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2025-03-13
Il caso di Garlasco smaschera l’Anm. La riforma Nordio non intralcia i pm
Cesare Parodi, presidente dell'Anm (Imagoeconomica)
Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.
Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.
Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.
Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione.
Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.
L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.
Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio
Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio.
La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua».
Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio.
Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo».
Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni».
«Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
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Per l’Associazione, il testo impedisce agli inquirenti di cercare prove a discolpa del reo. La vicenda di Stasi dimostra, però, che questo avviene già. I magistrati urlano per conservare l’insindacabilità del loro operato.Il test del Dna su Sempio, sospettato di concorso nell’omicidio di Chiara Poggi verrà eseguito in modo coattivo. Confronto tra le impronte delle sue scarpe e quelle trovate nella casa.Lo speciale contiene due articoli.Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione. Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/garlasco-anm-parodi-2671322909.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-ce-lesame-del-dna-per-sempio" data-post-id="2671322909" data-published-at="1741870611" data-use-pagination="False"> Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio. La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua». Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio. Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo». Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni». «Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
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Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
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Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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