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2025-04-01
Flora.La magia dei fiori nell’arte italiana dal Novecento ad oggi
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«Non c’è pittrice o pittore del Novecento che non abbia dipinto fiori, seguendo una vocazione intima e una personalissima interpretazione, una sfida rappresentativa. Il fiore è un soggetto semplice, ma è anche un universo di simboli complessi, di forme sofisticate e per questo irresistibile». E’ da questa frase di Daniela Ferrari (insieme a Stefano Roffi curatrice dell’esposizione) che prende il via la bella « mostra corale »in corso alla Villa delle Meravglie, un evento inaugurato non a caso il 14 marzo, Giornata Nazionale del Paesaggio e che terminerà il 29 giugno, all’inizio dell’estate. «Mostra corale» perché ben 150 sono le opere esposte, tantissimi gli artisti, moltissimi i collezionisti privati e le istituzioni (ad iniziare dal MART di Rovereto per arrivare al Museo del ‘900 di Milano) che hanno contribuito, con i loro prestiti eccezionali, alla ricchezza di un percorso espositivo lungo e articolato, dove ogni sezione è definita da un aggettivo che si addice anche ai fiori: fiori silenziosi, simbolici, futuristi, inquieti. E così via.
Ad aprirlo, la maestosa, visionaria e coloratissima, Flora Magica – Scenografia de Le Chant du Rossignol di Fortunato Depero, una sorta di «intallazione » futurista che l’artista creò nel 1917 per uno spettacolo che non andò mai in scena, ma che testimonia l’eccezionale versatilità artistica del suo geniale creatore. A seguire, come fosse una «seconda apertura», lo studio per Flora sparge i fiori di Giulio Paolini, un disegno preparatorio datato 1968 in cui Paolini « gioca » con le sovrapposizioni e le duplicazioni di piani e figure, regalando a chi osserva un senso di ciclica continuità, come fosse la vita che si rinnova. E sempre a Giulio Paolini, artista concettuale contemporaneo molto amato dalla curatrice Daniela Ferrari (per sua stesa ammissione…), è affidata la chiusura della mostra, che saluta i visitatori con L’artista ringrazia (2022), rappresentazione di una figura maschile tracciata a matita che regge fra le mani il collage di un delicato bouquet floreale. Ma se Paolini apre e chiude idealmente l’esposizione , sala dopo sala, il «percorso floreale », tra opere singole e quadrerie , si snoda fra le tele dei grandi artisti italiani del Novecento , dalle Ortensie di Segantini e Longoni alle Dalie di Previati e Donghi, dalla Flora magica di Depero ai mazzi ipnotici di fiordalisi, papaveri e margherite di Casorati, dal Gladiolo fulminato di de Pisis, simbolo della caducità della vita, ai Crisantemi metafisici di de Chirico e allo splendido collage Balfiori di Giacomo Balla, fino a una importante sezione contemporanea, che annovera, fra gli altri, capolavori di Fausto Melotti (in mostra con Giardino pensile del 1972) , Mario Schifano (che interpreta il fiore come segno iconico, tra pop art e riflessione sociale) e del noto artista greco Jannis Kounellis, fra i maggiori rappresentanti dell’ arte povera (straordinaria, in mostra , la sua gigantesca Rosa nera, sagoma di un fiore nero che spicca su un fondo bianco).
Sempre restando in tema di rose, nella sezione Una rosa è una rosa, a spiccare la delicatezza pastello dei Fiori di Giorgio Morandi, un olio su tela del 1951 che lo schivo artista emiliano (che dipingeva fiori solo per le persone a lui più care …) donò all’amico fraterno Luigi Magnani durante uno dei suoi soggiorni a Travesetolo. Una delicatezza che si ritrova anche ne La baronessa di Gunzburg di Giovanni Boldini, mentre la Signora con la rosa di Renato Guttuso colpisce per la sua intensa e spiccata drammaticità. A colpire il visitatore, anche il tripudio di ori dal sapore «Klintiano» delle due gigantesche tele (da sole occupano un’intera parete…) L'Amore e La Vita - entrambe datate 1919 - di Galileo Chini, artista eclettico e fra i massimi esponenti del Liberty italiano. E che dire poi dell’intenso Ritratto di Gigina (1930) di Luigi Bonazza e dell’ Enfant aux fleurs (1910) del veneziano Federico Zandomeneghi, dove l’elemento floreale si sposa con la chioma fulva della bella giovinetta ritratta d profilo?
Flora è davvero una mostra ricca di sorprese, un viaggio nell’arte italiana compiuto attraverso il fascino senza tempo dei fiori, un incanto che ha il suo compimento (e il suo valore aggiunto) nel romantico Parco che circonda la Villa delle Meraviglie, un’estensione di dodici ettari di giardino all’italiana , recentemente restaurato, che custodisce un laghetto, un insolito assortimento botanico ed esemplari imponenti di sequoie, platani e cedri del libano. Oltre a maestosi ed eleganti pavoni, in assoluto i più fotografati dal pubblico. Ovviamente dopo le straordinarie opere d’arte che la Fondazione custodisce.
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Alla Fondazione Magnani Rocca di Mamiano di Traversetolo, una mostra «che sa di primavera» celebra il tema floreale dal Novecento ad oggi attraverso le opere dei grandi nomi dell’arte italiana: da Boldini a Segantini, passando per Guttuso, Balla, De Pisis e Paolini, esposti oltre 150 capolavori, provenienti da prestigiose istituzioni pubbliche e collezioni private.«Non c’è pittrice o pittore del Novecento che non abbia dipinto fiori, seguendo una vocazione intima e una personalissima interpretazione, una sfida rappresentativa. Il fiore è un soggetto semplice, ma è anche un universo di simboli complessi, di forme sofisticate e per questo irresistibile». E’ da questa frase di Daniela Ferrari (insieme a Stefano Roffi curatrice dell’esposizione) che prende il via la bella « mostra corale »in corso alla Villa delle Meravglie, un evento inaugurato non a caso il 14 marzo, Giornata Nazionale del Paesaggio e che terminerà il 29 giugno, all’inizio dell’estate. «Mostra corale» perché ben 150 sono le opere esposte, tantissimi gli artisti, moltissimi i collezionisti privati e le istituzioni (ad iniziare dal MART di Rovereto per arrivare al Museo del ‘900 di Milano) che hanno contribuito, con i loro prestiti eccezionali, alla ricchezza di un percorso espositivo lungo e articolato, dove ogni sezione è definita da un aggettivo che si addice anche ai fiori: fiori silenziosi, simbolici, futuristi, inquieti. E così via. Ad aprirlo, la maestosa, visionaria e coloratissima, Flora Magica – Scenografia de Le Chant du Rossignol di Fortunato Depero, una sorta di «intallazione » futurista che l’artista creò nel 1917 per uno spettacolo che non andò mai in scena, ma che testimonia l’eccezionale versatilità artistica del suo geniale creatore. A seguire, come fosse una «seconda apertura», lo studio per Flora sparge i fiori di Giulio Paolini, un disegno preparatorio datato 1968 in cui Paolini « gioca » con le sovrapposizioni e le duplicazioni di piani e figure, regalando a chi osserva un senso di ciclica continuità, come fosse la vita che si rinnova. E sempre a Giulio Paolini, artista concettuale contemporaneo molto amato dalla curatrice Daniela Ferrari (per sua stesa ammissione…), è affidata la chiusura della mostra, che saluta i visitatori con L’artista ringrazia (2022), rappresentazione di una figura maschile tracciata a matita che regge fra le mani il collage di un delicato bouquet floreale. Ma se Paolini apre e chiude idealmente l’esposizione , sala dopo sala, il «percorso floreale », tra opere singole e quadrerie , si snoda fra le tele dei grandi artisti italiani del Novecento , dalle Ortensie di Segantini e Longoni alle Dalie di Previati e Donghi, dalla Flora magica di Depero ai mazzi ipnotici di fiordalisi, papaveri e margherite di Casorati, dal Gladiolo fulminato di de Pisis, simbolo della caducità della vita, ai Crisantemi metafisici di de Chirico e allo splendido collage Balfiori di Giacomo Balla, fino a una importante sezione contemporanea, che annovera, fra gli altri, capolavori di Fausto Melotti (in mostra con Giardino pensile del 1972) , Mario Schifano (che interpreta il fiore come segno iconico, tra pop art e riflessione sociale) e del noto artista greco Jannis Kounellis, fra i maggiori rappresentanti dell’ arte povera (straordinaria, in mostra , la sua gigantesca Rosa nera, sagoma di un fiore nero che spicca su un fondo bianco). Sempre restando in tema di rose, nella sezione Una rosa è una rosa, a spiccare la delicatezza pastello dei Fiori di Giorgio Morandi, un olio su tela del 1951 che lo schivo artista emiliano (che dipingeva fiori solo per le persone a lui più care …) donò all’amico fraterno Luigi Magnani durante uno dei suoi soggiorni a Travesetolo. Una delicatezza che si ritrova anche ne La baronessa di Gunzburg di Giovanni Boldini, mentre la Signora con la rosa di Renato Guttuso colpisce per la sua intensa e spiccata drammaticità. A colpire il visitatore, anche il tripudio di ori dal sapore «Klintiano» delle due gigantesche tele (da sole occupano un’intera parete…) L'Amore e La Vita - entrambe datate 1919 - di Galileo Chini, artista eclettico e fra i massimi esponenti del Liberty italiano. E che dire poi dell’intenso Ritratto di Gigina (1930) di Luigi Bonazza e dell’ Enfant aux fleurs (1910) del veneziano Federico Zandomeneghi, dove l’elemento floreale si sposa con la chioma fulva della bella giovinetta ritratta d profilo? Flora è davvero una mostra ricca di sorprese, un viaggio nell’arte italiana compiuto attraverso il fascino senza tempo dei fiori, un incanto che ha il suo compimento (e il suo valore aggiunto) nel romantico Parco che circonda la Villa delle Meraviglie, un’estensione di dodici ettari di giardino all’italiana , recentemente restaurato, che custodisce un laghetto, un insolito assortimento botanico ed esemplari imponenti di sequoie, platani e cedri del libano. Oltre a maestosi ed eleganti pavoni, in assoluto i più fotografati dal pubblico. Ovviamente dopo le straordinarie opere d’arte che la Fondazione custodisce.
Un precedente incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e il principe ereditario di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed al-Nahyan (Ansa)
Il ritiro di Abu Dhabi dall’Opec non è solo economico: riemergono le tensioni con l’Arabia Saudita tra accuse sulla sicurezza e divergenze regionali. Una frattura che indebolisce Riad, complica i piani di Trump e riapre i giochi nel Golfo.
Alla base dell’addio di Abu Dhabi all’Opec c’è (anche) una ragione di natura geopolitica: il riemergere della tensione tra emiratini e sauditi.
Ufficialmente, il ritiro degli Emirati è legato alla loro volontà di svincolarsi dal sistema di quote di produzione petrolifera. Il che già di per sé rappresenta uno schiaffo a Riad che riveste de facto nell’Opec una posizione di preminenza politica. Un Opec più fragile rende quindi potenzialmente l’Arabia Saudita più debole sotto il profilo geopolitico ed economico.
In secondo luogo, il giorno prima che Abu Dhabi annunciasse l’addio, il consigliere presidenziale emiratino, Anwar Gargash, aveva accusato i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo di non aver fatto abbastanza per assistere il proprio Paese contro gli attacchi iraniani. «La posizione del Consiglio di cooperazione del Golfo è stata la più debole nella storia, considerando la natura dell'attacco e la minaccia che ha rappresentato per tutti», aveva dichiarato in quella che era una stoccata soprattutto all’Arabia Saudita.
Non dobbiamo del resto dimenticare che, negli ultimi anni, il rapporto tra Abu Dhabi e Riad era diventato teso su vari dossier: dal Sudan al Somaliland, passando per lo Yemen. Tuttavia, la guerra in Iran sembrava aver ricompattato l’asse tra i due vecchi alleati nel nome della loro storica opposizione al regime khomeinista. Un ricompattamento che, a quanto pare, non è durato granché. Lo schiaffo emiratino all’Opec, lo abbiamo visto, sta lì a dimostrarlo. Il punto è adesso capire che cosa succederà.
Donald Trump, com’è noto, ha plaudito all’addio di Abu Dhabi: in passato, l'inquilino della Casa Bianca aveva accusato l’Opec di manipolare i prezzi del petrolio. Inoltre, il presidente americano scommette sul fatto che, in caso di riapertura di Hormuz, la mossa emiratina possa contribuire a far scendere più celermente il costo del greggio. Non è un mistero che Trump tema l’alto prezzo della benzina negli Stati Uniti: un fattore, questo, che indebolisce il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Dall’altra parte, però, il ritorno della tensione tra emiratini e sauditi potrebbe mettere in crisi quel rilancio degli Accordi di Abramo a cui Trump notoriamente mira. Abu Dhabi ha aderito a quei patti nel 2020, mentre Riad non lo ha ancora fatto. Il presidente americano vorrebbe che Mohammad bin Salman li sottoscrivesse al più presto, ma questa situazione rende la strada decisamente in salita. Mentre infatti l’asse tra Gerusalemme e Abu Dhabi si rafforza, i rapporti tra l’Arabia Saudita e lo Stato ebraico sono attraversati da qualche significativa fibrillazione. Non è inoltre escluso che il principe ereditario saudita possa essersi irritato per il sostegno di Trump al ritiro emiratino dall'Opec.
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Il campo largo non ha ancora leader, programmi e idee. Per questo spera che il governo Meloni duri fino al termine della legislatura, infrangendo ogni record. Nonostante le accuse di Renzi, Conte e Schlein.
L’inflazione consiste nell’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi in un determinato periodo di tempo, con la conseguente riduzione del potere d’acquisto della moneta: con la stessa quantità di denaro si riesce a comprare meno.
In condizioni normali, l’inflazione si sviluppa quando la domanda supera l’offerta: se beni e servizi non bastano a soddisfare i consumatori, i prezzi salgono. Al contrario, quando l’economia rallenta o entra in stagnazione, la domanda tende a diminuire e i prezzi dovrebbero stabilizzarsi o scendere.
La stagflazione rompe questo schema: si verifica quando l’economia cresce poco o si contrae, ma i prezzi continuano comunque a salire.
Questo fenomeno si manifesta spesso in seguito a uno shock di offerta, cioè un evento straordinario che riduce la disponibilità di beni o aumenta i costi di produzione — ad esempio una crisi energetica o un forte aumento del costo delle materie prime — spingendo verso l’alto i prezzi anche in presenza di un’economia debole.
La stagflazione è considerata particolarmente difficile da gestire perché le politiche economiche tradizionali per combattere l’inflazione (come alzare i tassi) possono aggravare la stagnazione, mentre quelle per stimolare la crescita rischiano di alimentare ulteriormente l’aumento dei prezzi.
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«Non è solo un insieme di problemi. È un sistema dove ogni crisi alimenta l’altra», ha dichiarato Giorgia Meloni durante il meeting della Comunità Politica Europea a Jerevan.
Il premier ha parlato di policrisi: «Cosa significa policrisi? Non è solo affrontare tante crisi insieme. Il problema è che sono tutte collegate e si alimentano a vicenda».