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2018-08-03
Foa non arretra di un millimetro e con lui si schierano anche i 5 stelle
Ansa
Una crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi.
Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…».
Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro».
E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli.
In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi».
La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini.
Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. È su questa marea di appalti e appaltoni che partiti, sindacati e fornitori «amici» non vogliono perdere la presa. In nome del pluralismo, per carità.
Francesco Bonazzi
Il cda è legittimato a fare le nomine
«Sono in attesa delle decisioni dell'azionista e nel frattempo continuerò nel pieno rispetto di leggi e regolamenti a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». Lo ha ribadito ieri Marcello Foa, spinto dal governo gialloblù verso la presidenza della Rai, il quale, contrariamente a quello che dicono in molti, compreso Silvio Berlusconi, non è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza ma semplicemente non ha ottenuto il numero legale della Vigilanza, ovvero i due terzi sui 40 votanti.
Foa non ha raccolto quindi i necessari 27 voti per la ratifica della nomina a presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Un particolare non di poco conto, che fa una bella differenza. Come ha detto ieri in un'intervista a Repubblica il costituzionalista e icona della sinistra, Valerio Onida: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza se il cda lo vota di nuovo, riavviando così l'iter».
Cosa che poteva accadere ieri nella riunione fissata proprio per questa evenienza vanificata, però, dalla presa di posizione di Berlusconi che ha ribadito «Forza Italia non rivoterà la nomina già bocciata in Vigilanza». Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo».
Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg.
Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri).
Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa.
L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri.
A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica.
L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre.
E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente.
Sarina Biraghi
Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile»
«Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno.
Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa.
Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega».
Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni.
Carlo Tarallo
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Il candidato alla presidenza della Rai ribadisce: «Continuo nel mio ruolo di consigliere anziano, rispondo solo al mio azionista». Il Pd minaccia cause e tenta il M5s: votiamo Riccardo Laganà. Ma Luigi Di Maio fiuta il trappolone.Il giornalista non è stato bocciato dalla Vigilanza, nulla vieta una nuova votazione. E l'ad Fabrizio Salini può scegliere i direttori dei Tg. Inoltre c'è il precedente di Francesco Alberoni... Silvio Berlusconi teme l'Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile».Lo speciale contiene tre articoliUna crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi. Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…». Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro». E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli. In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi». La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini. Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. 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Lo ha ribadito ieri Marcello Foa, spinto dal governo gialloblù verso la presidenza della Rai, il quale, contrariamente a quello che dicono in molti, compreso Silvio Berlusconi, non è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza ma semplicemente non ha ottenuto il numero legale della Vigilanza, ovvero i due terzi sui 40 votanti. Foa non ha raccolto quindi i necessari 27 voti per la ratifica della nomina a presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Un particolare non di poco conto, che fa una bella differenza. Come ha detto ieri in un'intervista a Repubblica il costituzionalista e icona della sinistra, Valerio Onida: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza se il cda lo vota di nuovo, riavviando così l'iter». Cosa che poteva accadere ieri nella riunione fissata proprio per questa evenienza vanificata, però, dalla presa di posizione di Berlusconi che ha ribadito «Forza Italia non rivoterà la nomina già bocciata in Vigilanza». Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg. Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri). Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa. L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri. A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica. L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre. E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/foa-non-arretra-di-un-millimetro-con-lui-si-schierano-anche-i-5-stelle-2592170965.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlusconi-teme-lopa-del-carroccio-e-frena-centrodestra-ineliminabile" data-post-id="2592170965" data-published-at="1778720524" data-use-pagination="False"> Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile» «Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno. Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa. Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega». Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni. Carlo Tarallo
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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