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Ore 11.50: un fulmine, Ponte Morandi crolla e taglia Genova in due. 35 morti, c’è un bimbo

Ore 11.50: un fulmine, Ponte Morandi crolla e taglia Genova in due. 35 morti, c’è un bimbo
Ansa
  • Collassano 200 metri del cavalcavia autostradale, i veicoli cadono nel vuoto e sulle case. I testimoni parlano di un lampo.
  • Christian: «Ho inchiodato in tempo». Davide è precipitato, però è vivo. Il racconto di chi ha visto la morte in faccia. Un papà sotto choc: «La strada spariva e temevo che non sarei riuscito a fare retromarcia». Camionista miracolato: «Sono volato via, ho solo una slogatura».


Lo speciale contiene due articoli.


Genova, 14 agosto 2018, alle 11.50 ponte Morandi crolla. Sotto la pioggia battente che da ore flagella la città, il tratto del viadotto autostradale Polcevera, nel punto in cui sovrasta l'omonimo torrente, la ferrovia e il quartiere industriale, si schianta al suolo all'improvviso. Un boato enorme e poi il silenzio.

Dopo un volo di 45 metri circa 200 metri del viadotto collassano sulla strada sottostante. Trascinano nel vuoto auto e mezzi pesanti fermi in colonna, che stavano attraversando il viadotto, e seppelliscono le persone e i mezzi che passavano sotto. Il bilancio delle vittime è altissimo e ancora non definitivo. Sono 35 quelle accertate, tra cui un bambino di appena 10 anni, 16 i feriti, di cui tre in codice rosso e tre in codice giallo, una decina di dispersi e tanti altri in stato di choc.

Ponte Morandi non è un viadotto qualsiasi. È un pezzo della città. Una strada che i genovesi attraversano ogni giorno. Lungo più di un chilometro e sospeso nel vuoto, la sua sagoma inconfondibile fa da cerniera tra le due metà del capoluogo ligure e attraversa un intero quartiere. Insieme alla sopraelevata unisce la zona ovest al centro, costeggiando il porto. Sopra al ponte, oltre al traffico autostradale di chi punta verso Milano, passano migliaia di genovesi, che usano quel tratto come tangenziale. Sotto ci sono abitazioni, magazzini, aziende. E c'è via Perlasca, frequentatissima.

Il tratto che si è sgretolato si è sganciato dal resto del ponte con un cedimento secco. È finito soprattutto nel torrente, ma i detriti hanno travolto i mezzi di passaggio sulla strada che lo costeggia: è proprio tra chi si trovava sopra e sotto al viadotto che si registrano le vittime finora accertate. Auto e camion volati giù insieme all'ammasso di cemento si sono polverizzati a terra inghiottiti da una montagna di macerie. E per chi passava sotto la sorte è stata identica. Tra gli edifici colpiti ci sono quelli del centro Amiu, l'azienda ambientale del Comune, che ha gli uffici proprio di fianco al ponte. Una parte del fabbricato risulta distrutta, due furgoni e un camion sono stati schiacciati.

Eppure poteva andare peggio: esattamente sotto al viadotto, in corrispondenza del tratto rimasto in piedi, ci sono enormi palazzoni, con centinaia di famiglie residenti. Se il crollo avesse coinvolto anche quel tratto sarebbe stata un'ecatombe. Nel pomeriggio di ieri, infatti, tutte le abitazioni della zona sono state evacuate per timore di nuovi cedimenti e sono decine le famiglie che non possono far ritorno nelle proprie abitazioni, alcune delle quali ospitate in strutture del Comune.

I soccorsi sono scattati subito. A mani nude per tutta la giornata 250 tra Vigili del fuoco e soccorritori hanno lavorato tra le macerie, assistiti dalle forze dell'ordine e coordinati dalla Protezione civile. All'ospedale Villa Scassi di Genova, dove è subito scattata l'allerta, tre persone sono state ricoverate in codice rosso. Hanno fratture e schiacciamenti a livello del torace, traumi cranici e alla colonna vertebrale. Si trovavano alla guida dei loro mezzi e sono stati travolti. Tanti anche i traumatizzati psichici accompagnati in ospedale dai soccorritori, soprattutto donne e bambini sotto choc dopo aver assistito all'evento. Le loro condizioni erano tali che, nel pomeriggio, è stata allestita per l'occasione un'unità psicologica e psichiatrica dedicata.

Anche la viabilità cittadina è andata in tilt: autostrada chiusa, con ripercussioni fino al confine con la Francia dove i mezzi pesanti sono stati fermati alla frontiera, mentre i detriti hanno ostruito per ore le vie circostanti il cratere impedendo il deflusso delle auto verso Val Polcevera. Eppure, nonostante gli appelli delle autorità a tenersi a distanza, tanti genovesi si sono mossi verso la zona del disastro, per vedere con i propri occhi quello che sembrava impossibile fino a poco prima. Sotto il ponte passa anche la ferrovia, che però non è stata colpita dal crollo. Il traffico è rimasto, comunque, bloccato fino alle 14 e sul nodo di Genova si sono registrati pesanti rallentamenti.

Sulle cause del crollo non c'è ancora nessuna ipotesi precisa. Ponte Morandi è un'opera inaugurata nel 1967, da sempre oggetto di importanti manutenzioni e bersaglio di critiche. In questo periodo «erano in corso lavori di consolidamento della soletta del viadotto», ha fatto sapere ieri in una nota la società Autostrade, precisando che la sicurezza del ponte non era considerata a rischio. «I lavori e lo stato del viadotto erano sottoposti a costante attività di osservazione e vigilanza», continua la società, garantendo che «le cause del crollo saranno oggetto di approfondita analisi».

Alcuni testimoni hanno raccontato che un fulmine avrebbe colpito il ponte pochi istanti prima del crollo. «Erano da poco passate le 11,30 quando abbiamo visto il fulmine colpire un pilone», hanno spiegato all'Ansa «e il ponte è venuto giù». L'ipotesi del fulmine «non è stata confermata né accertata nel corso del comitato operativo», ha precisato in serata la Protezione civile.

Christian: «Ho inchiodato in tempo». Davide è precipitato, però è vivo

L'Italia non dimenticherà mai quel suo grido disperato: «Oddio, oddio, oddio, oh Dio Santo». Davide Di Giorgio è un ragazzone allegro ed estroverso. Lavora all'Ansaldo Energia ed è appassionato di teatro. Davide ha ripreso il crollo, ha pubblicato il video su Facebook: 26 secondi di puro terrore. I bagliori dei cavi dell'energia elettrica tranciati, il ponte che si sfarina e viene giù, quelle urla disperate, sono già parte della storia dei più immani disastri del nostro paese. «Mi sento male», dice Davide prima di interrompere la ripresa. Genova spezzata, Genova terrorizzata.

Il pronto soccorso dell'ospedale Villa Scassi di Sampierdarena, quello più vicino al luogo della tragedia, accoglie i feriti ma anche decine di persone in stato di choc. Uomini e donne che hanno visto con i loro occhi il ponte crollare, altri che erano passati di lì cinque minuti prima che venisse giù tutto, o che si sono fermati giusto in tempo: sono vivi per miracolo e hanno il terrore negli occhi. Nel pronto soccorso viene allestita una unità di supporto psicologico, l'impatto emotivo per i genovesi è stato terribile.

La differenza tra la vita e la morte si misura in secondi e in centimetri: pochissimi quelli che separavano due camion che stavano percorrendo il ponte Morandi, uno dietro l'altro, quando si è scatenato l'inferno. Quello dietro, verde, è rimasto sul ciglio della voragine che si è aperta davanti agli occhi dell'autista, rimasto vivo. Quello davanti, bianco con una scritta rossa, è caduto giù, e per il conducente è stata la fine.

Chi non crede ai miracoli, ascolti la testimonianza di Davide. Il ragazzo è volato giù insieme alla sua auto. Dall'ambulanza racconta la sua incredibile storia al Secolo XIX: «Sono andato giù col ponte, non so cosa mi ha salvato. Sono finito di sotto, è caduto tutto proprio mentre passavo. Ora sono in ambulanza, sono uscito dall'auto con le mie gambe». La vigilia di Ferragosto è un momento di svago, ma la morte non va in vacanza. Due famiglie uguali: papà, mamma, un bambino, l'autoradio accesa e tanta voglia di divertirsi. Una delle due famiglie non c'è più: è rimasta schiacciata sotto le macerie, i soccorritori hanno visto i corpi dilaniati dalle lamiere accartocciate, schiacciati da tonnellate di maledetto calcestruzzo.

«All'interno dell'auto», raccontano i Vigili del fuoco, «c'erano anche ombrelloni e valigie». Un altro papà, un'altra mamma e un altro bambino, invece, sono vivi. Questione di secondi, di centimetri: «Eravamo stati al centro commerciale», racconta l'uomo al Secolo XIX, «e stavamo tornando da corso Perrone quando abbiamo sentito un tuono fortissimo e abbiamo visto crollare tutto. Dietro di me c'era una macchina e avevo paura di non riuscire a fare retromarcia. Per fortuna quello dietro di me si è spostato e siamo andati in retromarcia per un centinaio di metri, mentre veniva giù di tutto. Abbiamo mollato la macchina. Mia moglie», aggiunge, «ha preso il bambino e siamo scappati verso Cornigliano. Tremo ancora, è stato terribile».

Decine di sopravvissuti raccontano lo stesso film dell'orrore. Protagonista, la retromarcia: mentre il ponte si sbriciolava davanti a loro, hanno tentato di ingranarla, prima di rendersi conto che la strada era bloccata e l'unica speranza era fuggire a piedi. Christian ha smesso di fumare da dieci anni, ma chiede una sigaretta. «Sono un miracolato», dice a una cronista dell'Ansa, «ero in macchina a 100 metri dal punto del crollo quando ho sentito tremare la strada sotto di me e mi sono fermato sulla corsia di sinistra. Ma non so dire perché l'ho fatto, subito dopo ho visto il ponte che si sbriciolava. Sono sceso dalla macchina e mi sono messo a correre più che potevo», aggiunge, «non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. Una cosa da fine del mondo, mi rendo conto adesso di cosa ho scampato. La strada dondolava tutta, io sono scappato, urlavo: correte, correte e tutti scappavano. Ho visto il camion bianco in bilico, poi… è andato giù. L'autista», chiede, «sarà morto, vero? Ci sono morti, vero?».

Lo chiede a tutti, Christian: «Quanti morti ci sono?». Nessuno ha il coraggio di rispondergli. Lui si volta, guarda la parte di ponte rimasta in piedi, sospesa tra la vita e la morte, e ripete: «Cosa ho scampato». Gianluca, 28 anni, autotrasportatore, diventerà papà tra un mese. La sua compagna, Giulia, arriva al policlinico San Martino, dove Gianluca è stato ricoverato: «Il mio compagno», racconta Giulia, «è rimasto appeso al suo camion e io penso che sia rimasto attaccato alla vita per amore del suo bambino che sta arrivando. Ora lo stanno operando, ha molte fratture ma non è in pericolo di vita. Del suo collega non si hanno ancora notizie. Non so di più», aggiunge Giulia, «perchè non l'ho ancora visto e non vedo l'ora di poterlo abbracciare». A pochi metri, un camionista racconta l'incubo al Corriere Tv: «Ero dentro al camion», dice l'uomo, «ho sentito un boato e sono volato via. Sono andato a urtare contro un muro e poi sono caduto per una decina di metri. Mi sembrava di volare, non ricordo altro. Ho solo una slogatura e una contusione all'anca, penso sia stato un miracolo».


Le Fiamme gialle del Comando provinciale Udine e Verona, nel corso del costante controllo economico del territorio e delle principali arterie ferroviarie, hanno sottoposto ad ispezione alcuni vagoni ferroviari «tank container» adibiti al trasporto di sostanze chimiche e destinati verso il sud Italia.

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Mario Giordano presenta il libro “I re di denari”, nel quale denuncia l’enorme potere delle banche in Italia: un potere aumentato in seguito alla crisi finanziaria del 2011-2013, basato più sulla gestione del risparmio che sull’economia reale e alimentato da lotte di potere nello stesso sistema bancario. Giordano riflette anche sulla divisione politica non più tra destra e sinistra, ma tra élite e popolo e sul ruolo della famiglia oggi.

Anm, Cei e Cgil ormai pensano solo a ciò che non li riguarda
Maurizio Landini (Ansa)
Nonostante il calo di vocazioni e la fuga dal sindacato, hanno scelto la metamorfosi per fare politica contro il governo Meloni.

Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere. La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili.

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Quasi tutti bocciati agli esami di Burioni. E lui per «aiutare» sopprime gli appelli
Roberto Burioni (Ansa)
Gli studenti dovranno aspettare la sessione estiva a giugno Anche quelli con la media del 30 bloccati dalla virostar.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la mail inviata ieri agli «sfortunati» studenti del corso di medicina e chirurgia dell’Università Vita-Salute del San Raffaele, fondata da don Luigi Maria Verzé: «Vi comunico che non verranno concessi appelli d’esame». Firmato: il professore dei «somari» - così li chiama lui - alias Roberto Burioni, di cui da troppo tempo si lamentano centinaia di studenti. Ma non sembra essere un caso di allievi demotivati o semplicemente non all’altezza: la pertinacia con la quale il docente farebbe «strage» di allievi è tale che alcuni di essi stanno prendendo seriamente in considerazione l’ipotesi di lasciare l’ateneo e andare a studiare altrove, depauperando il San Raffaele di chissà quante quote d’iscrizione dal costo di 15-16.000 euro l’anno ognuna, che portano nelle casse del San Raffaele circa 6 milioni l’anno soltanto per il corso di laurea di Medicina. Per non parlare dell’effetto deterrenza nei confronti di chi ancora deve iscriversi.

La vicenda dello «sterminatore» di studenti, professore ordinario di microbiologia e virologia al San Raffaele e nel tempo libero animatore del salotto televisivo di Fabio Fazio sul canale Nove, è nota da due anni. L’accusa è semplice: Burioni falcidia gli studenti agli esami, manifestando un accanimento anomalo contro chiunque intenda partecipare e abbia la velleità di passare il suo esame. Un esame, a quanto pare, dal quale non si può prescindere: a Medicina, una volta arrivati al secondo-terzo anno, non è possibile accedere agli esami successivi se non si supera il test con Burioni, che bocciando tutti sta formando una sorta di collo di bottiglia in facoltà, facendo inesorabilmente andare centinaia di studenti fuori corso.

È infatti dal 2024 che praticamente tutti gli studenti di microbiologia vengono sistematicamente bocciati: se due anni fa, su 408 studenti, soltanto dieci furono promossi e i restanti 398 bocciati, oggi, nonostante numerosi ricorsi e infinite polemiche sui giornali, che hanno consentito alla virostar di atteggiarsi a campione di rigore e inflessibilità, la situazione non è cambiata: all’ultima sessione, i promossi si contavano appena sulle dieci dita.

Non è una notizia che in alcune università italiane diversi professori siano particolarmente severi nei confronti degli studenti e, se questo rigore tocca materie fondamentali come la medicina e la giustizia, verrebbe quasi da rallegrarsene. A Roma era famoso negli anni Ottanta il professor Natalino Irti, una delle figure più autorevoli del diritto italiano, professore emerito di diritto civile all’Università La Sapienza e accademico dei Lincei, noto per un approccio al diritto estremamente formale e teorico. Il suo esame era uno degli scogli più difficili da superare a causa dell’alto livello di preparazione richiesto. Al netto delle dovute distinzioni - Burioni (h-index su Scopus salito da 26 ad appena 32 in ben cinque anni e a dispetto del passaggio pandemico che riguarda esattamente la sua materia) non rientra certamente tra le figure di riferimento della microbiologia mondiale ed è più famoso per le sue comparsate in tv che per la sua autorevolezza accademica - non si ricordano lazzi punitivi di Irti, che motivava il proprio rigore semplicemente come atto di rispetto verso la funzione del giurista.

Burioni, viceversa, sembra voler ingaggiare un grottesco «corpo a corpo» con i suoi discenti, da lui esplicitato con il gusto dell’impari sfida: «Professore», ha recriminato su Instagram uno dei suoi allievi chiedendogli un consiglio, «abbiamo problemi con il suo esame». «Tanto non ve lo farò passare mai», è stata la minacciosa replica della virostar. Che, a fronte di una così esigua percentuale di riuscita e delle apparentemente basse performance dei suoi alunni, neanche si è posto il problema di possibili inadeguatezze della sua stessa capacità d’insegnamento, rovesciando sugli alunni tutte le responsabilità: «Faccio notare che il 17% dei partecipanti a questo appello ignorava l’agente eziologico della scarlattina e il 44% non ha saputo indicare come fare una diagnosi di influenza», ha dichiarato. Ma la matematica non dev’essere il punto forte della virostar, poiché il 44% non è il 97,55%, che è la percentuale di studenti da lui bocciati. Burioni ha infatti incluso nella «carneficina» anche le eccellenze dell’ateneo: studentesse e studenti con la media del 30 o 30 e lode che puntano a laurearsi con 110 e lode - non esattamente dei «somari» come la virostar sostiene, insomma - e che inciampano soltanto nella sua materia.

Qualcuno è già dovuto emigrare all’estero o in altri atenei italiani per passare l’esame di microbiologia, per poi rientrare al San Raffaele e proseguire il ciclo di studi; altri si sono rivolti al Comitato di Garanzia dell’ateneo per protestare contro l’attitudine sterilmente vessatoria della virostar, ma finora non si è mossa foglia. Gli stessi genitori dei docenti, per alcuni dei quali un anno di università in più è una spesa quasi insostenibile, non possono andare a colloquio con il professore per non esporre i propri figli a sicura bocciatura.

Anziché moltiplicare le opportunità di riscatto per gli studenti respinti, Burioni l’altro ieri ha annunciato l’annullamento della sessione di inizio aprile, subito dopo le vacanze di Pasqua, dichiarandosi semplicemente «infastidito» da tutti i «somari» che erano stati bocciati alla sessione precedente del 23 febbraio e poco propenso a concedere la sessione d’esame prevista per aprile. Il giorno dopo, ha inviato la mail: sessione annullata, gli alunni dovranno aspettare giugno e luglio per poter andare avanti, l’appello sembra essere per lui un «merito» anziché un diritto. Il regolamento in teoria consente ai docenti di annullare una sessione d’esame, ma soltanto per motivi organizzativi o gravi irregolarità come frodi, errori procedurali, gravi disturbi esterni, problemi ambientali o altre violazioni, non ravvisate però da Burioni fino a due giorni fa, quando ha incontrato gli alunni. Che stanno cominciando a orientarsi verso il cambio di ateneo.

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