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2018-08-03
Foa non arretra di un millimetro e con lui si schierano anche i 5 stelle
Ansa
Una crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi.
Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…».
Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro».
E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli.
In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi».
La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini.
Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. È su questa marea di appalti e appaltoni che partiti, sindacati e fornitori «amici» non vogliono perdere la presa. In nome del pluralismo, per carità.
Francesco Bonazzi
Il cda è legittimato a fare le nomine
«Sono in attesa delle decisioni dell'azionista e nel frattempo continuerò nel pieno rispetto di leggi e regolamenti a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». Lo ha ribadito ieri Marcello Foa, spinto dal governo gialloblù verso la presidenza della Rai, il quale, contrariamente a quello che dicono in molti, compreso Silvio Berlusconi, non è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza ma semplicemente non ha ottenuto il numero legale della Vigilanza, ovvero i due terzi sui 40 votanti.
Foa non ha raccolto quindi i necessari 27 voti per la ratifica della nomina a presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Un particolare non di poco conto, che fa una bella differenza. Come ha detto ieri in un'intervista a Repubblica il costituzionalista e icona della sinistra, Valerio Onida: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza se il cda lo vota di nuovo, riavviando così l'iter».
Cosa che poteva accadere ieri nella riunione fissata proprio per questa evenienza vanificata, però, dalla presa di posizione di Berlusconi che ha ribadito «Forza Italia non rivoterà la nomina già bocciata in Vigilanza». Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo».
Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg.
Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri).
Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa.
L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri.
A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica.
L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre.
E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente.
Sarina Biraghi
Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile»
«Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno.
Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa.
Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega».
Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni.
Carlo Tarallo
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Il candidato alla presidenza della Rai ribadisce: «Continuo nel mio ruolo di consigliere anziano, rispondo solo al mio azionista». Il Pd minaccia cause e tenta il M5s: votiamo Riccardo Laganà. Ma Luigi Di Maio fiuta il trappolone.Il giornalista non è stato bocciato dalla Vigilanza, nulla vieta una nuova votazione. E l'ad Fabrizio Salini può scegliere i direttori dei Tg. Inoltre c'è il precedente di Francesco Alberoni... Silvio Berlusconi teme l'Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile».Lo speciale contiene tre articoliUna crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi. Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…». Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro». E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli. In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi». La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini. Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. 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Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg. Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri). Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa. L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri. A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica. L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre. E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. 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Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno. Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa. Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega». Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni. Carlo Tarallo
Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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Nell’inchiesta di Pavia ci mancava solo l’accusa di sessismo tra magistrati. È messa nero su bianco nel verbale di assunzione di informazioni di Giulia Pezzino, l’ex pm (ha lasciato su propria richiesta l’ordinamento giudiziario nel febbraio 2025) che, insieme con l’ex procuratore di Pavia Mario Venditti, coordinò l’indagine del 2016-2017 su Andrea Sempio (poi chiusa con un’archiviazione). L’ex toga è stata sentita lo scorso 20 novembre a Brescia nell’ambito dell’inchiesta per corruzione avviata proprio per quell’archiviazione. E ha spiegato perché abbia lasciato l’ufficio giudiziario pavese con una motivazione che lascia sconcertati. I colleghi bresciani le hanno chiesto se, dopo l’addio a Pavia, avesse avuto contatti con Venditti, «magari in occasione della riapertura del caso» e la Pezzino ha risposto: «Ho interrotto i rapporti con lui nel 2018. Tra i motivi che mi hanno portata ad andarmene dalla Procura di Pavia vi era anche l’invidia dei colleghi per il rapporto fiduciario che si è creato con il dottor Venditti. Ero diventata una sorta di punto di riferimento, con cui si relazionava più frequentemente rispetto ad altri, come del resto ero stata per il procuratore Gustavo Cioppa, anche perché ero tra le più anziane». Ed eccoci al punto cruciale: «C’erano battutine e commenti anche di tipo sessista e questo era per me motivo di disagio». Voci malevole avevano riguardato anche una sua presunta relazione con un investigatore che lavorava in Procura. Ma su questa relazione i pm bresciani non le hanno chiesto chiarimenti. La Pezzino si è anche lamentata di non avere ricevuto solidarietà dal suo vecchio capo per quelle chiacchiere: «Ho interrotto i rapporti con Venditti perché, a fronte di questa situazione, lui non mi ha mai tutelata». Anche se, successivamente, i due si sarebbero incrociati in almeno un’occasione: «Dopo che sono andata in Procura minori a Milano, ricordo che ci siamo visti una volta per pranzo a Milano, ma ho capito che lui era interessato solo ad avvalersi del mio supporto in ambito professionale finché sono stata in Procura a Pavia». Accuse pesanti.
La donna non fa sconti neppure al suo vecchio procuratore: «Ho bloccato tutti i numeri anche di Cioppa perché dopo la pensione è andato a fare il consulente di Maroni (Roberto, ex governatore della Lombardia, ndr) in Regione e ritenevo inopportuno continuare a ricevere telefonate da lui».
Nel verbale la Pezzino ricorda che il procedimento era coassegnato a lei e a Venditti e sottolinea: «Non ho mai sottovalutato la rilevanza dell’indagine». Spiega anche di aver affidato le investigazioni all’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri, la ormai tristemente nota Squadretta di Pavia, per evitare «ogni possibile fuga di notizie»: «Avevo necessità di massima sicurezza sulla serietà dell’attività, anche perché dieci anni prima le indagini erano state caratterizzate da rilevanti omissioni». Poi, però, dopo questo attacco, l’ex pm ammette quella che sembra essere stata una clamorosa lacuna nelle indagini. Domanda: «Avete acquisito anche gli atti d’indagine di Vigevano?». Risposta: «A mio ricordo no, perché gli uffici giudiziari erano stati chiusi e non era facile andare a recuperare gli atti ivi conservati». L’indagine che nel 2016 rimetteva in discussione il delitto di Garlasco (con Alberto Stasi già condannato in via definitiva) si è, dunque, sviluppata senza la previa acquisizione del fascicolo completo del procedimento originario.
Per fortuna della Pezzino, parte del materiale, però, sarebbe stata messa a disposizione dalla dottoressa Laura Barbaini della Procura generale: «Abbiamo acquisito tanta documentazione, ma ora non ricordo quale», ha riferito la testimone. Un altro passaggio interessante del verbale riguarda la richiesta di archiviazione e il mistero delle bozze finite nelle mani sbagliate. Pezzino spiega di avere predisposto personalmente l’istanza: «Ho poi condiviso il file della bozza con Venditti». Gli inquirenti bresciani la incalzano: «Risulta che qualcuno oltre al personale della sezione abbia avuto accesso agli atti? Perché emerge che Pappalardo (il maggiore Maurizio, alla sbarra a Pavia in tre diversi processi, ndr) avesse visionato gli atti». La risposta è netta: «Assolutamente no». I magistrati non sembrano convinti e le chiedono se lei o Venditti abbiano mai mostrato il fascicolo all’ufficiale in congedo. E la Pezzino ribadisce: «Escludo di avere dato accesso agli atti a Pappalardo perché non ne aveva motivo». A questo punto le viene mostrata «una nota manoscritta». L’ex pm spiega subito: «Non ho mai visto questo scritto». Quindi aggiunge: «Guardando la pagina successiva, riconosco la mia richiesta di archiviazione». A quanto risulta alla Verità, tale documento era presente nel fascicolo di Sempio presso il Nucleo informativo, all’epoca guidato da Pappalardo, del comando provinciale di Pavia. Continua la Pezzino: «Può darsi sia la mia bozza rivista dal dottor Venditti. Io gli avevo mandato il file». La testimone conferma di avere mandato la richiesta solo a Venditti e si mostra spiazzata per quella fuga di notizie: «Non so spiegarmela, io non ho dato la bozza a nessun altro». Nel verbale emerge anche il rapporto costante con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi: «Mi sono confrontata varie volte con lui. […] Era per me normale condividere con lui i passi delle indagini».
Con il legale ci sarebbe stato anche uno scambio di atti: Tizzoni avrebbe avuto accesso a quelli nuovi e avrebbe fornito alla Procura vecchi documenti del processo contro Stasi. Dal verbale emergono anche altre criticità nella conduzione delle indagini. Per esempio scopriamo che il maresciallo Giuseppe Spoto «ha dichiarato» a Brescia che «non aveva curato con particolare attenzione l’ascolto delle intercettazioni e che Venditti gli aveva dato incarico di trascrivere in fretta per archiviare». Per questo gli inquirenti hanno chiesto alla Pezzino: «Come se lo spiega?». Risposta: «Mi sembra molto strano perché per me era un’indagine molto importante e di particolare delicatezza, in cui ho profuso ogni sforzo. Non nego che volevo chiarire velocemente le posizioni sia di Sempio, che era sotto i riflettori, sia di Stasi, anche per rispetto della famiglia Poggi». Alla Pezzino è stato domandato se avesse mai dato indicazioni al comandante della squadra di investigatori che conduceva le indagini, il luogotenente Silvio Sapone, di contattare, come è in effetti avvenuto, l’indagato Sempio. La risposta è categorica: «Non ricordo assolutamente di avere dato questo incarico». Quando la testimone viene a sapere che Sapone ha riferito di aver ricevuto proprio da lei l’ordine di chiamare Sempio per invitarlo in Procura, salvo poi revocare quella delega, replica decisa: «Escludo categoricamente di avere dato alcuna indicazione di convocare l’indagato per un contatto antecedente all’interrogatorio». E definisce «francamente inverosimile una dinamica del genere». I pm la mettono di fronte a un dato incontrovertibile: «Dai tabulati di Sempio ci risultano una ventina di contatti con Sapone». E la Pezzino sembra restare di stucco: «Se me l’avessero detto, avrei dato indicazione di dare atto dei contatti e di riferirne il motivo».
Nel frattempo la Procura generale di Milano, guidata da Francesca Nanni, sarebbe pronta a chiedere ulteriori atti ai pm di Pavia prima di decidere se presentare una richiesta di revisione della sentenza di condanna definitiva a 16 anni per Stasi. Al momento la Procura di Pavia ha inviato nel capoluogo meneghino solo la documentazione contestata a Sempio nel suo recente interrogatorio. I tempi per arrivare a una determinazione, nonostante la sollecitazione arrivata da Pavia, non saranno brevi, anche perché la Procura generale è febbrilmente impegnata a valutare la regolarità degli atti alla base della concessione della grazia a Nicole Minetti.
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Alberto Stasi (Ansa)
Alcune ricostruzioni, soprattutto nei talk show televisivi, hanno parlato di un documento capace di «scagionarlo». Altre hanno sostenuto che un’aggressione «più lunga e articolata» potesse rendere meno compatibile la sua presenza sulla scena.
Lette le carte, però, la relazione Cattaneo dice qualcosa di più tecnico e meno assoluto. Non assolve Stasi, non lo colloca fuori dalla villetta, ma soprattutto non attribuisce l’omicidio ad Andrea Sempio. Fa un’operazione diversa: allarga l’incertezza, chiarisce alcuni aspetti medico-legali, ma non produce da sola la nuova verità giudiziaria che era stata anticipata.
Il perimetro dell’incarico è il primo limite da ricordare. Alla consulente viene chiesto di valutare le lesioni di Chiara, l’eventuale attività di difesa, gli strumenti compatibili, il range temporale del decesso e, solo con integrazione successiva, le misure antropometriche di Sempio. Non le viene chiesto di stabilire chi fosse l’assassino, né di escludere Stasi dalla scena.
Il nodo dell’orario è il più delicato. La relazione scrive che «l’epoca della morte può essere stimata con la massima precisione entro un intervallo compreso in via di elevatissima probabilità tra le 7 e le 12.30 del 13/8/2007». È una finestra ampia, ma non una finestra liberatoria. Dentro resta anche la fascia 9.12-9.35, quella che negli anni ha retto una parte centrale della ricostruzione contro Stasi. I cosiddetti metodi «ancillari» (livor e rigor mortis) possono far «stringere» verso la parte più recente del range, cioè 10-12. Ma la stessa Cattaneo avverte che «sul piano rigorosamente scientifico» bisogna restare ancorati al range più ampio.
Anche il contenuto gastrico non mette un punto definitivo. La consulenza lo considera coerente con quanto trovato sul divano e compatibile con una morte tra 30 minuti e 2-3 ore dall’ingestione della colazione. Ma aggiunge che, senza un momento esatto di inizio della colazione, quel dato non può restringere le lancette dell’orologio in cui è avvenuta la morte. In sostanza, la conferma del pasto mattutino aiuta a ricostruire la mattina di Chiara, non a fissare l’ora del delitto. Lo stesso accade per la difesa messa in atto dalla ragazza. La Cattaneo valorizza un dato importante. Chiara, nei primi momenti dell’aggressione, era «molto probabilmente nelle piene capacità di reagire». E indica numerosi segni riconducibili a una «difesa passiva» - compatibile con una prevalenza di lesioni su avambracci e dorso delle mani - e colloca la durata dell’aggressione «tra i 15 e i 20 minuti massimo». Ma anche questo non identifica l’autore. Dice che Chiara subì una violenza veemente e in più fasi, ma non dice che quell’aggressore fosse Sempio, né che non potesse essere Stasi.
Sull’arma, poi, la relazione resta prudente. Le lesioni sono compatibili con «uno strumento produttivo contundente, con superficie piana, margini e spigoli, composto da metalli»: un martello a testa squadrata, una mazzetta, il retro di una piccola accetta o un oggetto simile. Ma l’arma non è stata trovata e non è stato individuato con certezza nemmeno il tipo. La frase decisiva è un’altra: «Tutte le lesioni sono coerenti con l’ipotesi di utilizzo di un unico strumento». Dunque, non si tratta di una svolta definitiva, come avevano lasciato intendere alcune anticipazioni, ma una compatibilità medico-legale con uno strumento comune.
Nel frattempo, il fronte difensivo lavora a una contro-lettura medico-legale e di scena. Questa è stata affidata anche ad Armando Palmegiani, ex poliziotto della Scientifica, criminologo e consulente nominato dalla difesa dopo la rinuncia di Luciano Garofano. Palmegiani porta nel caso un profilo tecnico particolare: nel suo curriculum figurano rilievi planimetrici e ricostruzioni tridimensionali per determinare la traiettoria del colpo che uccise Marta Russo alla Sapienza nel maggio 1997; nel 1999, inoltre, compaiono rilievi in via Carini per la ricostruzione dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa nel processo contro i mandanti. È, dunque, un consulente abituato a lavorare proprio sul punto che oggi diventa centrale a Garlasco: la traduzione della scena del crimine in geometria e traiettorie.
Sentito dalla Verità, Palmegiani conferma che il range dell’epoca della morte resta ampio e che il contenuto gastrico non consente di fissare con precisione l’orario della colazione. Se gli inquirenti restringessero quel tempo, ha detto, sarebbe «qualcosa di non scientifico nella ricostruzione della Cattaneo». Quindi la relazione non esclude Stasi dalla scena, ma rende più fragile ogni ricostruzione che pretenda di fissare l’orario del delitto con certezza.
Anche il trascinamento resta un punto aperto. La Bpa del colonnello del Ris Andrea Berti ipotizza che Chiara sia stata trascinata «verosimilmente per le caviglie». La consulenza Cattaneo, però, rileva segni soprattutto alla caviglia sinistra e non li interpreta in modo univoco: potrebbero dipendere da un afferramento, ma anche dal tentativo di bloccare un calcio o da urti contro superfici della casa.
La differenza è importante. Se una persona viene trascinata per entrambe le caviglie, il corpo tende a muoversi in modo più dritto e controllato. Se invece viene tirata da una sola caviglia, il corpo ruota, si torce, cambia posizione, e anche le tracce di sangue possono distribuirsi in modo diverso.
Per la difesa di Sempio questo è un punto utile. Se non è certo come Chiara sia stata trascinata, allora non è certa nemmeno la ricostruzione dei movimenti dell’aggressore. Tirarla per due caviglie avrebbe prodotto un movimento più lineare, mentre tirarla per una sola avrebbe potuto far ruotare il corpo e lasciare tracce diverse. Quindi la scena non permette una conclusione definitiva: offre solo ipotesi.
Per di più, proprio Palmegiani contesta anche la rappresentazione 3D della Procura. L’avatar, sostiene, sarebbe troppo suggestivo perché somigliante a Sempio («La prima cosa che insegnano nei modelli 3D è di essere il più possibile semplici, qui ci sono anche gli occhi…», dice alla Verità), mentre «chiunque scenda quella scala appoggia la mano». La difesa, dunque, non nega la centralità della scena, ma contesta il salto da modello grafico a identificazione personale.
In questo senso, la relazione è meno spettacolare delle anticipazioni. Non dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Sostiene che, dal punto di vista medico-legale, alcune certezze costruite negli anni non erano certezze. Erano stime, compatibilità, intervalli, ma anche margini d’errore. Ed è dentro quel margine, oggi, che si gioca la nuova battaglia su Stasi e Sempio.
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Andriy Yermak (Ansa)
Un nuovo terremoto scuote i vertici politici di Kiev. Le autorità ucraine hanno accusato l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, di riciclaggio di denaro. È in questo quadro che, ieri, il diretto interessato è comparso davanti all’Alta corte anticorruzione dell’Ucraina.
In particolare, l’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e la Procura specializzata anticorruzione (Sapo) ritengono che Yermak abbia riciclato circa 10 milioni di dollari attraverso il progetto di costruzione di un complesso residenziale di lusso nei pressi di Kiev. Secondo il Kyiv Independent, Yermak avrebbe utilizzato «una rete di società di comodo, transazioni in contanti e documenti finanziari fittizi». Un’accusa che l’avvocato dello stesso Yermak, Ihor Fomin, ha respinto. «Posso affermare che la questione del riciclaggio di denaro, a mio parere, è infondata», ha affermato, per poi aggiungere: «Tutta questa situazione è stata provocata dalla pressione dell’opinione pubblica». Come che sia, ieri, il capo della Procura specializzata anticorruzione, Oleksandr Klymenko, oltre a negare esplicitamente che Zekensky sia coinvolto nell’indagine, ha chiesto la custodia cautelare per Yermak o, in alternativa, la libertà su cauzione per un importo di 4 milioni di dollari. L’udienza è stata tuttavia sospesa e rinviata a oggi per permettere intanto alla difesa di esaminare gli atti processuali.
Ricordiamo che l’ex capo di gabinetto di Zelensky è sotto inchiesta nell’ambito di un’indagine per corruzione dal valore complessivo di 100 milioni di dollari relativa all’azienda statale Energoatom: un’indagine, battezzata «Midas», che ha già portato all’incriminazione di vari collaboratori del presidente ucraino, tra cui l’ex vicepremier, Oleksiy Chernyshov, e l’ex ministro della Giustizia, Herman Halushchenko. È in questo contesto che, lo scorso 28 novembre, Yermak si dimise da capo di gabinetto: un passo indietro avvenuto dopo che le autorità anticorruzione avevano fatto perquisire la sua abitazione. Si trattò, all’epoca, di un vero e proprio scossone ai vertici del governo ucraino.
Nominato da Zelensky proprio capo di gabinetto nel 2020, Yermak era diventato una delle figure più potenti (e controverse) dell’ecosistema politico ucraino. Politico, nel 2023, lo definì il «cardinale verde», in virtù della sua considerevole influenza e per la tendenza a vestirsi con abiti militari di color oliva. Inoltre, secondo il Kyiv Independent, sarebbe stato proprio lui a spingere Zelensky a sostenere la norma, poi ritirata, che avrebbe indebolito l’indipendenza delle autorità anticorruzione ucraine.
Non solo. A marzo dell’anno scorso, il presidente ucraino aveva anche messo Yermak a capo della delegazione che avrebbe dovuto negoziare con Washington e Mosca per porre fine alla guerra in Ucraina. La sua caduta fu quindi particolarmente fragorosa. E lui stesso lasciò intendere, in alcune dichiarazioni rilasciate al New York Post dopo le dimissioni, di essersi sentito abbandonato. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», affermò.
Il ritorno di Yermak sotto i riflettori indebolisce il presidente ucraino. Pur non essendo coinvolto nell’inchiesta, Zelensky si ritrova infatti ad affrontare un duplice problema politico. Innanzitutto, il nodo della corruzione potrebbe complicare il già accidentato percorso di Kiev verso l’adesione all’Unione europea: percorso che, anche in considerazione della recente sconfitta elettorale di Viktor Orbán in Ungheria, la Commissione Ue ha recentemente cercato di rilanciare ma che, adesso, potrebbe impelagarsi di nuovo a causa dell’inchiesta sul caso Energoatom.
In secondo luogo, non è detto che la questione non abbia indirettamente un impatto anche sul fronte diplomatico e geopolitico. Come detto, fino a novembre, Yermak era stato il capo negoziatore di Kiev nel processo diplomatico relativo alla crisi ucraina. In questo quadro, a giugno, Politico riportò che l’amministrazione Trump fosse particolarmente irritata con lui. Non è inoltre un mistero che l’attuale Casa Bianca auspichi dall’anno scorso che l’Ucraina tenga al più presto delle nuove elezioni presidenziali. Non dimentichiamo poi che, all’inizio del 2026, a lasciare l’amministrazione Trump, dopo aver perso decisamente influenza, è stato il generale Keith Kellogg: uno dei principali punti di riferimento di Zelensky a Washington. A questo si aggiunga che, nonostante abbia reso noto che i rappresentanti americani visiteranno Kiev a cavallo tra primavera ed estate, il presidente ucraino è attualmente in rapporti problematici con Trump. Irritato dall’attenzione che la Casa Bianca sta riservando al dossier iraniano, Zelensky, secondo The Atlantic, starebbe cercando delle sponde alternative agli Stati Uniti. Il punto è che difficilmente il leader ucraino potrà fare realmente a meno di Washington, soprattutto qualora il processo diplomatico dovesse ripartire. Ed è qui che la questione Yermak potrebbe pesare negativamente su Zelensky.
Ieri, il ministero degli Esteri russo non ha perso tempo e ha cercato di cavalcare questo caso giudiziario per screditare Kiev: un caso giudiziario che, secondo Reuters, potrebbe complicare un domani la rielezione del presidente ucraino, oltre a creargli imbarazzo sul fronte dei rapporti internazionali.
Mosca: «Tregua finita, tocca a loro»
Consapevole che l’Ucraina non si trovi in una posizione di vantaggio, Mosca tiene il punto sulla sua disponibilità a sedersi al tavolo delle trattative.
La conferma è arrivata dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, che ha commentato le recenti dichiarazioni del presidente russo, Vladimir Putin, sulla fine del conflitto. Il portavoce ha infatti spiegato che la guerra «può finire in qualsiasi momento, non appena il regime di Kiev e Volodymyr Zelensky si assumeranno la responsabilità e prenderanno le decisioni necessarie», alludendo al Donbass. Un indicatore che confermerebbe la possibilità della fine delle ostilità è «il lavoro svolto nel formato trilaterale». Quanto all’eventuale faccia a faccia tra il leader ucraino e il presidente russo Putin, il portavoce ha affermato che lo zar è pronto «in qualsiasi momento» all’incontro «per dei negoziati», purché sia nella Capitale russa. Un’altra sede «avrebbe senso solo per finalizzare il processo di regolamento», ma prima serve «molto lavoro preliminare».
Mosca, nel frattempo, resta «aperta ai contatti». Anche perché il portavoce del Cremlino ha ribadito che la Russia «accoglie con favore gli sforzi di mediazione degli Stati Uniti». Che Washington sia indispensabile nel contesto degli sforzi di pace ne è convinto anche il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha: «Abbiamo bisogno del coinvolgimento degli Usa, ma allo stesso tempo abbiamo anche bisogno della loro influenza e della pressione che esercitano sulla Russia».
Al contrario, l’Europa resta ancora in panchina. Dopo che l’Alto Rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha bocciato il ruolo di negoziatore dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, definendolo un «lobbista russo», Mosca è tornata a mettere i puntini sulle i riguardo al coinvolgimento europeo. Il viceministro degli Esteri russo, Alexander Grushko, ha chiarito che è esclusa «al momento qualsiasi partecipazione costruttiva dell’Unione europea agli sforzi volti a incanalare il conflitto in una dimensione politico-diplomatica». Mentre «la retorica» europea sbandiera la volontà di raggiungere la pace, secondo Grushko, Bruxelles «sta facendo tutto il possibile per protrarre il conflitto il più a lungo possibile».
Future trattative a parte, ieri è scaduta la breve tregua tra la Russia e l’Ucraina, con decine di droni russi che sono tornati a colpire Kiev. La ripresa dei combattimenti è stata poi confermata dal ministero della Difesa russo, mentre lo zar annunciava tra l’altro che Mosca schiererà il suo nuovo missile nucleare strategico Sarmat alla fine dell’anno. Dall’altra parte, Sybiha ha riferito che Kiev ha «proposto a Mosca di estendere il cessate il fuoco parziale, ma la Russia ha lanciato oltre 200 droni, colpendo infrastrutture civili, incluso un asilo nido, ferendo almeno sei persone e uccidendone almeno una». A suo dire, «Putin deve rendersi conto che per lui le cose andranno solo peggio». Sulla stessa linea anche il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, che intravede una presunta posizione di forza di Kiev sul fronte. Dopo aver visitato le regioni di Zaporizhzhia e Dnipro, ha infatti sentenziato: «Credo che gli ucraini abbiano effettivamente un momento favorevole. La Russia sta attraversando una fase di debolezza, sia dal punto di vista economico che politico interno, nonché sul campo di battaglia». Peraltro, la Germania ha dichiarato che darà un contributo di oltre 10 milioni di euro al progetto europeo per creare centri di addestramento militare in Ucraina. Gli aiuti a Kiev annunciati ieri riguardano anche i velivoli senza pilota: Kallas ha reso noto che a «giugno» il primo esborso del prestito di 90 miliardi sarà destinato «all’acquisto di droni». E con l’obiettivo di «sviluppare l’Intelligenza artificiale» per intercettare i droni russi, Zelensky ha incontrato Alex Karp, Ceo di Palantir Technologies, colosso americano specializzato in sicurezza e intelligence.
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