2023-04-30
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: a tavola dagli stellati
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La pubblicazione di Magnifica humanitas potrebbe contribuire ad alimentare il dibattito sull’Intelligenza artificiale che da tempo caratterizza il mondo Maga.
La settimana scorsa, Donald Trump ha improvvisamente rimandato la firma di un ordine esecutivo che avrebbe teoricamente dovuto introdurre delle regolamentazioni, per quanto blande, al settore dell’Ia. Secondo Politico, a convincerlo del passo indietro sarebbe stato il presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la tecnologia, David Sacks, il quale avrebbe fatto presente che eventuali limitazioni avrebbero indebolito gli Usa nella loro competizione con la Cina. Non è un mistero che Sacks sia legato a figure del settore ipertecnologico statunitense che, come Peter Thiel ed Elon Musk, guardano con ostilità alle regolamentazioni governative nel comparto dell’Ia. Regolamentazioni che il fondatore di Palantir da anni identifica come il regno di quell’Anticristo che, in nome dello slogan «pace e sicurezza», punterebbe a creare un mondo unificato e caratterizzato dalla stagnazione tecnologica.
Dall’altra parte, esiste però un pezzo dell’universo Maga che ha espresso timore per questo settore. A metà maggio, Steve Bannon, insieme a una sessantina di altri firmatari, ha inviato una lettera a Trump in cui si chiedeva l’introduzione di regole per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. «Sosteniamo le politiche proposte che prevedono test, valutazioni, verifiche e approvazioni governative obbligatorie per i sistemi di Intelligenza artificiale di frontiera potenzialmente pericolosi, prima del loro dispiegamento», recitava la missiva. È interessante notare come tra i firmatari della lettera figurassero anche vari pastori protestanti. Del resto, lo stesso Leone XIV, nella sua enciclica, ha auspicato dei paletti, scrivendo: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’Ia non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana».
Non a caso, ieri, testate statunitensi di vario orientamento - dal conservatore New York Post al liberal Washington Post - hanno sostenuto che l’enciclica vada letta come una sferzata tanto ai big della Silicon Valley quanto (almeno in parte) alla stessa amministrazione statunitense. Anche Nbc News ha affermato che il nuovo documento papale segnerebbe un «altro potenziale punto di attrito» tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Del resto, ampi settori del mondo cristiano temono una deriva improntata al transumanesimo: una deriva contro cui punta il dito la stessa Magnifica humanitas. Sotto questo aspetto, non va dimenticato che Trump, alle elezioni del 2024, ha vinto, conquistando sia il voto evangelico che la maggioranza di quello cattolico.
Il presidente americano deve quindi affrontare una tensione non di poco conto all’interno dell’universo Maga. Da una parte, il settore ipertecnologico tende ad arginare la regolamentazione dell’Ia in nome della competizione geopolitica con Pechino; dall’altra, i Maga più «tradizionalisti» puntano il dito contro i rischi legati all’Intelligenza artificiale: dalla questione della sorveglianza agli impatti sulla working class. A incarnare questo dilemma è soprattutto JD Vance. Il vicepresidente americano ha infatti mostrato finora una posizione articolata, se non ondivaga, sull’Ia. L’anno scorso criticò l’Ue per la regolamentazione del settore. Tuttavia, a febbraio, dichiarò: «Sono preoccupato per l’uso dell’Intelligenza artificiale da parte delle aziende per sorvegliare gli americani. Sono preoccupato per le violazioni della privacy, sono molto preoccupato per i pregiudizi politici». Vance è del resto assai vicino a Thiel. Tuttavia, la sua base elettorale è costituita da quei colletti blu della rust belt che temono gli impatti socioeconomici dell’Ia. Si tratta di un nodo che il vicepresidente è chiamato a sciogliere in fretta, anche in virtù delle sue ambizioni presidenziali in vista del 2028.
E attenzione: il dibattito sull’Ia nel trumpismo non riguarda soltanto il cristianesimo ma anche il libertarianism. Quest’ultimo è contrario alle regolamentazioni nel settore privato, ma risulta al contempo ostile agli impieghi governativi dell’Intelligenza artificiale: a partire dalla questione della sorveglianza e da quella del potenziamento degli apparati del Pentagono. Si tratta di un cortocircuito che era già emerso l’anno scorso, quando Musk, a seguito della rottura (poi ricomposta) con Trump, si era convinto a creare un partito, corteggiando parlamentari repubblicani di orientamento libertarian come Rand Paul e Tom Massie.
Insomma, l’attuale presidente americano potrebbe trovarsi davanti a un dilemma non così dissimile da quello davanti a cui si trovò Harry Truman con il Progetto Manhattan: un rompicapo che naviga tra politica interna, sicurezza nazionale, filosofia morale e finanche teologia.
Gli imperi, per loro natura, sono chiamati a dare il senso al destino di un’epoca. E questo senso non può trascendere la fondamentale tensione che si impone tra potere ed escatologia. Una tensione mai risolvibile definitivamente, ma da cui passa il discrimine tra catastrofe e salvezza. In quest’ottica, la dialettica, talvolta aspra, tra la Santa Sede e la Casa Bianca non è necessariamente infeconda, ma può contribuire a imprimere un orizzonte di significato al destino di quest’epoca, per scongiurare sia la mortificazione della dignità umana sia la tirannide mortifera che l’instaurazione di uno Stato universale inevitabilmente comporterebbe.
La trattativa sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp), cioè il bilancio a lungo termine dell’Unione europea, entra nel vivo.
Lunedì, prima del Consiglio Affari generali di ieri, 16 paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno presentato una dichiarazione congiunta per ridisegnare i contorni del prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Una mossa politica arrivata alla vigilia della riunione dei ministri per gli Affari europei.
Il Qfp è strutturato su cicli di sette anni e fissa i tetti massimi di spesa per le grandi categorie di politiche europee, come coesione territoriale, agricoltura, ricerca, difesa, infrastrutture. La Commissione ha presentato l’estate scorsa la sua proposta per il ciclo 2028-2034, per la cifra mostruosa di 1.900 miliardi di euro, con un aumento del 32% rispetto al precedente Qfp 2021-2027 che era di 1.200 miliardi di euro.
I 16 Paesi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Spagna, Croazia, Ungheria, Italia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia) si sono riuniti sotto il cappello informale degli «Amici della Coesione» per firmare una proposta che riguarda tre grandi voci comprese nel primo «pilastro» del Qfp, ossia la Politica di coesione (che finanzia infrastrutture nelle aree più povere dell’Ue), la Politica agricola comune e la Politica comune della pesca. Nella proposta della Commissione queste tre politiche sono le uniche a subire riduzioni in termini reali. I 16 chiedono invece un aumento degli stanziamenti per gli Stati membri, considerandole politiche «radicate nei Trattati». Attualmente coesione e agricoltura rappresentano circa il 60% del bilancio complessivo dell’Ue, ma nella proposta della Commissione la quota scenderebbe al 44%.
La seconda proposta riguarda la governance, su cui i 16 vogliono che la programmazione dei fondi resti «interamente responsabilità degli Stati membri». La critica in questo caso è verso i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato, che legano l’erogazione dei fondi a riforme europee, ricalcando la logica del Recovery Fund.
Le raccomandazioni europee, sostengono i firmatari, non devono «tradursi automaticamente in obblighi». Sul fronte delle entrate, la dichiarazione chiede di valutare «uno schema di rimborso più graduale» del debito contratto con Next Generation Eu e «nuovi strumenti di prestito congiunto» per finanziare investimenti strategici. In sostanza, nuovo debito comune europeo.
Su quest’ultimo aspetto la risposta tedesca era arrivata già ad aprile, allorché il cancelliere Friedrich Merz aveva dichiarato che né un maggiore indebitamento né l’emissione di bond europei sul mercato dei capitali sono «in discussione» da parte tedesca. Berlino è il maggiore contributore netto al bilancio Ue e si oppone sia all’allargamento del bilancio sia al debito condiviso, e non a caso. Il governo Merz è pressato a destra dall’ascesa elettorale dell’AfD, mentre nella famiglia politica moderata la Csu bavarese si sta agitando molto. Peraltro, il debito comune non è previsto dagli attuali trattati e introdurlo richiederebbe la modifica degli stessi, con anni di negoziati che nessuno vuole.
Il comunicato stampa del Consiglio Affari generali di ieri non fa menzione della dichiarazione degli «Amici della Coesione» e si limita a descrivere la proposta di Qfp della Commissione, che comprende i Piani di partenariato nazionale e regionale, il nuovo Fondo europeo per la competitività per settori e tecnologie strategiche, lo strumento Europa globale per i partenariati esterni, il Connecting Europe Facility per le infrastrutture transfrontaliere, il Programma per il mercato unico e le dogane per la cooperazione amministrativa.
Le proposte dei 16 segnalano l’ennesima spaccatura che attraversa l’Europa, tra i Paesi del Nord che non vogliono un aumento del bilancio Ue, e i percettori netti di fondi cui invece la proposta della Commissione non dispiace, almeno nella cifra totale. «Non possiamo continuare a spendere sempre di più in settori tradizionali», ha dichiarato ieri ai giornalisti Marie Bjerre, ministra danese per gli Affari europei, riferendosi all’agricoltura e alla coesione.
Delle proposte dei 16, il rigetto dei Piani di partenariato è quella più centrata, perché tali Patti sarebbero una replica del meccanismo deprecabile del Pnrr, cioè soldi condizionati agli obiettivi europei. In pratica, un modo per comprare le riforme.
Un dubbio però riguarda la posizione dell’Italia, se si considera che 14 dei 16 «Amici» sono percettori netti di fondi del bilancio europeo. Solo Italia e Spagna sono contributori netti e forse questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme a Roma. Conviene all’Italia fare fronte comune con Paesi che beneficiano strutturalmente del sistema molto più di quanto non vi contribuiscano? E vi è qualche ragione nell’allinearsi su questo con il governo socialista dell’altro contributore netto, la Spagna?
Un aumento del bilancio europeo significherebbe per Roma versare di più senza ricevere di più nella stessa proporzione. Se poi l'alternativa fosse finanziare il bilancio con risorse proprie europee, cioè con nuove tasse a livello Ue, il conto per i contribuenti italiani sarebbe ancora più salato.
Un discorso scandito da applausi, una sintonia di vedute e di strategia. L’assemblea di Confindustria è servita a sancire il rinnovato asse tra il premier Giorgia Meloni e gli industriali sulle priorità dell’agenda economica del governo, quali competitività, energia e difesa, sfide del prossimo futuro e visione dell’Unione europea.
Davanti al gotha dell’industria, al presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, e alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il premier ha dato in pasto al mondo produttivo le risposte che questo si aspettava. Una relazione, la sua, in cui rivendica gli obiettivi raggiunti ma che ha quasi la postura di un programma per la prossima legislatura. Ecco quindi l’annuncio di voler «proseguire speditamente sulla strada per il ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative con mini-reattori modulari sicuri e puliti». E la scansione dei tempi: «Entro l’estate sarà approvata la legge delega e poi saranno adottati i decreti attuativi». Si piantano le fondamenta di una vera e propria rivoluzione nella politica energetica nazionale che dovrà essere sviluppata, in modo obbligato, negli anni a venire. «Non ho dubbi sul fatto che la ripresa della produzione nucleare in Italia sia un obiettivo alla nostra portata e può rappresentare una svolta per la nostra competitività» ha detto stentorea. Una strada irrinunciabile come ha dimostrato la crisi energetica scatenata dal blocco dello Stretto di Hormuz, che «sta chiaramente producendo effetti dirompenti sui costi per le famiglie e per le imprese e sulla competitività dei nostri sistemi produttivi». Per questo non è un’eresia parlare di scostamento di bilancio. «Non si tratta di essere autorizzati a fare nuovo debito a livello nazionale ma di allocare al meglio quello che c’è», ha ribadito Meloni.
Gli effetti della crisi in Iran «sono circostanze che sfuggono al controllo degli Stati membri Ue e che giustificano ampiamente l’estensione della flessibilità già concessa per le spese di sicurezza e difesa anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica». Quanto alla difesa, Meloni ha ribadito che, pur essendo consapevole di quanto «il tema sia impopolare», c’è una verità ineluttabile: «Se non ti sai difendere lo pagherai in termini di autonomia. Le spese in difesa sono il prezzo della libertà e io voglio che l’Italia sia una nazione libera».
Energia e difesa dovrebbero essere le priorità anche dell’Europa. Bruxelles però appare sempre più come un burosauro, «un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività e la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici». Il riferimento è alla politica del Green deal, all’approccio «irragionevole alla transizione ecologica» che «ha finito per impoverire i nostri sistemi produttivi, compromettere alcuni settori industriali e consegnarci a nuove dipendenze». Il riferimento è anche al meccanismo dell’Ets (il sistema di scambio delle quote di emissione di CO2), citato esplicitamente dal premier, che lo definisce «una tassa paradossale» che finisce per «creare ulteriori disparità». Un’imposta che andrebbe «sospesa» mentre nella Ue «si continuano a difendere totem ideologici. È la strada giusta se vogliamo consegnarci al declino» avverte il premier e sottolinea che «su questo fronte, il governo intende continuare a dare battaglia».
Ma quello dell’Ets è solo un esempio di come procede Bruxelles, ovvero della «inarrestabile capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si trattava di far sentire la propria voce nella vita globale». Un’Europa accartocciata su sé stessa, elefantiaca nella capacità decisionale e incapace di esercitare un ruolo sullo scenario internazionale. L’appello di Meloni è per un cambio di passo: «Noi chiediamo che l’Europa faccia meno e lo faccia meglio», perché il rischio è che si trasformi in un mercato per altri Paesi.
Anche l’Italia però ha ancora molta strada da fare per disboscare la giungla della burocrazia. Il premier ha lanciato un’offerta concreta al mondo imprenditoriale: «Avviare subito un cantiere comune per arrivare a una riforma radicale della burocrazia». Ha spiegato che «quando c’è un servizio che non funziona, se tu vuoi risolvere quel problema, devi interrogare gli utenti». Rivendica i risultati della Zes unica per il Mezzogiorno e conferma la volontà di estendere i relativi meccanismi di semplificazione a tutto il territorio nazionale. Poi rivolgendosi al presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, conferma l’identità di vedute («a volte siamo stati in disaccordo ma siamo un squadra»). «Sono d’accordo che i pacchetti Omnibus attualmente in discussione non sono sufficienti, bisogna fare molto di più per disboscare la giungla normativa che si è stratificata».
In chiusura, Meloni invita il mondo produttivo a condividere «il tempo del coraggio» e delle scelte, richiamando Virgilio con il monito: «Sic itur ad astra», così si sale alle stelle.
In occasione della giornata di studi dedicata a Dietrich von Hildebrand, Rocco Buttiglione riflette su amore, libertà, passioni e personalismo cristiano: «La società liquida si ricostruisce quando due persone imparano a dire “noi”».
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)

