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2018-08-03
Foa non arretra di un millimetro e con lui si schierano anche i 5 stelle
Ansa
Una crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi.
Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…».
Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro».
E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli.
In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi».
La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini.
Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. È su questa marea di appalti e appaltoni che partiti, sindacati e fornitori «amici» non vogliono perdere la presa. In nome del pluralismo, per carità.
Francesco Bonazzi
Il cda è legittimato a fare le nomine
«Sono in attesa delle decisioni dell'azionista e nel frattempo continuerò nel pieno rispetto di leggi e regolamenti a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano». Lo ha ribadito ieri Marcello Foa, spinto dal governo gialloblù verso la presidenza della Rai, il quale, contrariamente a quello che dicono in molti, compreso Silvio Berlusconi, non è stato bocciato dalla commissione di Vigilanza ma semplicemente non ha ottenuto il numero legale della Vigilanza, ovvero i due terzi sui 40 votanti.
Foa non ha raccolto quindi i necessari 27 voti per la ratifica della nomina a presidente del nuovo consiglio di amministrazione di Viale Mazzini. Un particolare non di poco conto, che fa una bella differenza. Come ha detto ieri in un'intervista a Repubblica il costituzionalista e icona della sinistra, Valerio Onida: «Foa può tornare per un voto bis in Vigilanza se il cda lo vota di nuovo, riavviando così l'iter».
Cosa che poteva accadere ieri nella riunione fissata proprio per questa evenienza vanificata, però, dalla presa di posizione di Berlusconi che ha ribadito «Forza Italia non rivoterà la nomina già bocciata in Vigilanza». Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo».
Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg.
Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri).
Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa.
L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri.
A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica.
L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre.
E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente.
Sarina Biraghi
Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile»
«Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno.
Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa.
Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega».
Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni.
Carlo Tarallo
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Il candidato alla presidenza della Rai ribadisce: «Continuo nel mio ruolo di consigliere anziano, rispondo solo al mio azionista». Il Pd minaccia cause e tenta il M5s: votiamo Riccardo Laganà. Ma Luigi Di Maio fiuta il trappolone.Il giornalista non è stato bocciato dalla Vigilanza, nulla vieta una nuova votazione. E l'ad Fabrizio Salini può scegliere i direttori dei Tg. Inoltre c'è il precedente di Francesco Alberoni... Silvio Berlusconi teme l'Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile».Lo speciale contiene tre articoliUna crisi tutta interna al centrodestra e un atto di arroganza del partito Mediaset, che vuole interferire sul concorrente pubblico. La pensano così nel Movimento 5 stelle, dove nel giro di pochi giorni sembra che siano diventati tutti dei fan di Marcello Foa, il «consigliere anziano» della Rai che ieri si è chiuso nel silenzio, in attesa di indicazioni dall'azionista della Rai, ovvero il ministero dell'Economia. Nel frattempo, Pd e sindacati minacciano il giornalista italo svizzero di sotterrarlo di azioni legali e richieste danni, se solo s'azzarda a fare qualcosa di più che non sia convocare il prossimo cda per eleggere un altro presidente. Al posto suo, che dal cda i voti già li ha presi. Dopo la bocciatura pilatesca della Vigilanza Rai, avvenuta con la non presentazione (concertata) di Pd e Forza Italia, Foa ha capito che la legge è comunque dalla sua parte e la carta d'identità ancora di più, visto che è il consigliere più anziano. E si è cucito la bocca, salvo affidare ai social un proclama resistente: «Oggi ho informato i miei colleghi del consiglio di amministrazione che sono ancora in attesa di indicazioni dell'azionista e che nel frattempo continuerò, nel pieno rispetto di leggi e regolamenti, a coordinare i lavori del cda come consigliere anziano, nell'esclusivo interesse del buon funzionamento della Rai». Poi, tanto per far capire che non schioderà e non si farà provocare alle dimissioni, conclude: «In queste prime riunioni il clima all'interno del consiglio è stato ottimo, di confronto franco e leale con colleghi di grandissimo valore, e lo spirito che ci unisce è quello di servizio per la più grande azienda culturale del Paese». E chissà quanto è costato, a un - quasi - presidente di così buone (e poco ortodosse) letture, ripetere questa assoluta banalità della Rai «più grande azienda culturale…». Certo, la tentazione ai grillini è stata servita su un piatto da alcuni emissari del Pd. «Mollate Foa e votiamo insieme Riccardo Laganà», consigliere e tecnico Rai che presiede l'associazione «Rai Bene comune». Uno che ha combattuto strenuamente la presidenza di Monica Maggioni, arrivando a denunciarla in Procura per la storia delle trasferte librarie a spese Rai e per gli appalti di Rainews24. Ma l'improvviso amore per Laganà da parte delle truppe renziane ha insospettito i 5 stelle e così, a ieri sera, l'offerta era caduta nel vuoto. Del resto Di Maio continua a ripetere ai suoi che Foa «è un giornalista con la schiena dritta e questa levata di scudi lo conferma sempre più». Oltre al fatto, come ha notato Pierluigi Paragone, che «è difficile contestare Foa perché sarebbe un sovranista, quando fino a ieri abbiamo avuto una presidente che dirigeva la Trilateral commission in Italia». E a proposito di «verginelle» con un bel curriculum internazionale, tra i grillini c'è anche fastidio per il sospetto che Pd e Forza Italia tentino di convergere su Lucia Annunziata, «come se il messaggio del 4 marzo non fosse stato chiaro». E se nel Movimento stanno seguendo la partita Rai con minore trasporto della Lega di Matteo Salvini è per due ragioni. La prima è che sono comunque soddisfatti del fatto che nessuno abbia potuto dire alcunché sulla nomina di chi avrà veramente i poteri, ovvero l'amministratore delegato Fabrizio Salini. La seconda perché davano per scontato che Silvio Berlusconi, dopo aver piazzato un uomo Mediaset alla presidenza della Vigilanza (Alberto Barachini), avrebbe tentato di paralizzare Viale Mazzini con un presidente scelto insieme al Pd. «Solo in Italia il proprietario delle principali tv private può permettersi di vigilare sulla tv pubblica e di bocciarne il presidente», ripetono due senatori che hanno parlato con Beppe Grillo della vicenda. Ma è una lettura in qualche modo antica, perché è sotto gli occhi di tutti che è in corso un regolamento di conti nel centrodestra e la Rai è il casus belli. In parallelo, però, al mite Foa toccano i primi avvertimenti del «sistema» che da tempo immemorabile smazza le carte in Rai. Il segretario della Commissione di Vigilanza, il renziano Michele Anzaldi, lo diffida apertamente: «Se i consiglieri appena nominati intendono riunirsi per prendere decisioni aziendali diverse dalla nomina di un nuovo presidente, ad esempio nomine di direttori o decisioni di interim, rischiano di pagare personalmente». E cita il caso Alfredo Meocci, con tanto di condanne della Corte dei conti. Un concetto ripetuto anche da Usigrai e Fnsi, noti tutori del pluralismo Rai anche nell'era appena conclusa del centrosinistra, che in una nota aggiungono un avvertimento: «Abbiamo già costituito un osservatorio legale per monitorare le attività del cda, pronti a impugnare atti legittimi». La vera posta in gioco l'ha ricordata nei giorni scorsi il sito internet di economia pubblica e statistiche #truenumbers, che ha pubblicato gli ultimi conti di Viale Mazzini. Vi si legge che la Rai paga stipendi per 888 milioni e, soprattutto, ha costi esterni per 1,35 miliardi. 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Anche se poi ha teso la mano all'alleato Matteo Salvini sostenendo che «il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Al di là dell'aspetto politico e del voto della Vigilanza, Foa essendo consigliere anziano può comunque ricoprire la carica di presidente facente funzione in maniera assolutamente legale ed il cda è operativo a tutti gli effetti. Quindi l'amministratore delegato Fabrizio Salini può «fare tutto » a cominciare dalle nomine dei direttori di reti e tg. Il piddino Michele Anzaldi, segretario in Vigilanza, insieme a tutto il Pd, ha evocato il rischio illegittimità del cda Rai «perché per essere legittimo serve un presidente che entri nelle proprie funzioni attraverso il voto della Vigilanza. Attenzione quindi alla Corte dei Conti». Corte che intervenne sul caso di Alfredo Meocci, incompatibile come presidente, per la cui nomina il cda dell'epoca venne condannato a pagare 11 milioni diventati poi 336.000 euro (venne pignorato il quinto dello stipendio dei membri). Il Pd e Anzaldi forse non ricordano il caso di Francesco Alberoni, consigliere anziano che subentrò senza il voto della Vigilanza, al presidente Lucia Annunziata, dimissionaria. Il cda con Alberoni operò per un anno e mezzo senza alcun ricorso né paralisi amministrativa. L'unica cosa che potrebbe frenare il nuovo cda è l'immagine che ne deriverebbe, ovvero quella di un organismo senza presidente decretato dal Parlamento. Peraltro il cda è operativo perché ha tutti i componenti ma soprattutto l'amministratore delegato che ha tutti i poteri. A sciogliere il nodo dovrà essere la politica perché c'è chi dice il contrario semplicemente perché c'è un vuoto procedurale legislativo figlio della riforma voluta da Matteo Renzi e che il Pd finge di disconoscere dopo aver fatto schiacciare la procedura Rai dalla politica. L'attesa delle indicazioni del governo da parte di Foa e del Cda altro non è che un atto di responsabilità nei confronti di un'azienda, la prima culturale in Italia, dove lavorano 13.000 persone. E mentre il cda tornerà a riunirsi la settimana prossima per parlare e decidere sui diritti sportivi, la Camera sabato chiude per ferie e quindi per il nuovo accordo politico sulla nomina di un nuovo presidente bisognerà aspettare i tempi tecnici, cioè non prima di settembre. E mentre il leader della Lega Matteo Salvini insiste sul nome del giornalista italo elvetico, il vicepremier Luigi Di Maio vuole mantener eil più basso possibile il livello dello scontro istituzionale. Il fronte è aperto, ma allargarlo ulteriormente potrebbe essere controproducente. Sarina Biraghi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/foa-non-arretra-di-un-millimetro-con-lui-si-schierano-anche-i-5-stelle-2592170965.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="berlusconi-teme-lopa-del-carroccio-e-frena-centrodestra-ineliminabile" data-post-id="2592170965" data-published-at="1780561589" data-use-pagination="False"> Berlusconi teme l’Opa del Carroccio e frena: «Centrodestra ineliminabile» «Il centrodestra è ineliminabile in Italia e quindi dobbiamo sempre andare d'accordo». Le parole di Silvio Berlusconi, all'uscita dall'ospedale San Raffaele, ieri, sono un auspicio, non certo una constatazione. Berlusconi è tornato ieri ad Arcore dopo essersi sottoposto a una serie di controlli «i cui esiti», ha detto all'Ansa il suo medico personale, Alberto Zangrillo, «sono stati molto confortanti consentendo di fotografare un quadro clinico di assoluto benessere». Silvio sta bene, dunque, ma non altrettanto si può dire del suo partito. Il «no» a Marcello Foa alla presidenza della Rai con le polemiche che sono seguite hanno fatto diventare chiaro ed evidente quello che tutti gli addetti ai lavori sapevano: Forza Italia è profondamente spaccata al suo interno. Le sirene leghiste attraggono molti parlamentari e amministratori locali, soprattutto quelli eletti al Nord, pronti a saltare sul Carroccio del vincitore in caso di frattura definitiva, timorosi di non essere più rieletti. Inoltre, Berlusconi sembra non tenere più saldamente in pugno il partito. Quando, l'altro ieri mattina, Matteo Salvini è andato a far visita a Berlusconi in ospedale, ne ha tratto la convinzione che l'ex premier non volesse andare fino in fondo sul «no» a Foa. Quando però i componenti di Forza Italia della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai hanno fatto saltare la nomina di Foa, Salvini è andato su tutte le furie. Berlusconi, infatti, alla fine ha ceduto alle pressioni di Antonio Tajani, Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e ha confermato il «no» nonostante le rassicurazioni date a Salvini poche ore prima. Cosa è accaduto, in quelle ore? Quali argomenti hanno usato i pretoriani di Silvio per convincerlo a sfidare così apertamente Salvini? A quanto pare, Tajani, Letta e Ghedini (con il sostegno della maggior parte dei parlamentari, soprattutto quelli eletti al Sud), hanno insistito sul fatto che, a parer loro, ormai Salvini la sua opa su Forza Italia l'ha lanciata, Foa o non Foa. In questi ultimi giorni, soprattutto al Sud, si susseguono le adesioni alla Lega da parte di ex forzisti, pubblicizzate in pompa magna sui media e sui social network. Quindi, è stato il ragionamento che ha convinto Berlusconi, meglio andare allo scontro, anche per costringere chi è già pronto a lasciare Forza Italia per approdare alla Lega a venire allo scoperto. Non a caso, ieri mattina, Salvini ha rilasciato un'intervista al Quotidiano Nazionale dai toni assai bellicosi, proprio su questo punto. «Centrodestra finito? Non siamo noi», ha detto Salvini, «a volerlo. Ma se Forza Italia non è d'accordo su niente, se sceglie il Pd, faccia pure. Scelta sua. Se vuole fare un partitone Pd-Forza Italia, auguri. Dispiaciuti, andiamo avanti, facendo battaglie di centrodestra e per il cambiamento. Se la Lega ha quattro volte i voti di Forza Italia», ha aggiunto Salvini, «forse qualcuno sta sbagliando qualcosa. Con Berlusconi abbiamo dialogato, poi son venute le sue dichiarazioni di amore al Pd. Ne prendo atto. Ora, un conto è la vicinanza umana, un conto è la scelta politica che ha portato non solo molti elettori ma anche molti eletti di Forza Italia a tutti i livelli ad avvicinarsi alla Lega. Io fino ad oggi ho detto di no», ha precisato Salvini, «però se Forza Italia sceglie il Pd è giusto che chi si sente di centrodestra possa fare politica con la Lega». Poche ore prima, in una intervista all'Huffington Post, Berlusconi aveva di nuovo tentato di stemperare i toni: «Il centrodestra», aveva detto Berlusconi, «non è assolutamente finito. Su Foa i nostri gruppi parlamentari hanno posto una questione di metodo che ho condiviso ma nessuno ha messo in discussione una coalizione che ha avuto il consenso della maggioranza relativa a degli italiani. Il botta e risposta con Salvini? Si tratta», aveva detto Berlusconi, «di una normale dialettica. La Lega è solita usare un linguaggio colorito ma il vero cambiamento che vogliamo noi e loro non è certo quello a Cinque Stelle». In realtà, tra Forza Italia e Lega siamo vicini al divorzio. Quanti «azzurri» resteranno fedeli al Caro Leader e quanti invece passeranno armi, bagagli e voti con Salvini? Che ripercussioni ci saranno sulle giunte regionali e le amministrazioni locali dove Lega e Fi governano insieme? Lo sapremo nei prossimi giorni. Carlo Tarallo
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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