Il futuro presidente riporti Confindustria a tutelare le aziende in Italia e a Bruxelles

Mentre la politica scalda i motori per la campagna elettorale delle Europee e la finanza si prepara per le nomine in Abi, Acri, la presidenza di Cdp e getta le basi per la partita del 2025 in Generali, Confindustria apre la sua peculiare campagna elettorale. L’attuale numero uno, Carlo Bonomi, entra nel semestre bianco e si appresta a indire per il 31 gennaio il consiglio di presidenza e il consiglio generale per il primo febbraio. Da lì usciranno i nomi dei tre saggi che riceveranno le candidature ufficiali o comunque gireranno l’Italia per sondare i votanti e capire pesi e misure per la partita del nuovo presidente. Il quale prenderà le redini di Viale dell’Astronomia a maggio, in piena congiunzione astrale con le altre grandi partite di rinnovamento del Paese. E visto che le coincidenze nella vita hanno sempre un significato preciso, nel caso degli industriali si tratta di ricostruire l’associazione e tornare a renderla una macchina a tutela di chi produce.
Il prossimo presidente, per demerito di Bonomi, avrà per la prima volta l’occasione di costruirsi una struttura su misura. Un onore e un onere. Dovrà, infatti, nominare il direttore generale, il responsabile dell’area Fisco, quello dell’Energia, il direttore della comunicazione, il direttore della Piccola industria. Il settore delle Politiche industriali è stato talmente spacchettato da diventare frammentato. E anche sul direttore del Personale ci sarà molto da fare, visto che l’attuale, Antonio Greco, ha generato qualche malumore per via del fuggi fuggi di giovani dirigenti verso altri colossi pubblici. Senza contare che la sede di Bruxelles è stata praticamente abbandonata a sé stessa negli ultimi quattro anni.
In sostanza, l’obiettivo dovrebbe essere quello di lasciarsi alle spalle una stagione di piccolo cabotaggio e rimettere Confindustria nel ruolo che le compete: fare lobby per l’industria. In Italia e a Bruxelles. Ci auguriamo che, assieme alle notizie sulle candidature alla campagna elettorale, vengano diffuse pubblicamente le idee sottostanti. Quali infrastrutture servono per il Paese? Quali sono inderogabili? Come rialzare il livello di produttività? Come approcciare l’immigrazione e la formazione del personale? Come tutelare la nostra filiera e difenderla da norme europee che mirano a omogeneizzare le peculiarità? In generale, quali battaglie su acciaio, tlc, automotive e nuove tecnologie deve fare il Paese per poter continuare a fregiarsi del logo del G7?
Ovviamente è troppo presto. Dovremo aspettare almeno febbraio per ascoltare i diretti interessati. Al momento è disponibile la lista ufficiosa dei candidati, le loro storie e le loro alleanze. È già tanto per capire che strada potrebbero prendere in futuro e che tipo di Confindustria vorrebbero plasmare. Anche se le sorprese nei palazzi sono sempre dietro l’angolo. Al momento, di certo, c’è la discesa in campo di Antonio Gozzi, più volte presidente di Federacciai e numero uno di Duferco. Leader della siderurgia, dell’energia e della logistica, il gruppo ha sede in Lussemburgo, ha importanti soci cinesi e opera in 50 Paesi. La notizia si è mostrata da subito divisiva. L’imprenditore, con una storia tra le fila del Psi di Bettino Craxi, è da sempre vicino ai produttori di acciaio e non certo ai trasformatori, che però sono maggioranza nel nostro Paese. Ha un lungo track record nel mondo dell’acciaio e di certo la sua Federacciai è inciampata più volte nei problemi dell’Ilva - senza risolverli - o nei grandi temi di dazi europei. A molti immaginarlo al vertice di Confindustria crea qualche preoccupazione. Soprattutto, però, la candidatura di Gozzi rischia di dividere Liguria. Subito dopo la sua uscita è stata, infatti, la volta di Edoardo Garrone, presidente di Erg, nome celeberrimo tra le dinastie italiane e tra i lettori del Sole 24 Ore di cui è consigliere. L’attuale presidente di Confindustria Liguria, Giovanni Mondini, avrebbe prima fatto endorsement per Gozzi, per poi raffreddarsi, visto che con Garrone condivide una poltrona in Erg. Garrone è negli Stati Uniti: tornerà in Italia la prossima settimana. Avrebbe posto la condizione di essere unico candidato. Così è impossibile. Se si ammorbidisse e scendesse nell’agone potrebbe anche trovare l’appoggio della Lombardia e di altri settori di peso.
A seguire poi, in ordine casuale, ci sono tre attuali vice presidenti. Giovanni Brugnoli, Emanuele Orsini e Alberto Marenghi. Il primo avrebbe con sé già una ventina di voti, potrebbero correre con il sostegno di Varese o farli confluire su un altro candidato. Quella di Orsini è considerata una candidatura dal basso, in discontinuità con Bonomi. Imprenditore nato a Sassuolo, fattura oltre 110 milioni, grande indotto locale. Business del legno e degli insaccati. Potrebbe raggruppare a sé le aziende medio piccole, che sono numerose dentro l’associazione. A fare la differenza, a febbraio, sarà l’appoggio dei big. O l’ingresso di eventuali outsider come Enrico Carraro, quest’ultimo solo affacciato all’agone. Non si capisce se voglia fare il salto verso Roma o regolare partite locali con Confindustria Est e Leopoldo Destro.
Resta Marenghi , con due handicap. Primo: ha dalla sua il peso di essere considerato in continuità rispetto a Bonomi , il che non lo fa vedere di buon occhio a molti associati. Secondo: rischia di avere da parte di Bonomi un sostegno di facciata. L’attuale presidente avrebbe, infatti, incontrato in un meeting riservato a Berlino (in occasione del Forum delle associazioni Ue lo scorso 28 settembre) sia Antonio Gozzi sia Antonio D’Amato. Da quanto risulta alla Verità i tre imprenditori avrebbero discusso della futura presidenza e del ruolo che il gruppo Duferco potrebbe avere in alcune partite normative che riguardano la plastica. D’Amato, in cambio del suo sostegno per la campagna elettorale di viale dell’Astronomia, avrebbe chiesto un occhio di riguardo alla plastica anche a discapito della bio plastica. Un dettaglio non da poco, visto che i mesi di ottobre, novembre e dicembre hanno segnato la battaglia a Bruxelles sulle norme per il packaging dalla quale l’Italia è uscita bastonata. Ci auguriamo che il pressing di D’Amato non sia andato in porto. Non solo perché sarebbe in direzione opposta al lavoro del governo, ad esempio del sottosegretario Vannia Gava. Ma anche perché un patto Gozzi-Bonomi-D’Amato sarebbe l’emblema di ciò che Confindustria non dovrebbe fare: confondere interessi aziendali con quelli del Paese e degli associati. Sappiamo che i big come Marcegaglia, Tronchetti Provera, Beretta, Fossa e Bracco avranno il loro peso. Traggano insegnamento dagli anni di Bonomi.






