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2025-03-13
Il caso di Garlasco smaschera l’Anm. La riforma Nordio non intralcia i pm
Cesare Parodi, presidente dell'Anm (Imagoeconomica)
Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.
Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.
Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.
Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione.
Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.
L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.
Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio
Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio.
La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua».
Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio.
Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo».
Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni».
«Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
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Per l’Associazione, il testo impedisce agli inquirenti di cercare prove a discolpa del reo. La vicenda di Stasi dimostra, però, che questo avviene già. I magistrati urlano per conservare l’insindacabilità del loro operato.Il test del Dna su Sempio, sospettato di concorso nell’omicidio di Chiara Poggi verrà eseguito in modo coattivo. Confronto tra le impronte delle sue scarpe e quelle trovate nella casa.Lo speciale contiene due articoli.Il caso di Garlasco, ma forse anche quello dei due coniugi Rosa e Olindo Bazzi, che stanno in cella per un crimine - la cosiddetta strage di Erba - infinitamente più grande delle loro modeste personalità, viene ad agitare le acque attorno alla riforma portata avanti con costanza e coraggio dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio.L’Associazione nazionale magistrati, che dovrebbe avere uguale coraggio e uscire dall’ambiguità costituendosi non come luogo di confronto di cultura e politica giuridica ma come corporazione non dissimile da quelle immaginate da Benito Mussolini per imporre a una maggioranza di soggetti le pulsioni militati di una minoranza, si trincera dietro l’intangibilità della figura e della funzione del pubblico ministero, continua a opporvisi in maniera acritica. Di fronte alla possibile carcerazione ingiusta di Alberto Stasi, come già dei 32 anni sottratti alla vita di Beniamino Zuncheddu che per ora non ha visto un euro di risarcimento e nessuno ha pensato di candidare per non dispiacere alle toghe mentre si fanno ponti d’oro a Ilaria Salis, sarebbe il caso che l’Anm avviasse una riflessione interna e comprendesse che le sue supposte ragioni di opposizione alla riforma sono fragili come una condanna senza prove.Tre sono state via via le argomentazioni messe sul tavolo da Cesare Parodi che rappresenta l’Anm, ma non tutto l’ordine giudiziario. La prima è: la politica vuole assoggettare le Procure e, dunque, la pubblica accusa a sé medesima. Si è dovuto accorgere che, a parte qualche frangia nostalgica di quel disastro democratico che fu Mani pulite e qualche ultras della manetta, nessuno lo ha seguito viste che in nessuna riga del testo di Carlo Nordio c’è neppure il più vago accenno a ciò. Che, peraltro, non sarebbe un delitto di lesa maestà atteso che anche in Paesi di civil law - Germania, Olanda, Polonia, Austria tanto per stare in Europa - i titolari della pubblica accusa sono funzionari del ministero di Giustizia e non appartenenti alla magistratura.Ciò che l’Anm fatica a comprendere è che avendo con la riforma Pisapia-Vassalli indirizzato il processo penale in direzione accusatoria e, dunque, più vicino all’architettura anglosassone di common law, il «prosecutor» in quanto parte in causa non può mantenere il privilegio della insindacabilità a maggior ragione se saldato all’obbligatorietà dell’azione penale. E, infatti, non v’è Paese di common law dove l’accusa non sia esercitata da un non magistrato. La seconda obiezione, essendo manifestamente infondata la prima, che agita l’Anm è che al pm sarebbero sottratti il controllo e la direzione della polizia giudiziaria. È di tutta evidenza che non è così nel testo della riforma Nordio, ma anche qui: se si vuole il processo accusatorio, non si capisce perché il pm dovrebbe avere più strumenti della difesa e, soprattutto, perché le indagini di Pg sono solo indirizzate a corroborare l’accusa. Il caso di Stasi è esemplare: il biondino dagli occhi di ghiaccio, come lo hanno definito, è il bravo ragazzo da incolpare per soddisfare l’invidia sociale, su di lui vanno costruite o ricercate le prove obbedendo al principio «non può essere che lui». Ragionamento che vale anche per Rosa e Olindo, interpreti perfetti dell’ipotesi accusatoria. Ma un conto è stare dentro il disegno del pm e un conto è essere i veri autori del reato.Terzo argomento usato dalla corporazione delle toghe: si costringe il pm a non cercare più prove a discolpa del presunto reo. L’Anm ha fatto di Piercamillo Davigo, ex magistrato ora pregiudicato, un idolo che ha sostenuto «Non ci sono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti». Proprio il caso di Alberto Stasi dimostra che non è (quasi) mai così. Se non vi fosse stata la difesa che ha svolto indagini proprie - peraltro costose e, dunque, salta anche il «sacro» principio della legge uguale per tutti - in questi dieci anni trascorsi dal giovane dottore cum laude in giurisprudenza in galera, quel processo si sarebbe concluso con una sentenza passata in giudicato in base al principio: se non lui, chi altro? Nel nostro Codice di procedura penale, l’articolo 533 dispone che «la condanna si pronuncia se l’imputato risulta colpevole del reato contestato al di là di ogni ragionevole dubbio». Il ragionevole dubbio postula che vi sia anche una ricerca alternativa delle responsabilità come stabilito dalla Cassazione. Si può ritenere che un pm soddisfatto da una condanna cerchi le prove alternative? È un film da Oscar, ma non la realtà! Il caso Stasi sta a dimostrare che i pm non hanno cercato prove a discarico dell’accusato, non hanno usato bene la polizia giudiziaria - casi recenti, come quelli di Liliana Resinovich o di Pierina Paganelli che stanno nutrendo i salotti televisivi in giallo o in nero, dimostrano come le indagini possano esser fallaci - e si sono condotti come se il processo fosse inquisitorio. A conferma che l’Anm vuole congelare lo status quo e che ha ragione Carlo Nordio a sostenere: la riforma serve ad affermare la terzietà del giudicante e la parità delle parti.L’intangibilità del pm proclamata è, nella pratica, l’insindacabilità della sua azione. Anche quando è manifestamente fallace. Non si capisce perché l’Anm non rivolga la sua attenzione democratica alla necessità di smontare il codice penale che resta innervato dei giudizi di valore del fascismo e su cui i pm fondano il loro potere accusatorio. Le mancate indagini a Garlasco dimostrano soprattutto che alcune Procure, in questo Paese, sono orientate a un bieco conservatorismo. Per loro una Stasi esiste, ma è quella che, nella Germania comunista, schiacciava gli oppositori, gestione delle carceri speciali compresa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/garlasco-anm-parodi-2671322909.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="oggi-ce-lesame-del-dna-per-sempio" data-post-id="2671322909" data-published-at="1741870611" data-use-pagination="False"> Oggi c’è l’esame del Dna per Sempio Tutto riparte da una consulenza, una di quelle che fanno saltare i tasselli di un puzzle che sembrava già completato. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, i genetisti Lutz Roewer e Ugo Ricci, sostengono che il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi durante l’autopsia sia «leggibilissimo» e compatibile con quello di Andrea Sempio (19 anni all’epoca dell’omicidio, oggi 37), amico di Marco, il fratello di Chiara, già indagato otto anni fa in un’inchiesta lampo (durò tre mesi) e ora iscritto dai magistrati della Procura di Pavia per concorso in omicidio. La nebbia investigativa di quei giorni d’estate del 2007 non sembra essersi mai diradata. E toccherà alla nuova inchiesta rimettere le cose a posto. Oggi, su disposizione del giudice per le indagini preliminari di Pavia, che ha riaperto ufficialmente il fascicolo dopo un’ordinanza della Cassazione che ha bocciato i due «no» del gip, Sempio verrà sottoposto all’esame coatto del Dna (perché si è opposto al prelievo orale spontaneo) e dovrà presentarsi nei laboratori del Raggruppamento scientifico dei carabinieri di Milano con il suo difensore, l’avvocato Massimo Lovati. Il Dna di Sempio fu prelevato da una bottiglietta d’acqua, da una tazzina da caffè e da un cucchiaino prelevati in un bar da Luca Antonio Tartaglia, ex dipendente del ministero dell’Interno, socio-fondatore e manager di agenzie private d’intelligence e di sicurezza in affari con la banda di via Pattari. Nel fascicolo sui dossieraggi di Equalize compare una intercettazione: «È andato (Targaglia, ndr) dall’avvocato che ha difeso Stasi (lo studio Giarda, ndr), dove la prova l’ha invalidata», diceva intercettato Samuele Calamucci, l’hacker di fiducia della Equalize. «Siccome si crede Csi, aveva preso il bicchiere dove ha bevuto questo qua». Per Calamucci, se la raccolta fosse stata effettuata secondo le regole, «Stasi poteva essere fuori di carcere». Un colpo di scena dopo l’altro, come in un romanzo noir, ma qui non c’è finzione. Ci sono solo domande che si rincorrono da 17 anni e una verità che, per colpa di quegli incagli che i giudici non sono riusciti a superare, è rimasta sepolta sotto strati di ipotesi e probabili errori. Il nuovo tentativo del pm Valentina De Stefano e del procuratore aggiunto Stefano Civardi, oltre all’esame del Dna, prevede il confronto ufficiale dell’impronta di Sempio con quelle repertate nella villetta di Garlasco. Sempio aveva dichiarato in tv di calzare un 44, mentre le orme repertate sono di una scarpa 42, compatibile con il piede di Stasi. E questo sembra essere il secondo bug investigativo da colmare. Che fa il paio con la comparazione delle impronte digitali. Sul dispenser del sapone repertato nel bagno in cui l’assassino, secondo le ricostruzioni ufficiali, si sarebbe lavato le mani, erano state esaltate delle impronte papillari. Ma a nessuno venne in mente di verificarne l’eventuale compatibilità con quelle di Sempio. Che all’epoca fornì un alibi per il giorno del delitto, esibendo il ticket di un parcheggio di Vigevano. Pare che lo scontrino, però, non contenesse la targa dell’auto. E nessuno si chiese, inoltre, perché il ragazzo avesse conservato per tutto quel tempo lo scontrino di un parcheggio. Infine c’è una delega ai carabinieri del Nucleo investigativo per la convocazione e l’ascolto di persone informate sui fatti per «ricostruire compiutamente le frequentazioni della vittima». Bisognerà anche riesaminare i vecchi verbali di Sempio, che fu sentito due volte dai carabinieri. La prima la mattina del 18 agosto, ovvero cinque giorni dopo il delitto, poco prima dei funerali di Chiara. E la seconda il 4 ottobre, per alcune telefonate fatte dal suo cellulare a casa Poggi. Tutte chiamate brevissime, rispettivamente di dieci, due e 21 secondi. Ma se per la prima chiamata è verosimile che Sempio abbia parlato con Marco, la seconda e la terza si collocano in un momento in cui il fratello di Chiara e i genitori erano già partiti per le vacanze in Trentino, il 5 agosto. Un legame tra Chiara e Sempio, però, non è mai stato dimostrato. E per questo i pm hanno previsto di interrogarlo. «È pronto», afferma il suo difensore, che aggiunge: «Sta male e sto male anche io con lui perché non capiamo cosa stia accadendo». Ieri era il giorno del suo compleanno. E ha preferito non andare a lavoro. «Rischia il posto», afferma l’avvocato, «perché lavora a contatto con il pubblico ed è esposto». La verità corre ora su un filo sottile: se esiste un altro assassino probabilmente Stasi è una vittima della giustizia ma se Sempio, dopo questa nuova inchiesta, dovesse risultare estraneo, allora sarà lui ad aver subito un’ingiustizia. Di certo, fanno sapere i legali di Stasi, gli avvocati Antonio De Renzis e Giada Bocellari, ci sarebbe «l’intenzione di chiedere a Brescia la revisione della condanna a 16 anni». «Ho sempre creduto nell’innocenza di Stasi», ha detto ieri Raffaele Sollecito, arrestato e processato per l’omicidio di Meredith Kercher a Perugia e assolto in appello (si era sempre proclamato innocente): «Gli ho anche scritto una lettera in carcere, perché mi rivedo in quella vicenda, pure sotto alle unghie di Meredith c’erano dei capelli e venne individuata una macchia di sostanza organica ma mai analizzata».
Ecco il contenuto della rigidissima ordinanza con cui il tribunale dei minori dell'Aquila hanno stabilito che mamma Catherine debba essere separata dai suoi tre figli.
La vittoria di Paolo Ioriatti e Orietta Bertò, in gara contro la Corea del Sud nel doppio misto curling in carrozzina che ha inaugurato il programma delle gare paralimpiche di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Questa sera alle 20 l’Arena di Verona apre ufficialmente i Giochi paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026. Dopo le Olimpiadi di febbraio, l’Italia torna al centro dello sport mondiale con la cerimonia inaugurale che darà il via a dieci giorni di gare, fino al 15 marzo.
Lo spettacolo, intitolato Life in Motion, trasformerà l’antico anfiteatro romano in una grande arena paralimpica. Sul palco si alterneranno musica, performance artistiche e tecnologia per raccontare il valore dello sport paralimpico e il percorso degli atleti che arrivano a questi Giochi dopo anni di preparazione. Tra gli ospiti annunciati figurano Stewart Copeland, storico batterista dei Police, il compositore e producer Dardust – autore anche dell’inno ufficiale –, il trio italiano Meduza e la cantante Mimì Caruso, rivelazione di X Factor 2024. In scena anche il dj Miky Bionic, noto per esibirsi utilizzando una protesi mioelettrica.
Per la prima volta una cerimonia di apertura paralimpica si svolge in un sito riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco. L’Arena, che poche settimane fa ha ospitato anche la chiusura delle Olimpiadi invernali, torna così al centro dell’evento. In tribuna sono attesi il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme al presidente della Camera Lorenzo Fontana, al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana e alle autorità locali guidate dal sindaco di Verona Damiano Tommasi.
Nel pomeriggio la città ha accolto anche la Fiamma paralimpica, arrivata in Veneto dopo un percorso che ha toccato diverse località tra cui Castelfranco Veneto, Asolo, Bassano del Grappa, Thiene, Vicenza e Padova. Il passaggio della torcia attraverserà il centro storico prima di concludersi con gli appuntamenti ufficiali legati alla cerimonia.
Quella che si apre oggi è l’edizione paralimpica con il maggior numero di atleti nella storia dei Giochi invernali: saranno 655 i partecipanti provenienti da tutto il mondo, impegnati in 79 gare per l’assegnazione delle medaglie. Le competizioni saranno distribuite in sei discipline, con il para sci nordico e il para sci alpino tra gli sport più rappresentati.
Per il governo e le istituzioni italiane l’evento rappresenta anche un momento simbolico. «I Giochi paralimpici Milano-Cortina 2026 rappresentano un’occasione storica, un momento di straordinaria importanza sportiva, istituzionale e culturale per il nostro Paese», ha dichiarato il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli. «È un evento che celebra il talento, la determinazione e la forza di tanti atleti e dimostra quanto lo sport possa essere uno strumento di inclusione e partecipazione». Un messaggio simile arriva anche dal presidente della Regione Veneto Alberto Stefani, che ha voluto sottolineare il valore umano prima ancora di quello agonistico della manifestazione. «A tutte le ragazze e i ragazzi che renderanno specialissimi questi giorni di gare invio il mio più caloroso benvenuto», ha detto. «Tre medaglie per disciplina finiranno sul podio, ma per noi tutti i 655 atleti sono già campioni».
Le Paralimpiadi non sono soltanto un evento sportivo. Per i territori coinvolti rappresentano anche un’occasione per rafforzare infrastrutture, turismo e accessibilità. Negli ultimi anni il movimento paralimpico ha mostrato una crescita costante, contribuendo a far avvicinare sempre più persone con disabilità alla pratica sportiva. Secondo le stime diffuse in occasione dei Giochi, manifestazioni di questa portata possono aumentare fino al 25% la partecipazione allo sport tra le persone con disabilità nei territori interessati.
Intanto le competizioni sono già iniziate con il wheelchair curling doppio misto. Per l’Italia sono arrivate due partite combattute ma senza vittoria: prima la sconfitta contro la Cina all’extra end e poi quella contro il Giappone per 6-5. «La Cina è una squadra molto forte e abbiamo giocato alla pari», ha commentato l’azzurro Paolo Ioriatti dopo il match. «Siamo rimasti in partita fino alla fine». La cerimonia di questa sera aprirà ufficialmente il programma dei Giochi. Da domani si entrerà nel vivo delle gare, con gli atleti pronti a contendersi le medaglie sulle piste e sul ghiaccio tra Veneto, Lombardia e Trentino-Alto Adige.
Il programma e gli atleti azzurri in gara

Ansa
Il conto alla rovescia è finito: Milano e Cortina si preparano ad accogliere il mondo paralimpico. Dal 6 al 15 marzo, le piste, le arene e i centri sportivi del Nord Italia saranno il palcoscenico di sfide e imprese che raccontano talento, fatica e determinazione. Circa 660 atleti da 50 Paesi si confronteranno in sei discipline, dalle discese dello sci alpino al brivido del para ice hockey, dai tracciati del biathlon alle prove di snowboard e curling in carrozzina, in una lunga serie di gare che metteranno in mostra le capacità straordinarie di ogni protagonista.
Le competizioni si articolano su tre cluster principali. A Milano, nell’arena di Santa Giulia, si giocherà il torneo di para ice hockey, mentre a Cortina d’Ampezzo sono previsti sci alpino, snowboard e curling in carrozzina. In Val di Fiemme, al centro del fondo di Tesero, si disputeranno le gare di biathlon e sci di fondo.
Il calendario, come detto, si apre ufficialmente oggi con la cerimonia d’inaugurazione all’Arena di Verona e con le prime prove di sci alpino, biathlon e para ice hockey. Tuttavia, alcune gare, come il wheelchair curling, sono iniziate già mercoledì 4 marzo per consentire di completare tutti i round preliminari e le finali. La maggior parte delle finali sarà concentrata tra l’8 e il 13 marzo, con le ultime medaglie assegnate il 14 e il 15, prima della cerimonia di chiusura a Cortina.
La squadra italiana è presente in tutte e sei le discipline, guidata dai portabandiera Chiara Mazzel e René De Silvestro. In totale, il contingente azzurro comprende 42 atleti e quattro guide per lo sci alpino paralimpico. Tra gli esordienti figurano dodici nomi, pronti a confrontarsi con campioni di tutto il mondo.
Nel para ice hockey, l’Italia è inserita nel Gruppo A con Stati Uniti, Cina e Germania. Le prime due classificate accederanno alle semifinali, mentre le altre disputeranno i playoff per i piazzamenti. La squadra azzurra comprende tra gli altri Alessandro Andreoni, Gabriele Araudo, Nikko Landeros e Santino Stillitano, con la prima partita in programma il 7 marzo contro gli Stati Uniti. Nello sci alpino paralimpico gareggiano sette atleti italiani: Chiara Mazzel e Martina Vozza tra le donne, con Ylenia Sabidussi come guida, e Davide Bendotti, Renè De Silvestro, Federico Pelizzari, Luca Palla e Giacomo Bertagnolli tra gli uomini, affiancati dalla guida Andrea Ravelli. Le gare di discesa libera, super-G, combinata e slalom si svolgeranno tra il 7 e il 15 marzo. Cinque atleti italiani saranno impegnati nello snowboard paralimpico, con Riccardo Cardani, Jacopo Luchini, Davide Epis, Emanuel Perathoner e Paolo Priolo. Le prove di snowboard cross e banked slalom si svolgeranno dal 7 al 14 marzo. Il biathlon vede in gara Cristian Toninelli e Marco Pisani, mentre lo sci di fondo è rappresentato da sei atleti tra cui Michele Biglione e Giuseppe Romele, impegnati in sprint, distanze individuali e staffette. Il wheelchair curling vede sette italiani, tra cui Fabrizio Bich e Orietta Bertò, partecipare sia al torneo a squadre miste sia al doppio misto, quest’ultimo in programma per la prima volta nella storia dei Giochi.
In questa edizione dei Giochi, l’Italia conta su una delegazione completa, pronta a competere in tutte le specialità e a difendere il ruolo del Paese nel panorama paralimpico internazionale. I riflettori saranno puntati non solo sui risultati, ma anche sulla partecipazione record e sull’occasione di far conoscere a un pubblico più ampio lo sport paralimpico.
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Al centro, Giacomo Matteotti. Nel riquadro il suo articolo del 1919 su «Rivista penale» (Getty Images)
La sintesi del pensiero di Giacomo Matteotti in merito alla separazione delle carriere è tutta in un articolo di poche pagine apparso nel 1919 sulla «Rivista penale di dottrina, legislazione e giurisprudenza» diretta da Luigi Lucchini. Il deputato socialista e fine penalista prendeva le mosse da una critica all’ultima riforma del Codice di procedura penale entrata in vigore appena sei anni prima. Nel 1913 la riforma Finocchiaro Aprile aveva sostituito il vecchio codice del 1865, di fatto un adattamento del codice del Regno di Sardegna del 1859, nel quale le carriere delle parti giudicante e requirente erano unite e inserite in una rigida struttura gerarchico-burocratica.
Il pm dipendeva direttamente dal Ministero della Giustizia e i giudici e i pm potevano essere liberamente trasferiti o rimossi per volere dell’esecutivo. La riforma del 1913 cercò di mitigare l’impianto che affondava le proprie origini in era napoleonica con una serie di modifiche proprie del pensiero liberale, come l’istituzione del giudice istruttore per mitigare il palese svantaggio della difesa durante le fasi preliminari del processo penale. Tuttavia, sull’indipendenza delle parti dal potere politico l’intervento del 1913 fu solo di facciata, perché in sostanza lasciava la figura del pubblico ministero ancora legata all’influenza politica, nonostante l’introduzione di alcune formule (difesa del «bene comune» da parte del pm) che apparivano più come proclami che come realtà di fatto nelle fasi del processo penale.
La critica del Matteotti penalista, che si era formato con Alessandro Stoppato (giurista tra gli autori della riforma del 1913) mirava ad andare molto più in là di quelli che riteneva dei passi troppo timidi. La sua visione del sistema giuridico e dei protagonisti del processo penale erano una summa di garantismo molto avanzata per l’epoca. Matteotti partiva contestando la natura ancora «ibrida» dell’accusa rappresentata dal pubblico ministero, che si traduceva in un’istruttoria sbilanciata a evidente sfavore della difesa. Il fatto poi che parte requirente e giudicante mantenessero lo stesso iter nelle carriere, per il giurista di Fratta Polesine portava alla naturale creazione di una «casta», in quanto le due parti potevano essere influenzate da una sorta di «spirito di corpo» dovuto alla pregressa esperienza dei giudici come pm. Aggiungendo il fatto che l’influenza politica era ben radicata nelle due figure, Matteotti riteneva che il giudice dovesse essere totalmente separato dalla figura dell’accusa, per non far sì che il processo penale diventasse una «fabbrica delle condanne».
Chiarissime in merito sono le idee di Matteotti in questo passaggio dell’articolo del 1919:
«La divisione dei poteri su cui si fondano i moderni regimi costituzionali e la divisione delle funzioni, fra le quali anche la “funzione persecutiva” assegnata “agli organi esecutivi dello Stato”, permettono codesto apparente assurdo di uno Stato che è giudice e parte nel tempo stesso; fino a quando almeno sembreranno sufficienti quelle garanzie d’indipendenza di cui sono circondati gli organi di giustizia … organi sempre più autonomi» […]
Uno Stato giudice e parte allo stesso tempo era incompatibile con lo svolgimento di un giusto processo. L’influenza reciproca tra pm e giudice di fatto permaneva anche dopo la riforma liberale. Ed è questo l’aspetto più critico che già il titolo dell’articolo di Matteotti mirava a sottolineare. Il pm, descritto nella riforma del 1913 come super partes secondo formule che parevano non essere applicate de facto, era e continuava a essere, secondo l’autore, una «parte». Questa analisi, pur non negando il principio secondo cui il pm agisse per il bene collettivo, era funzionale a far risaltare la terzietà della figura del giudice, che doveva rimanere indipendente di fronte alle due parti e non influenzabile. La separazione delle carriere si inseriva in quanto strumento per garantire i principi che in seguito saranno inclusi nelle formule del «giusto processo» che Matteotti anticipò di molti anni.
Il garantismo di Matteotti e la sua visione del sistema giudiziario non trovarono spazio e furono oscurati dall’avvento del fascismo. Con le riforme Rocco (1930) e Grandi (1941) si tornò a una rigida unificazione delle carriere e al controllo gerarchico da parte dell’esecutivo. Anche dopo il 1948 e la nascita del Csm come organo di garanzia dell’autonomia della magistratura, le carriere di giudici e pm sono rimaste unite. Ai tempi di Matteotti, però, gli effetti del «processo mediatico» erano naturalmente sconosciuti. Il ruolo del pubblico ministero come protagonista dei media e diretto interlocutore del «popolo» spettatore non poteva essere allora immaginato da Matteotti. Tanto meno l’ondata giustizialista che seguì la stagione dei grandi processi in cui si è assistito a un rivolgimento delle parti, dove gli odierni sostenitori del «No» nel referendum sulla riforma Nordio forse dimenticano, additandone la natura «fascista», quanto il Matteotti giurista sostenne più di un secolo fa.
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Un video ricostruisce, sulla base delle analisi tecniche e delle perizie della Commissione parlamentare d’inchiesta, cosa potrebbe essere accaduto all’interno dell’ufficio di David Rossi nei momenti che hanno preceduto la caduta dalla finestra del suo ufficio nella sede di Banca Monte dei Paschi di Siena, a Rocca Salimbeni, il 6 marzo 2013.
Il video è stato diffuso in concomitanza con la visita della Commissione d’inchiesta a Siena. Si tratta di una ricostruzione realizzata a partire dagli elementi raccolti in questi mesi di lavoro: le lesioni riscontrate sul corpo, la posizione della finestra e gli ultimi movimenti ricostruiti dagli investigatori.
Un contributo che, secondo i consulenti della Commissione, il tenente del Ris Adolfo Gregori e il medico legale Robbi Manghi, avvalorerebbe la tesi dell’omicidio.