2024-07-21
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: 5 regole al cellulare
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Dopo l’atto di pirateria compiuto in acque internazionali, ma praticamente in Europa, da parte delle forze armate israeliane nei confronti della Flotilla, la pazienza nei confronti di Israele, o almeno del governo guidato da Benjamin Netanyahu, è agli sgoccioli. Non ne possono più di questa tracotanza, di questo totale disprezzo del diritto internazionale, anche i governi più tolleranti, in questi anni, con l’esecutivo di Tel Aviv, a partire da quello italiano. Ricordiamo cosa è accaduto: 21 imbarcazioni sequestrate dalle forze navali israeliane in acque internazionali al largo di Creta, a ben 960 chilometri da Gaza, almeno sette delle quali battono bandiera italiana. Su 175 fermati, 24 italiani. Troppo, veramente troppo, come dicevamo, pure per il governo italiano.
Nella mattinata di ieri, Palazzo Chigi diffonde una nota particolarmente dura: «Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni», recita il comunicato, «ha tenuto una riunione cui hanno partecipato il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, il ministro della Difesa, Guido Crosetto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, sugli sviluppi relativi alla Global Sumud Flotilla. In questo quadro, il governo italiano condanna il sequestro delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, avvenuto in acque internazionali al largo delle coste greche e chiede al governo d’Israele l’immediata liberazione di tutti gli italiani illegalmente fermati, il pieno rispetto del diritto internazionale e garanzie sull’incolumità fisica delle persone a bordo.
Qualche ora dopo, arriva una nota congiunta dei ministeri degli Esteri di Roma e Berlino: «Italia e Germania», si legge, «seguono con forte preoccupazione gli sviluppi relativi alla Global Sumud Flotilla, sequestrata la notte scorsa in acque internazionali al largo della Grecia. Chiediamo il pieno rispetto del diritto internazionale applicabile e di astenersi da azioni irresponsabili. La nostra priorità assoluta e condivisa è garantire la sicurezza dei nostri cittadini, in linea con il diritto internazionale umanitario. Ricordiamo il nostro comune impegno e gli sforzi della comunità internazionale per fornire aiuti umanitari a Gaza in conformità con il diritto e gli standard internazionali».
Attenzione: i due governi sono quelli che fino ad ora hanno evitato, opponendosi in sede europea, la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele e l’imposizione di sanzioni contro il governo di Netanyahu. Il fatto che diffondano una nota congiunta non è un caso: potrebbe essere un segnale a Israele, del tipo: se continuate così, non contate più su di noi. A proposito di Europa, si esprime con fermezza anche la Commissione: «La libertà di navigazione», sottolinea Anouar El Anouni, portavoce della Commissione Ue per gli Affari Esteri, «nel diritto internazionale deve essere rispettata. Questo è un punto. Inoltre, abbiamo invitato e ribadiamo l’invito a Israele a rispettare il diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e il diritto internazionale marittimo, che è molto chiaro». Meloni, in serata, durante la conferenza stampa è tornata a parlare di Flotilla, specificando che non aver cambiato idea: «A me continua a sfuggire l’utilità di iniziative che non portano benefici alla popolazione di Gaza ma portano a noi molto altro lavoro e problemi da risolvere». Per poi aggiungere, circa la possibilità di inviare una scorta della Marina per le imbarcazioni che non sono state intercettate e che potrebbero proseguire la rotta verso Gaza: «Non ho ancora preso in considerazione l'invio delle navi ma non ho parlato col ministro competente, mi riservo di farlo nelle prossime ore».
Inevitabilmente, le opposizioni nostrane si son fiondate sulla vicenda, cercando di mettere in difficoltà il governo, ritrovando la voce che non si era sentita, tanto per fare un esempio, in relazione alla richiesta rivolta dall’Italia all’Europa di rivedere le regole del Patto di stabilità considerata la fase drammatica che il mondo sta vivendo dal punto di vista della crisi energetica scatenata dalla guerra di Usa e (manco a dirlo) Israele in Iran. Sia al Senato che alla Camera, la richiesta delle minoranze è quella che il governo riferisca in aula.
Le parole ferme, dure, della Meloni? Manco a dirlo, per la sinistra non bastano: «Di fronte all’ennesimo atto di terrorismo del governo Netanyahu non basta la condanna. L’unica risposta possibile», attacca Angelo Bonelli, deputato di Avs, «dopo anni di distruzione di Gaza e del popolo palestinese, con oltre 70.000 civili uccisi e 4 milioni di profughi tra Gaza e Libano, sono le sanzioni contro il governo israeliano e il riconoscimento immediato dello Stato di Palestina. La Meloni oggi chiede il rispetto del diritto internazionale, ma quando in Europa si è trattato di passare dalle parole ai fatti l’Italia si è messa di traverso. Il governo italiano si è opposto alla sospensione dell’accordo di associazione tra Unione europea e Israele».
«Davanti a questo atto di pirateria», dichiara il senatore del M5s Marco Croatti, «chiediamo al governo di chiarire in Parlamento i termini della fumosa e ambigua sospensione del rinnovo automatico del memorandum militare con Israele. E chiediamo conto al governo della sua contrarietà in Europa allo stop dell’accordo commerciale di libero scambio Israele-Ue».
In acque internazionali, a sole 150 miglia nautiche da Creta e a 600 miglia di distanza dalla costa di Gaza: è qui che le motovedette israeliane hanno intercettato 22 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, arrestando almeno 175 attivisti, tra cui 24 italiani.
Salpata dalla Spagna, la Flotilla era diretta a Gaza, sempre con l’annunciato scopo di portare aiuti umanitari, ma il viaggio si è interrotto nella notte. A spiegare la dinamica è stata la portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia: «Le 60 imbarcazioni della Flotilla sono state avvicinate da due navi della marina militare israeliana, che hanno intimato loro di fermarsi sostenendo che tentare di attraversare il blocco navale su Gaza fosse una violazione del diritto internazionale». Al blitz sono riuscite a sfuggire 38 barche che «hanno raggiunto le acque territoriali greche». Per le altre 22 imbarcazioni «è iniziato il protocollo di abbordaggio, circondate da gommoni militari e soldati armati che sono saliti facendo spostare le persone a prua». In un video condiviso dalla Flotilla si vede un soldato salire a bordo di una delle imbarcazioni, mentre l’equipaggio ha le mani alzate.
Dall’altra parte, il ministero della Difesa israeliano ha confermato su X la cattura di 175 volontari della Flotilla, apostrofandola come «la flottiglia dei preservativi». Il dicastero degli Esteri israeliano ha infatti scritto su X che a bordo sono stati trovati «preservativi e droga», aggiungendo un video come prova. «Per quanto ci riguarda il video e le “prove” diffuse durante un atto di pirateria internazionale, non hanno alcun valore perché maturate in un contesto totalmente forzoso e illegale dove può essere detta e mostrata qualunque cosa minacciando con le armi attivisti inermi e pacifici senza il vaglio di autorità giudiziarie competenti», ha risposto l’ufficio stampa della Flotilla.
L’operazione, secondo Israele, è stata «totalmente legittima» e si è svolta «pacificamente e senza incidenti». La giustificazione sbandierata da Tel Aviv è che «dato l’elevato numero di imbarcazioni partecipanti alla flottiglia, il rischio di un’escalation e la necessità di prevenire la violazione di un blocco navale legale, si è reso necessario un intervento tempestivo, in conformità con il diritto internazionale». Il portavoce del dicastero, Oren Marmorstein, ha puntato poi il dito contro Hamas, colpevole di essere «la forza trainante» dietro gli attivisti «con l’obiettivo di sabotare il passaggio alla seconda fase del piano di pace del presidente Trump».
Ma se in un primo momento è stato comunicato che i volontari catturati sarebbero arrivati sabato in Israele, nel porto di Ashdod, per poi essere espulsi in 24 ore con la procedura ad hoc, poco dopo Israele ha corretto il tiro. Il ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar, ha annunciato su X: «In coordinamento con il governo greco, le persone trasferite dalle imbarcazioni della flottiglia alla nave israeliana saranno sbarcate su una spiaggia greca nelle prossime ore».
Poco dopo, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato: «Nessuna nave o sostenitore di Hamas ha raggiunto le nostre acque territoriali. Sono stati respinti e torneranno nei loro Paesi d’origine. Continueranno a seguire Gaza su Youtube». Ma il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, aveva altri piani, dichiarando che le autorità israeliane avrebbero mostrato agli attivisti il «video dell’orrore» del 7 ottobre. E non ha reagito bene all’annuncio del rilascio degli attivisti: «L’infelice decisione del primo ministro e del ministro degli Esteri, presa in segreto e nell’ombra, solo a causa delle minacce di Erdogan, è un messaggio di debolezza ai nemici di Israele. Questa decisione è contraria alla mia posizione e ne chiedo l’annullamento».
La Turchia, tramite il ministero degli Esteri, ha infatti detto chiaramente che Israele ha commesso «un atto di pirateria», «violando anche i principi umanitari e il diritto internazionale». Ma non è stata l’unica a condannare il raid. Parole di ferma condanna, oltre che dall’Italia, sono arrivate da Germania, Spagna, Ue. Madrid ha «condannato con fermezza» il sequestro e ha convocato il più alto rappresentante diplomatico israeliano presente in Spagna. Il portavoce della Commissione Ue per gli Affari esteri, Anouar El Anouni, ha commentato che «la libertà di navigazione deve essere rispettata», aggiungendo di aver invitato Israele «a rispettare il diritto internazionale, compreso quello umanitario e quello marittimo».
L’unica voce fuori dal coro è stata quella del Board of Peace: «La flottiglia diretta a Gaza è una forma di attivismo di facciata da parte di persone che non conoscono la condizione dei gazawi e se ne curano ancor meno». Nel frattempo, la Grecia, dopo essere stata accusata dagli attivisti di essere stata «complice», ha chiarito che «le navi militari israeliane si sono mosse al di fuori delle acque territoriali greche» e che «non c’è stata alcuna consultazione preventiva». Il portavoce del governo greco, Pavlos Marinakis, ha precisato che «le autorità greche non hanno il diritto di intervenire in acque internazionali se non in caso di operazioni di ricerca e soccorso».
Il governo italiano proroga il taglio delle accise, ma questa volta con modalità differenziate rispetto ai provvedimenti precedenti. L’intervento, approvato ieri in Consiglio dei ministri, avrà una durata più limitata, durerà 21 giorni (fino al 21 maggio), e sarà strutturato in modo differenziato tra benzina e gasolio. In particolare, il gasolio riceverà un taglio di 20 centesimi al litro, mentre la benzina di soli 5 centesimi. Il taglio sarà finanziato con le sanzioni dell’Antitrust e l’extragettito Iva.
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
A poco a poco comincia a crollare il castello di carte costruito da Jennie e Dangene Enterprise attorno a The Core, il club privato per super ricchi promesso a Milano in corso Matteotti 14 e mai aperto.
Da più di sette anni le due fondatrici americane amiche di Jeffrey Epstein, hanno continuato a vendere l’idea (su quotidiani compiacenti) di un approdo imminente nel salotto buono milanese, con soci selezionati, quote di iscrizione altissime, business, benessere, medicina della longevità, eventi esclusivi e una nuova cittadella del lusso nel cuore della città. Ma dopo gli articoli della Verità e di altri quotidiani, però, sta emergendo una realtà molto diversa. La sede promessa ai soci è uscita ormai definitivamente dal perimetro del progetto, anche perché, come già raccontato dal nostro giornale, il rapporto contrattuale su quell’immobile è stato risolto per inadempimento il 6 febbraio 2026. Eppure, nonostante questo, il marchio continua a presentare Milano come una community viva, con iscrizioni aperte e centinaia di aderenti.
Più il quadro si chiarisce, più la situazione appare grave. Tanto che il 29 aprile 2026 Jennie e Dangene hanno sentito il bisogno di scrivere direttamente ai membri per rassicurarli. Nella mail, dal tono affettuoso e combattivo, che la Verità ha potuto vedere, attribuiscono la crisi a un inadempimento del soggetto incaricato dello sviluppo immobiliare e assicurano che il loro impegno per Core. Scrivono infatti: «Il nostro impegno per il progetto Core: Milano resta incrollabile», e aggiungono che è «il privilegio della nostra vita combattere per costruire il futuro di questa incredibile community di Core: Milano».
Il problema è che il quadro è già chiaro agli stessi soci che in questi anni hanno versato quote da migliaia di euro per qualcosa che non è mai esistito e mai esisterà. La mail, quindi, non appare più come semplice ottimismo, ma come l’ennesimo tentativo di tenere in piedi la loro fiducia nonostante il crollo della base reale del progetto. Del resto, una parte dei membri si sarebbe già organizzata sul fronte legale. Lo studio legale Lexia ha confermato alla Verità che alcuni soci di The Core si sono rivolti al suo team, guidato dall’avvocato Silvia Cossu, per ricevere assistenza in relazione al fatto che la sede promessa anni fa non sia disponibile e sono in procinto di iniziare un’azione giudiziale con il loro patrocinio per richiedere il risarcimento dei danni. Il segnale è chiarissimo: il malcontento sta diventando materia da avvocati. E le cifre che circolano rendono la vicenda tutt’altro che marginale. La stessa società, tramite l’ufficio stampa, aveva spiegato di avere già 700 soci, «in continua crescita». Se anche solo una parte di loro avesse versato quote di ingresso comprese fra 8.000 e 26.000 euro più Iva, l’ammontare complessivo delle somme in gioco si collocherebbe facilmente in una fascia fra diversi milioni e oltre 15-20 milioni di euro.
È qui che la storia di The Core smette di essere una cronaca di costume e comincia a prendere un possibile rilievo giuridico. Se i fatti raccolti troveranno conferma, in Italia potrebbero entrare in discussione ipotesi di truffa, insolvenza fraudolenta e, a seconda dei flussi societari e della destinazione delle somme, anche altri profili. Il cuore del problema è semplice: continuare a raccogliere adesioni o a mantenere in vita quote già versate mentre il progetto perde la sede promessa potrebbe presto trasformare la vicenda in un fascicolo della procura milanese guidata da Marcello Viola. Per di più The Core non è un solo club, ma una galassia di holding, veicoli operativi, società di management, entità collegate a New York e San Francisco, e perfino strutture non profit legate alla sede di Fifth Avenue. In uno schema interno del marzo 2023, in mano alla Verità, il mondo Core appare come una macchina costruita per ricevere quote, quote di ingresso, ricavi operativi e farli transitare in una rete di soggetti diversi, dove il denaro rischia di scomparire. A rendere il quadro più delicato c’è anche il precedente americano: nel 2025 alcune società del gruppo Core hanno chiuso un contenzioso sui fondi Covid, dopo contestazioni per oltre 4,6 milioni di dollari, pagando 360.000 dollari in un quadro di capacità economica estremamente limitata, vicino al fallimento.
Questa storia non è un caso isolato. A San Francisco, sempre il progetto Core nella Transamerica Pyramid è stato descritto nelle carte di una causa come un club raccontato come imminente, fino a essere considerato «non destinato ad aprire in un futuro prevedibile». Negli Stati Uniti, il Flyfish Club di New York ha raccolto circa 14,8 milioni di dollari vendendo l’accesso a un club ancora da costruire, finendo poi nel mirino della Sec, che ha contestato la vendita di strumenti assimilabili a titoli senza rispettare le regole del mercato finanziario. Nel Regno Unito AllBright ha continuato a vendere l’idea di community, eventi e appartenenza anche mentre la struttura concreta del club - le sedi e gli spazi - stavano per essere smantellate. Insomma, più che un’invenzione originale, somiglia a un copione già collaudato.
«Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre Cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay.
Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento. È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza, Augusta Montaruli.
All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre Cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato sia di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera, l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere, esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità».
Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

