, i cui nuovi episodi saranno disponibili su Netflix a partire da giovedì 26 febbraio, racconta di un amore da cliché, tormentato dalle norme non scritte che regolano l'interazione sociale. Benedict Bridgerton, il quarto fra i figli della famiglia a trovarsi in età da matrimonio, avrebbe dovuto sposare una sua pari, viscontessa o più. Invece, come spesso accade nei romanzi, si è innamorato di chi non ha diritto di guardarlo, la figlia di una domestica. Sophie Beak ha sempre servito in case blasonate, figlia illegittima di un uomo che pur sarebbe stato nobile. Il padre, però, non l'ha mai riconosciuta, e Sophie si è trovata a far da serva a quelle che avrebbero dovuto essere le sue sorelle, la sua famiglia. Bella, più di qualunque coetanea, ha finito per suscitare l'interesse di Benedict, che, però, si è ben guardato dallo sfidare le regole per farla sua. La prima parte di questa quarta stagione si è chiusa con una proposta irricevibile per chiunque abbia dell'amor proprio, quella di diventare non moglie ma amante. Sophie ha declinato. Benedict incassato. Ma gli episodi inediti vanno oltre quello scambio gelido, quelle parole tremende, dando un finale alla storia di Julia Quinn, opportunamente rivista per rispondere alle logiche dell'ìuniverso di Shondaland. Un universo che non necessariamente avrà le declinazioni sperate.
Julia Quinn, insieme a Shonda Rhimes, s'è presa il tempo di chiarire la questione spin-off, spiegando come l'agenda degli attori protagonisti delle passate stagioni sia ormai fittissima. Troppo, per consentire loro di tornare a recitare stabilmente in Birdgerton o in qualche sua costola. Nessuna speranza, dunque, di rivedere il duca di Hastings o chi gli è succeduto.
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