2022-01-23
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: le seconde nozze
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C’è un altro tavolo presieduto da Maria Chiara Prodi. Si trova in un’elegante residenza universitaria nel cuore di Parigi e ripropone le fattezze degli storici e nobili edifici italiani. È la «Maison de L’Italie», di cui la Prodi è direttore dal 1° marzo 2022. Una carica che si aggiunge a quella di segretario generale del Cgie, di presidente delle Acli Francia nonché di vicepresidente del Fai, Federazione delle Acli internazionali. Posizione che potrebbe porla in una situazione di conflitto d’interesse. La Fondazione Maison de l’Italie, con sede nella Cité Universitaire di Parigi, svolge funzioni di accoglienza e promozione culturale in coordinamento con l’ambasciata d’Italia a Parigi ed è finanziata dal ministero degli Esteri. Direttore compreso. Di qui l’interrogativo: qualora il Cgie dovesse entrare in conflitto con quello che per la Prodi è di fatto il proprio datore di lavoro, da che parte si porrà?
Di certo l’attenzione alle spese non manca, specialmente se sono le proprie. Invitata a partecipare alla prima Conferenza internazionale dell’italofonia tenutasi a Roma il 18 e il 19 novembre, la segretaria del Cgie ha più volte sollecitato il comitato di presidenza affinché organizzasse una riunione a Roma negli stessi giorni. «Ufficialmente» allo scopo di interloquire col Parlamento sulla legge di bilancio, cosa peraltro mai avvenuta. Il vero motivo in effetti lo ha spiegato la stessa Prodi nella riunione del 2 ottobre. In quella occasione fa presente che le date individuate le consentirebbero «di partecipare alla Conferenza internazionale dell’italofonia senza dover sborsare il denaro necessario all’acquisto dei titoli di viaggio e al soggiorno poiché altrimenti non potrebbe godere del rimborso». Richiesta prontamente accolta dal comitato di presidenza, 9 membri di cui 4 provenienti da Nord e Sudamerica e che dati i voli transoceanici, portano la spesa di ogni riunione a Roma ad un costo di circa 60.000 euro. Nulla che non sia previsto dallo statuto, per carità. Le riunioni in presenza nella Capitale devono essere fatte, almeno 6 all’anno, ma l’approccio personalistico a un ente pubblico non è passato inosservato. Specialmente tra i consiglieri di area opposta.
Così come la decisione di eliminare dal sito del Cgie un documento pubblico, il resoconto della riunione del comitato di presidenza nei giorni 18 e 19 novembre, dopo che Federica Onori, ex M5s passata ad Azione, ne avrebbe fatto richiesta verbale alla stessa. Dunque senza alcun passaggio collegiale come prevederebbe il regolamento.
Intanto, il dibattito sulla riforma della giustizia entra anche tra le mura della Maison. A discutere «sull’oggetto del quesito e sui possibili esiti» c’è Isabelle Bocoubza, ordinaria di diritto pubblico presso l’Università di Nanterre e specialista delle riforme della giustizia in Italia. Voce sicuramente articolata ma anche critica rispetto alla riforma Nordio che, secondo la Bocoubza, non sarebbe davvero in grado di separare le carriere. Da tempo inoltre, la docente si schiera contro le accuse di politicizzazione della magistratura da parte del governo italiano. Considerando che la Maison è finanziata con soldi pubblici per offrire un servizio all’intera comunità accademica, non certo per svolgere un ruolo di indirizzamento politico, siamo certi che seguirà l’invito ad una voce per il Sì. Sempre che la par condicio sia di casa.
Quant’è bella la comunità degli italiani all’estero. Specialmente se va a votare. E in un’unica direzione, a quanto pare. La campagna per il No al referendum sulla giustizia che diversi patronati portano avanti da settimane, con soldi pubblici, sembra cosa «normale». Soprattutto oltre i confini nazionali dove dal 2006, anno del primo voto all’estero, domina il centrosinistra. Niente di cui stupirsi visto che uno dei principali organismi di rappresentanza, il Consiglio generale degli italiani all’estero, è caratterizzato da precise affinità elettive. Quelle che accomunano buona parte dei suoi 63 membri provenienti soprattutto da Pd, patronati e sindacati. Di questi, almeno 13 sono previsti da statuto, in rappresentanza di sigle sindacali, da Cisal a Cgil, Cisl e Uil. E poi ci sono le associazioni nazionali dell’emigrazione, da Acli, a Unaie, da Uim alla fondazione Migrantes della Cei. Sigle che però si ritrovano anche nei curriculum di buona parte degli altri componenti, portando gli appartenenti a gruppi di interessi a un buon 80% del totale.
Il physique du rôle non manca anche all’attuale segretaria generale, Maria Chiara Prodi, nipote di Romano. Militante del circolo Pd di Parigi da lei fondato, la Prodi è anche presidente delle Acli Francia. Patronato nella cui sede, per capirci, ha trovato posto anche ResQ, la Ong fondata dal magistrato Gherardo Colombo per soccorrere i migranti che partono dall’Africa. E quindi, anche se il Cgie dovrebbe occuparsi dei quasi 7 milioni di connazionali sparsi nel mondo, svolgendo un fondamentale ruolo di garanzia senza colori politici, attualmente si configura come un’enclave di area principalmente progressista in grado di egemonizzare la diaspora italiana e assicurarsi i voti. E che ben volentieri indulge in progetti a favore di sé stessa o della propria cerchia.
Come durante il periodo Covid con l’allora segretario generale Michele Schiavone, figura di riferimento della sinistra poi confluito nel Pd. Quando la pandemia mette uno stop a riunioni in presenza e costose trasferte transoceaniche, c’è un surplus di finanziamenti. Ma anziché restituirli al Mef come da prassi, decide di usarli fino all’ultimo centesimo imbastendo una serie di pubblicazioni sull’emigrazione italiana. E così, nel biennio 2020-2021 vengono stanziati circa 40.000 euro per una collana sulle diaspore italiane nel mondo a cura della consigliera del Cgie in quota Pd, Silvana Mangione. Altrettanti vanno a una serie speciale sulla Storia dell’emigrazione italiana in Europa diretta dall’esperto di migrazioni Toni Ricciardi, all’epoca segretario nazionale del Partito democratico Svizzera e oggi deputato pd e consigliere del Cgie. Quattro volumi di cui ad oggi ne risultano pubblicati metà. L’anno successivo è la volta di altri 4 volumi dedicati alle reti associative italiane all’estero: 35.464 euro che finiscono alla casa editrice Futura della Cgil «casualmente» quando nel Cgie, in rappresentanza dello stesso sindacato, c’è il consigliere Rodolfo Ricci, che ne cura la prefazione.
Almeno 106.000 euro spesi nel 2020 e 143.189 nel 2021, a fronte di soli 700 euro stanziati per le pubblicazioni nel 2016 e 1.000 nel 2018. Uno slancio editoriale senza precedenti per stanziamenti che non superano mai i 40.000 euro, così da procedere con affidamenti diretti. Come rilevato dall’Ufficio centrale di bilancio.
Unità d’intenti che deve aver ispirato anche l’ultima iniziativa sul tavolo del Cgie deciso a firmare un accordo con il Mei, Museo dell’emigrazione di Genova, «per portare la storia e l’attualità dell’emigrazione italiana nelle scuole». Il museo è presieduto da Paolo Masini, noto esponente del Pd romano e ideatore del progetto Migrarti rivolto alle comunità di immigrati in Italia, e già dal sito la filosofia è chiara. Passare da «emigranti» a «migranti italiani» è un attimo. Anche quando si parla di milioni di connazionali che nel 1800 andarono nelle Americhe. Perché «siamo tutti migranti», in linea con le politiche di Acli e Migrantes con cui il museo collabora.
Tra i pensieri dominanti c’è poi la battaglia per la cittadinanza italiana iure sanguinis, in chiave estensiva e dunque contraria alla stretta voluta dal ministro degli Esseri Antonio Tajani un anno fa, dopo la scoperta di una corsa al passaporto tricolore principalmente da parte di cittadini del Sudamerica. E non certo per nostalgia delle proprie radici o trasferirsi in Italia. Bensì per entrare negli Usa o in Europa senza visto. Non a caso, il passaporto italiano è uno dei più ambiti consentendo l’ingresso in 189 Paesi nel mondo. Basta rintracciare un avo italiano nel proprio albero genealogico e il gioco è fatto. Pensano a tutto le agenzie, in Italia o all’estero. Attivissime sui social nel promuovere la «cidadania italiana». E così che tra il 2020 e il 2024 sono emersi 247.000 nuovi cittadini italiani. Un business da miliardi di dollari, con tanto di truffe, infiltrazioni della criminalità organizzata e tribunali intasati di pratiche. E soprattutto, con 60 milioni di italo discendenti nel mondo, il rischio di creare uno Stato fuori dallo Stato, un bacino di potenziali elettori che incide sul quorum dei referendum. Che inevitabilmente si alza. Da Inca Cgil, da Ital Uil ad Enasco, c’è chi poi con le pratiche di cittadinanza ci lavora. E quando i servizi offerti non entrano nel sistema a punti del contributo previsto dal ministero del Lavoro, può subentrare una società di servizi che fattura pratiche ad hoc.
Un fenomeno che il governo ha cercato di contenere limitando l’ottenimento della cittadinanza di sangue a due generazioni, scelta che aveva scatenato l’ira del Cgie e di una parte dell’associazionismo degli italiani all’estero. Fino a parlare di una presunta «apertura»da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo che a un incontro dello scorso giugno con il Cgie aveva detto che occorreva seguire con attenzione la riflessione che si sarebbe aperta sul tema, «per favorire una meditata considerazione ed eventualmente riconsiderazione dei temi che si sono aperti». Parole più volte richiamate dalla stessa segretaria generale del Cgie e che erano state interpretate alla stregua di un implicito incoraggiamento a rimettere in discussione il «decreto della vergogna», come ribattezzato da una parte politica. Nonostante il presidente della Repubblica lo avesse regolarmente promulgato proprio qualche settimana prima.
Dubbi sulla legittimità del decreto che lo scorso 12 marzo sono stati del tutto respinti dalla Corte costituzionale. Con buona pace di chi puntava sull’allargamento della platea estera. Come i patronati, visto che se vogliono mantenere circa 375 milioni di finanziamenti all’anno da parte del ministero del Lavoro, tra invecchiamento della popolazione, e inverno demografico, devono garantirsi nuova clientela. E se in Italia più che puntare sul rientro degli emigrati si guarda a stranieri e migranti, all’estero si spera nei nuovi italiani. Poco importa che magari non sappiano nulla dell’Italia. Sono tutti potenziali clienti ed elettori.
Sempre nella direzione di un allargamento del bacino di connazionali all’estero, sono andate anche alcune iniziative che avrebbero dovuto favorirne il rientro in Italia, come il progetto Turismo delle radici, ideato dal Maeci nel governo Conte II con 20 milioni di euro del Pnrr. Stando a quanto riferito al Cgie dall’allora direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, almeno il 50% degli accessi alla piattaforma dedicata sarebbe servito a italo discendenti per organizzare viaggi finalizzati a ricostruire la propria genealogia. E quindi chiedere l’ambito passaporto italiano. Non certo per trasferirsi nel Bel Paese.
«Mai come oggi i leader mondiali dovrebbero ricordarsi della lezione di Silvio Berlusconi in politica estera. E rintracciare ciò che è ancora attuale dello spirito di Pratica di Mare: sapersi mettere nei panni dell’interlocutore, coltivare il dialogo senza pregiudizi è un prerequisito per il successo della diplomazia». Marco Carnelos è stato ambasciatore italiano in Iraq e inviato speciale in Siria. Ha scritto con Giovanni Castellaneta il libro Berlusconi, il mondo secondo lui. Una lezione di politica estera nell’attuale disordine globale (Guerini Associati).
A che punto è la notte in Iran?
«Domina l’incertezza e la volatilità economica e sociale. Le democrazie occidentali, con le loro fragilità nelle catene di approvvigionamento, nei sistemi economici e nella capacità delle opinioni pubbliche di sopportare privazioni prolungate, hanno una soglia di resistenza molto più bassa di quella della popolazione iraniana».
Un po’ come accadde nei primi giorni del conflitto in Ucraina, anche stavolta abbiamo il sospetto che il nemico sia più resistente alla sofferenza?
«L’Iran è sotto sanzioni da 47 anni e si è adattato a convivere con la privazione come condizione strutturale. Se misuriamo la capacità di resistenza a livello di opinioni pubbliche, quella iraniana è superiore. Detto questo, ci sono aspetti militari che non vanno sottovalutati».
L’uccisione di Khamenei non facilita le cose?
«Eliminare il leader supremo è stato un atto percepito come un affronto quasi religioso: e quando entra in gioco la dimensione religiosa, i compromessi diventano molto più difficili. Non c’è una strategia chiara da parte americana, e la capacità di risposta iraniana è stata sottovalutata».
Anche nel caso di Hezbollah?
«Sì, ce lo avevano descritto come degradato e decapitato, e invece sta dimostrando di avere ancora la capacità di attaccare efficacemente Israele e in modo addirittura sincronizzato con i lanci provenienti dall’Iran».
Ha parlato di «sottovalutazione» della risposta iraniana. Non è un’accusa da poco.
«La sottovalutazione sta diventando quasi un fardello cronico delle nostre capacità di intelligence. Pur disponendo di asset straordinari per la raccolta dati, molto spesso da questi strumenti vengono tratte conclusioni che non aderiscono alla realtà. Le spiegazioni sono due: o il metodo di analisi è sbagliato, oppure i Paesi avversari mettono in pratica azioni di dissimulazione che vanno a bersaglio».
Il rischio atomico esiste?
«Nel giugno scorso il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato di aver cancellato completamente il programma nucleare iraniano, e appena otto mesi dopo i suoi negoziatori si recavano a Ginevra per negoziarne lo smantellamento. La contraddizione stride, e incrementa l’incertezza. Siamo in presenza di situazioni senza precedenti, e non mi sentirei più di escludere nulla».
È possibile che vi sia una strategia più profonda, volta a complicare la vita alla Cina sui rifornimenti energetici?
«La Cina aveva già parzialmente ridotto la propria esposizione ai rifornimenti dal Golfo. Alcuni Paesi stanno chiedendo all’Iran l’autorizzazione al passaggio nelle acque dello Stretto, e l’Iran la sta concedendo. La Cina, ad esempio, ha ottenuto il permesso di far transitare le proprie petroliere, non è ancora chiaro se la stessa concessione l’abbia ottenuta anche l’India».
Dunque?
«Dunque, l’impatto maggiore della scarsità di petrolio non lo sta registrando la Cina, bensì le economie europee: stiamo assistendo a un immenso innalzamento dei noli marittimi, soprattutto quelli garantiti dalle grandi compagnie assicurative occidentali. Una delle maggiori compagnie petrolifere europee ha già invocato la clausola di forza maggiore. Il temporaneo raffreddamento del prezzo del petrolio, legato alle dichiarazioni di Trump sulla fine imminente della guerra, è una cosa che può durare qualche giorno; ma se il conflitto continua, come sembra, il sistema non reggerà, e infatti negli ultimi giorni abbiamo registrato un nuovo rialzo».
Quindi la strategia iraniana è lasciar passare il tempo, strangolandoci con il caro-energia?
«L’Iran ha costruito una strategia secondo cui il colpo economico imporrà ai belligeranti di fermarsi. Il sistema economico internazionale è già stato messo a durissima prova da due fenomeni imprevisti - il Covid e la guerra in Ucraina - con i loro impatti sulle catene di approvvigionamento. Il conflitto in Iran rappresenta il terzo elemento destabilizzante. Se a questo, si aggiungesse un intervento attivo di russi e cinesi in tale schema di logoramento, le conseguenze potrebbero essere ancora più devastanti. Io la chiamo la strategia della “morte inflitta attraverso mille tagli”».
Ad oggi un regime change non sembra all’orizzonte.
«L’Iran è un Paese con ampie minoranze: azeri nel Nord, curdi nel Nord Ovest, arabi nel Sud Ovest, beluci nel Sud Est, tutti caratterizzati da movimenti più o meno irredentisti. Sembrerebbe ci siano tentativi di sobillare in particolare i curdi per creare instabilità interna. Ma vedo molta improvvisazione. Anche chi dispone delle migliori informazioni sul terreno - come gli israeliani - ha dimostrato di poter prendere cantonate colossali. Capita anche ai migliori».
Come sta rispondendo l’Europa di fronte alla più grande minaccia economica degli ultimi decenni?
«I leader europei sembrano in larga parte inadeguati, pallide ombre di quelli di un tempo. Basta leggere i loro comunicati sperduti, senza una direzione, e senza nemmeno un’apparente consapevolezza della gravità della situazione».
L’Unione europea, i cui vertici sono rimasti in ombra in questi giorni cruciali, dovrà necessariamente cambiare volto per non sparire?
«L’Unione europea ha un suo potere deterrente forte, che non è militare (e temo sia un miraggio inseguirlo oggi, sembra tardi) ma un soft power economico. Dispone di due strumenti di enorme influenza globale: primo, la forza del suo mercato - 500 milioni di consumatori - che teoricamente le permetterebbe di avere voce in capitolo su tutto. Secondo, il potere regolamentare, spesso usato in modo controproducente. Penso alle alte tecnologie e all’intelligenza artificiale: noi europei non abbiamo alcuna autonomia, e dipendiamo interamente da piattaforme americane o presto cinesi. Ci siamo consegnati allo straniero. Ne avremmo anche un terzo, dirompente, l’euro come valuta di riserva per gli scambi, ma non lo abbiamo voluto usare».
Occorre una riforma urgente?
«Per sopravvivere con dignità e una capacità d’azione incisiva nel contesto internazionale, la regola dell’unanimità deve essere abolita. E forse bisogna selezionare meglio la propria classe dirigente: abbiamo a che fare con figure imbarazzanti, da Merz che rilascia dichiarazioni a dir poco imbarazzanti, a Macron in preda a una bulimia di iniziative improduttive, per finire con Starmer in caduta libera. Sánchez sembra l’unico in grado di opporsi a certe prepotenze americane, mentre il nostro premier ha mantenuto finora un prudente silenzio strategico. In alcuni casi, non tutti, il silenzio è la migliore strategia».
Qual è l’insegnamento berlusconiano che conviene ricordare in questi tempi?
«Berlusconi aveva una caratteristica che manca agli attuali leader: l’empatia cognitiva. Significa avvicinarsi a un negoziato portando avanti i propri interessi, ma sforzandosi di capire le esigenze dell’altro. Se non si capisce cosa muove l’interlocutore, si finisce in un vicolo cieco e il negoziato non produce risultati».
Il principale successo della gestione berlusconiana fu il summit Bush-Putin a Pratica di Mare.
«Berlusconi riuscì nell’impresa. Eppure, appena sei mesi dopo la firma, la Nato annunciò il suo terzo allargamento a sette nuovi Paesi dell’Europa orientale. Berlusconi si chiese quale messaggio si stesse mandando a Putin, sottolineando l’incongruenza: da un lato si creava il Consiglio Nato-Russia, dall’altro si avanzava verso i confini dell’ex impero sovietico».
È possibile recuperare lo spirito di Pratica di Mare in un mondo completamente diverso?
«Riscoprire lo spirito di Pratica di Mare significa tenere aperti i canali di dialogo con tutti. Respingere le pregiudiziali e la deleteria logica del gioco a somma zero. Oggi Berlusconi avrebbe fatto questo sforzo sia verso la Russia che per le crisi in Medio Oriente. Avrebbe inoltre provato a moderare con gli Stati Uniti, anche se riconosco che interagire con un personaggio narcisistico, imprevedibile e volitivo come Trump sarebbe stato un compito arduo anche per lui».
Il premier Meloni ha sottolineato che l’Italia non vuole entrare in guerra. Come si sta muovendo il governo?
«L’Italia dovrebbe essere un ponte tra mondi diversi, e svolgere un ruolo di mediatore, possiede le migliori credenziali politico-culturali: per fare questo, però, occorre avere il coraggio di dire certe cose, interrompendo il silenzio strategico. Questo coraggio Meloni l’ha trovato in Parlamento, sebbene forse con qualche giorno di ritardo. Per me il minimo sindacale è la coerenza: se si condanna la Russia come aggressore in Ucraina, lo stesso metro di giudizio andrebbe applicato nei confronti di Usa e Israele in Iran. Senza questa coerenza, la credibilità come mediatori crolla».
«Potremmo cominciare così: eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo. Ma il mondo, purtroppo, ha fatto da solo e in peggio». Una punta d’amarezza c’è in fondo al ragionamento di Fabio Brescacin, ’55 classe di ferro, ma anche di soavità come quella dei sogni. Si affida a una celeberrima strofa di Gino Paoli per tracciare la sua traiettoria di studioso, imprenditore e «militante a fianco della natura e per i contadini». Un impegno culturale che si è fatto disegno imprenditoriale e che oggi con EcorNaturaSì è divenuto protagonismo su tre fronti: produzione agricola, distribuzione alimentare, divulgazione di corrette linee guida nutrizionali. «L’ho voluto indicare nella nostra ultima campagna di informazione: fa’ che il cibo sia la tua medicina. Il copyright è di Ippocrate, l’impegno è nostro al servizio dei consumatori, a sostegno degli agricoltori».
E i quattro amici al bar?
«È una storia lunga ed esaltante. Mi ero appena laureato in agraria: si sentivano ancora gli echi del ‘77. Ma io con dei miei compagni di corso che poi sono diventati soci nella prima avventura imprenditoriale avvertivo che la vera rivoluzione stava nel tornare alla terra, alla buona terra. Partii per l’Inghilterra per un anno di ulteriore studio e al mio ritorno con gli amici del bar abbiano fondato Ariele, che è stata la prima bottega biologica d’Italia. Da lì è cominciato il percorso che oggi si è fatto NaturaSì con una precisa idea: coltivare naturalmente, per vendere equamente offrendo a chi consuma un’alternativa salutare facendo del bene alle persone e alla terra. Ancora oggi questo è il paradigma di NaturaSì».
Che però è ben altra cosa…
«Dimensionalmente sì, ma nella filosofia produttiva no. Mi piacerebbe molto parlare ai nostri clienti di Rudolf Steiner, dell’antroposofia che ci ha portato a Treviso a fondare un circolo ispirato alle teorie steineriane applicate all’agricoltura. Strano no? In questo mondo tutto orientato al profitto NaturaSì è retta da una fondazione non profit, la Libera Fondazione Antroposofica Rudolf Steiner, che può nominare 7 dei 12 membri del consiglio di amministrazione».
E Brescacin è ancora u no dei quattro del bar?
«Beh di anni ne sono passati, ma sì: credo ancora in ciò che ho perseguito per tutta la vita. Amo la terra, chi la lavora con l’intento di sostentare gli uomini. Il mondo attorno a me è cambiato e noi dobbiamo stare al passo con i tempi però senza perdere la nostra identità. Senza farsi influenzare. Io per evitare interferenze non ho nemmeno la televisione a casa».
A quanti negozi siete arrivati?
«Abbiamo più di 350 negozi di cui 120 gestiti direttamente; fanno metà del nostro fatturato che si aggira sul mezzo miliardo di euro. Fondamentale per noi è il rapporto diretto con le aziende agricole. Alcune sono socie o sono da noi partecipate - l’Azienda agricola San Michele nel veneziano, la Fattoria Di Vaira in Molise, le Cascine Orsine nel pavese, l’Azienda Agricola Biodinamica La Decima nel vicentino - altre sono fornitori abituali e ormai sono più di 300 tutte a coltivazione biologica, molte biodinamiche. È da questi campi che traiamo gran parte dei prodotti che vengono commercializzati nei nostri punti vendita e che ci fanno essere il più consistente e importante operatore nel biologico in Italia e tra i primi in Europa».
Sicuro che il biologico funziona ancora? Non è troppo caro per le tasche degli italiani?
«Funziona, eccome se funziona. Da quando siamo nati siamo sempre cresciuti. Le tappe di avvicinamento ai traguardi di oggi sono state scandite da scelte e momenti precisi. Dopo Ariele fondammo Ecor, poi nel ’92 nasce NaturaSì per dare vita a una rete di supermercati dove si vendeva solo bio. Poi nel 2009 c’è stata la fusione tra Ecor e NaturaSì e ora siamo qui con sempre nuovi progetti. Uno a cui teniamo molto è la libera Scuola Steiner Waldorf “Novalis” in provincia di Treviso: accoglie bambini e ragazzi dalla scuola d’infanzia fino al termine del percorso superiore, è la prima in Italia a rilasciare un diploma in agricoltura biologica biodinamica. Che è la vocazione della San Michele, l’azienda biodinamica che abbiamo in provincia di Venezia. Queste e molte altre sono le ragioni per cui il biologico funziona. Quanto al prezzo, su questo abbiamo impostato una recentissima campagna di comunicazione che parte da questo slogan: se paghi un prezzo del cibo troppo basso qualcuno lo paga per te».
Domanda scontata: chi paga?
«Tutti noi con le tasse, con la sanità che va in crisi perché nutrirsi troppo e male ci porta a intasare gli ospedali. Le statistiche sulle malattie non trasmissibili derivanti da alimentazione scorretta sono devastanti. Con le tasse dobbiamo fare fronte ai disastri ambientali, dobbiamo trovare dei rimedi ai terreni che vengono progressivamente abbandonati e ci costringono a importare la qualunque e non si sa cosa. Ma i primi a pagare sono i contadini. La nostra campagna si chiama: il giusto prezzo del cibo per la salute dell’uomo e della terra. Noi esponiamo sui cartellini dei prezzi non solo il costo del prodotto, ma quanto va remunerato il lavoro, starei per dire sociale, che svolge l’agricoltore che è la prima sentinella e il primo tutore dell’ambiente. Nella nostra campagna abbiamo messo una foto di un finocchio a 1,80 euro di costo che spiega come un euro e venticinque centesimi vanno a remunerare il costo del prodotto stesso e 55 centesimi remunerano i cosiddetti servizi ecosistemici, dalla tutela della biodiversità a quella del paesaggio, che l’agricoltore svolge. Se si guarda così il biologico è proprio a buon mercato. E ora c’è la guerra che ci dà una mano».
Ma come la guerra? Da uno come lei ci si spetterebbe una condanna della guerra…
«Proprio per ciò che penso e per ciò che ho fatto mi posso permettere di ridicolizzare la guerra e dire che ci dà una mano. Sia chiaro: io sono contro la guerra! Con l’aumento vertiginoso che subiranno i fertilizzanti e i costi energetici che schizzano in alto, i prezzi dell’agricoltura convenzionale subiranno un’impennata mentre i prezzi delle produzioni biologiche proprio perché sono di prossimità, perché vengono coltivate con fertilizzanti organici nel pieno rispetto del ciclo naturale resteranno stabili. E finalmente il consumatore si accorgerà che bio conviene. E poi conviene perché protegge la terra che è la nostra unica casa, che quelli che fanno le guerre non mi pare abbiamo così tanto a cuore».
Come fa l’agricoltura biologica a proteggere il pianeta?
«Ci sono precisi indicatori scientifici. Un dato a me pare clamoroso: l’agricoltura convenzionale e l’uso del suolo emettono 12 gigatonnellate (una gigatonnellata è pari a un miliardo di tonnellate, ndr), l’agricoltura biologica è in grado di catturare e assorbire 18 gigatonnellate di C02, vuol dire contribuire grandemente a risanare l’ambiente. Un altro dato: ogni albero cattura 33 chili di C02 e una tonnellata di composto organico fa risparmiare sei quintali di anidride carbonica. Si vede così quanto sia fondamentale considerare il rapporto costo beneficio dei sistemi agroalimentari quando si parla complessivamente di tutela ambientale. L’agricoltore che coltiva in biologico è un attore reale e concreto della salvaguardia del pianeta».
D’accordo, ma gli agricoltori se la sono presa tanto col Green deal. Come se lo spiega?
«Premesso che abbandonare il Green deal è un errore, rispondo che est modus in rebus. Il progetto europeo è stato mal concepito, mal raccontato e ancora peggio implementato, Bisogna fare leva sull’alleanza agricoltore-consumatore per far percepire i vantaggi di politiche e di pratiche orientate alla tutela ambientale. Se si impongono troppe regole sovente inefficaci si produce l’effetto opposto. L’Europa per molto tempo ha dato l’idea di considerare l’agricoltura nemica dell’ambiente e invece è l’esatto opposto».
Per questo NaturaSì sta lanciando la campagna sui benefici del biologico?
«Cerchiamo di coinvolgere il consumatore in una gestione responsabile dei suoi acquisti. Non mi stancherò mai di ripetere che l’atto alimentare è culturale, sociale, economico e politico. A secondo di cosa si consuma si determinano il corso e gli obbiettivi dei cicli economici. Dunque se è vero com’è vero che la tutela ambientale è, almeno a pelle, un patrimonio comune bisogna tradurre questa aspirazione in comportamento consapevole anche nell’acquisto alimentare».
Quindi i giovani sono i vostri primi clienti…
«No, mi viene da dire purtroppo no. Non hanno la percezione dell’acquisto responsabile. I nostri migliori clienti sono le famiglie con bambini piccoli che stanno molto attente ai valori nutrizionali, alla salubrità e provenienza del cibo. E poi ci sono gli anziani. Consumano poco, dovrebbero avere più reddito, ma quando possono fanno scelte che li avvicinano alla campagna, alla natura. Credo che si debbano condurre campagne di sensibilizzazione sul valore culturale del cibo e sul suo valore nutrizionale. Mi viene da rimpiangere il Regimen Sanitatis della scuola medica salernitana che indica come da mille anni sia nostro patrimonio di civiltà comprendere la relazione tra cibo e salute».
Quali sono dunque le scelte più consapevoli?
«Cibo da coltivazione biologica di prossimità. Il chilometro zero è diventato un modo di dire, ma deve continuare a essere un modo di fare e di proporre cibi freschi che arrivano a tempo zero sulla tavola. Noi abbiamo un centro logistica che in 24 ore porta nei mercati di tutta Italia ogni prodotto. Qualcosa dobbiamo importare, ma è sempre da coltivazione biologica certificata. E poi c’è il terzo elemento indispensabile: la stagionalità. Per mangiare secondo natura e stare in salute bisogna andare a tempo con la natura».

