2022-02-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: il dress code di Sanremo
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Migranti e bilancio europeo. Su questo si concentra l’azione di Giorgia Meloni che ieri, nella seconda giornata di Consiglio europeo, ha riunito 13 leader proprio per parlare delle soluzioni basate sui Paesi terzi. «Negli ultimi mesi l’Europa ha compiuto passi avanti significativi: dalla lista europea dei Paesi sicuri di origine al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, dalla Dichiarazione di Chisinau all’accordo sul nuovo regolamento Rimpatri, fino al sostegno finanziario dell’Unione europea per soluzioni innovative in materia migratoria», ha dichiarato Meloni sui social.
Ora serve accelerare. È il momento di passare dalle regole ai fatti, a partire dall’attuazione del regolamento Rimpatri. Con la lettera congiunta inviata oggi insieme al primo ministro Frederiksen e ad altri 17 Capi di Stato e di governo, chiediamo di avviare rapidamente progetti pilota concreti, efficaci e replicabili. Valutando anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi». La lettera indirizzata al presidente del Consiglio Ue Antonio Costa firmata, oltre che dalla premier italiana e danese, dai leader di Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia. Si legge: «Dobbiamo mostrare risultati concreti che facciano una reale differenza per i nostri cittadini e procedere con soluzioni basate in Paesi terzi il prima possibile». Per i leader si tratta del modello «più efficace per scardinare i modelli di business dei trafficanti di migranti, rimuovere gli incentivi alla migrazione irregolare verso l’Europa e garantire che coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare in Europa siano rimpatriati».
Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che nel corso della riunione è stato mostrato apprezzamento per i risultati conseguiti negli ultimi mesi, tra cui l’istituzione della lista europea dei Paesi sicuri di origine, l’introduzione del nuovo concetto di Paese terzo sicuro, l’adozione della Dichiarazione di Chisinau sulla migrazione, l’accordo politico sul nuovo regolamento Rimpatri e, più recentemente, l’inserimento di un riferimento al sostegno finanziario dell’Unione per le soluzioni innovative in materia migratoria nell’ambito dei negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale.
Nella lettera mancano le firme di Spagna e Francia. Infatti se da un lato il cancelliere tedesco Friedrich Merz si pone contro la linea italiana in materia di bilancio Ue, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sanchez, prendono le distanze dal modello Albania.
«La Francia non sostiene il modello dei cosiddetti “return hubs” i centri per il rimpatrio dei migranti irregolari in Paesi terzi sostenuti da un gruppo di Stati membri guidato da Italia, Danimarca e Paesi Bassi», ha spiegato Macron al termine del Consiglio europeo. «Per quanto riguarda la Francia, noi non effettuiamo rimpatri verso Paesi terzi perché non credo che sia né efficace né conforme ai principi della nostra comunità», ha affermato il capo dell’Eliseo esprimendo anche contrarietà all’ipotesi di utilizzare il bilancio dell’Unione europea per finanziare questo tipo di strumenti. «Per quanto mi riguarda, occorre rispettare le politiche di ciascuno Stato». Fonti diplomatiche spagnole assicurano invece che non ci sarebbe stato alcuno scontro tra Meloni e Sánchez, sulla politica Ue per le migrazioni, ma che si sarebbe trattato di uno «scambio» di opinioni, un «dialogo» che non avrebbe restituito le sensazioni di un vero e proprio scontro come riportato dai media. Sánchez ha rivendicato i risultati dell’approccio alla migrazione spagnolo, chiarendo che si tratta di una competenza specifica di ogni Paese e che non tutti devono usare gli stessi strumenti. Il premier spagnolo avrebbe anche ribadito il pieno impegno per il controllo delle frontiere dell’Ue, nel rispetto del patto per la migrazione europeo e in tutte le relazioni dell’Unione. I due leader, precisa la fonte, hanno avuto anche un incontro bilaterale al termine della riunione degli amici della Coesione, in cui non sarebbe emerso nessun problema.
Acqua sul fuoco rispetto a quanto riportato da Politico che ha scritto che i due si sarebbero scontrati sulla decisione di Madrid di regolarizzare la posizione di circa 500.000 richiedenti asilo. Comunque sia andata, la distanza dei due Paesi su questi temi resta. Una posizione quella spagnola e francese, che però risulta evidentemente minoritaria in Europa.
Una posizione che non rispetterebbe neanche i desideri dei propri cittadini perché secondo un sondaggio di Swg commissionato da Will media, mostrato nella trasmissione di La7, Tagadà, più della metà dei cittadini spagnoli e francesi è favorevole all’attuazione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi. Un dato più alto di quello italiano, in cui la fetta di popolazione che è favorevole si aggira intorno al 40% mentre circa il 25% sarebbe contrario. Ad ogni modo il tema migranti verrà ampiamente discusso a ottobre, quando è prevista una riunione strategica così come spiegato nelle conclusioni del vertice sul quadro finanziario pluriennale, migrazione, droghe e altri temi del vertice dei leader Ue a Bruxelles. Il Consiglio europeo ha fatto il punto sui progressi compiuti nell’ambito dell’agenda legislativa e nell’attuazione delle sue precedenti conclusioni e alla luce della recente lettera della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il Consiglio europeo sollecita la prosecuzione dei lavori intensificati su tutti i fronti, compresa la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell’Ue e internazionale.
Prima un bambino di dieci anni, poi uno di appena tre. Presi per il collo in un parco pubblico, davanti alle famiglie, in pieno giorno. Una scena che a Brescia, e non solo, nessuno riesce a togliersi dalla testa. Un video di pochi secondi, diffuso dal Tg1, mostra gli istanti successivi all’aggressione. Si vede un uomo agitato che cerca di divincolarsi dalla presa di chi lo ha fermato. Poi l’arrivo della polizia e il trasferimento in Questura. La polizia lo identifica: cittadino nigeriano di 29 anni con permesso di soggiorno ma con precedenti per droga. Lo straniero era nel parco Guido Alberini e, secondo gli investigatori, era «in evidente stato di alterazione psicofisica». A un certo punto, hanno raccontato i presenti, ha afferrato al collo i due bambini. Il primo sarebbe riuscito a sfuggire alla presa e a scappare. Il secondo, un bambino di tre anni, sarebbe stato invece afferrato con forza al collo, strattonato violentemente e scaraventato a terra. Gli investigatori parlano di un tentativo di strangolamento. Poi, uno dei presenti, Aslam Naveed, pakistano, si è lanciato contro il nigeriano. «L’ho messo a terra, l’ho stretto e ho detto a mia moglie di chiamare la polizia». Ma le ha prese anche lui: «Sono malato di cuore e mi ha colpito al petto, avevo dolore ma non l’ho lasciato andare», ha aggiunto Naveed. Poteva trasformarsi in una tragedia. Le accuse sono pesanti: lesioni personali aggravate, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Durante il fermo avrebbe infatti colpito gli agenti intervenuti con calci e pugni. Le notizie diffuse successivamente parlano anche di un disagio psichico. E siccome sono state avviate le pratiche per la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione, questo è un dettaglio che potrebbe avere un peso. Perché se dovesse finire in un Cpr qualche camice bianco (come è accaduto in modo seriale a Ravenna) potrebbe certificare l’incompatibilità con il trattenimento. Per ora il giudice ha disposto gli arresti domiciliari. Ma il caso merita particolare attenzione sul fronte giudiziario. I due bambini presi di mira non hanno riportato conseguenze fisiche e non hanno avuto giorni di prognosi. Ma l’episodio, considerato particolarmente grave, ha provocato sgomento in città. A intervenire è stata anche il sindaco di Brescia, Laura Castelletti: «Quanto accaduto al parco Alberini è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità». E, con una certa preoccupazione, ha richiamato anche la questione delle misure adottate nei confronti dell’aggressore: «In queste ore è stato annunciato l’avvio delle procedure per la revoca del permesso di soggiorno e per l’espulsione dell’uomo coinvolto. Allo stesso tempo, però, molti cittadini faticano a comprendere come, dopo un episodio di questo tipo, la persona si trovi agli arresti domiciliari in attesa di giudizio. È una situazione che evidenzia una distanza palese tra il sentimento diffuso nella popolazione e le risposte che lo Stato riesce a fornire di fronte a fatti che coinvolgono minori e suscitano sconcerto».
Lo Stato, in realtà, ha risposto subito. È la via giudiziaria quella che appare più scivolosa. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha definito la notizia «raccapricciante» e la situazione «inaccettabile», sostenendo che «non si può negare che esista un problema di ordine pubblico e sicurezza». Ma quello di Brescia non è stato ieri l’unico caso che ha alterato la quotidianità della città lombarde. A Ponteranica, alle porte di Bergamo, cambia lo scenario, ma resta la stessa sensazione di vulnerabilità.
Il pomeriggio di paura si è consumato all’interno di una palazzina. Una ragazza di 23 anni era sola in casa e si stava preparando per fare la doccia quando uno sconosciuto è entrato nell’abitazione.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo avrebbe prima scavalcato la recinzione della proprietà, poi raggiunto l’appartamento al primo piano e infine infranto una porta a vetri per fare irruzione. Una volta dentro avrebbe sorpreso la ragazza, l’avrebbe presa per i capelli, trascinata verso il giardino condominiale nel probabile tentativo di violentarla. Uno dei presenti ha raccontato che «lei urlava» e «chiedeva aiuto». Ma anche che «lui l’ha spogliata in un secondo». A salvarla sono state le sue urla. I vicini si sono precipitati all’esterno e hanno compreso immediatamente la gravità della situazione. Sono intervenuti. Uno di loro ha aperto una canna dell’acqua e ha puntato il getto contro l’aggressore, mentre gli altri l’hanno immobilizzato (anche con una corda che era in giardino) e lo hanno trattenuto fino all’arrivo dei carabinieri. Sul posto sono arrivati i militari del Radiomobile della Compagnia di Bergamo che hanno preso in custodia l’uomo, identificato come un cittadino di origine tunisina con lo status di richiedente asilo.
La ventitreenne è stata soccorsa dal personale sanitario e trasportata all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per gli accertamenti e il supporto medico e psicologico. A raccontare quei momenti è il padre della ragazza. «Avevo appena finito di lavorare a Bergamo quando ho ricevuto la chiamata di mia figlia. Era disperata, gridava, diceva che c’era qualcuno in casa e mi chiedeva di venire subito. Mi sono precipitato a Ponteranica in tempo record e lì ho scoperto l’agghiacciante aggressione che aveva appena subìto, da uno sconosciuto che ha cercato di violentarla nel nostro giardino. Sono intervenuti i vicini che hanno fermato quell’uomo». In entrambi i casi, la differenza tra una tragedia e una notizia di cronaca l’hanno fatta le persone presenti sul posto.
Andrea Battistoni, direttore musicale del Regio di Torino, presenta la prossima stagione del teatro, che si aprirà con una tetralogia all’insegna del Verismo. Protagonisti Mascagni e Leoncavallo: si parte con Cavalleria rusticana e Pagliacci, poi Iris e Bohème. Due perle oscurate dal sole di Puccini.
Il ministro Giancarlo Giorgetti avrà ragioni di soddisfazione. Una boccata d’ossigeno per i conti pubblici e anche per il governo. Infatti è risultata largamente positiva l’accoglienza del Btp Italia Sì, il titolo di Stato pensato per i piccoli risparmiatori e costruito come scudo contro l’inflazione. Il Tesoro ha raccolto quasi 9 miliardi attraverso 281.140 contratti.
Non è solo la cifra finale a raccontare la storia, ma il modo in cui si è formata. Il collocamento è partito con il ritmo di un’asta in accelerazione: un miliardo già nella prima ora, 3,17 miliardi alla fine del primo giorno. Poi la progressione si è fatta più fisiologica (2,18 miliardi il secondo giorno, 1,54 il terzo, 1,19 il quarto), fino ai 744 milioni dell’ultima mezza giornata. Un’onda lunga che non si è mai davvero ritirata, segno di una domanda diffusa. Il dato forse più eloquente resta quello della composizione delle prenotazioni: il 65,6% dei contratti sotto i 20.000 euro, e circa il 90,3% sotto i 50.000. È qui che il titolo mostra la sua natura profonda: non un’operazione da grandi capitali, ma un prodotto disegnato per il risparmio di massa. E infatti, come osservano dal ministero dell’Economia, la risposta è arrivata soprattutto dai piccoli risparmiatori, più che dal private banking.
Il confronto storico aiuta a misurare il peso dell’operazione. Limitatamente alla componente retail, il nuovo titolo si colloca ben oltre la media delle ultime 15 emissioni del Btp Italia, pari a circa 5,7 miliardi. E supera anche l’ultima emissione di maggio 2025, ferma a 6,5 miliardi. Per trovare qualcosa di più alto bisogna tornare all’emissione di aprile 2014, con circa 10 miliardi. Ma soprattutto al maxi collocamento del maggio 2020, quasi 14 miliardi, nel pieno della pandemia, quando il risparmio cercava sicurezza più che rendimento.
Il nuovo titolo porta con sé anche una serie di innovazioni. Il tasso minimo garantito è stato confermato all’1,6%. Ma non finisce qui: le cedole semestrali si calcolano sommando tasso fisso e inflazione del semestre, rendendo più immediata la lettura del ritorno complessivo. La durata è di cinque anni. Una scelta non casuale, perché la scadenza breve è oggi quella più gradita ai risparmiatori e coerente con il nuovo ciclo dei tassi. C’è poi il premio fedeltà: uno 0,6% finale per chi porta il titolo fino alla scadenza. Un incentivo semplice, quasi comportamentale, che premia la permanenza più della speculazione. La tassazione sarà la solita del 12,5%. Secondo gli esperti i rendimento a scadenza sarà intorno al 3,5%.
Sul mercato bancario europeo, intanto, il fronte resta aperto e tutt’altro che pacificato. Ieri si è conclusa la prima fase dell’Ops lanciata da Unicredit su Commerzbank. La banca milanese ha raccolto il 12,5% del capitale portando la partecipazione complessiva al 44,3%. Ora l’offerta verrà riaperta e ormai la soglia della maggioranza assoluta appare a portata di mano. Da Commerzbank arriva un messaggio che tiene insieme cautela e fermezza: «Restiamo aperti al dialogo», dice il portavoce della banca, ma solo a condizione che Unicredit mostri una reale disponibilità a confrontarsi sulle criticità sollevate. Le condizioni, ribadisce l’istituto tedesco, restano immutate: un premio adeguato per gli azionisti e il pieno rispetto del piano industriale «Momentum 2030». Il punto centrale resta sempre lo stesso: il rapporto di cambio non è considerato sufficientemente premiante e, anzi, viene letto come ancora penalizzante anche tenendo conto del dividendo atteso nel 2026.
Eppure, sotto la superficie della rigidità formale, qualcosa si muove. Il tono non è più quello della chiusura netta, ma di una trattativa che resta sospesa, in attesa di condizioni migliori. Un’apertura cauta, forse obbligata, che segna un cambio di atmosfera rispetto alla recente stagione di contrapposizione più dura.
Era il 2017 e Kim Jong-un, il presidente nordcoreano, è stato forse il primo a inaugurare la lunga tradizione del pantheon dell’insulto vedendosi etichettato prima «uomo razzo», impegnato in una «missione suicida», e poi «cucciolo malato». Un anno dopo è stata la volta del primo ministro canadese Justin Trudeau, liquidato come «molto disonesto e debole». La sua «colpa»? Aver criticato il presidente americano per non aver firmato un accordo commerciale con gli altri Paesi del G7. Nel luglio 2019 Trump fa doppietta con un unico colpo, definendo Theresa May «sciocca» e l’ambasciatore britannico a Washington «strambo» e «pomposo idiota». Entrambi sarebbero stati «colpevoli» di aver gestito la Brexit «disastrosamente», cioè ignorando i consigli del tycoon.
Nel 2020, l’ultimo canto del primo mandato presidenziale è rivolto ad Angela Merkel: «Stupida, debole e nelle tasche dei russi».
Così, balzando al 2025, il pantheon dell’insulto certifica di nuovo il valore del presidente francese Emmanuel Macron. Già nel 2018 Trump lo attaccò ricordando «un indice di gradimento molto basso in Francia, pari al 26%, e un tasso di disoccupazione di quasi il 10%». Lo scorso anno si scende sul personale: «Sua moglie lo tratta malissimo, si sta ancora rimettendo da un pugno in faccia». Inoltre, «Emmanuel si sbaglia sempre», in primis quando ha ritenuto che Trump avrebbe lasciato il vertice del G7 per tornare a Washington e lavorare alla pace tra Israele e Iran.
Nel gennaio 2026, il tycoon non vede di buon occhio gli accordi commerciali tra Pechino e il Canada, così lancia l’accusa al primo ministro Mark Carney di voler trasformare il Paese in un «porto di scarico» per le merci cinesi dirette negli Stati Uniti. Poi, ancora, nell’ultimo anno le critiche al Regno Unito per il mancato sostegno iniziale all’operazione contro l’Iran con la chiosa contro il primo ministro Keir Starmer: «non è Winston Churchill». Sullo stesso tema sono piovute le critiche anche al primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e al cancelliere tedesco Friedrich Merz che «non sa di cosa parla!». Contro il Papa, «colpevole» per aver criticato la guerra contro l’Iran e le politiche migratorie, reclama un po’ di gratitudine perché, «come tutti sanno, la sua elezione è stata una sorpresa: è stato scelto dalla Chiesa solo perché americano. Se non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa». Da qui la netta preferenza per il fratello Louis perché «è totalmente Maga. Lui ha capito tutto, e Leo no!». Fino agli scorsi giorni è stata la volta perfino del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In un’intervista, infatti, Trump ha ammesso di averlo insultato al telefono definendolo «fottutamente pazzo» per la gestione delle operazioni limitari in Libano.
In questa storia del pantheon delle umiliazioni, il solo a sfigurare è Giuseppe Conte, l’unico affettuosamente definito con un nomignolo («Giuseppi»), nel 2019. Così, il paradosso sembra proprio veritiero: l’insulto certifica il rango di un leader.

