True
2021-08-17
Fuoco incrociato sull’indeciso Biden. Liberati i terroristi affiliati ad Al Qaeda
Joe Biden (Ansa)
È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso.
C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno).
In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani.
Fuga da Kabul per non morire di vendetta
A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini.
Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale.
Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone?
Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati.
A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi».
E chi è rimasto?
«Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica».
Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni».
E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
Continua a leggereRiduci
Accuse da repubblicani e dem al presidente: è una disfatta. Rischio attentati in Usa per il ventennale dell'11 Settembre. A 24 ore dalla caduta della capitale è il caos. Aerei presi d'assalto da chi pur di scappare si appende alle ali e precipita nel vuoto. Finte rassicurazioni del mullah Baradar. Rastrellamenti talebani casa per casa alla ricerca di chi ha collaborato con gli occidentali. Lo speciale contiene due articoli. È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso. C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno). In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fuoco-incrociato-sullindeciso-biden-liberati-i-terroristi-affiliati-ad-al-qaeda-2654686146.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuga-da-kabul-per-non-morire-di-vendetta" data-post-id="2654686146" data-published-at="1629142827" data-use-pagination="False"> Fuga da Kabul per non morire di vendetta A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini. Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale. Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone? Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati. A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi». E chi è rimasto? «Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica». Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni». E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.