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2025-03-13
Il caso di Garlasco smaschera l’Anm. La riforma Nordio non intralcia i pm
Cesare Parodi, presidente dell'Anm (Imagoeconomica)
Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.
Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.
Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.
Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione.
Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.
L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.
Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio
Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio.
La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua».
Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio.
Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo».
Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni».
«Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
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Per l’Associazione, il testo impedisce agli inquirenti di cercare prove a discolpa del reo. La vicenda di Stasi dimostra, però, che questo avviene già. I magistrati urlano per conservare l’insindacabilità del loro operato.Il test del Dna su Sempio, sospettato di concorso nell’omicidio di Chiara Poggi verrà eseguito in modo coattivo. Confronto tra le impronte delle sue scarpe e quelle trovate nella casa.Lo speciale contiene due articoli.Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione. Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/garlasco-anm-parodi-2671322909.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-ce-lesame-del-dna-per-sempio" data-post-id="2671322909" data-published-at="1741870611" data-use-pagination="False"> Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio. La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua». Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio. Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo». Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni». «Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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Il presidente Usa Donald Trump è atterrato a Pechino per un vertice con Xi Jinping. Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina da quasi un decennio, in un incontro volto a ridurre le tensioni tra le due superpotenze.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato a Pechino, dove è atteso per un vertice di alto profilo con il leader cinese Xi Jinping. L’incontro si inserisce in un contesto di forti tensioni tra Washington e Pechino e punta ad avviare un confronto diretto tra le due principali potenze globali.
Si tratta della prima visita di un presidente americano in Cina dopo quasi dieci anni, un passaggio considerato significativo sul piano diplomatico. Trump è atterrato all’aeroporto internazionale della capitale cinese a bordo dell’Air Force One, dando così avvio a una missione osservata con grande attenzione dalla comunità internazionale. All’arrivo a Pechino, Trump è stato accolto dal vice presidente cinese Han Zheng in una cerimonia sulla pista dell’aeroporto, tra tappeto rosso, saluti ufficiali e la presenza di una delegazione di bambini. Subito dopo lo sbarco dall’Air Force One, il tycoon ha stretto la mano al suo omologo cinese e ha ricevuto un omaggio floreale prima di salire sulla limousine presidenziale.
Sul piano geopolitico, da Pechino è arrivato un messaggio di apertura alla collaborazione: il ministero degli Esteri ha parlato di una volontà di «gestire le divergenze e ampliare la cooperazione» con Washington. Un clima che si inserisce in un contesto internazionale teso, segnato anche dalle dichiarazioni provenienti dall’Iran, dove un portavoce militare ha ipotizzato un possibile aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 90% in caso di nuova escalation. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate dai media statunitensi, inoltre, l’amministrazione americana starebbe valutando nuove opzioni operative in caso di fallimento delle attuali trattative, con l’ipotesi di una ridefinizione delle operazioni militari legate allo scenario iraniano. Sullo sfondo, l’agenda della visita di Trump a Pechino include anche colloqui sul Medio Oriente e sulla questione di Taiwan, dossier centrali nei rapporti tra le due superpotenze.
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Friedrich Merz (Ansa)
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
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Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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