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2025-03-13
Il caso di Garlasco smaschera l’Anm. La riforma Nordio non intralcia i pm
Cesare Parodi, presidente dell'Anm (Imagoeconomica)
Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.
Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.
Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.
Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione.
Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.
L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.
Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio
Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio.
La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua».
Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio.
Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo».
Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni».
«Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
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Per l’Associazione, il testo impedisce agli inquirenti di cercare prove a discolpa del reo. La vicenda di Stasi dimostra, però, che questo avviene già. I magistrati urlano per conservare l’insindacabilità del loro operato.Il test del Dna su Sempio, sospettato di concorso nell’omicidio di Chiara Poggi verrà eseguito in modo coattivo. Confronto tra le impronte delle sue scarpe e quelle trovate nella casa.Lo speciale contiene due articoli.Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione. Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/garlasco-anm-parodi-2671322909.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-ce-lesame-del-dna-per-sempio" data-post-id="2671322909" data-published-at="1741870611" data-use-pagination="False"> Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio. La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua». Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio. Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo». Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni». «Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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