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2021-08-17
Fuoco incrociato sull’indeciso Biden. Liberati i terroristi affiliati ad Al Qaeda
Joe Biden (Ansa)
È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso.
C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno).
In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani.
Fuga da Kabul per non morire di vendetta
A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini.
Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale.
Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone?
Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati.
A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi».
E chi è rimasto?
«Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica».
Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni».
E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
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Accuse da repubblicani e dem al presidente: è una disfatta. Rischio attentati in Usa per il ventennale dell'11 Settembre. A 24 ore dalla caduta della capitale è il caos. Aerei presi d'assalto da chi pur di scappare si appende alle ali e precipita nel vuoto. Finte rassicurazioni del mullah Baradar. Rastrellamenti talebani casa per casa alla ricerca di chi ha collaborato con gli occidentali. Lo speciale contiene due articoli. È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso. C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno). In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fuoco-incrociato-sullindeciso-biden-liberati-i-terroristi-affiliati-ad-al-qaeda-2654686146.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuga-da-kabul-per-non-morire-di-vendetta" data-post-id="2654686146" data-published-at="1629142827" data-use-pagination="False"> Fuga da Kabul per non morire di vendetta A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini. Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale. Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone? Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati. A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi». E chi è rimasto? «Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica». Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni». E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
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Nella sede della Lega Serie A dirigenti del calcio e istituzioni si sono confrontati sulla sostenibilità economico-finanziaria delle società. Presenti il vice ministro dell'Economia Maurizio Leo, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate. Al centro trasparenza dei bilanci e nuovi strumenti di controllo.
I conti del calcio italiano tornano sotto la lente di istituzioni e club. Nella sede della Lega Serie A, a Milano, dirigenti delle società e rappresentanti dello Stato si sono ritrovati per una giornata di confronto dedicata alla sostenibilità economico-finanziaria del sistema. Un tema sempre più centrale per il futuro dei club, chiamati a coniugare competitività sportiva e solidità dei bilanci.
All’incontro ha partecipato anche il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è stato quello di rafforzare il dialogo tra il mondo del calcio e alcune delle principali istituzioni coinvolte nei controlli economici: Agenzia delle Entrate, Inps e la Commissione indipendente incaricata di verificare l’equilibrio finanziario delle società.
Ad aprire i lavori è stato Massimiliano Atelli, presidente della nuova Commissione incaricata di monitorare i conti dei club e verificarne la solidità economica. Il confronto è poi entrato nel merito dei rapporti tra le società e gli enti pubblici. Gabriele Fava, presidente dell’Inps e membro della Commissione indipendente, ha affrontato il tema dei contributi previdenziali e delle relazioni tra i club e l’istituto, soffermandosi sulle possibili forme di collaborazione. A seguire è intervenuto Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e membro della Commissione, che ha presentato il modello della cosiddetta «cooperative compliance», il sistema di adempimento collaborativo pensato per favorire un rapporto più diretto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Nelle conclusioni, il vice ministro Maurizio Leo ha sottolineato proprio l’importanza di questo approccio basato sulla collaborazione e sulla trasparenza, indicando possibili sviluppi futuri per sostenere il sistema calcio. Per il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, il confronto rappresenta «un passaggio molto importante per il futuro del calcio». Simonelli ha ricordato come la Lega abbia già attivato, all’interno della propria Commissione fiscale, un tavolo dedicato al sistema di controllo del rischio fiscale, con l’obiettivo di definire una valutazione specifica per il settore.
Il dialogo con le istituzioni – dalla Commissione indipendente all’Inps, dall’Agenzia delle Entrate al ministero dell’Economia – secondo il numero uno della Lega conferma la volontà di rafforzare i principi di sostenibilità e trasparenza nella gestione delle società sportive. Un percorso che punta a costruire un modello più solido per il calcio italiano nei prossimi anni.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 marzo 2026. La nostra Francesca Ronchin ci rivela i dettagli dell'egemonia della sinistra nelle associazioni degli italiani all'estero.
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Uno studio del King’s College di Londra mette alla prova i principali modelli di intelligenza artificiale in simulazioni di crisi geopolitiche. Nel 95% dei casi l’escalation termina con l’uso di armi nucleari tattiche: per gli algoritmi la vittoria strategica conta più di qualsiasi tabù morale.
L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.