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2018-08-03
Foa non arretra di un millimetro e con lui si schierano anche i 5 stelle
Ansa
Una crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi.
Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…».
Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro».
E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli.
In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi».
La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini.
Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. È su questa marea di appalti e appaltoni che partiti, sindacati e fornitori «amici» non vogliono perdere la presa. In nome del pluralismo, per carità.
Francesco Bonazzi
Il cda è legittimato a fare le nomine
«Sono in attesa delle decisioni dell'azionista e nel frattempo continuerò nel pieno rispetto di leggi e regolamenti a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». Lo ha ribadito ieri Marcello Foa, spinto dal governo gialloblù verso la presidenza della Rai, il quale, contrariamente a quello che dicono in molti, compreso Silvio Berlusconi, non è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza ma semplicemente non ha ottenuto il numero legale della Vigilanza, ovvero i due terzi sui 40 votanti.
Foa non ha raccolto quindi i necessari 27 voti per la ratifica della nomina a presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Un particolare non di poco conto, che fa una bella differenza. Come ha detto ieri in un'intervista a Repubblica il costituzionalista e icona della sinistra, Valerio Onida: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza se il cda lo vota di nuovo, riavviando così l'iter».
Cosa che poteva accadere ieri nella riunione fissata proprio per questa evenienza vanificata, però, dalla presa di posizione di Berlusconi che ha ribadito «Forza Italia non rivoterà la nomina già bocciata in Vigilanza». Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo».
Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg.
Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri).
Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa.
L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri.
A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica.
L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre.
E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente.
Sarina Biraghi
Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile»
«Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno.
Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa.
Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega».
Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni.
Carlo Tarallo
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Il candidato alla presidenza della Rai ribadisce: «Continuo nel mio ruolo di consigliere anziano, rispondo solo al mio azionista». Il Pd minaccia cause e tenta il M5s: votiamo Riccardo Laganà. Ma Luigi Di Maio fiuta il trappolone.Il giornalista non è stato bocciato dalla Vigilanza, nulla vieta una nuova votazione. E l'ad Fabrizio Salini può scegliere i direttori dei Tg. Inoltre c'è il precedente di Francesco Alberoni... Silvio Berlusconi teme l'Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile».Lo speciale contiene tre articoliUna crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi. Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…». Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro». E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli. In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi». La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini. Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. 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Lo ha ribadito ieri Marcello Foa, spinto dal governo gialloblù verso la presidenza della Rai, il quale, contrariamente a quello che dicono in molti, compreso Silvio Berlusconi, non è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza ma semplicemente non ha ottenuto il numero legale della Vigilanza, ovvero i due terzi sui 40 votanti. Foa non ha raccolto quindi i necessari 27 voti per la ratifica della nomina a presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Un particolare non di poco conto, che fa una bella differenza. Come ha detto ieri in un'intervista a Repubblica il costituzionalista e icona della sinistra, Valerio Onida: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza se il cda lo vota di nuovo, riavviando così l'iter». Cosa che poteva accadere ieri nella riunione fissata proprio per questa evenienza vanificata, però, dalla presa di posizione di Berlusconi che ha ribadito «Forza Italia non rivoterà la nomina già bocciata in Vigilanza». Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg. Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri). Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa. L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri. A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica. L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre. E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/foa-non-arretra-di-un-millimetro-con-lui-si-schierano-anche-i-5-stelle-2592170965.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlusconi-teme-lopa-del-carroccio-e-frena-centrodestra-ineliminabile" data-post-id="2592170965" data-published-at="1779091381" data-use-pagination="False"> Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile» «Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno. Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa. Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega». Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni. Carlo Tarallo
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi
(Ansa)
Si è avvalso della facoltà di non rispondere Salim El Koudri, il 31enne di origine marocchina, nato nel bergamasco e residente a Ravarino, in provincia di Modena, che sabato pomeriggio ha replicato nel capoluogo emiliano lo schema tipico delle ormai numerose stragi di matrice jihadista che negli ultimi anni hanno insanguinato diverse città europee.
Interrogato nella serata di sabato, dal procuratore di Modena, Luca Masini, e dal pubblico ministero di turno, El Koudri non ha risposto a nessuna delle domande che gli sono state poste.
Si è chiuso nel silenzio senza tentare in alcun modo di spiegare quale motivazione lo abbia spinto a salire sulla propria auto armato di coltello - lo stesso che userà poi durante la fuga - a guidare per oltre 20 chilometri - tanto dista Ravarino da Modena - per scagliarsi, poi, ai 100 km all’ora sui passanti con la chiara intenzione di uccidere.
Chi era presente ha parlato di un’auto lanciata a tutta velocità contro le persone, di un veicolo che puntava direttamente contro chi tentava di fuggire a destra o a sinistra, sterzando intenzionalmente per correggere il tiro e colpire.
E, a chi lo ha visto con i propri occhi, quello che il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, ha con il tipico buonismo, definito come un «atto drammatico» commesso da «un ragazzo» considerato sostanzialmente «normale», è apparso esattamente uguale (quantomeno negli effetti) a qualsiasi altro atto terroristico compiuto fino ad ora: corpi sbalzati per aria, arti spezzati, urla, sangue ovunque.
Dunque, anche nella città con la più solida tradizione rossa, nemmeno la manifestazione indetta ieri dallo stesso Mezzetti, promossa come un «grande abbraccio collettivo di cui Modena ha bisogno» con lo slogan «insieme in piazza contro l’odio» può mitigare la sensazione che, per dirla con un eufemismo, più di qualcosa sia sfuggito di mano.
L’interrogatorio di convalida in carcere di El Koudri è previsto per oggi: l’avvocato nominato d’ufficio per la sua difesa, Francesco Cottafava, ha spiegato di averlo incontrato solo qualche istante dopo l’arresto, di non aver potuto ancora visionare alcun documento.
El Koudri abitava da tempo a Ravarino, un paesino della campagna modenese più profonda, poco noto alle cronache, almeno fino a qualche mese fa.
Premettiamo che i device e l’abitazione del 31enne sono stati perquisiti senza riscontrare elementi che facciano pensare ad una sua radicalizzazione di tipo islamista. Premettiamo pure che questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo a chi vigila sulla sicurezza del nostro Paese, tanto che lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, all’uscita dalla prefettura di Modena, dove ha preso parte ieri mattina a un vertice sulla sicurezza ha già dichiarato che «il fatto sembra collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico» e che «non c’entra nulla» con il terrorismo.
E aggiungiamo pure che l’imam del paese (ormai ogni Comune italiano ne possiede uno, da interpellare sui fatti di attualità alla stregua di una qualsiasi altra autorità) ha aggiunto di non aver mai conosciuto il 31 enne, che non frequentava la comunità locale aggiungendo anzi di avere in grande stima il padre, persona seria e morigerata.
Tuttavia alcuni aspetti vanno chiariti.
El Koudri, per un periodo in cura presso il centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per disturbi di tipo schizoide (caratterizzati di solito da isolamento, chiusura, comportamenti di evitamento sociale), incensurato e da tempo alla ricerca di lavoro, non era del tutto uno sconosciuto. In paese era noto per i suo atteggiamenti ostili verso il prossimo, che sembravano essersi acuiti nell’ultimo periodo.
Frequentava il bar e la tabaccheria dove più volte era stato ripreso dal titolare per le modalità con cui si rapportava alle cameriere e alle ragazze presenti, spesso aveva manifestato ostilità e rabbia per la sua condizione di disoccupazione, manifestando la convinzione che fosse legata al fatto di «essere straniero», mentre alcuni vicini di casa riferiscono di un andirivieni di persone dal suo appartamento, che si era intensificato negli ultimi mesi.
C’è inoltre una coincidenza curiosa nella vicenda: Ravarino è stato recentemente attenzionato per il ritrovamento di finti ordigni esplosivi posizionati nei pressi dell’ex cinema della comunità, acquistato ad aprile del 2025, dalla associazione islamica Alwahda per essere trasformato in un centro islamico più accogliente di quello già in uso ormai divenuto «troppo piccolo per i tanti affiliati».
Se incapace di intendere e volere può evitare i 15 anni che ora rischia
Se le ipotesi di reato a suo carico verranno confermate Salim El Koudri, il trentunenne di origini marocchine ma nato in Italia che sabato pomeriggio ha falciato ad altissima velocità con la sua auto una decina di persone che camminavano su un marciapiedi del centro di Modena, rischia almeno 15 anni di carcere.
Al trentunenne, attualmente in stato di fermo, i pm contestano infatti l’accusa di strage e di lesioni aggravate.
E proprio il primo reato, in caso di condanna, spalancherebbe per El Koudri le porte del carcere per lungo tempo.
La pena prevista dall’articolo 422 del Codice penale «in ogni altro caso» da quelli che vedono la morte di una o più persone è infatti «non inferiore a quindici anni», ai quali andrebbe poi sommata la pena per le lesioni personali aggravate e per eventuali (e allo stato dei fatti del tutto ipotetiche) contestazioni di altri reati connessi.
Ma in caso di decesso di uno o più feriti la pena per l’investitore diventerebbe automaticamente, per il solo reato di strage, quella dell’ergastolo.
Ma sul percorso processuale di El Koudri pesa come un macigno l’ombra delle sue condizioni psichiatriche. Lo stesso ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha infatti dichiarato che «il fatto sembra sia collocabile soprattutto in una situazione di disagio psichiatrico».
E proprio il livello di gravità (se confermato) del disagio psichico dell’uomo potrebbe aprire la porta a scenari processuali del tutto imprevedibili.
Che ruoterebbero però interamente intorno a una parola: «imputabilità», ovvero al valutare se l’imputato è o meno in grado di capire la gravità delle sue azioni, a una intenzionalità consapevole. E l’imputabilità di una persona che ha commesso un reato è il presupposto della sua punibilità. L’articolo 85 del Codice penale stabilisce, infatti, che nessuno può essere punito per un fatto previsto dalla legge come reato se nel momento in cui lo ha commesso non era imputabile, cioè capace di intendere e di volere. Quindi, in mancanza di capacità d’intendere e di volere, il responsabile del fatto non sarà imputabile e non potrà essere sottoposto a una pena. Tuttalpiù, al soggetto potrà essere applicata una misura di sicurezza, cioè un provvedimento finalizzato al suo reinserimento nella società, qualora il giudice dovesse ritenere che questi è socialmente pericoloso e che necessita di essere ricoverato in una struttura adeguata. Ovvero in una Rems, le strutture che hanno preso il posto dei vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Il ricovero non può superare il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, ma per i reati che prevedono la pena dell’ergastolo o la reclusione non inferiore nel minimo a dieci anni, la misura di sicurezza «è ordinata per un tempo non inferiore a tre anni». Se la gravità della patologia è tale da ridurre in maniera consistente, ma non così tanto da escludere del tutto, la capacità di intendere e di volere, allora il giudice provvederà ad applicare una pena, però in misura ridotta. Anche in questi casi, il responsabile del reato viene ricoverato in una Rems.
Va detto che alcuni recenti casi di cronaca dimostrano che il riconoscimento dell’incapacità di intendere e di volere per patologie psichiatriche è tutt’altro che scontato. Anche di fronte a comportamenti criminali che hanno suscitato sconcerto sia nell’opinione pubblica, sia negli inquirenti che hanno seguito le vicende.
Emblematico è il caso di Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo, in provincia di Parma, recentemente condannata in primo grado a 24 anni per aver partorito i suoi due figli da sola in casa e averli poi seppelliti nel giardino della villetta, senza aver rivelato a nessuno, fidanzato compreso, le due gravidanze.
Nel suo caso la perizia psichiatrica disposta dalle Corte d’assise di Parma ha stabilito che la ragazza era perfettamente capace di intendere e di volere, quindi il processo è andato avanti normalmente.
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