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2021-07-16
Francesi divisi sul ricatto di Macron. Scontri in piazza contro il certificato
(Gerard Bottino/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)
Quattro giorni dopo le dure parole di Emmanuel Macron, in Francia, si allarga sempre di più la frattura tra i favorevoli e contrari all'estensione del green pass. Durante il suo intervento televisivo di lunedì sera, l'inquilino dell'Eliseo non aveva usato giri di parole per stigmatizzare i vaccino-scettici. Per loro, il presidente francese ha emesso una condanna senza appello perché, secondo lui bisogna «far portare il peso delle restrizioni sui non vaccinati invece che su tutti». Parallelamente il leader transalpino ha dato un'idea delle modalità di utilizzo del passaporto sanitario. Il discorso presidenziale ha scatenato una violenta caccia alle streghe - ovvero ai contrari al vaccino - sia sui media che sui social network. In parallelo, non si sono fatte attendere le proteste di varie categorie sulle quali Macron ha fatto ricadere delle responsabilità enormi. È il caso del personale sanitario ormai obbligato a vaccinarsi entro il 15 settembre, data alla quale scatteranno dei controlli che potrebbero portare anche al licenziamento di chi non volesse proprio ricevere il siero. Va detto che molti camici bianchi vaccino-scettici, non ne fanno una questione di principio. Semplicemente, vorrebbero che la comunità scientifica internazionale disponesse di più informazioni e di più tempo per valutare gli eventuali effetti collaterali dei vaccini. Tra coloro che hanno annunciato il proprio addio, c'è chi ha ricordato anche la mancanza di mezzi in cui si trova il settore sanitario, una denuncia che era stata fatta già ai tempi dei Gilet Gialli e della riforma delle pensioni.
L'altra categoria sul piede di guerra è quella dei ristoratori che, con l'entrata in vigore del green pass, rischiano grosso. Il governo guidato da Jean Castex sta lavorando su una bozza di progetto di legge che prevede, tra l'altro, una multa di 45.000 euro e un anno di reclusione per i ristoratori che, a partire dal 1° agosto prossimo, omettessero di verificare il passaporto sanitario dei propri clienti, dai dodici anni in su. Come spiega a La Verità David Zenouda - uno dei responsabili dell'Umh, associazione di categoria di ristoratori e albergatori - «questa decisione rischia di indebolire ancora di più il settore della ristorazione, già pesantemente colpito dai mesi di chiusura e di lockdown. Molti clienti potrebbero decidere di non andare più al ristorante. Nel mezzo della stagione estiva, sarebbe una catastrofe». «Far controllare il passaporto sanitario ai ristoratori - continua il rappresentante di categoria - significa scaricare su di essi una responsabilità che non compete loro. I gestori di hotel, bar e ristoranti non sono né poliziotti, né medici». Un altro aspetto critico del progetto di legge sul green pass riguarda il secondo obbligo previsto per ristoratori, baristi e albergatori: quello di assicurarsi che tutto il personale sia coperto dalle due dosi di vaccino entro l'inizio del prossimo mese. Calendario alla mano, si tratta di un'impresa impossibile. Per rispettare tale scadenza, Macron avrebbe dovuto anticipare gli annunci di due settimane. Ma quindici giorni fa, in Francia c'erano le elezioni regionali e il partito del presidente era già dato per perdente. Mentre il personale sanitario e il settore della ristorazione puntano i piedi, un po' in tutta la Francia dei gruppi di cittadini hanno ripreso a manifestare come ai tempi dei Gilet Gialli. Nel giorno della festa nazionale del 14 luglio, oltre 20.000 persone sono scese in piazza a Parigi, Montpellier, Marsiglia e in altre città francesi, per protestare contro la vaccinazione obbligatoria anti Covid, celata dietro all'estensione del green pass. Nei pressi della Place de la République a Parigi, riecheggiava il grido «libertà, libertà» e l'accusa di «dittatura» rivolta ai vertici dello Stato. La protesta è stata interrotta dall'intervento della polizia che ha fatto anche uso di gas lacrimogeni. Al di là delle valutazioni pratiche relative all'estensione del passaporto sanitario in Francia, c'è chi ritiene che la limitazione delle libertà è sproporzionata rispetto all'obiettivo prefissato. Ad esempio l'eurodeputato di destra François-Xavier Bellamy e il vicepresidente del partito centrista Loïc Hervé, hanno firmato una corsivo su Le Figaro Vox sottolineando che «l'accesso ad uno spazio pubblico sarà diversificato sulla base dei nostri dati sanitari». I due politici si sono chiesti «come può una rivoluzione tale realizzarsi con una giustificazione così debole, senza un dibattito parlamentare e ridicolizzando chi osa preoccuparsi?». Anche al di là delle Alpi, il vaccino contro il morbo nato in Cina viene presentato come l'unica soluzione per uscire dalla pandemia.
Sulla stessa scia di Parigi, anche Vienna e Atene.
In Austria, infatti, hotel e ristoranti sono aperti, ma all'ingresso è richiesto il green pass. Stesse regole per i club notturni, che possono funzionare al 75% della capacità.
In Grecia i luoghi della cultura, ristoranti e bar non saranno accessibili a chi non è vaccinato. L'obbligo sarà introdotto anche per i sanitari: «Non chiuderemo più il Paese per il beneficio di pochi» ha detto il presidente greco lunedì, in contemporanea all'annuncio delle misure draconiane di Macron.
La Corte spagnola boccia il lockdown
La Corte costituzionale spagnola ha dichiarato nulli i provvedimenti più rigidi adottati dal governo di Pedro Sánchez durante l'emergenza sanitaria dello scorso anno. Il decreto sullo stato d'allarme in vigore nel Paese Iberico dal 14 marzo al 21 giugno 2020 era incostituzionale, perché per limitare la circolazione delle persone e obbligarle in casa serve il voto del Parlamento che dichiari el estado de excepción, lo stato di eccezione. Un brutto colpo per il premier socialista, che avrebbe così agito contro la legge, e per le finanze pubbliche che si vedranno private di centinaia di milioni di euro provenienti dalle sanzioni inflitte in occasione del primo lockdown in base alla più comunemente nota ley mordaza, legge bavaglio.
Tra le conseguenze della clamorosa sentenza, in risposta a un ricorso presentato dal partito nazionalista Vox, ci sarà infatti l'annullamento di 1,3 milioni di multe, soprattutto per non aver rispettato il coprifuoco o il confinamento domiciliare che prevedeva pene pecuniarie da 601 a 30.000 euro. Sei giudici si sono espressi per l'annullamento, cinque erano contrari e decisivo è stato il voto della vicepresidente del Tribunal constitucional, Encarnación Roca. Sono stati bocciati i paragrafi 1, 3 e 5 dell'articolo sette del Real decreto del 14 marzo 2020 sullo stato d'allarme in Spagna, che determinavano rispettivamente il confinamento con possibilità di uscire di casa solo per fare la spesa o per urgenze sanitarie; il divieto di circolare con l'auto e la possibilità di chiudere le strade per ragioni di salute pubblica.
Quella dei giudici è «una decisione senza precedenti», hanno commentato con grande irritazione governo e Psoe pur assicurando che «rispetteranno la sentenza». E ci mancherebbe, tutti i poteri pubblici sono vincolati al rispetto della Costituzione, e tutti i pubblici poteri sono soggetti alle decisioni del giudice costituzionale. Il neo ministro della Giustizia, Pilar Llop, ha provato a difendere i provvedimenti adottati dall'esecutivo affermando che il lockdown in Spagna «salvò centinaia di migliaia di vite», ma i giudici della costituzionalità delle leggi non hanno messo in discussione le misure sanitarie adottate. Potevano andare bene, considerata la situazione di pandemia, ma doveva essere il Parlamento a decidere, non il Consiglio dei ministri, su questioni delicatissime quali la libertà di muoversi per milioni di cittadini, di andare a trovare familiari, di riunirsi e di poter frequentare le chiese.
Un'anomalia molto simile a quella che si è verificata in Italia e che rischia di proseguire con l'ormai certa proroga dello stato d'emergenza, forse fino al prossimo 31 dicembre. In questo modo, nel nostro Paese non terminerà la stagione della decretazione d'urgenza, dei dpcm in deroga alle disposizioni di legge vigenti senza un passaggio parlamentare. La sentenza della Corte costituzionale spagnola non contempla richieste di risarcimento per i danni subiti con la chiusura di attività o per le perdite economiche degli esercizi commerciali, si limita ad annullare le sanzioni applicate ai cittadini durante la prima ondata del Covid. Non sono cifre di poco conto. Benché al momento sia stato pagato solo l'11,1 % di 1.370.164 multe inflitte in Spagna, si tratta di 115 milioni di euro già entrati nella disponibilità delle amministrazioni regionali e i ricorsi si annunciano abbondanti.
Nel conteggio non rientrano Catalogna e Paesi Baschi che hanno leggi diverse sulla sicurezza dei cittadini, ma di certo in Euskadi, la Comunità autonoma della Spagna settentrionale, tra marzo e giugno 2020 furono multate più di 31.000 persone e nella Regione di Barcellona si dovranno annullare ben 63.626 multe. Grazie alle sanzioni previste con la legge bavaglio l'Andalusia ha fatto cassa con 33,76 milioni di euro, le Canarie con 19 milioni di euro, con 14,14 milioni euro la Comunità Valenciana, tanto per ricordare i proventi più consistenti. Doverli restituire non sarà affare di poco conto, ma il nesso consequenziale incostituzionalità - nullità delle disposizioni non offre scampo.
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Montano le proteste per le restrizioni ai non vaccinati. I sanitari rischiano il lavoro. Multe da 45.000 euro e il carcere per i ristoratori che non verificano i pass dei clienti. Grecia e Austria imitano la stretta di Parigi.Per i giudici la serrata fu incostituzionale: serviva il voto dell'Aula. La sentenza apre le porte all'annullamento di 1,3 milioni di multe e al risarcimento dei cittadini.Lo speciale contiene due articoli.Quattro giorni dopo le dure parole di Emmanuel Macron, in Francia, si allarga sempre di più la frattura tra i favorevoli e contrari all'estensione del green pass. Durante il suo intervento televisivo di lunedì sera, l'inquilino dell'Eliseo non aveva usato giri di parole per stigmatizzare i vaccino-scettici. Per loro, il presidente francese ha emesso una condanna senza appello perché, secondo lui bisogna «far portare il peso delle restrizioni sui non vaccinati invece che su tutti». Parallelamente il leader transalpino ha dato un'idea delle modalità di utilizzo del passaporto sanitario. Il discorso presidenziale ha scatenato una violenta caccia alle streghe - ovvero ai contrari al vaccino - sia sui media che sui social network. In parallelo, non si sono fatte attendere le proteste di varie categorie sulle quali Macron ha fatto ricadere delle responsabilità enormi. È il caso del personale sanitario ormai obbligato a vaccinarsi entro il 15 settembre, data alla quale scatteranno dei controlli che potrebbero portare anche al licenziamento di chi non volesse proprio ricevere il siero. Va detto che molti camici bianchi vaccino-scettici, non ne fanno una questione di principio. Semplicemente, vorrebbero che la comunità scientifica internazionale disponesse di più informazioni e di più tempo per valutare gli eventuali effetti collaterali dei vaccini. Tra coloro che hanno annunciato il proprio addio, c'è chi ha ricordato anche la mancanza di mezzi in cui si trova il settore sanitario, una denuncia che era stata fatta già ai tempi dei Gilet Gialli e della riforma delle pensioni.L'altra categoria sul piede di guerra è quella dei ristoratori che, con l'entrata in vigore del green pass, rischiano grosso. Il governo guidato da Jean Castex sta lavorando su una bozza di progetto di legge che prevede, tra l'altro, una multa di 45.000 euro e un anno di reclusione per i ristoratori che, a partire dal 1° agosto prossimo, omettessero di verificare il passaporto sanitario dei propri clienti, dai dodici anni in su. Come spiega a La Verità David Zenouda - uno dei responsabili dell'Umh, associazione di categoria di ristoratori e albergatori - «questa decisione rischia di indebolire ancora di più il settore della ristorazione, già pesantemente colpito dai mesi di chiusura e di lockdown. Molti clienti potrebbero decidere di non andare più al ristorante. Nel mezzo della stagione estiva, sarebbe una catastrofe». «Far controllare il passaporto sanitario ai ristoratori - continua il rappresentante di categoria - significa scaricare su di essi una responsabilità che non compete loro. I gestori di hotel, bar e ristoranti non sono né poliziotti, né medici». Un altro aspetto critico del progetto di legge sul green pass riguarda il secondo obbligo previsto per ristoratori, baristi e albergatori: quello di assicurarsi che tutto il personale sia coperto dalle due dosi di vaccino entro l'inizio del prossimo mese. Calendario alla mano, si tratta di un'impresa impossibile. Per rispettare tale scadenza, Macron avrebbe dovuto anticipare gli annunci di due settimane. Ma quindici giorni fa, in Francia c'erano le elezioni regionali e il partito del presidente era già dato per perdente. Mentre il personale sanitario e il settore della ristorazione puntano i piedi, un po' in tutta la Francia dei gruppi di cittadini hanno ripreso a manifestare come ai tempi dei Gilet Gialli. Nel giorno della festa nazionale del 14 luglio, oltre 20.000 persone sono scese in piazza a Parigi, Montpellier, Marsiglia e in altre città francesi, per protestare contro la vaccinazione obbligatoria anti Covid, celata dietro all'estensione del green pass. Nei pressi della Place de la République a Parigi, riecheggiava il grido «libertà, libertà» e l'accusa di «dittatura» rivolta ai vertici dello Stato. La protesta è stata interrotta dall'intervento della polizia che ha fatto anche uso di gas lacrimogeni. Al di là delle valutazioni pratiche relative all'estensione del passaporto sanitario in Francia, c'è chi ritiene che la limitazione delle libertà è sproporzionata rispetto all'obiettivo prefissato. Ad esempio l'eurodeputato di destra François-Xavier Bellamy e il vicepresidente del partito centrista Loïc Hervé, hanno firmato una corsivo su Le Figaro Vox sottolineando che «l'accesso ad uno spazio pubblico sarà diversificato sulla base dei nostri dati sanitari». I due politici si sono chiesti «come può una rivoluzione tale realizzarsi con una giustificazione così debole, senza un dibattito parlamentare e ridicolizzando chi osa preoccuparsi?». Anche al di là delle Alpi, il vaccino contro il morbo nato in Cina viene presentato come l'unica soluzione per uscire dalla pandemia. Sulla stessa scia di Parigi, anche Vienna e Atene. In Austria, infatti, hotel e ristoranti sono aperti, ma all'ingresso è richiesto il green pass. Stesse regole per i club notturni, che possono funzionare al 75% della capacità.In Grecia i luoghi della cultura, ristoranti e bar non saranno accessibili a chi non è vaccinato. L'obbligo sarà introdotto anche per i sanitari: «Non chiuderemo più il Paese per il beneficio di pochi» ha detto il presidente greco lunedì, in contemporanea all'annuncio delle misure draconiane di Macron.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francesi-divisi-sul-ricatto-di-macron-scontri-in-piazza-contro-il-certificato-2653793262.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-corte-spagnola-boccia-il-lockdown" data-post-id="2653793262" data-published-at="1626376816" data-use-pagination="False"> La Corte spagnola boccia il lockdown La Corte costituzionale spagnola ha dichiarato nulli i provvedimenti più rigidi adottati dal governo di Pedro Sánchez durante l'emergenza sanitaria dello scorso anno. Il decreto sullo stato d'allarme in vigore nel Paese Iberico dal 14 marzo al 21 giugno 2020 era incostituzionale, perché per limitare la circolazione delle persone e obbligarle in casa serve il voto del Parlamento che dichiari el estado de excepción, lo stato di eccezione. Un brutto colpo per il premier socialista, che avrebbe così agito contro la legge, e per le finanze pubbliche che si vedranno private di centinaia di milioni di euro provenienti dalle sanzioni inflitte in occasione del primo lockdown in base alla più comunemente nota ley mordaza, legge bavaglio. Tra le conseguenze della clamorosa sentenza, in risposta a un ricorso presentato dal partito nazionalista Vox, ci sarà infatti l'annullamento di 1,3 milioni di multe, soprattutto per non aver rispettato il coprifuoco o il confinamento domiciliare che prevedeva pene pecuniarie da 601 a 30.000 euro. Sei giudici si sono espressi per l'annullamento, cinque erano contrari e decisivo è stato il voto della vicepresidente del Tribunal constitucional, Encarnación Roca. Sono stati bocciati i paragrafi 1, 3 e 5 dell'articolo sette del Real decreto del 14 marzo 2020 sullo stato d'allarme in Spagna, che determinavano rispettivamente il confinamento con possibilità di uscire di casa solo per fare la spesa o per urgenze sanitarie; il divieto di circolare con l'auto e la possibilità di chiudere le strade per ragioni di salute pubblica. Quella dei giudici è «una decisione senza precedenti», hanno commentato con grande irritazione governo e Psoe pur assicurando che «rispetteranno la sentenza». E ci mancherebbe, tutti i poteri pubblici sono vincolati al rispetto della Costituzione, e tutti i pubblici poteri sono soggetti alle decisioni del giudice costituzionale. Il neo ministro della Giustizia, Pilar Llop, ha provato a difendere i provvedimenti adottati dall'esecutivo affermando che il lockdown in Spagna «salvò centinaia di migliaia di vite», ma i giudici della costituzionalità delle leggi non hanno messo in discussione le misure sanitarie adottate. Potevano andare bene, considerata la situazione di pandemia, ma doveva essere il Parlamento a decidere, non il Consiglio dei ministri, su questioni delicatissime quali la libertà di muoversi per milioni di cittadini, di andare a trovare familiari, di riunirsi e di poter frequentare le chiese. Un'anomalia molto simile a quella che si è verificata in Italia e che rischia di proseguire con l'ormai certa proroga dello stato d'emergenza, forse fino al prossimo 31 dicembre. In questo modo, nel nostro Paese non terminerà la stagione della decretazione d'urgenza, dei dpcm in deroga alle disposizioni di legge vigenti senza un passaggio parlamentare. La sentenza della Corte costituzionale spagnola non contempla richieste di risarcimento per i danni subiti con la chiusura di attività o per le perdite economiche degli esercizi commerciali, si limita ad annullare le sanzioni applicate ai cittadini durante la prima ondata del Covid. Non sono cifre di poco conto. Benché al momento sia stato pagato solo l'11,1 % di 1.370.164 multe inflitte in Spagna, si tratta di 115 milioni di euro già entrati nella disponibilità delle amministrazioni regionali e i ricorsi si annunciano abbondanti. Nel conteggio non rientrano Catalogna e Paesi Baschi che hanno leggi diverse sulla sicurezza dei cittadini, ma di certo in Euskadi, la Comunità autonoma della Spagna settentrionale, tra marzo e giugno 2020 furono multate più di 31.000 persone e nella Regione di Barcellona si dovranno annullare ben 63.626 multe. Grazie alle sanzioni previste con la legge bavaglio l'Andalusia ha fatto cassa con 33,76 milioni di euro, le Canarie con 19 milioni di euro, con 14,14 milioni euro la Comunità Valenciana, tanto per ricordare i proventi più consistenti. Doverli restituire non sarà affare di poco conto, ma il nesso consequenziale incostituzionalità - nullità delle disposizioni non offre scampo.
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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