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2022-06-17
Gas, il ricatto di Mosca all’Europa colpisce il suo punto debole: Berlino
Dopo mesi di tensione, da ieri la situazione degli approvvigionamenti di gas in Europa si è fatta decisamente critica e ai limiti del razionamento. Germania e Italia in particolare sono i Paesi più esposti al rischio di restare senza gas, essendo dipendenti dal gas russo per una parte assai rilevante dei propri consumi. I mercati del gas sono in subbuglio e c’è grande preoccupazione tra gli operatori per la stagione di riempimento degli stoccaggi.
Il prezzo del future sul gas al Ttf per il mese di luglio è salito di oltre il 75% in tre giorni e ieri ha toccato i 149 euro/Megawattora per chiudere poi a 118 euro/Megawattora, un prezzo che non si vedeva dai primi giorni dell’invasione russa in Ucraina.
A scatenare il panico sono state le notizie in arrivo da Mosca. In pochi giorni, Gazprom ha ridotto le esportazioni del 60% verso la Germania e del 15% verso l’Italia. Ieri però l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, in un crescendo di dichiarazioni, ha portato al massimo la soglia di allarme. Prima ha annunciato che il guasto al compressore del gasdotto Nord Stream 1 è più grave del previsto e che, semplicemente, non ha soluzione fino a che permangono le sanzioni. Poi ha dichiarato che le forniture di gas via Nord Stream 1 potrebbero anche essere interrotte del tutto. Poi, a significare che le alternative per il gas russo non mancano, ha affermato che le forniture verso la Cina sono aumentate del 67% nei primi cinque mesi di quest’anno. Infine, a rincarare la dose, Miller ha affermato che avremo uno choc di prezzo e che tutto questo è dovuto ai regolatori europei e al terzo pacchetto energia.
Sempre ieri, da Vienna è giunta notizia che anche i volumi diretti in Austria hanno subito un calo, mentre Eni ha reso noto che riceverà solo il 65% dei volumi richiesti a Gazprom, che ha citato «problemi tecnici» non precisati (un dato, quello di ieri, che in termini assoluti è comunque migliore di quello di mercoledì, visto che il Cane a sei zampe ha portato a casa 32 milioni scarsi di metri cubi, contro i 28 del 15 giugno). Al punto di ingresso in Ucraina di Sudzha, l’unico rimasto in funzione nel Paese in guerra, si sono registrati 42,5 milioni di metri cubi di gas dalla Russia.
Ieri si è anche avuta notizia di un incendio al campo di coltivazione gas di Urengoi, che fornisce i gasdotti diretti in Europa. Gazprom ha assicurato che l’incendio è già stato domato e che non ci sono conseguenze sulla produzione di gas. Tutto ciò dopo che due giorni fa la Freeport Lng, società americana che esporta Lng in Europa, ha reso noto che il guasto provocato dall’incendio dei giorni scorsi impedisce una ripresa delle attività fino al prossimo dicembre, privando così l’Europa di una alternativa quanto mai necessaria.
«La situazione è sotto controllo, stiamo monitorando da ieri giorno e notte i flussi, il danno è limitato», ha affermato il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervenendo ieri al Forum Pa. «Abbiamo tutte le contromisure pronte», ha proseguito il ministro, «però la prima cosa da capire è se questa situazione si stabilizza. Quindi vediamo cosa succede nei prossimi tre giorni, nel weekend e poi a inizio settimana prossima decideremo».
L’impressione è che la Russia stia giocando con l’Europa come il gatto (siberiano) con il topo. Il ritmo sostenuto con cui gli stoccaggi europei si andavano riempiendo deve aver convinto Mosca che fosse necessario rallentare i flussi in entrata in Europa, così da avere qualche leva in più a inizio inverno. Se arriva meno gas, il riempimento degli stoccaggi deve rallentare e questo mette una seria ipoteca sul prossimo periodo freddo. La Russia vuole garantirsi di avere ancora influenza sulle scelte europee nei mesi futuri.
Dopo aver accusato l’Europa di aver causato l’incombente blocco del Nord Stream 1, Miller ha aggiunto che dall’altra parte «il gasdotto Nord Stream 2 è pronto a partire immediatamente». Una precisazione assai maliziosa, perché trascina di peso il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, di fronte alla scelta da cui dipende il futuro del suo Paese e in definitiva dell’intera Europa politica. Davanti alla minaccia esplicita di chiudere completamente il Nord Stream 1, le alternative per il governo tedesco sono due: sbloccare il Nord Stream 2 e lasciar arrivare il gas russo, salvando imprese e famiglie tedesche da un colossale disastro economico ma provocando le ire degli Stati Uniti. Oppure, restare soggetto al diktat americano non aprendo il Nord Stream 2, ma causando due milioni di disoccupati in Germania e una catastrofe economica e sociale che si allargherebbe a tutta l’Europa. Un trade off poco appetibile su cui la Russia insiste, ben sapendo che lì si trova il punto debole dell’Europa: il rapporto tra la Germania e gli Usa.
Un dilemma cruciale, che segna una sconfitta drammatica e clamorosa dell’intero progetto europeo, stretto nell’angolo e messo di fronte alla propria ipocrisia. La tecnocrazia di Bruxelles ha avallato il predominio politico del blocco finanziario-industriale tedesco, permettendogli di concludere affari privati senza alcun riguardo all’equilibrio geopolitico e senza rispetto per i partner europei. Per l’avidità (come ha riconosciuto persino il commissario europeo Margrethe Vestager) di quelle classi dirigenti che hanno agito sotto il manto di rispettabilità fornito da una figura come Angela Merkel, ora siamo chiamati, tutti noi, a pagare il prezzo delle scelte di chi ha imposto un modello di sviluppo perverso e senza sbocchi.
Arriva il razionamento dell’acqua
Non esiste un’emergenza che questo governo sia in grado di programmare e gestire. A rimetterci, come sempre, sono i cittadini. Dopo il gas, adesso è il turno dell’acqua, vogliono razionare anche quella.
In Piemonte e in Lombardia, arrivano le prime ordinanze a causa della siccità del fiume Po: la valle è a secco, il livello del fiume è quasi 3 metri sotto la media abituale. In alcuni Comuni non piove da 110 giorni. La neve sulle Alpi è finita, i laghi sono ai minimi livelli, i terreni sono brulli e il caldo è ai massimi storici. A maggio, il secondo più caldo dal 1965, le temperature sono state di 2,5 gradi più elevate delle medie stagionali. E, anche se dovesse piovere, la pioggia non sarà sufficiente, anzi, i temporali estivi, rischiano solo di fare ancora più danni.
In alcune zone l’irrigazione è stata sospesa o regolata, come nell’area di Ferrara, dove sono già state attivate le pompe d’acqua mobili d’emergenza. I prossimi giorni, saranno cruciali per capire che direzione si potrà prendere. In questo momento 125 Comuni rischiano davvero che gli venga sospesa l’acqua durante la notte. Si tratta di un centinaio di Comuni piemontesi e almeno 25 della provincia di Bergamo. Lì le amministrazioni saranno invitate a firmare ordinanze per un utilizzo parsimonioso dell’acqua. Dopo i cittadini ci sono anche le imprese agricole a pagare le conseguenze della siccità. Secondo la Confederazione italiana agricoltori, nella pianura padana ci sarà una riduzione del 40% della produzione ortofrutticola. A vedersela peggio saranno i cereali. Mais e soia vedranno una riduzione della produzione con picchi del 50%. Tanto che Confagricoltura Piemonte ha chiesto che venga attivato lo stato di calamità naturale.
«Chiederemo sicuramente lo stato d’emergenza». Lo ha detto ieri il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. «C’è già stata una richiesta a livello parlamentare della Lombardia. Penso sia una richiesta che andrà fatta congiuntamente», ha aggiunto il governatore, «perché è una situazione drammatica per la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna ma anche il Veneto». I cittadini «dovranno cercare di darci una mano a non sprecare acqua, dovranno ritrovare quelle abitudini che già in passato ci sono state nel prestare attenzione allo spreco», ha concluso Fontana sottolineando che per il momento «non sono previste interruzioni di servizio. Se la cosa peggiora ulteriormente valuteremo, ma per ora no».
Il direttore di Arpa Piemonte chiede la collaborazione dei cittadini, invitandoli a non sprecare l’acqua. «Abbiamo di fronte un altro mese di caldo e secco. Sulla base dei dati che Arpa elabora ogni giorno e delle previsioni, l’emergenza idrica è seria. Non sta a noi stabilire misure di razionamento, ma è un’ipotesi che, alla luce dei numeri, non mi sento di escludere».
Anche Lodi è in allarme. E Confagricoltura di Milano, Lodi, Monza paragona la siccità alla pandemia. Chiede infatti di dare risposte straordinarie e che venga dichiarato lo stato di emergenza idrico. Secondo le loro stime: «Da sabato la portata irrigua nel Lodigiano sarà ridotta al 50 per cento: è come se l’Adda avesse chiuso il rubinetto. Ancora una decina di giorni poi le colture, a meno di piogge o di un intervento sui bacini alpini, saranno definitivamente compromesse».
Insomma, tutti invitano i cittadini a fare la loro parte. Ancora una volta. Una frase già sentita più volte, a cominciare dalla pandemia, per continuare con i condizionatori. Nessuno si prende più le responsabilità, sanno solo colpevolizzare e gridare all’allarme.
Anche con questa emergenza, si sapeva già da dicembre che esisteva un problema siccità, ma come sempre si è atteso per intervenire. Adesso anche il Tevere rischia, ma per ora nessuna misura.
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Mercati in subbuglio dopo le minacce russe sulle forniture. Gazprom taglia l’export del 15% verso l’Italia e del 60% verso la Germania. A cui però lo zar lascia aperto Nord Stream 2, ipotesi che irriterebbe gli Usa.L’allarme siccità fa scattare le prime ordinanze: 125 Comuni in Piemonte e Lombardia rischiano di chiudere i rubinetti di notte. Attilio Fontana: «Chiederemo lo stato d’emergenza».Lo speciale contiene due articoliDopo mesi di tensione, da ieri la situazione degli approvvigionamenti di gas in Europa si è fatta decisamente critica e ai limiti del razionamento. Germania e Italia in particolare sono i Paesi più esposti al rischio di restare senza gas, essendo dipendenti dal gas russo per una parte assai rilevante dei propri consumi. I mercati del gas sono in subbuglio e c’è grande preoccupazione tra gli operatori per la stagione di riempimento degli stoccaggi. Il prezzo del future sul gas al Ttf per il mese di luglio è salito di oltre il 75% in tre giorni e ieri ha toccato i 149 euro/Megawattora per chiudere poi a 118 euro/Megawattora, un prezzo che non si vedeva dai primi giorni dell’invasione russa in Ucraina.A scatenare il panico sono state le notizie in arrivo da Mosca. In pochi giorni, Gazprom ha ridotto le esportazioni del 60% verso la Germania e del 15% verso l’Italia. Ieri però l’amministratore delegato di Gazprom, Alexei Miller, in un crescendo di dichiarazioni, ha portato al massimo la soglia di allarme. Prima ha annunciato che il guasto al compressore del gasdotto Nord Stream 1 è più grave del previsto e che, semplicemente, non ha soluzione fino a che permangono le sanzioni. Poi ha dichiarato che le forniture di gas via Nord Stream 1 potrebbero anche essere interrotte del tutto. Poi, a significare che le alternative per il gas russo non mancano, ha affermato che le forniture verso la Cina sono aumentate del 67% nei primi cinque mesi di quest’anno. Infine, a rincarare la dose, Miller ha affermato che avremo uno choc di prezzo e che tutto questo è dovuto ai regolatori europei e al terzo pacchetto energia.Sempre ieri, da Vienna è giunta notizia che anche i volumi diretti in Austria hanno subito un calo, mentre Eni ha reso noto che riceverà solo il 65% dei volumi richiesti a Gazprom, che ha citato «problemi tecnici» non precisati (un dato, quello di ieri, che in termini assoluti è comunque migliore di quello di mercoledì, visto che il Cane a sei zampe ha portato a casa 32 milioni scarsi di metri cubi, contro i 28 del 15 giugno). Al punto di ingresso in Ucraina di Sudzha, l’unico rimasto in funzione nel Paese in guerra, si sono registrati 42,5 milioni di metri cubi di gas dalla Russia. Ieri si è anche avuta notizia di un incendio al campo di coltivazione gas di Urengoi, che fornisce i gasdotti diretti in Europa. Gazprom ha assicurato che l’incendio è già stato domato e che non ci sono conseguenze sulla produzione di gas. Tutto ciò dopo che due giorni fa la Freeport Lng, società americana che esporta Lng in Europa, ha reso noto che il guasto provocato dall’incendio dei giorni scorsi impedisce una ripresa delle attività fino al prossimo dicembre, privando così l’Europa di una alternativa quanto mai necessaria.«La situazione è sotto controllo, stiamo monitorando da ieri giorno e notte i flussi, il danno è limitato», ha affermato il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervenendo ieri al Forum Pa. «Abbiamo tutte le contromisure pronte», ha proseguito il ministro, «però la prima cosa da capire è se questa situazione si stabilizza. Quindi vediamo cosa succede nei prossimi tre giorni, nel weekend e poi a inizio settimana prossima decideremo». L’impressione è che la Russia stia giocando con l’Europa come il gatto (siberiano) con il topo. Il ritmo sostenuto con cui gli stoccaggi europei si andavano riempiendo deve aver convinto Mosca che fosse necessario rallentare i flussi in entrata in Europa, così da avere qualche leva in più a inizio inverno. Se arriva meno gas, il riempimento degli stoccaggi deve rallentare e questo mette una seria ipoteca sul prossimo periodo freddo. La Russia vuole garantirsi di avere ancora influenza sulle scelte europee nei mesi futuri. Dopo aver accusato l’Europa di aver causato l’incombente blocco del Nord Stream 1, Miller ha aggiunto che dall’altra parte «il gasdotto Nord Stream 2 è pronto a partire immediatamente». Una precisazione assai maliziosa, perché trascina di peso il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, di fronte alla scelta da cui dipende il futuro del suo Paese e in definitiva dell’intera Europa politica. Davanti alla minaccia esplicita di chiudere completamente il Nord Stream 1, le alternative per il governo tedesco sono due: sbloccare il Nord Stream 2 e lasciar arrivare il gas russo, salvando imprese e famiglie tedesche da un colossale disastro economico ma provocando le ire degli Stati Uniti. Oppure, restare soggetto al diktat americano non aprendo il Nord Stream 2, ma causando due milioni di disoccupati in Germania e una catastrofe economica e sociale che si allargherebbe a tutta l’Europa. Un trade off poco appetibile su cui la Russia insiste, ben sapendo che lì si trova il punto debole dell’Europa: il rapporto tra la Germania e gli Usa. Un dilemma cruciale, che segna una sconfitta drammatica e clamorosa dell’intero progetto europeo, stretto nell’angolo e messo di fronte alla propria ipocrisia. La tecnocrazia di Bruxelles ha avallato il predominio politico del blocco finanziario-industriale tedesco, permettendogli di concludere affari privati senza alcun riguardo all’equilibrio geopolitico e senza rispetto per i partner europei. Per l’avidità (come ha riconosciuto persino il commissario europeo Margrethe Vestager) di quelle classi dirigenti che hanno agito sotto il manto di rispettabilità fornito da una figura come Angela Merkel, ora siamo chiamati, tutti noi, a pagare il prezzo delle scelte di chi ha imposto un modello di sviluppo perverso e senza sbocchi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-il-ricatto-di-mosca-alleuropa-colpisce-il-suo-punto-debole-berlino-2657520774.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arriva-il-razionamento-dellacqua" data-post-id="2657520774" data-published-at="1655401641" data-use-pagination="False"> Arriva il razionamento dell’acqua Non esiste un’emergenza che questo governo sia in grado di programmare e gestire. A rimetterci, come sempre, sono i cittadini. Dopo il gas, adesso è il turno dell’acqua, vogliono razionare anche quella. In Piemonte e in Lombardia, arrivano le prime ordinanze a causa della siccità del fiume Po: la valle è a secco, il livello del fiume è quasi 3 metri sotto la media abituale. In alcuni Comuni non piove da 110 giorni. La neve sulle Alpi è finita, i laghi sono ai minimi livelli, i terreni sono brulli e il caldo è ai massimi storici. A maggio, il secondo più caldo dal 1965, le temperature sono state di 2,5 gradi più elevate delle medie stagionali. E, anche se dovesse piovere, la pioggia non sarà sufficiente, anzi, i temporali estivi, rischiano solo di fare ancora più danni. In alcune zone l’irrigazione è stata sospesa o regolata, come nell’area di Ferrara, dove sono già state attivate le pompe d’acqua mobili d’emergenza. I prossimi giorni, saranno cruciali per capire che direzione si potrà prendere. In questo momento 125 Comuni rischiano davvero che gli venga sospesa l’acqua durante la notte. Si tratta di un centinaio di Comuni piemontesi e almeno 25 della provincia di Bergamo. Lì le amministrazioni saranno invitate a firmare ordinanze per un utilizzo parsimonioso dell’acqua. Dopo i cittadini ci sono anche le imprese agricole a pagare le conseguenze della siccità. Secondo la Confederazione italiana agricoltori, nella pianura padana ci sarà una riduzione del 40% della produzione ortofrutticola. A vedersela peggio saranno i cereali. Mais e soia vedranno una riduzione della produzione con picchi del 50%. Tanto che Confagricoltura Piemonte ha chiesto che venga attivato lo stato di calamità naturale. «Chiederemo sicuramente lo stato d’emergenza». Lo ha detto ieri il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana. «C’è già stata una richiesta a livello parlamentare della Lombardia. Penso sia una richiesta che andrà fatta congiuntamente», ha aggiunto il governatore, «perché è una situazione drammatica per la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia Romagna ma anche il Veneto». I cittadini «dovranno cercare di darci una mano a non sprecare acqua, dovranno ritrovare quelle abitudini che già in passato ci sono state nel prestare attenzione allo spreco», ha concluso Fontana sottolineando che per il momento «non sono previste interruzioni di servizio. Se la cosa peggiora ulteriormente valuteremo, ma per ora no». Il direttore di Arpa Piemonte chiede la collaborazione dei cittadini, invitandoli a non sprecare l’acqua. «Abbiamo di fronte un altro mese di caldo e secco. Sulla base dei dati che Arpa elabora ogni giorno e delle previsioni, l’emergenza idrica è seria. Non sta a noi stabilire misure di razionamento, ma è un’ipotesi che, alla luce dei numeri, non mi sento di escludere». Anche Lodi è in allarme. E Confagricoltura di Milano, Lodi, Monza paragona la siccità alla pandemia. Chiede infatti di dare risposte straordinarie e che venga dichiarato lo stato di emergenza idrico. Secondo le loro stime: «Da sabato la portata irrigua nel Lodigiano sarà ridotta al 50 per cento: è come se l’Adda avesse chiuso il rubinetto. Ancora una decina di giorni poi le colture, a meno di piogge o di un intervento sui bacini alpini, saranno definitivamente compromesse». Insomma, tutti invitano i cittadini a fare la loro parte. Ancora una volta. Una frase già sentita più volte, a cominciare dalla pandemia, per continuare con i condizionatori. Nessuno si prende più le responsabilità, sanno solo colpevolizzare e gridare all’allarme. Anche con questa emergenza, si sapeva già da dicembre che esisteva un problema siccità, ma come sempre si è atteso per intervenire. Adesso anche il Tevere rischia, ma per ora nessuna misura.
Nel riquadro, l'ultima campagna della Terza Brigata d'Assalto ucraina (Ansa)
Quando l’Ucraina è stata invasa dalla Russia, nel febbraio del 2022, Europa e Stati Uniti si sono compattamente schierati con Kiev a difesa dei «valori dell’Occidente». Quali fossero, questi valori, non era chiarissimo. Ma con il senno di poi alcuni aspetti si sono disvelati: per gli americani erano semplicemente i loro interessi, tanto è vero che, falliti i tentativi di destabilizzare Mosca e senza alcuna intenzione di rischiare davvero una guerra nucleare, Washington ora non vede l’ora di archiviare il conflitto. Quanto agli europei, invece, all’inizio sembrava che immaginassero l’Ucraina come futuro baricentro liberal. Kiev, d’altra parte, rimane una delle mete preferite della borghesia annoiata del Vecchio continente, in cerca di uteri da affittare per mettere al mondo figli a pagamento. Purtroppo, però, l’ideologia gender (che poi è capitalismo in purezza) non invoglia nessuno a sacrificare la propria vita per difendere la patria. La fluidità, insomma, non si concilia benissimo con le armi. E così, proprio come avviene in Ucraina, è molto probabile che la mascolinità («tossica») tornerà di moda anche in Europa, persa nei suoi spasmi bellicisti.
A Kiev, dove è sempre più difficile trovare uomini disposti a morire al fronte, questo lo sanno. Non vendono ai loro cittadini discorsi sulla democrazia (che non c’è) né sulla superiorità morale dell’Ucraina (anch’essa discutibile, specialmente dopo gli ultimi scandali sulla corruzione): usano l’artificio più antico del mondo. Una foto di un maschio alfa seduto su una motocicletta, abbracciato da una bella donna con in mano una pistola e la scritta: «Amo la terza brigata d’assalto». Oppure un’attraente donna bionda, con lo sguardo perso in lontananza, che riflette nei suoi occhiali da sole l’immagine di un soldato in tenuta mimetica. Sono soltanto alcuni dei cartelloni pubblicitari sparsi per le città ucraine, ma il concetto è chiaro: quando si parla di guerra, ci vuole l’uomo virile.
La terza brigata d’assalto, d’altronde, non è altro che l’ex battaglione Azov: quel gruppo armato neonazista su cui i media occidentali fino a prima del febbraio 2022 facevano servizi e che poi, sempre gli stessi media, hanno provato a far passare per lettori di Emmanuel Kant.
Oggi il battaglione, confluito nell’esercito ufficiale, si avvale perfino di un dipartimento marketing. Dopo quasi quattro anni di guerra, le reclute languono e le perdite aumentano, così non resta che la pubblicità. «Il nostro obiettivo: inventare continuamente nuove buone ragioni per arruolarsi», spiega uno dei soldati che ci lavora. Per attirare nuovi soldati da addestrare puntano sulla reputazione: ideali, patriottismo, nazionalismo, fratellanza d’armi. E, come testimoniano le insegne pubblicitarie, anche quell’insondabile oggetto del desiderio che fa uscire di testa i maschi. Come avverrebbe in qualsiasi Paese in guerra, naturalmente. Ma senza dubbio ideali distanti dai «valori dell’Occidente» che abbiamo fatto difendere per procura agli ucraini, rifornendoli di soldi e di armi. A quanto pare, però, nemmeno il richiamo agli istinti è sufficiente a rimpolpare le fila dell’esausto, benché indubbiamente anche eroico, esercito di Kiev.
La sensazione, dunque, è che l’aria cambierà anche da noi. Che nella politica estera abbiano un qualche peso i valori, nessuno lo crede realmente. I valori cambiano a seconda degli obiettivi. La guerra, per esempio, ora fa comodo all’Ue e a qualche suo leader per continuare a esistere. Ma al fronte ci vanno gli uomini, quelli dalla «mascolinità tossica», disposti a difendere le loro famiglie a costo della vita.
Morto soldato Uk: «Non al fronte»
Se, nel prossimo futuro, il premier britannico Keir Starmer ha promesso che invierà truppe in Ucraina per garantire la pace, guardando al presente la situazione non appare così promettente. Chi dovrebbe addestrare i soldati ucraini perde la vita senza nemmeno essere schierato sul campo: un istruttore britannico è, infatti, morto ieri in Ucraina a seguito di «un tragico incidente mentre osservava le forze ucraine testare una nuova capacità difensiva, lontano dalla linea del fronte».
Nel frattempo, gli ucraini hanno issato la bandiera gialloblù a Pokrovsk per negare la presa della città da parte dei soldati russi. La foto-simbolo ucraina è stata, però, scattata appositamente per la Bbc, in una dinamica che mette in luce la resistenza ma anche le difficoltà dell’esercito di Kiev: il comandante del reggimento d’assalto Skala, per dimostrare che la parte Nord di Pokrovsk non è sotto il controllo russo, ha chiesto a due soldati di uscire velocemente da un edificio in cui erano nascosti per sventolare la bandiera, prima di tornare subito al riparo.
Quel che è certo è che Mosca continua ad avanzare: il capo di stato maggiore dell’esercito russo, Valery Gerasimov, ha comunicato la conquista di tre centri abitati situati a Est di Pokrovsk: Rivne, Rog e Gnatovka. Parlando della presa dei territori e delle reazioni della popolazione ucraina, il presidente russo, Vladimir Putin, ha dichiarato: «I civili che non lasciano le città nella zona dell’operazione militare speciale accolgono i soldati russi con le parole “vi stavamo aspettando”». A essere presa di mira dalle forze russe è, poi, la città di Myrnohrad, sempre nel distretto di Pokrovsk: «Il presidente ha ordinato la sconfitta delle forze ucraine a Myrnohrad», ha annunciato Gerasimov, aggiungendo che già «il 30% degli edifici nella zona» è controllato dai russi. Tra l’altro, il militare ha dato ordini per proseguire l’avanzata verso la regione di Dnipropetrovsk, con l’obiettivo di creare una zona di sicurezza per le regioni annesse di Kherson, Donetsk, Luhansk e Zaporizhzhia. In quest’ultimo oblast, l’attenzione di Mosca si concentra su Huliaipole. A rivelarlo è il portavoce ucraino delle Forze di difesa del Sud, Vladyslav Voloshyn, che ha ammesso: «Il nemico sta cercando principalmente di isolare Huliaipole dalle vie logistiche e di accerchiarla da Est e Nord-Est».
Oltre ai combattimenti sul campo, i raid russi hanno bersagliato le infrastrutture energetiche ucraine, lasciando metà degli abitanti di Kiev di nuovo senza elettricità. Per far fronte all’emergenza, oggi è previsto un calendario di interruzioni di corrente programmate in tutto il Paese. E l’amministratore delegato di Naftogaz, Sergiy Koretsky, ha già lanciato un avvertimento al popolo ucraino: «Sarà sicuramente l’inverno più duro». Ha, infatti, spiegato all’Afp che «la distruzione e le perdite della produzione di gas ucraine sono significative. E il ripristino della produzione richiederà molto tempo».
Dall’altra parte, mentre Mosca ha intercettato e abbattuto 121 droni di Kiev, Putin, consegnando le medaglie d’oro ai militari che si sono distinti sul campo, ha rispolverato «l’inseparabilità della storia millenaria» della Russia dal suo destino. Ammettendo «un momento difficile», il leader del Cremlino ha sentenziato che «il Paese è ancora una volta convinto di quanto siano forti le tradizioni della gloria militare».
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Donald Trump (Ansa)
Oltreoceano, la riserva di credito di cui gode il capo della resistenza si sta esaurendo. Donald Trump, in un’intervista a Politico, nella quale ha attaccato i «deboli» leader dell’Ue, ha liquidato anche Zelensky, invocando il ritorno alle urne nel Paese invaso: «Sì, penso che sia il momento», ha detto. I dirigenti ucraini, ha aggiunto il tycoon, «stanno usando la guerra come pretesto per non tenere elezioni, ma penso che il popolo dovrebbe avere questa scelta. E forse Zelensky vincerebbe. Non so chi vincerebbe. Ma non hanno elezioni da molto tempo. Parlano di democrazia, ma si arriva a un punto in cui non è più una democrazia». Il presidente ucraino, a Repubblica, ha assicurato di essere «sempre pronto» al voto. L’uomo della Casa Bianca ha ricordato che i soldati di Kiev «hanno perso territorio molto prima che io arrivassi. Hanno perso un’intera fascia costiera, una grande fascia costiera. Io sono qui da dieci mesi, ma se torniamo indietro di dieci mesi e diamo un’occhiata, hanno perso tutta quella fascia. Ora è una fascia più grande, una fascia più ampia. Ma hanno perso molto territorio e anche territorio buono. Di certo non si può dire che sia una vittoria». Per Trump, il suo omologo deve accettare la situazione.
Può darsi che il tycoon non conosca la geografia (ha dichiarato che la Crimea è circondata dall’oceano). Ma sulla storia ha ragione da vendere. Le cose, com’è già accaduto nel recente passato, potrebbero peggiorare: se si fosse cercata una soluzione negoziale a marzo 2022, le perdite per l’Ucraina sarebbero state minori; idem, se si fosse tentato di tirare una linea dopo il fiasco della controffensiva del 2023; adesso, mentre sta conquistando avamposti strategici nel Donbass, è logico che Mosca indugi e cerchi di massimizzare i propri guadagni in sede politica. Il tempo è una variabile che gioca a sfavore della resistenza. «I colloqui ora coinvolgono gli Stati Uniti e Kiev», hanno tagliato corto dal Cremlino. «Siamo in attesa dell’esito di queste discussioni».
Il presidente americano, nella conversazione pubblicata ieri da Politico, ha ridimensionato pure le ambizioni ucraine di aderire alla Nato. L’idea degli europei era che l’ingresso di Kiev nell’Alleanza non andasse proibito per Costituzione, bensì dovesse essere rinviato a quando ci sarebbe stato il consenso unanime nell’organizzazione. Mai, probabilmente. Trump ha ribadito che esisteva una tacita intesa, per cui l’Ucraina sarebbe rimasta neutrale, già prima che Vladimir Putin ne facesse una questione esistenziale: «È sempre stato così», ha spiegato The Donald, «ora hanno iniziato a insistere». Lo scenario peggiore sarebbe quello in cui al contentino si dovesse sovrapporre il disimpegno Usa: ci ritroveremmo sul groppone i nemici dello zar, con una Nato privata del sostegno incondizionato degli statunitensi. Intanto, paghiamo Washington per dare a Kiev e «l’Europa viene distrutta»: Trump ci ha sbattuto in faccia il nostro masochismo e si è concesso uno sberleffo, parlando della Nato che lo chiama «papino».
Le élite di Bruxelles appaiono in trappola: scommettono sulla prosecuzione delle ostilità, perché sono ai margini della ridefinizione postbellica dell’architettura di sicurezza del continente. In più, l’Ue ha investito troppi soldi e troppa retorica nella causa. Pertanto, deve aggrapparsi alla minaccia dell’invasione di Putin, che il commissario alla Difesa, Andrius Kubilius, considera addirittura «inevitabile» se l’Ucraina si arrende. Spauracchio agitato per imporre la trovata suicida del prestito di riparazione, finanziato dagli asset russi ma in realtà coperto dai miliardi degli Stati membri. Da questo punto di vista, l’opposizione al piano Trump è stata un autogol: in quel documento era indicata l’unica modalità per l’utilizzo delle risorse congelate, da investire nella ricostruzione delle regioni distrutte dalle bombe, sulla quale Mosca poteva concordare. L’Ue ha rispedito il pacchetto al mittente e adesso, con in mano un conto mostruoso da saldare, i suoi portavoce si vantano perché decidere il destino di quei fondi «richiede effettivamente discussione con l’Ue». L’Italia dovrebbe impegnare 25 miliardi, la Francia 34, la Germania 51, solo per dimostrare che l’Europa esiste. Il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha annunciato che il vertice del 18 dicembre durerà anche tre giorni, se necessari a sbloccare il dossier. «Non faremo in Ucraina quello che altri hanno fatto in Afghanistan», ha tuonato il portoghese. Il ritiro delle truppe Usa fu opera di Joe Biden. Noi, furbi, il nuovo Afghanistan lo vogliamo rendere eterno...
Dietro la solidarietà europea, comunque, si nasconde l’opportunismo. Kaja Kallas, ieri, ha gettato il velo: «Il costo del sostegno all’Ucraina», ha osservato, «impallidisce rispetto a quello che dovremmo spendere per una guerra su vasca scala nell’Unione europea». Tradotto: è meglio spedire in trincea gli alleati, affinché tengano impegnati i russi. Non è lo stesso cinismo, la stessa logica dello Stato cuscinetto di cui ragiona lo zar?
A smascherare le fumisterie dei leader Ue ci ha pensato sempre Trump: «Parlano ma non producono», ha commentato. «E la guerra continua ad andare avanti e avanti». Per suggellare l’umiliazione, la testata che lo ha intervistato ci ha messo del suo: secondo Politico, per trovare l’uomo più potente d’Europa bisogna entrare nello Studio ovale.
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Volodymyr Zelensky e Giorgia Meloni (Ansa)
Il tour europeo di Volodymyr Zelensky è passato anche dall’Italia. Ieri, il presidente ucraino era infatti a Roma, dove, nel pomeriggio, è stato ricevuto per un’ora e mezza a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni.
«Nel corso dell’incontro, i due leader hanno analizzato lo stato di avanzamento del processo negoziale e condiviso i prossimi passi da compiere per il raggiungimento di una pace giusta e duratura per l’Ucraina», recita una nota di Palazzo Chigi. «I due leader hanno inoltre ricordato l’importanza dell’unità di vedute tra partner europei e americani e del contributo europeo a soluzioni che avranno ripercussioni sulla sicurezza del continente», prosegue il comunicato, secondo cui i due leader hanno anche discusso delle garanzie di sicurezza per Kiev. «Ho incontrato la presidente del Consiglio dei ministri italiana Giorgia Meloni a Roma. Abbiamo avuto un ottimo colloquio, molto approfondito su tutti gli aspetti della situazione diplomatica. Apprezziamo il fatto che l’Italia sia attiva nella ricerca di idee efficaci e nella definizione di misure per avvicinare la pace», ha dichiarato il presidente ucraino al termine del bilaterale. «Ho informato il presidente del lavoro del nostro team negoziale e del coordinamento diplomatico», ha proseguito Zelensky, per poi aggiungere: «Contiamo molto sul sostegno italiano anche in futuro: è importante per l’Ucraina. Vorrei ringraziare in modo particolare per il pacchetto di sostegno energetico e le attrezzature necessarie».
Sempre ieri, in mattinata, il presidente ucraino è stato ricevuto a Castel Gandolfo da Leone XIV, in quello che è stato il secondo incontro tra i due. «Durante il cordiale colloquio, il quale ha avuto al centro la guerra in Ucraina, il Santo Padre ha ribadito la necessità di continuare il dialogo e rinnovato il pressante auspicio che le iniziative diplomatiche in corso possano portare ad una pace giusta e duratura», recita una nota della Santa Sede. «Inoltre, non è mancato il riferimento alla questione dei prigionieri di guerra e alla necessità di assicurare il ritorno dei bambini ucraini alle loro famiglie», si legge ancora. «L’Ucraina apprezza profondamente tutto il sostegno di Sua Santità Leone XIV e della Santa Sede», ha affermato, dal canto suo, Zelensky. «Durante l’udienza di oggi con Sua Santità, l’ho ringraziato per le sue costanti preghiere a favore dell’Ucraina e del popolo ucraino, nonché per i suoi appelli a favore di una pace giusta. Ho informato il papa degli sforzi diplomatici con gli Stati Uniti per raggiungere la pace. Abbiamo discusso di ulteriori azioni e della mediazione del Vaticano volta a restituire i nostri figli rapiti dalla Russia», ha aggiunto. «Ho invitato il papa a visitare l’Ucraina. Questo sarebbe un forte segnale di sostegno al nostro popolo», ha concluso il presidente ucraino.
Ricordiamo che, lunedì, Zelensky aveva incontrato a Londra Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz. Sempre lunedì, il presidente ucraino si era inoltre visto a Bruxelles con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, in un meeting a cui avevano partecipato anche il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa.
Il tour europeo del presidente ucraino è avvenuto in un momento particolarmente delicato per lui. Innanzitutto, il diretto interessato è indebolito dallo scandalo che ha recentemente investito Andrii Yermak: proprio ieri, secondo il Kyiv Independent, Zelensky avrebbe individuato la rosa di nomi da cui sceglierà il suo successore come capo dell’Ufficio presidenziale di Kiev (dal direttore dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, al ministro della Difesa, Denys Shmyhal). La caduta di Yermak ha fiaccato il potere negoziale del leader ucraino, mentre da Washington continuano ad arrivare pressioni affinché si tengano presto delle elezioni presidenziali in Ucraina. «Sono sempre pronto alle elezioni», ha detto ieri Zelensky, rispondendo indirettamente a Donald Trump che, parlando con Politico, era tornato a chiedere una nuova consultazione elettorale.
E qui arriviamo al secondo nodo. I rapporti tra Zelensky e la Casa Bianca sono tornati a farsi tesi. Nei giorni scorsi, il presidente americano si è infatti detto «deluso» dall’omologo ucraino. «Devo dire che sono un po’ deluso dal fatto che il presidente Zelensky non abbia ancora letto la proposta di pace, era solo poche ore fa», aveva detto Trump. A questo si aggiunga che, sempre negli ultimi giorni, l’inquilino della Casa Bianca ha criticato notevolmente l’Europa. «L’Europa non sta facendo un buon lavoro sotto molti aspetti», ha per esempio affermato nella sua recente intervista a Politico. Se da una parte cerca la sponda europea come copertura politica davanti alle tensioni tra Kiev e Washington, Zelensky non può però al contempo ignorare le fibrillazioni che si registrano tra gli Stati Uniti e il Vecchio Continente. È quindi probabilmente anche in questo senso che va letta la visita romana del presidente ucraino. In altre parole, non si può escludere che Zelensky punti a far leva sui solidi rapporti che intercorrono tra Trump e la Meloni per cercare di riportare (almeno in parte) il sereno nelle sue relazioni con la Casa Bianca. In tal senso, non va trascurato l’impegno profuso dall’inquilina di Palazzo Chigi volto a preservare la stabilità dei legami transatlantici: un impegno che la Meloni ha sempre portato avanti in netto contrasto con la linea di Macron.
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