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2021-08-17
Fuoco incrociato sull’indeciso Biden. Liberati i terroristi affiliati ad Al Qaeda
Joe Biden (Ansa)
È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso.
C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno).
In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani.
Fuga da Kabul per non morire di vendetta
A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini.
Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale.
Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone?
Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati.
A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi».
E chi è rimasto?
«Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica».
Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni».
E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
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Accuse da repubblicani e dem al presidente: è una disfatta. Rischio attentati in Usa per il ventennale dell'11 Settembre. A 24 ore dalla caduta della capitale è il caos. Aerei presi d'assalto da chi pur di scappare si appende alle ali e precipita nel vuoto. Finte rassicurazioni del mullah Baradar. Rastrellamenti talebani casa per casa alla ricerca di chi ha collaborato con gli occidentali. Lo speciale contiene due articoli. È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso. C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno). In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fuoco-incrociato-sullindeciso-biden-liberati-i-terroristi-affiliati-ad-al-qaeda-2654686146.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuga-da-kabul-per-non-morire-di-vendetta" data-post-id="2654686146" data-published-at="1629142827" data-use-pagination="False"> Fuga da Kabul per non morire di vendetta A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini. Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale. Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone? Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati. A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi». E chi è rimasto? «Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica». Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni». E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.