2018-08-15
Ore 11.50: un fulmine, Ponte Morandi crolla e taglia Genova in due. 35 morti, c’è un bimbo
Ansa
- Collassano 200 metri del cavalcavia autostradale, i veicoli cadono nel vuoto e sulle case. I testimoni parlano di un lampo.
- Christian: «Ho inchiodato in tempo». Davide è precipitato, però è vivo. Il racconto di chi ha visto la morte in faccia. Un papà sotto choc: «La strada spariva e temevo che non sarei riuscito a fare retromarcia». Camionista miracolato: «Sono volato via, ho solo una slogatura».
Lo speciale contiene due articoli.
Genova, 14 agosto 2018, alle 11.50 ponte Morandi crolla. Sotto la pioggia battente che da ore flagella la città, il tratto del viadotto autostradale Polcevera, nel punto in cui sovrasta l'omonimo torrente, la ferrovia e il quartiere industriale, si schianta al suolo all'improvviso. Un boato enorme e poi il silenzio.
Dopo un volo di 45 metri circa 200 metri del viadotto collassano sulla strada sottostante. Trascinano nel vuoto auto e mezzi pesanti fermi in colonna, che stavano attraversando il viadotto, e seppelliscono le persone e i mezzi che passavano sotto. Il bilancio delle vittime è altissimo e ancora non definitivo. Sono 35 quelle accertate, tra cui un bambino di appena 10 anni, 16 i feriti, di cui tre in codice rosso e tre in codice giallo, una decina di dispersi e tanti altri in stato di choc.
Ponte Morandi non è un viadotto qualsiasi. È un pezzo della città. Una strada che i genovesi attraversano ogni giorno. Lungo più di un chilometro e sospeso nel vuoto, la sua sagoma inconfondibile fa da cerniera tra le due metà del capoluogo ligure e attraversa un intero quartiere. Insieme alla sopraelevata unisce la zona ovest al centro, costeggiando il porto. Sopra al ponte, oltre al traffico autostradale di chi punta verso Milano, passano migliaia di genovesi, che usano quel tratto come tangenziale. Sotto ci sono abitazioni, magazzini, aziende. E c'è via Perlasca, frequentatissima.
Il tratto che si è sgretolato si è sganciato dal resto del ponte con un cedimento secco. È finito soprattutto nel torrente, ma i detriti hanno travolto i mezzi di passaggio sulla strada che lo costeggia: è proprio tra chi si trovava sopra e sotto al viadotto che si registrano le vittime finora accertate. Auto e camion volati giù insieme all'ammasso di cemento si sono polverizzati a terra inghiottiti da una montagna di macerie. E per chi passava sotto la sorte è stata identica. Tra gli edifici colpiti ci sono quelli del centro Amiu, l'azienda ambientale del Comune, che ha gli uffici proprio di fianco al ponte. Una parte del fabbricato risulta distrutta, due furgoni e un camion sono stati schiacciati.
Eppure poteva andare peggio: esattamente sotto al viadotto, in corrispondenza del tratto rimasto in piedi, ci sono enormi palazzoni, con centinaia di famiglie residenti. Se il crollo avesse coinvolto anche quel tratto sarebbe stata un'ecatombe. Nel pomeriggio di ieri, infatti, tutte le abitazioni della zona sono state evacuate per timore di nuovi cedimenti e sono decine le famiglie che non possono far ritorno nelle proprie abitazioni, alcune delle quali ospitate in strutture del Comune.
I soccorsi sono scattati subito. A mani nude per tutta la giornata 250 tra Vigili del fuoco e soccorritori hanno lavorato tra le macerie, assistiti dalle forze dell'ordine e coordinati dalla Protezione civile. All'ospedale Villa Scassi di Genova, dove è subito scattata l'allerta, tre persone sono state ricoverate in codice rosso. Hanno fratture e schiacciamenti a livello del torace, traumi cranici e alla colonna vertebrale. Si trovavano alla guida dei loro mezzi e sono stati travolti. Tanti anche i traumatizzati psichici accompagnati in ospedale dai soccorritori, soprattutto donne e bambini sotto choc dopo aver assistito all'evento. Le loro condizioni erano tali che, nel pomeriggio, è stata allestita per l'occasione un'unità psicologica e psichiatrica dedicata.
Anche la viabilità cittadina è andata in tilt: autostrada chiusa, con ripercussioni fino al confine con la Francia dove i mezzi pesanti sono stati fermati alla frontiera, mentre i detriti hanno ostruito per ore le vie circostanti il cratere impedendo il deflusso delle auto verso Val Polcevera. Eppure, nonostante gli appelli delle autorità a tenersi a distanza, tanti genovesi si sono mossi verso la zona del disastro, per vedere con i propri occhi quello che sembrava impossibile fino a poco prima. Sotto il ponte passa anche la ferrovia, che però non è stata colpita dal crollo. Il traffico è rimasto, comunque, bloccato fino alle 14 e sul nodo di Genova si sono registrati pesanti rallentamenti.
Sulle cause del crollo non c'è ancora nessuna ipotesi precisa. Ponte Morandi è un'opera inaugurata nel 1967, da sempre oggetto di importanti manutenzioni e bersaglio di critiche. In questo periodo «erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto», ha fatto sapere ieri in una nota la società Autostrade, precisando che la sicurezza del ponte non era considerata a rischio. «I lavori e lo stato del viadotto erano sottoposti a costante attività di osservazione e vigilanza», continua la società, garantendo che «le cause del crollo saranno oggetto di approfondita analisi».
Alcuni testimoni hanno raccontato che un fulmine avrebbe colpito il ponte pochi istanti prima del crollo. «Erano da poco passate le 11,30 quando abbiamo visto il fulmine colpire un pilone», hanno spiegato all'Ansa «e il ponte è venuto giù». L'ipotesi del fulmine «non è stata confermata né accertata nel corso del comitato operativo», ha precisato in serata la Protezione civile.
Christian: «Ho inchiodato in tempo». Davide è precipitato, però è vivo
L'Italia non dimenticherà mai quel suo grido disperato: «Oddio, oddio, oddio, oh Dio Santo». Davide Di Giorgio è un ragazzone allegro ed estroverso. Lavora all'Ansaldo Energia ed è appassionato di teatro. Davide ha ripreso il crollo, ha pubblicato il video su Facebook: 26 secondi di puro terrore. I bagliori dei cavi dell'energia elettrica tranciati, il ponte che si sfarina e viene giù, quelle urla disperate, sono già parte della storia dei più immani disastri del nostro paese. «Mi sento male», dice Davide prima di interrompere la ripresa. Genova spezzata, Genova terrorizzata.
Il pronto soccorso dell'ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, quello più vicino al luogo della tragedia, accoglie i feriti ma anche decine di persone in stato di choc. Uomini e donne che hanno visto con i loro occhi il ponte crollare, altri che erano passati di lì cinque minuti prima che venisse giù tutto, o che si sono fermati giusto in tempo: sono vivi per miracolo e hanno il terrore negli occhi. Nel pronto soccorso viene allestita una unità di supporto psicologico, l'impatto emotivo per i genovesi è stato terribile.
La differenza tra la vita e la morte si misura in secondi e in centimetri: pochissimi quelli che separavano due camion che stavano percorrendo il ponte Morandi, uno dietro l'altro, quando si è scatenato l'inferno. Quello dietro, verde, è rimasto sul ciglio della voragine che si è aperta davanti agli occhi dell'autista, rimasto vivo. Quello davanti, bianco con una scritta rossa, è caduto giù, e per il conducente è stata la fine.
Chi non crede ai miracoli, ascolti la testimonianza di Davide. Il ragazzo è volato giù insieme alla sua auto. Dall'ambulanza racconta la sua incredibile storia al Secolo XIX: «Sono andato giù col ponte, non so cosa mi ha salvato. Sono finito di sotto, è caduto tutto proprio mentre passavo. Ora sono in ambulanza, sono uscito dall'auto con le mie gambe». La vigilia di Ferragosto è un momento di svago, ma la morte non va in vacanza. Due famiglie uguali: papà, mamma, un bambino, l'autoradio accesa e tanta voglia di divertirsi. Una delle due famiglie non c'è più: è rimasta schiacciata sotto le macerie, i soccorritori hanno visto i corpi dilaniati dalle lamiere accartocciate, schiacciati da tonnellate di maledetto calcestruzzo.
«All'interno dell'auto», raccontano i Vigili del fuoco, «c'erano anche ombrelloni e valigie». Un altro papà, un'altra mamma e un altro bambino, invece, sono vivi. Questione di secondi, di centimetri: «Eravamo stati al centro commerciale», racconta l'uomo al Secolo XIX, «e stavamo tornando da corso Perrone quando abbiamo sentito un tuono fortissimo e abbiamo visto crollare tutto. Dietro di me c'era una macchina e avevo paura di non riuscire a fare retromarcia. Per fortuna quello dietro di me si è spostato e siamo andati in retromarcia per un centinaio di metri, mentre veniva giù di tutto. Abbiamo mollato la macchina. Mia moglie», aggiunge, «ha preso il bambino e siamo scappati verso Cornigliano. Tremo ancora, è stato terribile».
Decine di sopravvissuti raccontano lo stesso film dell'orrore. Protagonista, la retromarcia: mentre il ponte si sbriciolava davanti a loro, hanno tentato di ingranarla, prima di rendersi conto che la strada era bloccata e l'unica speranza era fuggire a piedi. Christian ha smesso di fumare da dieci anni, ma chiede una sigaretta. «Sono un miracolato», dice a una cronista dell'Ansa, «ero in macchina a 100 metri dal punto del crollo quando ho sentito tremare la strada sotto di me e mi sono fermato sulla corsia di sinistra. Ma non so dire perché l'ho fatto, subito dopo ho visto il ponte che si sbriciolava. Sono sceso dalla macchina e mi sono messo a correre più che potevo», aggiunge, «non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Una cosa da fine del mondo, mi rendo conto adesso di cosa ho scampato. La strada dondolava tutta, io sono scappato, urlavo: correte, correte e tutti scappavano. Ho visto il camion bianco in bilico, poi… è andato giù. L'autista», chiede, «sarà morto, vero? Ci sono morti, vero?».
Lo chiede a tutti, Christian: «Quanti morti ci sono?». Nessuno ha il coraggio di rispondergli. Lui si volta, guarda la parte di ponte rimasta in piedi, sospesa tra la vita e la morte, e ripete: «Cosa ho scampato». Gianluca, 28 anni, autotrasportatore, diventerà papà tra un mese. La sua compagna, Giulia, arriva al policlinico San Martino, dove Gianluca è stato ricoverato: «Il mio compagno», racconta Giulia, «è rimasto appeso al suo camion e io penso che sia rimasto attaccato alla vita per amore del suo bambino che sta arrivando. Ora lo stanno operando, ha molte fratture ma non è in pericolo di vita. Del suo collega non si hanno ancora notizie. Non so di più», aggiunge Giulia, «perchè non l'ho ancora visto e non vedo l'ora di poterlo abbracciare». A pochi metri, un camionista racconta l'incubo al Corriere Tv: «Ero dentro al camion», dice l'uomo, «ho sentito un boato e sono volato via. Sono andato a urtare contro un muro e poi sono caduto per una decina di metri. Mi sembrava di volare, non ricordo altro. Ho solo una slogatura e una contusione all'anca, penso sia stato un miracolo».
Collassano 200 metri del cavalcavia autostradale, i veicoli cadono nel vuoto e sulle case. I testimoni parlano di un lampo.Christian: «Ho inchiodato in tempo». Davide è precipitato, però è vivo. Il racconto di chi ha visto la morte in faccia. Un papà sotto choc: «La strada spariva e temevo che non sarei riuscito a fare retromarcia». Camionista miracolato: «Sono volato via, ho solo una slogatura».Lo speciale contiene due articoli. Genova, 14 agosto 2018, alle 11.50 ponte Morandi crolla. Sotto la pioggia battente che da ore flagella la città, il tratto del viadotto autostradale Polcevera, nel punto in cui sovrasta l'omonimo torrente, la ferrovia e il quartiere industriale, si schianta al suolo all'improvviso. Un boato enorme e poi il silenzio. Dopo un volo di 45 metri circa 200 metri del viadotto collassano sulla strada sottostante. Trascinano nel vuoto auto e mezzi pesanti fermi in colonna, che stavano attraversando il viadotto, e seppelliscono le persone e i mezzi che passavano sotto. Il bilancio delle vittime è altissimo e ancora non definitivo. Sono 35 quelle accertate, tra cui un bambino di appena 10 anni, 16 i feriti, di cui tre in codice rosso e tre in codice giallo, una decina di dispersi e tanti altri in stato di choc. Ponte Morandi non è un viadotto qualsiasi. È un pezzo della città. Una strada che i genovesi attraversano ogni giorno. Lungo più di un chilometro e sospeso nel vuoto, la sua sagoma inconfondibile fa da cerniera tra le due metà del capoluogo ligure e attraversa un intero quartiere. Insieme alla sopraelevata unisce la zona ovest al centro, costeggiando il porto. Sopra al ponte, oltre al traffico autostradale di chi punta verso Milano, passano migliaia di genovesi, che usano quel tratto come tangenziale. Sotto ci sono abitazioni, magazzini, aziende. E c'è via Perlasca, frequentatissima. Il tratto che si è sgretolato si è sganciato dal resto del ponte con un cedimento secco. È finito soprattutto nel torrente, ma i detriti hanno travolto i mezzi di passaggio sulla strada che lo costeggia: è proprio tra chi si trovava sopra e sotto al viadotto che si registrano le vittime finora accertate. Auto e camion volati giù insieme all'ammasso di cemento si sono polverizzati a terra inghiottiti da una montagna di macerie. E per chi passava sotto la sorte è stata identica. Tra gli edifici colpiti ci sono quelli del centro Amiu, l'azienda ambientale del Comune, che ha gli uffici proprio di fianco al ponte. Una parte del fabbricato risulta distrutta, due furgoni e un camion sono stati schiacciati. Eppure poteva andare peggio: esattamente sotto al viadotto, in corrispondenza del tratto rimasto in piedi, ci sono enormi palazzoni, con centinaia di famiglie residenti. Se il crollo avesse coinvolto anche quel tratto sarebbe stata un'ecatombe. Nel pomeriggio di ieri, infatti, tutte le abitazioni della zona sono state evacuate per timore di nuovi cedimenti e sono decine le famiglie che non possono far ritorno nelle proprie abitazioni, alcune delle quali ospitate in strutture del Comune. I soccorsi sono scattati subito. A mani nude per tutta la giornata 250 tra Vigili del fuoco e soccorritori hanno lavorato tra le macerie, assistiti dalle forze dell'ordine e coordinati dalla Protezione civile. All'ospedale Villa Scassi di Genova, dove è subito scattata l'allerta, tre persone sono state ricoverate in codice rosso. Hanno fratture e schiacciamenti a livello del torace, traumi cranici e alla colonna vertebrale. Si trovavano alla guida dei loro mezzi e sono stati travolti. Tanti anche i traumatizzati psichici accompagnati in ospedale dai soccorritori, soprattutto donne e bambini sotto choc dopo aver assistito all'evento. Le loro condizioni erano tali che, nel pomeriggio, è stata allestita per l'occasione un'unità psicologica e psichiatrica dedicata. Anche la viabilità cittadina è andata in tilt: autostrada chiusa, con ripercussioni fino al confine con la Francia dove i mezzi pesanti sono stati fermati alla frontiera, mentre i detriti hanno ostruito per ore le vie circostanti il cratere impedendo il deflusso delle auto verso Val Polcevera. Eppure, nonostante gli appelli delle autorità a tenersi a distanza, tanti genovesi si sono mossi verso la zona del disastro, per vedere con i propri occhi quello che sembrava impossibile fino a poco prima. Sotto il ponte passa anche la ferrovia, che però non è stata colpita dal crollo. Il traffico è rimasto, comunque, bloccato fino alle 14 e sul nodo di Genova si sono registrati pesanti rallentamenti. Sulle cause del crollo non c'è ancora nessuna ipotesi precisa. Ponte Morandi è un'opera inaugurata nel 1967, da sempre oggetto di importanti manutenzioni e bersaglio di critiche. In questo periodo «erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto», ha fatto sapere ieri in una nota la società Autostrade, precisando che la sicurezza del ponte non era considerata a rischio. «I lavori e lo stato del viadotto erano sottoposti a costante attività di osservazione e vigilanza», continua la società, garantendo che «le cause del crollo saranno oggetto di approfondita analisi». Alcuni testimoni hanno raccontato che un fulmine avrebbe colpito il ponte pochi istanti prima del crollo. «Erano da poco passate le 11,30 quando abbiamo visto il fulmine colpire un pilone», hanno spiegato all'Ansa «e il ponte è venuto giù». L'ipotesi del fulmine «non è stata confermata né accertata nel corso del comitato operativo», ha precisato in serata la Protezione civile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genova-crollo-2595891904.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="christian-ho-inchiodato-in-tempo-davide-e-precipitato-pero-e-vivo" data-post-id="2595891904" data-published-at="1782554664" data-use-pagination="False"> Christian: «Ho inchiodato in tempo». Davide è precipitato, però è vivo L'Italia non dimenticherà mai quel suo grido disperato: «Oddio, oddio, oddio, oh Dio Santo». Davide Di Giorgio è un ragazzone allegro ed estroverso. Lavora all'Ansaldo Energia ed è appassionato di teatro. Davide ha ripreso il crollo, ha pubblicato il video su Facebook: 26 secondi di puro terrore. I bagliori dei cavi dell'energia elettrica tranciati, il ponte che si sfarina e viene giù, quelle urla disperate, sono già parte della storia dei più immani disastri del nostro paese. «Mi sento male», dice Davide prima di interrompere la ripresa. Genova spezzata, Genova terrorizzata. Il pronto soccorso dell'ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, quello più vicino al luogo della tragedia, accoglie i feriti ma anche decine di persone in stato di choc. Uomini e donne che hanno visto con i loro occhi il ponte crollare, altri che erano passati di lì cinque minuti prima che venisse giù tutto, o che si sono fermati giusto in tempo: sono vivi per miracolo e hanno il terrore negli occhi. Nel pronto soccorso viene allestita una unità di supporto psicologico, l'impatto emotivo per i genovesi è stato terribile. La differenza tra la vita e la morte si misura in secondi e in centimetri: pochissimi quelli che separavano due camion che stavano percorrendo il ponte Morandi, uno dietro l'altro, quando si è scatenato l'inferno. Quello dietro, verde, è rimasto sul ciglio della voragine che si è aperta davanti agli occhi dell'autista, rimasto vivo. Quello davanti, bianco con una scritta rossa, è caduto giù, e per il conducente è stata la fine. Chi non crede ai miracoli, ascolti la testimonianza di Davide. Il ragazzo è volato giù insieme alla sua auto. Dall'ambulanza racconta la sua incredibile storia al Secolo XIX: «Sono andato giù col ponte, non so cosa mi ha salvato. Sono finito di sotto, è caduto tutto proprio mentre passavo. Ora sono in ambulanza, sono uscito dall'auto con le mie gambe». La vigilia di Ferragosto è un momento di svago, ma la morte non va in vacanza. Due famiglie uguali: papà, mamma, un bambino, l'autoradio accesa e tanta voglia di divertirsi. Una delle due famiglie non c'è più: è rimasta schiacciata sotto le macerie, i soccorritori hanno visto i corpi dilaniati dalle lamiere accartocciate, schiacciati da tonnellate di maledetto calcestruzzo. «All'interno dell'auto», raccontano i Vigili del fuoco, «c'erano anche ombrelloni e valigie». Un altro papà, un'altra mamma e un altro bambino, invece, sono vivi. Questione di secondi, di centimetri: «Eravamo stati al centro commerciale», racconta l'uomo al Secolo XIX, «e stavamo tornando da corso Perrone quando abbiamo sentito un tuono fortissimo e abbiamo visto crollare tutto. Dietro di me c'era una macchina e avevo paura di non riuscire a fare retromarcia. Per fortuna quello dietro di me si è spostato e siamo andati in retromarcia per un centinaio di metri, mentre veniva giù di tutto. Abbiamo mollato la macchina. Mia moglie», aggiunge, «ha preso il bambino e siamo scappati verso Cornigliano. Tremo ancora, è stato terribile». Decine di sopravvissuti raccontano lo stesso film dell'orrore. Protagonista, la retromarcia: mentre il ponte si sbriciolava davanti a loro, hanno tentato di ingranarla, prima di rendersi conto che la strada era bloccata e l'unica speranza era fuggire a piedi. Christian ha smesso di fumare da dieci anni, ma chiede una sigaretta. «Sono un miracolato», dice a una cronista dell'Ansa, «ero in macchina a 100 metri dal punto del crollo quando ho sentito tremare la strada sotto di me e mi sono fermato sulla corsia di sinistra. Ma non so dire perché l'ho fatto, subito dopo ho visto il ponte che si sbriciolava. Sono sceso dalla macchina e mi sono messo a correre più che potevo», aggiunge, «non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Una cosa da fine del mondo, mi rendo conto adesso di cosa ho scampato. La strada dondolava tutta, io sono scappato, urlavo: correte, correte e tutti scappavano. Ho visto il camion bianco in bilico, poi… è andato giù. L'autista», chiede, «sarà morto, vero? Ci sono morti, vero?». Lo chiede a tutti, Christian: «Quanti morti ci sono?». Nessuno ha il coraggio di rispondergli. Lui si volta, guarda la parte di ponte rimasta in piedi, sospesa tra la vita e la morte, e ripete: «Cosa ho scampato». Gianluca, 28 anni, autotrasportatore, diventerà papà tra un mese. La sua compagna, Giulia, arriva al policlinico San Martino, dove Gianluca è stato ricoverato: «Il mio compagno», racconta Giulia, «è rimasto appeso al suo camion e io penso che sia rimasto attaccato alla vita per amore del suo bambino che sta arrivando. Ora lo stanno operando, ha molte fratture ma non è in pericolo di vita. Del suo collega non si hanno ancora notizie. Non so di più», aggiunge Giulia, «perchè non l'ho ancora visto e non vedo l'ora di poterlo abbracciare». A pochi metri, un camionista racconta l'incubo al Corriere Tv: «Ero dentro al camion», dice l'uomo, «ho sentito un boato e sono volato via. Sono andato a urtare contro un muro e poi sono caduto per una decina di metri. Mi sembrava di volare, non ricordo altro. Ho solo una slogatura e una contusione all'anca, penso sia stato un miracolo».
Il musicologo jazz Luca Bragalini racconta l’emozionante scoperta di alcune opere inedite del grande sassofonista Gerry Mulligan. Un’avventura partita dal Conservatorio di Brescia e finita in gloria tra gli scatoloni della Library of Congress di Washington.
Ansa
Diverse associazioni protestano, chiedono al Parlamento «centralità dei diritti dei minorenni» e che «il loro superiore interesse prevalga e non sia sacrificato in nome del controllo dell’immigrazione». Curioso, che si chieda al nostro Paese di discostarsi da un Patto europeo entrato in vigore il 12 giugno e che finalmente riforma la gestione dei flussi e introduce procedure uniformi, vincolanti per tutti gli Stati membri. Ancora più singolare, che la richiesta avvenga dopo che le Ong riconoscono che l’Italia ha «una delle normative più avanzate d’Europa in materia di tutela dei diritti dei minori stranieri non accompagnati […] possiede già tutto ciò che serve a garantire il pieno rispetto dei diritti e la risposta ai bisogni di bambini, bambine e adolescenti soli».
Dunque, quale sarebbe la deriva? «La raccolta obbligatoria dei dati biometrici (impronte digitali e foto del volto) a partire dai 6 anni», dichiarano nel documento le varie organizzazioni firmatarie, da ActionAid Italia a Cir-Consiglio italiano per i rifugiati, che chiedono di promuovere e coordinare un’iniziativa politica in Europa «per una moratoria immediata sull’applicazione del rilievo biometrico sotto i 14 anni».
Dimenticano, queste Ong, che era stato Amber Alert Europe, il Centro europeo per i bambini scomparsi, fondazione paneuropea che riunisce 85 organizzazioni in 29 Paesi, a chiedere nell’aprile del 2018 alla Commissione europea di utilizzare l’identificazione tramite impronte digitali per i bambini a partire dai 6 anni e di includerli nel database biometrico Eurodac.
«Prendere le impronte digitali di un bambino può contribuire notevolmente alla sua protezione», affermò Frank Hoen, fondatore di Amber Alert Europe. «Quando i bambini che arrivano nell’Unione europea vengono correttamente identificati e registrati alla frontiera, le autorità competenti sono in grado di tenerli lontani dai trafficanti e persino di aiutarli a ricongiungersi con i familiari. In questo modo possono ricevere la protezione e le cure di cui hanno bisogno». Adesso la raccolta e la digitalizzazione delle impronte digitali dei minori stranieri sono diventate un atto lesivo. Sotto accusa è finito anche l’articolo 5 del disegno di legge in discussione, quello che contiene «Disposizioni in materia di minori stranieri non accompagnati e di ingresso e soggiorno». Non piacciono gli interventi proposti in tema di «prosieguo amministrativo», ovvero la misura che consente il prosieguo del percorso di accoglienza e integrazione a beneficio del minore anche dopo il compimento della maggiore età. Forse infastidisce che siano precisate le regole procedurali per la presentazione della domanda, che deve avvenire «su richiesta documentata presentata anche dai servizi sociali del Comune» e «a pena di inammissibilità, entro il compimento del diciottesimo anno d’età».
Ma ben vengano disposizioni certe e chiare. Così pure è stata fonte di contrarietà la previsione di un nuovo comma 2-bis, in base al quale «il Tribunale per i minorenni può disporre, in ogni tempo, la cessazione della misura quando risulti da una relazione dei servizi sociali che il neo maggiorenne abbia tenuto una condotta incompatibile con la prosecuzione del percorso di inserimento sociale». Solo perché è migrante, se si comporta male dovrebbe beneficiare di trattamenti di favore rispetto a un ragazzo italiano con lo stesso bisogno di accompagnamento e di percorso educativo? Non dimentichiamo che per la legge 47/2017, conosciuta come legge Zampa, tanto citata dalle Ong come modello riconosciuto a livello europeo, presupposti per la richiesta del proseguo amministrativo sono che il destinatario della misura abbia intrapreso «un percorso di inserimento sociale»; che necessiti «di un supporto prolungato volto al buon esito di tale percorso finalizzato all’autonomia»; che abbia l’obiettivo di realizzare il diritto all’integrazione sociale. Servono volontà e impegno.
Soprattutto, le barricate sono state alzate contro la proposta di riduzione della durata del prosieguo, da 21 a 19 anni. Forse il legislatore deve meglio definire, se la riduzione verrà valutata a seconda dei risultati già ottenuti a livello individuale, o se sarà una regola per ogni percorso del minore straniero e allora capiremo la logica che ha dettato questo accorciamento dei tempi.
Di sicuro, suona strano che per l’autonomia del migrante 19 anni siano pochi, quando diverse forze politiche di centrosinistra chiedono da tempo di estendere il diritto di voto ai sedicenni, per le elezioni amministrative, europee, politiche. L’ultima, quella lanciata a gennaio da +Europa: «In Italia a 16 anni lavori, paghi le tasse e rispondi penalmente delle tue azioni. Ma non puoi scegliere chi ti rappresenta».
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, l'agente morto durante un inseguimento. Sullo sfondo la polizia locale di Peschiera Borromeo e di Milano sul luogo dell'incidente dove è deceduto l'agente (Ansa)
Si potrebbe fare il glorioso quiz de La Settimana enigmistica: trova la differenza, solo che la soluzione è troppo facile e salta agli occhi. Se sei extracomunitario ti viene sempre e comunque applicata una sorta di «scriminante a prescindere». Una dimostrazione clamorosa è di queste ore. Genti Berisha, uno che ha una fedina penale come un lenzuolo, sfuggito all’alt della polizia locale con conseguente caduta mortale dell’agente Francesco Imprezzabile che lo inseguiva, non fa un giorno di galera e va agli arresti domiciliari perché il gip Giulia Masci gli riqualifica il reato da omicidio stradale a morte in conseguenza di altro reato.
Invece il carabiniere Antonio Lenoci, che guidava la Gazzella all’inseguimento di Ramy, il ragazzo morto il 24 novembre 2024 mentre fuggiva in scooter da un posto di blocco, andrà a giudizio con l’accusa di omicidio stradale con l’aggravante dell’eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Va detto che in Appello a Fares Bouzidi, immigrato che guidava lo scooter di Ramy, la pena è stata dimezzata: se l’è cavata con un anno e sei mesi e il riconoscimento pieno delle attenuanti generiche. Trova la differenza, appunto. Siamo a Milano, sono tutti e due inseguimenti. Il carabiniere viene accusato di omicidio stradale, l’albanese che provoca la morte di un vigile urbano gode dello sconto immediato: gli riqualificano il reato riducendone la gravità. Che invece, stando al racconto dei fatti, c’è tutta.
Lunedì 22 giugno Genti Berisha a bordo di un’Audi a noleggio percorre la strada nel quartiere Ponte Lambro. Lì c’è di pattuglia Imprezzabile che lo vede sfrecciare a forte velocità: gli intima l’alt. L’albanese accelera, ne nasce un inseguimento e Imprezzabile con la moto arriva a oltre 180 chilometri all’ora per cercare di fermare l’Audi: cade e muore. Berisha, arrestato, si difende dicendo di non aver speronato la moto dell’agente e spiega: «Non mi sono fermato al posto di blocco perché avevo un po’ di droga con me». Detta così, sembra quasi una disgraziata fatalità, ma lui è accusato di essere un trafficante internazionale. Era però libero di girare in Italia perché un giudice l’aveva scarcerato.
Berisha era stato beccato in Albania, estradato in Italia un anno fa perché la Procura di Brescia sospetta che sia uno degli uomini di fiducia del clan Cela, che gestisce un traffico di cocaina dal Sudamerica all’Italia via Albania. Ma scaduti i termini lo hanno messo fuori con obbligo di firma. E quella sera, vicino a Linate, era lì per i suoi affari. Incontrandolo, Imprezzabile ha perso la vita, ma per il gip di Milano, che lo ha messo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico, l’albanese non ha ucciso; ha solo provocato una morte. Appunto: trova la differenza. Il ministro di giustizia Carlo Nordio ha detto che siccome il Codice Rocco è fascista andrebbe riformato, ma ci pensano già i magistrati italiani a introdurre delle nuove scriminanti tra le norme penali. Perché se l’accusa di razzismo è un’aggravante per un italiano, essere di un’altra etnia se si commette un reato è un’attenuante.
La cronaca lo propone tutti i giorni. A Pegli, giovedì, vicino al bagno Mediterraneé, un gambiano si è calato gli slip e ha cominciato, in pieno giorno, a masturbarsi davanti ai bambini, alle famigliole. Lo hanno ripreso e il video ha fatto 40 milioni di visualizzazioni in dodici ore su TikTok. Sono arrivati gli agenti della municipale, lo hanno fatto allontanare. Ora ha una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, ma non gli succederà nulla anche perché nessuno sa più dove sia. Anche se i bagnanti di Pegli hanno raccontato: «Non ne possiamo più, bivaccano dappertutto, fanno i loro bisogni, i loro comodi senza che nessuno faccia nulla». L’avvocato difensore di uno egiziano di 21 anni che l’8 giugno ha stuprato una ragazza di 16 anni ad Avezzano ha detto: «Non è una storia d’immigrazione, i due si conoscono, avevano solo bevuto troppo». Risultato l’egiziano (filmato mentre abusava della ragazza) è finito in carcere l’8 giugno, ma dopo l’interrogatorio di garanzia lo hanno rimesso in libertà». A Ferrara, un mese fa, un maliano di 29 anni ha cercato di violentare una ragazza di 20 anni in pieno centro. I carabinieri lo hanno arrestato, ma il giudice lo ha rimesso in libertà solo con l’obbligo di firma. Resta clamorosa la sentenza del gup di Brescia, Valeria Rey, che ha riqualificato il reato a carico di un bengalese di 29 anni che in un campo profughi nel Collio aveva stuprato e messo incinta una bambina di dieci anni. Per la giudice non ci sono gli estremi dello stupro, perché i rapporti si sono ripetuti, per cui per il bengalese, tenendo conto anche della sua cultura (così si è detto in tribunale), basta una condanna a cinque anni per «atti sessuali con minorenni». Sono solo gli ultimi casi. Giusto per memoria, a Firenze una professoressa trentenne che dava lezioni private d’inglese, ma anche di sesso a un ragazzino di 13 anni, è rimasta incinta. L’hanno condannata a sei anni e mezzo. Lei è fiorentina. Dunque: trova la differenza!
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Papa Leoen XIV (Ansa)
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
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