2022-07-15
Neppure Gentiloni può nascondere la crisi: «Recessione senza gas da Mosca»
Paolo Gentiloni (Ansa)
Sale la febbre del gas in Europa. I prezzi restano stabili, ma si avvertono le prime serie tensioni nell’approvvigionamento fisico. A sorpresa, in Germania, il regolatore energetico Bundesnetzagentur ha rivelato ieri che nei giorni scorsi ci sono stati alcuni importanti prelievi di gas da stoccaggio (anziché iniezioni), cosa assai inusuale d’estate. Il regolatore ha spiegato che ciò si è reso necessario per soddisfare la domanda. «Questo sviluppo rende difficile raggiungere i livelli di giacenza necessari per l’inverno», si legge nel comunicato.
Ciò significa che già adesso in Germania non c’è gas sufficiente per tutte le attività, stoccaggi compresi. Uno sviluppo inatteso, che complica la già difficile corsa per mettere in sicurezza l’approvvigionamento invernale. Si avvicina sempre di più il momento in cui il governo tedesco dovrà dichiarare il terzo stadio dell’emergenza gas e quindi l’avvio del razionamento della domanda di energia. La sensazione diffusa ormai in tutte la capitali europee (esclusa Roma, in tutt’altre faccende affaccendata) è che il Nord Stream 1 non riaprirà al termine delle manutenzioni il 21 luglio, oppure, se anche riaprisse, in autunno comunque si dovrà fare a meno del gas russo.
Da diversi giorni ormai sia i membri del governo tedesco sia i funzionari della Commissione europea ne parlano apertamente. Persino il presidente francese Emmanuel Macron ieri, nel corso di una intervista televisiva nella ricorrenza del 14 luglio, ha detto: «È probabile che la Russia tagli i flussi di gas. Questo rappresenta uno scenario molto difficile per l’Europa e richiederà una mobilitazione generale e una “sobrietà”». Ieri si sono registrate anche le parole, alquanto sibilline, della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Parlando dell’ulteriore funzionamento del gasdotto (Nord Stream 1, ndr), molto dipenderà dai nostri partner in termini di domanda di gas e di prevenzione delle conseguenze di misure restrittive illegali, sanzioni unilaterali sul suo funzionamento, proprio come è accaduto, ad esempio, per la riparazione di una turbina Siemens in Canada».
A proposito di sobrietà, il 20 luglio la Commissione europea presenterà le sue linee guida per i razionamenti di energia e da Bruxelles, ieri, il commissario Paolo Gentiloni, presentando le nuove previsioni per l’estate sull’andamento economico dell’Unione, ha parlato anche della crisi del gas. Una interruzione immediata dei flussi dalla Russia, ha detto, «porterebbe l’economia europea alla recessione nella seconda metà di quest’anno e contribuirebbe ulteriormente alla depressione dell’attività economica nel prossimo anno. Alla luce degli eventi recenti tale rischio è diventato più concreto, più di uno scenario ipotetico ed è una situazione per cui dobbiamo prepararci. Una tempesta è possibile ma ancora non siamo arrivati a quel momento». Gentiloni ha poi derubricato ad accademia la discussione sul tetto al prezzo del gas, proposto con insistenza dal governo italiano: «Non è una proposta su cui decideremo nei prossimi giorni e nella situazione attuale, è una possibilità futura nel caso di un ulteriore deterioramento».
Le previsioni economiche d’estate della Commissione europea, illustrate da Gentiloni, sono tutt’altro che rosee. Le stime di crescita per il 2023 sono state riviste drasticamente al ribasso (1,5% contro il 2,3% presentato nel maggio scorso), mentre quelle per il 2022 rimangono inalterate al 2,7%, ma solo a causa dell’imprevisto miglior risultato del primo trimestre. Nella seconda parte dell’anno la crescita prevista è pari a zero. Con uno dei suoi arditi eufemismi, Gentiloni ha affermato che «l’economia europea sta passando da una fase di rallentamento della crescita a una di frenata».
Non è mancato un commento sull’andamento dell’euro. «Si tratta di un apprezzamento del dollaro più che di un deprezzamento dell’euro, dovuto a un meccanismo di bene rifugio e non è un fattore positivo. L’euro dimostra la sua forza ma il dollaro si sta rafforzando di più». Affermazioni temerarie, considerato che nelle ultime due settimane l’euro ha perso quasi il 2% sulla sterlina britannica e quasi il 4% sulla lira turca (per tacere del rublo). Il calo dell’euro fa bene alle esportazioni ma rende più costose le importazioni di petrolio e derivati, indebolendo ulteriormente l’economia e tenendo alta l’inflazione.
La chiusura totale dei gasdotti dalla Russia provocherebbe una grave recessione in Europa, determinando un nuovo shock dal lato dell’offerta che avrebbe ripercussioni mondiali. Sembra chiaro, ormai, che provocare una recessione delle economie occidentali è l’unico modo per rendere efficaci le sanzioni alla Russia, abbassando le sue entrate nelle vendite di energia. Nessun governo, però, avrebbe potuto dire esplicitamente questo ai cittadini, preannunciando sofferenze persino maggiori di quelle inflitte al sanzionato.
Resta il dubbio che il governo tedesco possa accettare di trascinare il Paese in una pesante recessione senza reagire, magari utilizzando il Nord Stream 2, gasdotto funzionante e pronto a partire. Proprio su questo punta la Russia: costringere la Germania a scegliere tra la fedeltà atlantica, a prezzo di una dolorosissima recessione, e la sopravvivenza economica, a discapito dei desideri degli Usa. Per il cancelliere tedesco Olaf Scholz questo resta il grande dilemma, che prima o poi dovrà essere sciolto.
Stangata dalla siccità: la spesa costerà 8 miliardi in più
Tornano a salire le temperature e l’agricoltura è allo stremo. Senza interventi per mitigare i danni della siccità c’è il rischio di abbandono dei campi e di una gigantesca impennata dell’inflazione alimentare.
Ieri durante un incontro con il ministro Stefano Patuanelli per la sigla di un importante accordo di filiera sul tabacco, settore che paga una doppia crisi: consumo e mancanza d’acqua, con Philip Morris (l’accordo vale 82 milioni in Campania, 77 in Umbria e 65 in Veneto) la Coldiretti è tornata a chiedere interventi urgenti. Il governo che ancora non ha emanato il decreto per il sostegno alle imprese è però in procinto di varare lo stato di calamità per Lazio, Umbria Liguria e Toscana che si aggiungono a Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Secondo le ultime rilevazioni il danno complessivo accertato è pari a 3 miliardi di euro e si è perso oltre un terzo della produzione estiva. Quasi la metà delle aziende agricole, oltre 330.000, non è in condizione di lavorare, il 10% ha cessato l’attività e un terzo sta lavorando in perdita.
Le cause sono tre: i prezzi all’origine dei prodotti agricoli nonostante la siccità sono rimasti fermi, i costi sono aumentati esponenzialmente per il combinato disposto di inflazione, conflitto ucraino e scarsità delle materie prime, i raccolti sono in larga parte perduti. Quest’anno mancherà un terzo del grano duro e del riso, il 20% di grano tenero e di frutta che è stata letteralmente bruciata dal caldo e dalla siccità sulle piante e c’è fortissima preoccupazione per il latte, siamo già al meno 20%, perché le vacche non hanno abbastanza mangime e non bevono.
Un particolare allarme è stato lanciato per i frutti di mare nella zona del Po. Mancando l’apporto di acqua dolce, il cuneo salino è intanto risalito di oltre 35 chilometri e ha bruciato tutte le orticole nella zona del Delta con un impatto sulla produzione nazionale di oltre il 10%. Le coltivazioni di cozze, di vongole e di ostriche non ricevono nutrimento e si prevedono cali di produzione di oltre un terzo. L’impatto sui consumatori sarà devastante con un rincaro dei prezzi alimentari che porterà ad un aggravio della spesa alimentare di oltre 8 miliardi. Ma, come sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, «questi aumenti non vanno affatto a sostegno degli agricoltori.
È tempo che si cominci a denunciare manovre speculative e pratiche sleali che peraltro, con la scusa del conflitto, si sono accentuate sui prodotti alimentari, che vanno dai tentativi di ridurre la qualità e la quantità dei prodotti offerti sugli scaffali, alle etichette ingannevoli fino al taglio dei compensi riconosciuti agli agricoltori al di sotto dei costi di produzione». Gli esempi sono molti: la farina viene pagata ancora 40 centesimi al chilo mentre il pane è arrivato a sfiorare i 5 euro.
Ma un caso eclatante è quello della passata di pomodoro. In una bottiglia di passata da 700 cc in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà del valore (53%), secondo la Coldiretti, è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. È per questo che il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) continua a sollecitare accordi di filiera, peraltro chiesti a gran voce da Coldiretti e proposti da Luigi Scordamaglia , consigliere delegato di Filiera Italia.
Perché, diversamente, il rischio è che le aziende agricole abbandonino del tutto l’attività aggravando la nostra dipendenza dall’estero visto che produciamo appena il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo. Incrementare le importazioni significa altra inflazione in un comparto essenziale che sta già scontando aumenti fuori controllo: dal più 170% dei concimi al più 90% dei mangimi fino al 129% di aumento per il gasolio.
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Stime di crescita 2023 riviste al ribasso. La Germania ricorre già agli stoccaggi di riserva. In Francia, Macron parla di «sobrietà».Stangata dalla siccità: la spesa costerà 8 miliardi in più. L’allarme della Coldiretti: in crisi la produzione di latte, grano, riso, ortaggi. Rincari fuori controllo per pane e passata di pomodoro.Lo speciale contiene due articoli.Sale la febbre del gas in Europa. I prezzi restano stabili, ma si avvertono le prime serie tensioni nell’approvvigionamento fisico. A sorpresa, in Germania, il regolatore energetico Bundesnetzagentur ha rivelato ieri che nei giorni scorsi ci sono stati alcuni importanti prelievi di gas da stoccaggio (anziché iniezioni), cosa assai inusuale d’estate. Il regolatore ha spiegato che ciò si è reso necessario per soddisfare la domanda. «Questo sviluppo rende difficile raggiungere i livelli di giacenza necessari per l’inverno», si legge nel comunicato. Ciò significa che già adesso in Germania non c’è gas sufficiente per tutte le attività, stoccaggi compresi. Uno sviluppo inatteso, che complica la già difficile corsa per mettere in sicurezza l’approvvigionamento invernale. Si avvicina sempre di più il momento in cui il governo tedesco dovrà dichiarare il terzo stadio dell’emergenza gas e quindi l’avvio del razionamento della domanda di energia. La sensazione diffusa ormai in tutte la capitali europee (esclusa Roma, in tutt’altre faccende affaccendata) è che il Nord Stream 1 non riaprirà al termine delle manutenzioni il 21 luglio, oppure, se anche riaprisse, in autunno comunque si dovrà fare a meno del gas russo. Da diversi giorni ormai sia i membri del governo tedesco sia i funzionari della Commissione europea ne parlano apertamente. Persino il presidente francese Emmanuel Macron ieri, nel corso di una intervista televisiva nella ricorrenza del 14 luglio, ha detto: «È probabile che la Russia tagli i flussi di gas. Questo rappresenta uno scenario molto difficile per l’Europa e richiederà una mobilitazione generale e una “sobrietà”». Ieri si sono registrate anche le parole, alquanto sibilline, della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Parlando dell’ulteriore funzionamento del gasdotto (Nord Stream 1, ndr), molto dipenderà dai nostri partner in termini di domanda di gas e di prevenzione delle conseguenze di misure restrittive illegali, sanzioni unilaterali sul suo funzionamento, proprio come è accaduto, ad esempio, per la riparazione di una turbina Siemens in Canada».A proposito di sobrietà, il 20 luglio la Commissione europea presenterà le sue linee guida per i razionamenti di energia e da Bruxelles, ieri, il commissario Paolo Gentiloni, presentando le nuove previsioni per l’estate sull’andamento economico dell’Unione, ha parlato anche della crisi del gas. Una interruzione immediata dei flussi dalla Russia, ha detto, «porterebbe l’economia europea alla recessione nella seconda metà di quest’anno e contribuirebbe ulteriormente alla depressione dell’attività economica nel prossimo anno. Alla luce degli eventi recenti tale rischio è diventato più concreto, più di uno scenario ipotetico ed è una situazione per cui dobbiamo prepararci. Una tempesta è possibile ma ancora non siamo arrivati a quel momento». Gentiloni ha poi derubricato ad accademia la discussione sul tetto al prezzo del gas, proposto con insistenza dal governo italiano: «Non è una proposta su cui decideremo nei prossimi giorni e nella situazione attuale, è una possibilità futura nel caso di un ulteriore deterioramento».Le previsioni economiche d’estate della Commissione europea, illustrate da Gentiloni, sono tutt’altro che rosee. Le stime di crescita per il 2023 sono state riviste drasticamente al ribasso (1,5% contro il 2,3% presentato nel maggio scorso), mentre quelle per il 2022 rimangono inalterate al 2,7%, ma solo a causa dell’imprevisto miglior risultato del primo trimestre. Nella seconda parte dell’anno la crescita prevista è pari a zero. Con uno dei suoi arditi eufemismi, Gentiloni ha affermato che «l’economia europea sta passando da una fase di rallentamento della crescita a una di frenata».Non è mancato un commento sull’andamento dell’euro. «Si tratta di un apprezzamento del dollaro più che di un deprezzamento dell’euro, dovuto a un meccanismo di bene rifugio e non è un fattore positivo. L’euro dimostra la sua forza ma il dollaro si sta rafforzando di più». Affermazioni temerarie, considerato che nelle ultime due settimane l’euro ha perso quasi il 2% sulla sterlina britannica e quasi il 4% sulla lira turca (per tacere del rublo). Il calo dell’euro fa bene alle esportazioni ma rende più costose le importazioni di petrolio e derivati, indebolendo ulteriormente l’economia e tenendo alta l’inflazione.La chiusura totale dei gasdotti dalla Russia provocherebbe una grave recessione in Europa, determinando un nuovo shock dal lato dell’offerta che avrebbe ripercussioni mondiali. Sembra chiaro, ormai, che provocare una recessione delle economie occidentali è l’unico modo per rendere efficaci le sanzioni alla Russia, abbassando le sue entrate nelle vendite di energia. Nessun governo, però, avrebbe potuto dire esplicitamente questo ai cittadini, preannunciando sofferenze persino maggiori di quelle inflitte al sanzionato.Resta il dubbio che il governo tedesco possa accettare di trascinare il Paese in una pesante recessione senza reagire, magari utilizzando il Nord Stream 2, gasdotto funzionante e pronto a partire. Proprio su questo punta la Russia: costringere la Germania a scegliere tra la fedeltà atlantica, a prezzo di una dolorosissima recessione, e la sopravvivenza economica, a discapito dei desideri degli Usa. Per il cancelliere tedesco Olaf Scholz questo resta il grande dilemma, che prima o poi dovrà essere sciolto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gentiloni-crisi-recessione-senza-gas-2657678811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="stangata-dalla-siccita-la-spesa-costera-8-miliardi-in-piu" data-post-id="2657678811" data-published-at="1657872442" data-use-pagination="False"> Stangata dalla siccità: la spesa costerà 8 miliardi in più Tornano a salire le temperature e l’agricoltura è allo stremo. Senza interventi per mitigare i danni della siccità c’è il rischio di abbandono dei campi e di una gigantesca impennata dell’inflazione alimentare. Ieri durante un incontro con il ministro Stefano Patuanelli per la sigla di un importante accordo di filiera sul tabacco, settore che paga una doppia crisi: consumo e mancanza d’acqua, con Philip Morris (l’accordo vale 82 milioni in Campania, 77 in Umbria e 65 in Veneto) la Coldiretti è tornata a chiedere interventi urgenti. Il governo che ancora non ha emanato il decreto per il sostegno alle imprese è però in procinto di varare lo stato di calamità per Lazio, Umbria Liguria e Toscana che si aggiungono a Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna. Secondo le ultime rilevazioni il danno complessivo accertato è pari a 3 miliardi di euro e si è perso oltre un terzo della produzione estiva. Quasi la metà delle aziende agricole, oltre 330.000, non è in condizione di lavorare, il 10% ha cessato l’attività e un terzo sta lavorando in perdita. Le cause sono tre: i prezzi all’origine dei prodotti agricoli nonostante la siccità sono rimasti fermi, i costi sono aumentati esponenzialmente per il combinato disposto di inflazione, conflitto ucraino e scarsità delle materie prime, i raccolti sono in larga parte perduti. Quest’anno mancherà un terzo del grano duro e del riso, il 20% di grano tenero e di frutta che è stata letteralmente bruciata dal caldo e dalla siccità sulle piante e c’è fortissima preoccupazione per il latte, siamo già al meno 20%, perché le vacche non hanno abbastanza mangime e non bevono. Un particolare allarme è stato lanciato per i frutti di mare nella zona del Po. Mancando l’apporto di acqua dolce, il cuneo salino è intanto risalito di oltre 35 chilometri e ha bruciato tutte le orticole nella zona del Delta con un impatto sulla produzione nazionale di oltre il 10%. Le coltivazioni di cozze, di vongole e di ostriche non ricevono nutrimento e si prevedono cali di produzione di oltre un terzo. L’impatto sui consumatori sarà devastante con un rincaro dei prezzi alimentari che porterà ad un aggravio della spesa alimentare di oltre 8 miliardi. Ma, come sottolinea il presidente della Coldiretti Ettore Prandini, «questi aumenti non vanno affatto a sostegno degli agricoltori. È tempo che si cominci a denunciare manovre speculative e pratiche sleali che peraltro, con la scusa del conflitto, si sono accentuate sui prodotti alimentari, che vanno dai tentativi di ridurre la qualità e la quantità dei prodotti offerti sugli scaffali, alle etichette ingannevoli fino al taglio dei compensi riconosciuti agli agricoltori al di sotto dei costi di produzione». Gli esempi sono molti: la farina viene pagata ancora 40 centesimi al chilo mentre il pane è arrivato a sfiorare i 5 euro. Ma un caso eclatante è quello della passata di pomodoro. In una bottiglia di passata da 700 cc in vendita mediamente a 1,3 euro oltre la metà del valore (53%), secondo la Coldiretti, è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. È per questo che il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) continua a sollecitare accordi di filiera, peraltro chiesti a gran voce da Coldiretti e proposti da Luigi Scordamaglia , consigliere delegato di Filiera Italia. Perché, diversamente, il rischio è che le aziende agricole abbandonino del tutto l’attività aggravando la nostra dipendenza dall’estero visto che produciamo appena il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 56% del grano duro per la pasta e il 73% dell’orzo. Incrementare le importazioni significa altra inflazione in un comparto essenziale che sta già scontando aumenti fuori controllo: dal più 170% dei concimi al più 90% dei mangimi fino al 129% di aumento per il gasolio.
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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Ansa
Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
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Lungo questo percorso ci sono storie diverse. Che, però, non trovano mai spazio nelle motivazioni delle toghe, alle prese esclusivamente con le considerazioni sulla protezione internazionale. L’elenco dei rientrati è già clamorosamente lungo. I marocchini sono sei. Ahmed Aittorka, 33 anni. Nel suo curriculum giudiziario compaiono una condanna per violenza sessuale nel 2023 e una per furto aggravato nel 2024. A queste si aggiungono ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, danneggiamento e ricettazione. Era nel Cpr di Torino quando il 24 gennaio è stato trasferito a Gjader. La permanenza in Albania è durata poco. L’istanza di protezione internazionale ha rimesso subito in moto il viaggio di ritorno. Dallo stesso percorso passa anche Abdelkrim Chaine, 66 anni. La sua fedina penale riporta una condanna a 2 anni di reclusione per violenza sessuale su un minore di 14 anni. Fino al 20 febbraio era trattenuto nel Cpr di Trapani. Poi il trasferimento nel centro albanese in attesa del rimpatrio in Marocco. Ma la richiesta di protezione internazionale ha cambiato il corso della procedura. Il terzo nome è quello di Mohamed Errami, 27 anni. Una condanna per rapina. Ma la lista dei precedenti di polizia è più lunga: concorso in invasione di terreni o edifici, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali, tentato furto in abitazione, immigrazione clandestina, violenza o minaccia a pubblico ufficiale. Errami si trovava nel Cpr di Caltanissetta quando, il 20 febbraio, è stato trasferito a Gjader. Anche nel suo caso la richiesta di protezione internazionale ha portato alla mancata convalida del trattenimento. Mehdi El Antaky, 22 anni. Nel 2022, quando era minorenne, fu condannato per omicidio. Nel 2023 il reato è stato riqualificato in lesioni personali e porto di armi od oggetti atti a offendere. Tra i precedenti compaiono anche ingresso e soggiorno illegale nel 2021, resistenza a pubblico ufficiale e ricettazione nel 2022, immigrazione clandestina nel 2023 e resistenza a pubblico ufficiale nel 2025. Il 17 febbraio è stato prelevato dal Cpr di Potenza e trasferito a Gjader. Anche lui torna indietro.
C’è poi il caso di Fathallah Ouardi, 39 anni. A suo carico risultano condanne per spaccio di sostanze stupefacenti, resistenza a pubblico ufficiale, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo. La cronologia dei precedenti è lunga: spaccio tra il 2014 e il 2015, immigrazione clandestina nel 2015, ingresso e soggiorno illegale nel 2016, furto nel 2017, violenza sessuale in concorso e violenza sessuale di gruppo nel 2018, nuovo episodio di spaccio nel 2025. Il 17 febbraio scorso è stato trasferito dal Cpr di Palazzo San Gervasio al centro di Gjader. Il 25 febbraio la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento dopo la richiesta di protezione internazionale. L’ultimo nome che si aggiunge a questo elenco è quello di Moustapha Lachger, nato l’1 gennaio 1977. Anche il suo profilo giudiziario è fitto. Tra i reati compaiono rapina, furto aggravato, ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, evasione da misure alternative alla detenzione, violenza sessuale di gruppo, resistenza a pubblico ufficiale, falsa attestazione dell’identità personale. La lista continua con spaccio di sostanze stupefacenti, lesioni personali, sequestro di persona, furto con strappo, porto di armi od oggetti atti a offendere. E ancora minacce e atti persecutori (stalking), estorsione aggravata, invasione di terreni o edifici, inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Compaiono anche guida sotto l’influenza dell’alcol con tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 grammi per litro e guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti. Lachger entra nel Cpr di Caltanissetta il 22 gennaio 2026. Il 20 febbraio viene trasferito a Gjader. Il 9 marzo esce dal centro.
La stessa dinamica riguarda anche Houssem Sfar, tunisino di 40 anni. È entrato illegalmente in Italia ad Agrigento nel 2004. Nel suo passato giudiziario figurano lesioni personali, violazione di sigilli, violazione delle disposizioni sul controllo delle armi, rapina, ricettazione e reati in materia di stupefacenti. Nel 2023 è stato arrestato per tentato omicidio. Nel 2025 è finito nel Cpr di Bari Palese e successivamente trasferito a Gjader. Il 22 aprile ha presentato domanda di asilo politico. Il 24 la Corte d’appello di Roma non ha convalidato il trattenimento. Infine c’è Assane Thiaw, 27 anni, senegalese. Dal 2022 al 2025 ha accumulato precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali e danneggiamento. È rimasto nove mesi nel Cpr di via Corelli a Milano prima del trasferimento a Gjader. Qui è stato giudicato non idoneo alla permanenza in comunità ristretta per ragioni di salute mentale. È tornato in Italia con un ordine di lasciare il Paese entro sette giorni. E da allora è irreperibile.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Da più di cinquant’anni l’Italia è esposta dal punto di vista energetico alle crisi geopolitiche. Nel 1973, per effetto della guerra del Kippur fra Israele ed Egitto, i prezzi del petrolio andarono alle stelle e, per far fronte alla situazione d’emergenza, non solo gli italiani furono lasciati a piedi, ma il governo di Mariano Rumor spense i lampioni e impose una specie di coprifuoco, interrompendo in anticipo i programmi tv per mandare tutti a nanna più presto. E per ovviare alla crisi energetica lo stesso esecutivo avviò la costruzione di alcune centrali nucleari. Peccato che tredici anni dopo, il 26 aprile del 1986, l’esplosione del reattore di Chernobyl costrinse a fermare il piano di investimenti che avrebbe consentito di renderci autonomi e di non dipendere dalle fonti fossili e dunque dai Paesi del Medioriente o dalla Russia.
Ma chi decise di imporre, con un referendum, uno stop all’energia pulita prodotta dall’atomo? Gli stessi che ora si agitano per il rincaro delle bollette. Nel novembre del 1987 si votò per impedire all’Enel di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero, negando al governo la possibilità di individuare nuovi impianti. A proporre il voto per affossare il programma che ci avrebbe reso autonomi dal punto di vista energetico, decretando la chiusura di una serie di centrali già esistenti (Caorso, Trino, Latina e Garigliano), furono i Verdi, i Radicali e Democrazia proletaria, con il sostegno del Pci e di tutta la sinistra. Nel 2011, dopo che il governo Berlusconi ripropose il nucleare, approfittando dell’incidente di Fukushima la banda dei quattro - ossia Verdi, Radicali, Sinistra estrema e Pd – tennero a battesimo un nuovo referendum per impedire la costruzione di nuove centrali e dunque il divieto venne reiterato.
Perché ricordo le due campagne condotte contro un investimento che ci avrebbe consentito di essere autonomi dal punto di vista energetico o quantomeno non totalmente dipendenti dal gas? Per la ragione semplice che se siamo in balìa di «equilibri geopolitici che traballano» si devono ringraziare quelle forze politiche che da quattro anni fanno campagna elettorale utilizzando i rincari delle bollette. L’Italia è esposta alle fluttuazioni del mercato a causa delle scelte dell’opposizione, che prima ha inseguito la transizione green come soluzione di tutti i mali del Paese e oggi non si rassegna ad ammettere gli errori e, soprattutto, a recitare il mea culpa. È curioso sentire Elly Schlein proporre misure per contenere gli aumenti senza riconoscere che la politica condotta dal suo partito negli ultimi quarant’anni è stata dannosa. Ed è ancor più incredibile che di fronte alla drammaticità del momento sul nucleare ancora non faccia marcia indietro. Perfino Ursula von der Leyen, la vestale della riconversione ecologica, dice che urge passare al nucleare. Certo, lo sostiene con un ritardo di almeno dieci anni e lo fa senza fare un plissé, cioè senza riconoscere che la marcia forzata verso la decarbonizzazione è una missione suicida, che rischia di desertificare l’industria europea. Però, anche se non manda al macero i propositi partoriti fino ad oggi, un passo in avanti verso l’unica fonte che non ci renderebbe schiavi delle forniture cinesi, russe o mediorientali almeno lo fa. Schlein e compagni, nemmeno quello.
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