2022-03-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come si beve una bibita o un cocktail
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Complici anche le gentilezze di alcuni tribunali che continuano da alcune settimane ad annullare i fermi disposti dalle autorità e a concedere risarcimenti agli attivisti, le Ong hanno ripreso le antiche e mai dimenticate abitudini. L’altro giorno la nave Aurora di Sea Watch ha recuperato 44 persone che si trovavano a bordo della piattaforma abbandonata Didon, tra la Libia e la Tunisia.
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.
Cognome e nome: Di Maio Luigi. Attuale rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico.
Incarico ottenuto, dicunt, grazie ai buoni uffici di Mario Draghi, che - sorvolando sulla comicità dell’inarrivabile elogio di cui lo gratificò Di Maio: «L’ho incontrato e mi ha fatto un’ottima impressione» - l’ha preso sotto la sua ala protettiva.
Apprezzandone la duttilità, volgarmente detta anche «trasformismo», nello schierarsi a sostegno del suo governo quando Giuseppe Conte appariva impegnato a cercare di detronizzare l’«usurpatore» Draghi, che gli aveva impedito di insediarsi per la terza volta a Palazzo Chigi.
Di Maio. In predicato di diventare addirittura Coordinatore speciale dell’Onu per il processo di pace in Medio Oriente (alla fine però hanno preferito il francese Jean Arnault).
Professore onorario presso il Dipartimento di studi sulla Difesa nel prestigioso King’s College di Londra, in cui è transitata una dozzina di premi Nobel (giuro, non è Lercio.it).
Già capo politico del M5s.
Già vicepresidente del Consiglio.
Già ministro dello Sviluppo economico e, al contempo, ministro del Lavoro.
Già ministro degli Esteri.
E non ha ancora compiuto 40 anni.
Aldo Moro, per dire, arrivò al suo primo incarico di ministro - della Giustizia - a 39 anni.
Niente male davvero, per uno che alle Comunali nel suo paese, Pomigliano d’Arco, prese 59 voti.
E nel 2013 ne incassò 139 alle Parlamentarie, le primarie online del M5s, ritrovandosi candidato, eletto e vicepresidente della Camera in un amen.
L’uomo dei proclami irrevocabili.
19 maggio 2018: «Con noi, cancellati i voli di Stato, anche così si è rivoluzionari», poi se n’è dimenticato.
21 marzo 2013: «Le auto blu sono il male assoluto, se mi vedete a bordo di una di esse, linciatemi», e qui gli smemorati sono stati i suoi elettori.
«Ercolino-sempre-in-piedi» per Gian Antonio Stella.
Per tutti, for ever and ever: Giggino.
Un miracolato della politica di inizio millennio (nel 2006 vendeva bibite allo stadio San Paolo, «no: ero uno steward in tribuna Autorità» ha sempre corretto lui).
Non l’unico, certo: a sinistra come a destra.
Nel suo caso sussiste tuttavia un’aggravante: aver teorizzato, da leader dei grillopitechi (investitura di cui è responsabile Beppe Grillo), il catastrofico principio dell’«uno vale uno», e poi averlo smentito con la sua fulminante carriera.
DiMa: la conferma vivente di quanto avessero ragione Elio e le Storie Tese cantando l’Italia come La terra dei cachi.
La mamma di DiMa, la signora Paola Esposito, si espose nel maggio 2018 con un’intervista a Oggi, in cui parlò dell’erede com’è ragionevole aspettarsi da una madre: «Per me Luigi è il migliore dei figli possibili, lo scarrafone più bello che ci sia».
E gli scivoloni sui congiuntivi? «L’episodio singolo può capitare a tutti, il resto mi pare un’esasperazione della stampa. Luigi è cresciuto in una famiglia dove la consecutio temporum è di casa» (nel 2017 Di Maio era riuscito a scrivere tre versioni dello stesso post, sbagliando sempre il verbo: «Se c’è un rischio che soggetti spiano», «se c’è un rischio che venissero spiati», «se c’è il rischio che due soggetti spiassero»).
Infine: «Sono una mamma fortunata. Luigi è rimasto lo stesso. Non sa dire bugie».
Ehm...
La fenomenologia di Giggino parrebbe non avvalorare l’assunto.
Prendete ad esempio i rapporti con Matteo Salvini, che nel 2021 Di Maio dipingerà come «una delle persone più false che conosco».
Salvini nel maggio 2017 lo giudicava «di una pochezza e un’ignoranza ineguagliabili».
Mentre nel dicembre dello stesso anno bollava così la proposta avanzata da DiMa («Serve una consultazione popolare per decidere se rimanere o meno nell’euro»): «Il referendum sull’euro? Una sciocchezza».
Che detto da chi aveva organizzato il Basta euro tour - e che nel gennaio 2018 (cioè un mese dopo averla «rimbalzata») ribadiva: «Tengo aperta l’opzione di un’uscita dall’euro» - suonava quantomeno stravagante, ma vabbè.
La fine è nota: sono andati al governo insieme, entrambi come ministri-vicepremier, che però trattavano come loro vice l’effettivo presidente del Consiglio, il mitico #Giuseppi (la storpiatura di Donald Trump è tornata di moda, rilanciata da Paolo Zampolli, descritto fino all’altro ieri come un specie di orrendo scherano del presidente Usa, che a proposito della cena dell’altra sera in un ristorante top di Roma proprio con Conte ha raccontato: «Conte è amico mio e di Donald, mi ha detto di salutarlo. Elly Schlein? Non so chi sia», titolo del Corriere della Sera).
Ciò non ha impedito che talvolta i due fossero in disaccordo, ma senza i termini sprezzanti precedenti.
Per esempio: quando DiMa annunciò urbi et orbi dal balcone «Abbiamo abolito la povertà!», Salvini incassò il mio applauso, e ho detto tutto, per la replica irridente ma molto british: «Anche a me piacerebbe abolire il cattivo tempo e i pareggi del Milan a tempo scaduto, ma purtroppo per decreto non ci riesco».
Sulla diarchia è tutto da compulsare il divertente pamphlet a cura di Alberto Orioli, pubblicato dal Sole 24 Ore nel 2019, dopo un anno di governo, quello gialloverde M5s-Lega, il primo di Conte.
Titolo Salvini o Di Maio: chi l’ha detto?.
Sottotitolo: «266 dichiarazioni da indovinare».
Eh sì, perché, a seconda delle stagioni e del momento, i loro proclami risultavano sovrapponibili e interscambiabili.
Con Salvini scavalcato a destra.
Vedi alla voce Ong: «Chi paga questi taxi del Mediterraneo?», scrive per esempio DiMa a più riprese su Facebook nel 2017, aggiungendo: «Ci auguriamo che il ministro Marco Minniti ci dica tutto quello che sa».
Il fatto poi che di lì a un anno lui e Conte avrebbero entusiasticamente approvato il decreto Sicurezza voluto da Salvini, per poi prenderne disinvoltamente le distanze una volta rimasti a Palazzo Chigi ma con il Pd, conferisce un ulteriore tocco di simpatico spaesamento al quadro.
Sempre in quell’anno, un brillante Mattia Feltri aveva fotografato così Giggino: «Non penso quindi sono: ritratto dell’uomo che non ha idee quindi le prende in leasing. Luigi emula Salvini, l’ultima metamorfosi dell’attaccapanni», uno cioè che fa propri principi e slogan che gli hanno «appeso» addosso altri (e poi quello abrasivo sarei io...).
Il lusinghiero giudizio di Feltri è del 28 agosto 2019, nella lunga estate calda del leader leghista, che ottenebrato dal clima allegrotto del Papeete, aveva deciso di andarle a suonare alla sua stessa maggioranza, finendo suonato lui come un piffero.
Morale? Il 5 settembre giurava il Conte 2, figlio degli sponsali M5s-Pd.
Esatto, proprio quel Pd contro cui Giggino aveva tuonato: «Io non voglio avere nulla a che fare con il partito di Bibbiano, che in Emilia toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli», una cosuccia così.
E quanti anni prima aveva preso questo roccioso, granitico impegno? Il 18 luglio 2019, meno di due mesi prima di dar vita insieme al nuovo esecutivo targato Giuseppi.
Il suo capolavoro è stato sedersi, nell’estate 2022 in vista delle Politiche, accanto a due ex Dc, Enrico Letta -segretario Pd - e Bruno Tabacci (lui e Di Maio si presenteranno insieme alle elezioni nella lista di Impegno civico, ma solo Tabacci entrerà in Parlamento), con alle spalle il logo dei dem a caratteri cubitali: «Oggi sigliamo un’importante intesa, posso dirvi che siamo convinti di questa alleanza nel segno dell’agenda Draghi».
Tutto normale, per Giggino, l’accompagnarsi a due ex Dc, da sempre sostenitori del capo dello Stato Sergio Mattarella, che Di Maio arriverà a definire «il nostro Jedi», «l’angelo custode del governo», dopo averne chiesto, con le vene gonfie sul collo, addirittura la messa in stato d’accusa perché colpevole di essersi messo di traverso rispetto alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’Economia (per completezza d’informazione: l’impeachment fu evocato anche da Giorgia Meloni).
Tutto regolare, il richiamo a Draghi, per uno come DiMa che solo tre anni prima, da ministro, era andato in Francia - con quell’altro fior di statista di Alessandro Di Battista - a sostenere il movimento dei gilet gialli di Cristophe Chalençon, «che strizza l’occhio alla violenza e alla guerra civile», titolo del Corriere del 5 febbraio 2019.
«Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi. Ripeto. Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi», se ne uscì Giggino, con una specie di solenne avviso ai naviganti meritevole di ripetizione.
Invece è cambiato lui.
Lui, che dopo l’esplosione nel porto di Beirut abbracciò «il popolo libico».
Lui, che inserì la Russia tra «i Paesi mediterranei».
Lui, che ha ribattezzato «Ping» il presidente cinese Xi Jinping in un discorso ufficiale a Shanghai.
Lui, che ha collocato Pinochet e la sua dittatura fascista in Venezuela.
Lui, che ha omaggiato la Francia come una nazione «con tradizione democratica millenaria».
«Noi siamo costituiti per oltre il 90% d’acqua», ha sdottoreggiato nel settembre 2018.
Il dubbio di molti è che fosse un coming out, a proposito della concentrazione idrica nella sua testa.
Molti giovani uomini tedeschi hanno scoperto ieri che, per loro, lasciare il Paese non è più una decisione del tutto libera. Se il soggiorno all’estero supera una certa durata, infatti, servirà un’autorizzazione. Non si tratta di una misura amministrativa qualsiasi, ma dell’effetto di una legge che riporta al centro del dibattito pubblico una parola che Berlino aveva accantonato da oltre un decennio: leva.
La novità è emersa da un aggiornamento del quadro normativo legato al Wehrpflichtgesetz, la legge sul servizio militare. In base a quanto riportato dalla Frankfurter Rundschau, gli uomini soggetti agli obblighi militari non possono più soggiornare all’estero per periodi prolungati senza il via libera delle autorità competenti. La soglia individuata è quella dei tre mesi: oltre questo limite, l’uscita dal territorio tedesco richiede una specifica autorizzazione. In caso contrario, sono previste conseguenze sul piano amministrativo.
La disposizione riguarda i cittadini di sesso maschile in età da servizio militare, cioè quella fascia che, almeno sulla carta, potrebbe essere richiamata alle armi. La Germania, infatti, non ha mai abolito la leva: nel 2011 è stata semplicemente sospesa. Dal punto di vista giuridico, resta quindi pienamente attivabile. È proprio in questo spazio che si inserisce la nuova norma, che punta a evitare che i potenziali coscritti si sottraggano alla disponibilità trasferendosi all’estero per lunghi periodi di tempo.
Il ministero della Difesa ha provato a ridimensionare la portata della misura. Un portavoce, interpellato dalla stampa tedesca, ha spiegato ieri che non si tratta di una restrizione generalizzata della libertà di movimento, ma di una norma già prevista e ora resa più esplicita. L’obiettivo, ha sottolineato, sarebbe esclusivamente quello di garantire la reperibilità dei cittadini in caso di necessità, non di limitare viaggi o esperienze all’estero. Il ministero, inoltre, chiarirà «tramite regolamento amministrativo che l’approvazione si considera concessa a condizione che il servizio militare sia volontario».
Burocratese a parte, il dato politico è evidente: Berlino si sta preparando a uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava archiviato. Negli ultimi mesi, il governo ha avviato una revisione complessiva del sistema di reclutamento, introducendo un modello definito «ibrido». Dal 2026 tutti i diciottenni maschi saranno chiamati a registrarsi e a compilare un questionario sulla propria idoneità e disponibilità al servizio. Dal 2027 sono previste anche visite mediche obbligatorie. Il servizio resta formalmente volontario, ma il sistema è costruito in modo da poter essere rapidamente trasformato in obbligatorio, qualora i numeri non dovessero bastare.
E i numeri, appunto, restano il vero nodo da sciogliere. L’obiettivo dichiarato del governo di Friedrich Merz è portare la Bundeswehr a oltre 260.000 soldati attivi e a circa 200.000 riservisti. Una soglia molto distante dalla situazione attuale, segnata da carenze strutturali e difficoltà nel reclutamento. Per colmare questa lacuna, Berlino ha avviato un piano di rafforzamento senza precedenti negli ultimi decenni.
Il riarmo tedesco, d’altronde, è già nei numeri. Dopo il fondo straordinario da 100 miliardi annunciato nei mesi scorsi, il governo punta a portare la spesa per la difesa fino a circa il 3,5% del Pil entro la fine del decennio. Si tratta di un cambio di paradigma per un Paese che, per lungo tempo, aveva mantenuto un profilo militare a dir poco prudente. Oggi, invece, la Germania intende svolgere un ruolo molto più incisivo all’interno della Nato, anche alla luce della guerra in Ucraina e del deterioramento del quadro di sicurezza europeo.
In questo contesto, la norma sui soggiorni all’estero assume un significato che va oltre il dato meramente tecnico. Non è, insomma, solo una disposizione amministrativa, ma un tassello di una strategia più ampia: ricostruire una base di cittadini immediatamente disponibili in caso di mobilitazione. Limitare la possibilità di trascorrere lunghi periodi fuori dal Paese senza autorizzazione significa, di fatto, mantenere sotto controllo una platea potenziale di coscritti.
Non mancano, ovviamente, le tensioni. Anche perché, a partire dalla caduta del muro di Berlino, la narrazione dominante delle istituzioni è stata improntata a un pacifismo quasi radicale. E non sarà facile far passare la nuova linea senza colpo ferire. E i dati lo confermano. Secondo una rilevazione YouGov del giugno 2025, il 63% dei tedeschi tra i 18 e i 29 anni si è detto contrario alla reintroduzione del servizio obbligatorio, mentre un altro sondaggio pubblicato nel gennaio 2026 mostra come il consenso resti nettamente più basso proprio nella fascia che sarebbe direttamente coinvolta. Numeri che fotografano una distanza evidente tra le scelte del governo e l’umore di chi, in caso di necessità, dovrebbe essere chiamato alle armi. Se l’accoglienza della riforma è questa, per Berlino il problema non sarà solo introdurla, ma riuscire davvero a farla funzionare.
Spie russe, agenti disturbatori. Una poderosa macchina di interferenza nel voto in Ungheria. Tutto manovrato dal Cremlino pronto a qualunque cosa pur di aiutare Viktor Orbán a vincere le elezioni del prossimo 12 aprile. La tesi rimbalza da settimane nelle redazioni e di titolone in titolone è già diventata un nuovo Russiagate. L’ultima chicca la offre un’indagine del Washington Post secondo cui i servizi segreti russi avrebbero addirittura suggerito agli ungheresi di inscenare un attentato a Orbán.
Poco più di una settimana prima era stata la volta del Financial Times convinto che dietro la campagna elettorale del presidente magiaro starebbe lavorando l’Agency for Social Design (Asp), agenzia considerata caposaldo della sempre riproposta «disinformazione russa», su diretto mandato del Cremlino.
Notizie che hanno fatto il giro del mondo senza però fornire prove o evidenze di alcun tipo. A partire dalle fonti. Tutte rigorosamente anonime. O i documenti. Visionati ma non pubblicati. Come quello cui fa riferimento il Washington Post: un report dell’Svr, i servizi segreti esteri russi, ottenuto tramite un misterioso servizio di intelligence europeo. Dove gli 007 russi avrebbero suggerito all’entourage di Orbán di prendere spunto dall’attentato a Donald Trump nel luglio 2024 che lo aveva portato a un rapido aumento dei consensi, tra foto iconiche ed elogi per la sua resilienza. «Un simile incidente» si leggerebbe nel report «sposterebbe la percezione della campagna elettorale dalla sfera razionale delle questioni socioeconomiche a quella emotiva, dove i temi chiave diventeranno la sicurezza dello Stato e la stabilità e difesa del sistema politico».
Il punto di partenza a quanto pare è che Orbán si troverebbe alle prese con un forte calo di popolarità a causa del peggioramento dell’economia nel Paese. Anche per via dei cattivi rapporti con Bruxelles che dal 2022 ha congelato 20 miliardi di fondi all’Ungheria dopo la stretta nel Paese su immigrazione illegale, diritti Lgbt e insegnamento universitario. Un rapporto di continua tensione con l’Unione europea che la guerra in Ucraina ha acuito. A partire dal no di Orbán ai finanziamenti a Kiev fino al blocco di un prestito Ue di 90 miliardi di euro a causa del mancato ripristino delle forniture di petrolio russo all’Ungheria attraverso l’oleodotto Družba danneggiato dagli attacchi russi.
Una serie di aut aut che hanno trasformato le elezioni ungheresi in una questione geopolitica, dove in gioco c’è la fedeltà all’Unione europea o alla Russia. E dove il tam tam mediatico sulle presunte «interferenze russe» ripropone un copione già sentito, come nelle ultime elezioni in Moldavia o in Romania, con l’esito del voto popolare cancellato senza che fosse fornita alcuna prova di frodi o interferenze. Storie poi finite con l’insediamento di governi filo Ue. «Tutte queste notizie, frutto di intelligence occidentali, basate su fonti anonime e senza prove, pongono non pochi interrogativi», spiega alla Verità Thomas Fazi, saggista che da tempo si occupa di sovranità politica ed economica. A partire da VSquare, la testata che per prima solleva il caso lo scorso 5 marzo, raccontando che Putin avrebbe incaricato Sergei Kiriyenko, primo vice capo di gabinetto, di gestire in Ungheria un’operazione di interferenza inviando tre esperti di tecnologia politica legati al Gru, il servizio d’intelligence militare russo per poter operare dalla propria ambasciata a Budapest. L’autore dell’articolo dice di aver ottenuto queste informazioni da tre diverse fonti dei servizi segreti europei. Quali? Non è dato sapere. «Difficile fidarsi quando le notizie arrivano da media che da sempre hanno una linea anti Orbán e sono finanziati dai soliti sponsor di qualche rivoluzione colorata» continua Fazi.
Sebbene VSquare venga citato come «piattaforma indipendente», l’elenco degli sponsor suggerisce un posizionamento tutt’altro che bipartisan. Tra i donors figurano enti finanziati dalla stessa Unione europea come il German Marshall fund of the Us e progetti di giornalismo investigativo come ij4eu. E poi Usaid e il National Endowment for Democracy, noti strumenti di soft power americano in chiave liberal depotenziati con tagli di centinaia di migliaia di dollari dall’amministrazione Trump.
Di certo, quest’ultima, più in linea con Orbán che con Bruxelles. A sicuro vantaggio di Putin che da un’Europa poco compatta e una vittoria del primo ministro ungherese, può solo beneficiarne. Un gioco di sponda ideale rispetto al quale le presunte interferenze, pur possibili, restano tutte da dimostrare. Come le notizie sul drastico calo di consenso del primo ministro e del suo partito Fidesz, o la presunta impennata del partito d’opposizione Tisza e del candidato Péter Magyar. Addirittura 20 punti percentuali di stacco secondo un recente sondaggio. Se però si va a controllare l’identikit delle società che sfornano tali dati, sorgono non poche domande. Come nel caso dell’ultima ricerca, realizzata da Medián, componente di un ampio ecosistema di società, tra cui l’Istituto Republikon che tra il 2015 e il 2024 ha ricevuto 1,5 milioni di dollari in sovvenzioni dall’Ue, nonché il sostegno dei soliti: dall’Open Society Policy Centre al German Marshall Fund, dal National Democratic Institute, al Rockefeller Brothers Fund fino alla Fondazione Friedrich Naumann. Finanziamenti esteri che di per sé non invalidano i risultati di un istituto di sondaggi, ma sono spie di una strategia tutt’altro che casuale. «Prevedere la vittoria dell’opposizione permette di delegittimare un’eventuale vittoria di Orbán. E giustificare successive intromissioni nel voto da parte dell’Unione europea, cosa che peraltro sta già facendo. Per poi magari arrivare a sospendere il diritto di voto dell’Ungheria al Consiglio europeo, un sogno per le élite europee. O puntare sul Digital Services Act per censurare il dibattito in Ungheria» conclude Fazi. «“Elezioni rubate!” Già vedo il titolo che verrebbe riproposto sui principali media mainstream, pronti a trasformare un errore dei sondaggi in accuse di frode elettorale. Accuse che, una volta formulate, si rivelano difficili da smentire».

