True
2021-08-17
Fuoco incrociato sull’indeciso Biden. Liberati i terroristi affiliati ad Al Qaeda
Joe Biden (Ansa)
È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso.
C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno).
In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani.
Fuga da Kabul per non morire di vendetta
A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini.
Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale.
Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone?
Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati.
A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi».
E chi è rimasto?
«Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica».
Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni».
E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
Continua a leggereRiduci
Accuse da repubblicani e dem al presidente: è una disfatta. Rischio attentati in Usa per il ventennale dell'11 Settembre. A 24 ore dalla caduta della capitale è il caos. Aerei presi d'assalto da chi pur di scappare si appende alle ali e precipita nel vuoto. Finte rassicurazioni del mullah Baradar. Rastrellamenti talebani casa per casa alla ricerca di chi ha collaborato con gli occidentali. Lo speciale contiene due articoli. È un prezzo altissimo quello che Joe Biden rischia di pagare per la disfatta afghana. Il presidente americano si è infatti ritrovato al centro di dure critiche per la controversa gestione del ritiro dal Paese. Se i repubblicani sono sul piede di guerra, non mancano strali anche da parte dell'area democratica. «Questa è una crisi di proporzioni indicibili. Questo è un fallimento dell'intelligence. Abbiamo sottovalutato i talebani e sopravvalutato la determinazione dell'esercito afghano», ha affermato la deputata dem Jackie Speier. Sulla stessa linea la collega di partito, Debbie Dingell, che domenica ha dichiarato: «Sembra la caduta di Saigon oggi». Duro anche l'ex ambasciatore in Afghanistan ai tempi di Barack Obama, Ryan Crocker, che ha accusato l'amministrazione Biden di «una totale mancanza di pianificazione coordinata post-ritiro». A intervenire è stato anche l'ex direttore della Cia (in carica ai tempi di Obama), David Petraeus, che ha definito «catastrofica» la conquista dei talebani. In tutto questo, sono sorte polemiche anche per il fatto che, nel mezzo della crisi afghana, il presidente avesse scelto di rimanere nella residenza di Camp David, anziché tornare a Washington. Inoltre, da più parti, è stato invocato un suo discorso alla nazione. Man mano che la pressione aumentava, la Casa Bianca ha alla fine annunciato che Biden - che appena un mese fa riteneva «altamente improbabile» una escalation talebana - sarebbe tornato nella capitale per parlare nella serata italiana di ieri (quando La Verità era già andata in stampa). Il segretario di Stato americano, Tony Blinken, ha frattanto cercato di gettare acqua sul fuoco. «Questa non è Saigon. Gli Stati Uniti sono riusciti nella loro missione di fermare gli attacchi contro gli Stati Uniti», ha detto. Peccato che le cose non stiano esattamente così. Le presidenze di Bush jr e Obama avevano infatti condotto una poderosa azione di nation building che – costata oltre 133 miliardi di dollari – puntava anche ad addestrare le forze militari afghane. Proprio quest'ultimo fu, tra l'altro, uno degli obiettivi dichiarati dallo stesso Obama nel dicembre 2009: un obiettivo che non è stato raggiunto. Come evidenziato dal Washington Post nel dicembre 2019, proprio il presidente dem accelerò infatti il processo di nation building, aumentando gli investimenti e restringendo le tempistiche: una strategia che ha finito col favorire il formarsi di un governo afghano debole, impopolare e venato di corruzione, oltre che di truppe locali impreparate. A tutto questo si aggiunga il fatto che, secondo Axios, domenica i talebani abbiano liberato un'ingente quantità di prigionieri: tra costoro figurerebbero in particolare alcuni esponenti di Al Qaeda. Del resto, sempre domenica, il capo di Stato maggiore, Mark Milley, ha definito come sempre più alto il rischio che l'Afghanistan possa presto tornare un ricettacolo di sigle terroristiche. Uno scenario tanto più inquietante, alla luce della recente allerta del governo americano per il rischio di attentati in occasione del ventennale degli attacchi dell'11 Settembre. Dovessero questi rischi disgraziatamente concretizzarsi, per Biden si profilerebbe all'orizzonte un grosso problema di consenso. C'è poi chi – come la deputata repubblicana Liz Cheney – addossa (almeno in parte) la colpa del disastro afghano all'accordo concluso da Donald Trump nel febbraio 2020 con i talebani. Ora, che quell'intesa presentasse degli aspetti controversi è fuori dubbio. Ma vanno anche fatte delle precisazioni. Trump – che ha invocato l'altro ieri le dimissioni del proprio successore – partiva da un'ottica di forte diffidenza verso gli esperimenti di nation building attuati da Bush e Obama: esperimenti di cui Biden (in quanto vice dello stesso Obama) è corresponsabile. In secondo luogo, è vero che Trump puntasse al ritiro, ma è anche vero che l'anno scorso, in riferimento ai talebani, ebbe a dire: «Se accadono cose brutte, torneremo indietro con una forza che nessuno ha mai visto». Del resto, che l'allora presidente repubblicano, nei rapporti con gli avversari, mirasse a mantenere la deterrenza era fuori di dubbio (si pensi soltanto all'uccisione di Qasem Soleimani). Infine, Biden ha assai spesso picconato ampi pezzi dell'eredità di Trump: l'attuale presidente avrebbe quindi potuto sconfessare i termini di quell'intesa (soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'intelligence americana lo scorso giugno). In tutto questo, il Global Times (organo del Partito comunista cinese) ha accusato Washington di inaffidabilità sull'Afghanistan, sostenendo che gli americani non si impegneranno seriamente per difendere Taiwan in un eventuale conflitto. Il dossier afghano rischia quindi di indebolire Biden nel confronto con Pechino e di acuire le divisioni interne al suo stesso partito. Doveva portare gli Stati Uniti a una rinascita. E invece questo presidente sembra sempre più preda di contraddizioni e veti incrociati. Lui, che ha sempre invocato la difesa dei diritti umani, dovrebbe spiegare adesso al mondo che cosa significhi lasciare le donne afghane nelle mani dei talebani. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fuoco-incrociato-sullindeciso-biden-liberati-i-terroristi-affiliati-ad-al-qaeda-2654686146.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fuga-da-kabul-per-non-morire-di-vendetta" data-post-id="2654686146" data-published-at="1629142827" data-use-pagination="False"> Fuga da Kabul per non morire di vendetta A 24 ore dalla caduta di Kabul in Afghanistan è il caos tanto che nel tardo pomeriggio di ieri tutti i voli militari e civili sono stati sospesi. In particolare è nella capitale che la tensione sale di ora in ora. Dalle prime ore del mattino migliaia di persone sono convenute all'aeroporto internazionale Hamid Karzai nel tentativo di lasciare il Paese attraverso i voli organizzati dalle ambasciate occidentali per far rientrare in patria i propri concittadini. Gli aerei sono stati presi d'assalto al punto che alcune persone (almeno cinque) sono misteriosamente riuscite a prendere posto sulle ali in fase di decollo per precipitare e sfracellarsi al suolo dopo qualche minuto. Scene di disperazione agghiaccianti, riprese con gli smartphone, immediatamente diffuse sul web e causa di furibonde polemiche anche negli Stati Uniti dove il presidente Joe Biden viene ferocemente criticato anche dalla stampa che lo ha sempre sostenuto durante la campagna elettorale. Ci sarebbero altre vittime (almeno quattro) sempre all'aeroporto, decedute dopo essere finite sotto le ruote di un aereo che si apprestava a decollare e altre due morte in una sparatoria dai contorni ancora poco chiari. A Kabul, dove vivono circa 5 milioni di persone, il clima come detto è pesantissimo e le rassicurazioni del mullah Abdul Ghani Baradar alla Bbc («La situazione a Kabul è pacifica e non si hanno notizia di scontri. Questa è l'ora della prova. Noi forniremo i servizi alla nostra Nazione, daremo serenità alla Nazione intera e faremo del nostro meglio per migliorare la vita delle persone») sono solo parole alle quali nessuno crede. I fatti dicono che le milizie talebane da giorni stanno battendo casa per casa con specifici elenchi stilati per tempo alla ricerca di dipendenti del governo, soldati, poliziotti e cittadini che hanno collaborato con le Forze straniere e le Ong, sgradite ai nuovi barbuti padroni dell'Afghanistan. Che fine fanno queste persone? Vengono uccise ed anche per questo la gente fugge in massa lasciando tutto come testimoniato dalle immagini che mostrano ingorghi stradali e macchine abbandonate nei pressi delle frontiere comunque presidiate dai talebani. Le indiscrezioni che parlano dei cittadini passati per le armi talebane trovano riscontro nelle parole di Ghulam M. Isaczai, ambasciatore afgano all'Onu, intervenuto alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza, convocata ieri pomeriggio con la partecipazione del Segretario generale Antonio Guterres che ha affermato «di essere particolarmente preoccupato per le notizie delle crescenti violazioni contro le donne e le ragazze afgane che temono un ritorno ai giorni più bui. È essenziale che i loro diritti conquistati a fatica siano protetti. Stiamo ricevendo notizie agghiaccianti di gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese», lanciando infine un appello ai guerriglieri affinché «esercitino la massima moderazione». Insomma, siate terroristi, però, mi raccomando, moderati. A proposito di funzionari governativi: sono ancora molte le domande sulla mancata reazione dei militari all'insurrezione talebana. Non ha dubbi il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorio della Nato defence college foundation: «Dalle fonti che hanno riferito gli eventi in Afghanistan è palese che parte delle forze di sicurezza afgane (Ansf, quelle addestrate e ben armate da Usa e Nato, ndr) sono già passate a supportare i talebani nei giorni scorsi (anche settimane) sia per salvare se stessi e le proprie famiglie sia, in forma minore, per credo religioso o di clan di origine. I rimanenti - ben pochi - sono in fuga verso i confini sperando nella difficile salvezza. In sintesi esercito (forze di sicurezza) e polizia afgana non esistono più. Rimangono i mezzi da combattimento, le armi e i depositi di munizioni… Questi possono essere utilizzati o venduti al mercato nero delle armi». E chi è rimasto? «Chi non è tornato a casa o fuggito o scelto un difficile anonimato nelle coltivazioni di oppio, potrebbe andare a rinforzare le milizie di opposizione ai talebani soprattutto nella Valle del Panjshir. Tali milizie si starebbero organizzando come milizie tagiche con a capo il figlio del mitico Massoud (storico nemico giurato dei talebani). Tali milizie rinforzate da personale addestrato da Nato e Usa possono essere un vero problema per i talebani stessi. Non va comunque dimenticato che tra i talebani ci sono oggi anche piloti disertori (difficile farne a meno) e gli aerei sono nelle loro mani anche se saranno operativi per poco tempo perché mancherà la catena logistica». Sul fronte internazionale occorre registrare oltre alla condanna pressoché unanime per il ritorno dei talebani, la posizione della Russia che attraverso Zamir Kabulov, inviato del Cremlino per l'Afghanistan, ha fatto sapere che oggi si terrà a Kabul l'incontro tra l'ambasciatore russo e il governo dei talebani e che solo dopo Mosca «deciderà se riconoscere o meno la nuova potenza afgana in base alle sue azioni». E la Cina con la quale i talebani flirtano da tempo e che condivide 76 km di confine con l'Afghanistan? La portavoce della diplomazia cinese Hua Chunying ha chiarito: «Il governo cinese vuole relazioni amichevoli con i talebani. La Cina rispetta il diritto del popolo afgano di decidere del proprio destino e del proprio futuro e i talebani hanno ripetutamente indicato la loro speranza di sviluppare buone relazioni con la Cina»; infine Hua Chunying ha rassicurato sul fatto che l'Ambasciata cinese a Kabul «continua a funzionare normalmente». Una posizione condivisa anche da Pakistan e Turchia pronte a riconoscere la legittimità dell'Emirato islamico di Afghanistan e che non evacueranno le rispettive ambasciate a Kabul.
iStock
Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
Continua a leggereRiduci
Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
Continua a leggereRiduci
iStock
Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
Continua a leggereRiduci