2022-01-23
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: le seconde nozze
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Mentre a livello diplomatico gli Stati Uniti e la Cina cercano di trovare la quadra sullo Stretto di Hormuz, sul campo il regime iraniano continua a tenere in pugno il canale marittimo. Mentre sei Paesi arabi (Bahrein, Kuwait, Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Giordania) chiedono un risarcimento all’Iran, l’ultima a pagare a caro prezzo le tensioni è stata una nave, sequestrata al largo della costa degli Emirati Arabi Uniti: due fonti hanno riferito a Reuters che si tratterebbe dell’imbarcazione Hui Chuan, battente bandiera dell’Honduras.
Stando a quanto riferito dalla società britannica di sicurezza marittima Vanguard Tech, l’imbarcazione sarebbe «stata presa da personale iraniano mentre era all’ancora». Intanto, le autorità dell’India hanno comunicato che la nave attaccata mercoledì è affondata al largo delle coste dell’Oman. Il regime iraniano, tramite il primo vicepresidente, Reza Aref, è invece tornato a ribadire che è proprietario dello Stretto e non lo cederà «a nessun prezzo». Di certo Teheran si aspetta affari d’oro. Il portavoce dell’Esercito, Mohammad Akraminia, ha dichiarato che il controllo su Hormuz «raddoppierà il reddito petrolifero del Paese».
E mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, veniva accolto dall’omologo cinese, Xi Jinping, con «un caloroso benvenuto», l’agenzia iraniana Fars ha annunciato che sono in vigore nuovi protocolli per consentire il transito delle navi cinesi nello Stretto. Dall’altra parte, gli Stati Uniti hanno rivendicato «un successo clamoroso» nel blocco dei porti iraniani. A vedere il regime «agli sgoccioli» è stato il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent: «Nessuna delle loro navi riesce a uscire o a entrare: di conseguenza, non sono in grado di stoccare petrolio in mare aperto e inizieranno a interrompere la loro produzione». L’ammiraglio a capo del Centcom, Brad Cooper, ha poi rivelato che gli Stati Uniti hanno distrutto «161 unità navali» e «oltre il 90% di un imponente arsenale di mine navali» dell’Iran.
Ma in questa zona grigia in cui entrambe le parti sbandierano risultati, Israele si tiene pronto a riprendere i combattimenti. A dirlo è stato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz: «Dobbiamo portare a termine gli obiettivi della campagna. Siamo pronti all’eventualità di dover intervenire nuovamente a stretto giro». La conferma è arrivata anche da Axios: Tel Aviv questo weekend sarà in stato di massima allerta nel caso in cui Trump decidesse di riprendere i bombardamenti. Nel frattempo, sul fronte libanese, le Idf hanno chiesto agli abitanti di otto località nel Libano meridionale di lasciare le proprie case. A livello diplomatico invece si è tenuto a Washington il terzo round di colloqui diretti tra Israele e il Libano. Peraltro, al Consiglio di sicurezza dell’Onu, Beirut ha presentato per la prima volta una denuncia contro l’Iran per interferenza negli affari interni del Paese e per aver trascinato il Libano nella guerra contro Israele.
Un ulteriore elemento che complica il quadro in Medio Oriente è la questione dei presunti contatti tra il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e il governo emiratino in chiave anti iraniana. Se gli Emirati Arabi Uniti «smentiscono le voci che circolano riguardo a una visita di Netanyahu nel Paese», il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, non ha invece dubbi. «Gli Emirati Arabi Uniti hanno partecipato a questi attacchi». Ed è per questo che considera Abu Dhabi «un partner attivo in questa aggressione». A rincarare la dose è stato anche l’ex portavoce del premier israeliano, Ziv Agmon: Netanyahu sarebbe stato ricevuto ad Abu Dhabi «con gli onori di un re». Intanto l’Arabia Saudita pensa a come dirimere le tensioni, soprattutto quando la presenza americana si ridurrà. Secondo il Financial Times, Riad ha infatti affrontato con gli alleati occidentali la possibilità di introdurre un patto di non aggressione tra l’Iran e i Paesi del Golfo. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha esortato Teheran a «ristabilire le relazioni con i Paesi del Golfo», esortando l’Iran a «negoziare in buona fede».
Se ci fosse un indice di Borsa anche per la barbarie giuridica saremmo in piena bolla. Sarà l’effetto del referendum sulla giustizia, o il ritorno in tv dei grandi gialli irrisolti, ma ormai c’è anche una discreta gara alla forca. L’ultimo episodio ha per vittima Carlo Nordio, che mercoledì ha osato dire, da «semplice uomo di legge», che è sconcertato dalla vicenda processuale di Alberto Stasi e che forse sarebbe il caso, alla seconda assoluzione, di chiuderla lì con i processi.
Parole di mero buon senso e di normale umanità, che però non sono andate giù all’ex giudice Giancarlo Caselli. Che in un intervento sulla Stampa insieme a un avvocato amministrativista torinese, Vittorio Barosio, ha accusato il ministro della Giustizia di ben tre nefandezze: interferire indebitamente in un’inchiesta; riproporre un cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi; violare la distinzione tra potere esecutivo e giudiziario. Come vedremo, sono tre addebiti completamente scentrati. E la cosa più divertente è che sulla medesima vicenda, ieri, è intervenuta da sinistra Magistratura democratica che ha quasi dato ragione a Nordio, obiettando solo sul fatto che servano nuove norme.
L’antefatto, ovviamente, è che Stasi era stato assolto in primo e secondo grado, ma poi la Cassazione ordinò di ripetere il processo d’appello e lì si beccò 16 anni di galera. Caselli e Barosio, entrambi classe 1939, sostengono che nella proposta di abolire il terzo grado di giudizio avanzata da Nordio «riecheggia una vecchia tesi innocentista che ha origine dai governi Berlusconi». E con ciò, par di capire, saremmo di fronte non a una misura di umanità per tutti, ma a un frutto del Male. Qualcosa di vero c’è. A luglio del 2022, il Cavaliere rilanciò l’idea di limitarsi a due gradi in caso di assoluzione. L’allora presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, rispose con prudenza: «Aspettiamo di vedere un testo, il tema è tecnicamente discutibile (…) Dopo una doppia conforme di assoluzione già oggi non c’è un’ampia possibilità di ricorso per Cassazione. Eliminare totalmente le impugnazioni per la parte pubblica sarebbe eccessivo. Quindi mi muoverei con cautela». Insomma, non s’inalberò. Anche perché l’idea di abolire il terzo grado è vecchia di almeno 40 anni ed è spesso stata inserita in elenchi di riforme magari non proprio a scopo umanitario, ma solo per ridurre il carico e la durata dei processi.
Come Caselli sa bene, poi, ai tempi di Mani Pulite molti suoi colleghi hanno proposto di eliminare i giudizi di appello. L’allora capo della Procura di Milano, Francesco Saverio Borrelli, propone di lasciare solo il ricorso per Cassazione il 31 gennaio 1997, imitato in due occasioni da Piero Grasso (21 novembre 1999 e 9 marzo 2004). Lo stesso padre del nuovo Codice, Giovanni Conso, con alcuni distinguo sui riti alternativi, aprì subito all’idea di Borrelli. E la sinistra? L’allora responsabile Giustizia del Pds, Pietro Folena, ammise che dove il primo grado era affidato a un collegio si sarebbe in effetti potuto saltare l’appello. Al di là del grado di giudizio da togliere, sostenere che levarne uno sia una berlusconata non è corretto.
Il secondo capo d’imputazione del ministro è che avrebbe invaso il campo dei pm che stanno lavorando sul caso Garlasco, i quali, com’è giusto, devono stare sereni. «Ogni interferenza è fuor di luogo e illegittima», tuonano i due editorialisti, «se così non fosse finiremmo in un sistema in cui il governo può indicare ai pm quali indiziati di reato perseguire e quali invece lasciare tranquilli». E ci mettono il carico citando, dopo Berlusconi, l’altro Satana planetario. «Di un sistema simile ha già dato esempio Donald Trump quando ha ordinato alla ministra della Giustizia, Pam Bondi, di perseguire penalmente i suoi oppositori politici». Gravissimo, per carità. Ma che ha detto il ministro veneziano, prima di proporre una vecchia riforma? Ecco le sue parole: «Nessuno, questo lo so bene, può ovviamente pronunciarsi su un procedimento in corso». E ha concluso: «È chiarissimo che io non ho la più pallida idea, e anche se l’avessi non lo direi, della dinamica del delitto e soprattutto del suo autore. Però ho un’idea invece chiara sulla dinamica della nostra legislazione, che è sbagliata». Purtroppo queste parole non sono state riportate nel rito accusatorio sulla Stampa.
La terza accusa al guardasigilli, stilata sempre dagli occhiuti Caselli e Barosio è quella di sconfinare. «Con questo intervento sul processo di Garlasco», scrivono, Nordio continua sulla strada che l’ha portato a sostenere a ogni costo il referendum sulla giustizia che, se fosse stato approvato dai cittadini, avrebbe creato le condizioni per sottoporre i pm al potere esecutivo». Vabbè, povero Nordio, ormai dopo il referendum lo bullizzano tutti. Ma non le toghe «di sinistra» di Md, almeno questa volta. Sul loro sito Questione Giustizia, hanno scritto: «Nordio ha voluto dire la sua, da uomo di legge, sul caso Garlasco». Senza stracciarsi le vesti. E nel merito gli hanno risposto così: «Non discutiamo, ed anzi per più ragioni condividiamo, lo sconcerto del ministro per il paradosso di un imputato che, dopo una duplice assoluzione in primo grado ed in appello si è trovato, a seguito di una sentenza di annullamento con rinvio della Corte di Cassazione, di nuovo sottoposto a processo e infine condannato». Però gli hanno fatto notare che, secondo loro, le norme ci sono già e le impugnazioni di due assoluzioni sono molto limitate». Sarà, ma lasciare che un povero cristo assolto due volte si rifaccia una vita sembrava un’idea di buon senso e basta.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 15 maggio con Carlo Cambi
Resta un mistero perché la bozza dell’istanza di archiviazione di Andrea Sempio del 2017, di cui per primo ha parlato questo giornale, sia uscita dalla Procura di Pavia e sia finita nel «fascicolo permanente» di Sempio redatto dal Nucleo informativo del Comando provinciale dell’Arma.
Il comandante di quell’ufficio era il maggiore Maurizio Pappalardo, oggi accusato di numerosi reati e recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata. Ma nessuno lo ha ancora coinvolto ufficialmente nelle indagini sulla discussa archiviazione di Sempio su cui resta aperta un’inchiesta per corruzione.
Gli inquirenti della Procura di Brescia, a tal proposito, hanno sentito Pappalardo come persona informata dei fatti, anche perché nel cellulare dell’ufficiale in congedo gli investigatori hanno rinvenuto tre foto che immortalavano altrettanti documenti del fascicolo su Sempio. Ma nessuno è riuscito a spiegare come la bozza della richiesta di archiviazione, con tanto di correzioni scritte a mano e un nuovo incipit di undici righe appuntato a mano su un foglietto (con il logo della società di intercettazioni Rcs), sia potuta finire nel fascicolo «P» di Sempio.
Il dato certo è che la minuta è stata fotocopiata, probabilmente con una certa fretta o con superficialità. Infatti due pagine sono state duplicate insieme: della 17 si vede solo un angolo, sotto la piegatura della precedente. Quindi, chi ha fatto la copia di quell’atto segreto non si è preoccupato di controllare di avere il documento integrale. Lo stava facendo di nascosto, senza l’autorizzazione dei magistrati?
Le indagini dovranno trovare la risposta.
Intanto la pm che ha ammesso di avere redatto la bozza dell’istanza, Giulia Pezzino (che nel febbraio del 2025 si è dimessa dall’ordine giudiziario), ha spiegato ai colleghi di Brescia di averla inviata solo al proprio diretto superiore, Mario Venditti, oggi indagato per corruzione.
E a proposito dell’allegata noticina vergata a mano, ha spiegato: «Non ho mai visto questo scritto. Non riconosco la calligrafia, né il logo riportato sul foglio (Rcs, ndr). Non so a cosa corrisponda». L’ex magistrato non si accorge che quel testo non è altro che l’inizio dell’atto da lei firmato il 15 marzo 2017.
Come si può vedere nelle foto in questa pagina, quelli sull’incipit sono stati, comunque, interventi non sostanziali. A colpire è la sigla «fatto» in calce al testo tipica delle Procure, anche se nessuno, come vedremo ha, per ora, riconosciuto la paternità del documento.
Per quanto riguarda il resto della bozza rinvenuta nel fascicolo «P», le correzioni fatte a penna sono pochissime e alcune di queste non sono state recepite nel documento finale (come la proposta di inserire l’aggiunta «sua eventuale» alla parola «colpevolezza»).
Nella richiesta informale e non firmata predisposta dalla Pezzino si chiede l’archiviazione senza fare alcun riferimento agli eventuali avvisi da notificare alle persone offese o danneggiate legittimate a fare opposizione.
Invece, nella richiesta formale sottoscritta dalla Pezzino, da Venditti e dal procuratore Giorgio Reposo, i magistrati spiegano perché non possano essere considerate persone offese o danneggiate dal reato la denunciante Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, e il medesimo figlio. Ciò al fine di giustificare la mancata notifica dell’avviso della richiesta di archiviazione ai due, impossibilitati così a fare opposizione. L’argomento, di carattere formale, è che le persone offese o danneggiate dall’omicidio sono i congiunti più stretti della vittima e non già colui che in quel momento si trovava detenuto, in ipotesi ingiustamente, per il medesimo fatto.
Il gip Fabio Lambertucci, il 23 marzo 2017, appena otto giorni dopo la richiesta, accoglie, nel suo decreto di archiviazione, tale erronea impostazione, dando atto che è stata avvisata unicamente la famiglia Poggi. Ma come si fa a non considerare, almeno teoricamente, «persone danneggiate» Stasi o i suoi genitori che hanno dovuto versare centinaia di migliaia ai Poggi? Aveva più interesse a presentare opposizione alla richiesta di archiviazione che aveva già un colpevole in carcere e ottenuto un cospicuo risarcimento o chi nel nuovo procedimento veniva scagionato a discapito di Sempio?
Ma torniamo all’appunto scritto a penna.
La grafia non sarebbe quella di Venditti, come confermato ieri dai legali dell’ex magistrato. Altrettanto disponibile a chiarire la questione è stato l’ex procuratore Reposo: «La grafia di quel documento non appare riconducibile alla mia. D’altra parte il fascicolo è stato assegnato al procuratore aggiunto e al sostituto, che certamente non avevano bisogno dei miei consigli: o, se ne avevano, me li avrebbero chiesti».
Da parte loro, escludono «categoricamente» la paternità dell’appunto anche i difensori di Silvio Sapone, l’ex capo della sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia. Per un ventennio è stato il collaboratore di fiducia dei magistrati della Procura e suoi colleghi ci hanno raccontato che non di rado scriveva a penna bozze di informative di pg.
Nelle nuove intercettazioni depositate dalla Procura di Pavia gli viene attribuito, dalla famiglia Sempio, un ruolo per cui non è mai stato indagato. La mattina del 27 settembre 2025, Andrea Sempio spiega ai suoi famigliari chi sia quel militare: «[…] Adesso è nell’inchiesta Clean […] praticamente intercettavano, per dire, vari imprenditori così e dicevano “Ciccio guarda” che ne so, “ti arriva la Finanza il mese prossimo” e in cambio, diciamo, di protezione […] pigliavano dei soldi». Quindi aggiunge: «Il problema è che quello lì si occupava anche del caso Garlasco […] aveva intercettato anche noi in quel periodo».
Dunque Andrea collega alcuni contatti avuti con Sapone durante le indagini del 2017 a Clean, una mega inchiesta in tre tronconi che, oltre a imprenditori, politici e funzionari pubblici, ha coinvolto anche alcuni dei carabinieri della cosiddetta «Squadretta» di investigatori che operava a Pavia. «Io l’ho detto ad Angela (probabilmente si riferisce all’avvocato Taccia, ndr)», specifica Sempio, «se quello lì l’han preso in Clean, probabilmente faranno un collegamento con noi, prima o poi secondo me». Gli attuali inquirenti, però, precisano che Sapone «non risulta sia mai stato indagato» nell’inchiesta Clean (anche se nei faldoni di Clean 2 è citato più volte).
Secondo Sempio, il luogotenente in pensione lo aveva contattato direttamente: «Questo Sapone mi ha chiamato una volta perché, a quanto mi hanno detto, c’era anche un sistema in cui loro cercavano di prendere le persone che erano sottoposte a indagine o che […] “se mi dai i soldi ti aiuto”».
L’indagato assicura pure di avere girato immediatamente il contatto al suo avvocato, che avrebbe successivamente definito il maresciallo «un pirla». In un’altra conversazione Sempio commenta: «Secondo me era proprio lui che chiamava, perché qua è lui quando mi ha proposto la roba...». Secondo Sempio, dunque, Sapone potrebbe avergli offerto aiuto nel pieno delle indagini del 2017 e quando i magistrati, nel 2025, paiono interessati ai suoi rapporti con il carabiniere, dà l’idea di volerlo scaricare, mentre elenca al padre i contatti con Sapone e con il proprio avvocato, contenuti probabilmente in un tabulato: «Io te l’ho stampato solo... perché se loro vogliono sapere di Sapone... qua hanno le tre chiamate». Il genitore replica: «No, non faccio niente… questa è una cosa che non so se serve». Ma il figlio insiste: «Fagliela vedere… poi… rompevano i maroni sulle varie cose, noi sapevamo prima le cose. Loro hanno detto perché avete […] l’archiviazione a febbraio se c’è stata a marzo?».
Resta la domanda delle 100 pistole: ma perché, solo pochi mesi fa, i Sempio erano pronti a consegnare ai magistrati la testa dell’uomo che gli aveva offerto protezione e che gli avrebbe passato notizie di prima mano sull’inchiesta? Si tratta dell’ennesima domanda, per ora, senza risposta.

