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2021-03-06
Figliuolo vuole cambiare marcia: «Stanno arrivando 7 milioni di dosi»
Francesco Paolo Figliuolo (Ansa)
Nelle prossime due-tre settimane, entro la fine di marzo, dovrebbero arrivare in Italia oltre 7 milioni di dosi di vaccini. Il problema è il trasporto nell'ultimo miglio sul territorio e la gestione dei punti di somministrazione. Lo ha annunciato ieri il commissario all'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, nella riunione con le Regioni. Invitando tutti i governatori a dare una forte accelerazione nella distribuzione delle dosi e a individuare i luoghi dove somministrarle. I punti vaccinali vanno quindi incrementati usando siti produttivi, gli asset della Protezione civile e delle forze armate. Servono soprattutto rinforzi di personale oltreché organizzativi.
Il generale che ha preso il posto di Domenico Arcuri a capo della struttura commissariale lavora in tandem con il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Insieme hanno fatto il punto con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia sui dati aggiornati della campagna vaccinale, sia sulla piattaforma digitale che dovrebbe monitorare in tempo reale le somministrazioni, ma che spesso funziona a singhiozzo rendendo più complicato monitorare l'andamento delle scorte.
In mattinata, il tandem Figliuolo-Curcio aveva partecipato alla riunione con i ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute), e appunto con i presidenti delle Regioni. L'obiettivo è ottimizzare la campagna, centralizzando e uniformando le scelte sulle categorie da vaccinare. Tanto che all'incontro erano presenti anche il presidente dell'Associazione Comuni (Anci), Antonio Decaro, e quello dell'Unione delle Province (Upi), Michele de Pascale.
C'è poi la questione della distribuzione. Durante il confronto, il ministro Speranza ha proposto l'estensione dell'uso del vaccino Astrazeneca anche agli over 65 (che però deve ricevere il via libera dell'Agenzia nazionale del farmaco, Aifa) e suggerito l'istituzione di un fondo di solidarietà per la campagna vaccinale. «Si potrebbe accantonare l'1-2% da ciascuna consegna», ha spiegato, «per la creazione di riserve da utilizzare con strategia reattiva nelle zone in cui il virus si propaga con maggiore forza e rapidità anche a causa delle varianti». L'ipotesi è ancora da discutere. Prioritario resta, infatti, il coordinamento tra Regioni per procedere tutti compatti verso la stessa direzione. Si dovranno uniformare e chiarire anche le categorie da vaccinare, in relazione alle modalità che caratterizzano la somministrazione dei diversi vaccini, dal range anagrafico per la somministrazione di alcuni ai tempi differenti fra prima e seconda dose per altri. La direzione sarebbe quella di andare comunque verso le liste stilate per classi di età e non per professioni.
La materia prima - cioè i vaccini - non manca, anzi è destinata ad aumentare rapidamente nelle prossime settimane. Ma per far marciare nel verso giusto la campagna vaccinale serviranno anche i vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi.
I governatori sono preoccupati «per le estenuanti trattative» per il reclutamento dei medici di base per la somministrazione dei vaccini. Capofila di queste perplessità sono la Toscana e la Liguria, con i governatori Eugenio Giani e Giovanni Toti che chiedono di semplificare le procedure. In particolare il presidente ligure, auspica «moduli standard» che tuttavia «richiederebbero una legge ad hoc». Tante le difficoltà: dagli ambulatori troppi piccoli, al costo degli infermieri da reclutare, fino alle persone a cui somministrare il vaccino, se esclusivamente i propri mutuati o tutti.
Non solo. Come ha rilevato La Verità nei giorni scorsi, i medici di famiglia sono tanti ma poco produttivi, in quanto devono nella maggior parte dei casi fare tutto da soli: gestione del vaccinando, anamnesi, preparazione siringa, registrazione e osservazione. Il problema di questo metodo di vaccinazione è che la sua capacità è limitata dal numero dei medici, che in ultima analisi dipende dalla popolazione. Per incrementare le somministrazioni va cambiato il modo in cui si organizzano i vaccinatori, non basta aumentarne il numero. Se si organizzano delle squadre vaccinali composte da un medico, due infermieri, un amministrativo e un assistente sanitario, la produttività cresce perché c'è una divisione del lavoro. Ma se queste squadre vengono aggregate a 20, 30, 40 per volta, la divisione dei compiti può essere ottimizzata e concentrata sul momento cruciale, la puntura. Un medico potrà fare anamnesi per dieci squadre, idem amministrativi e assistenti. Un solo infermiere preparerà le siringhe per cinque «punturatori». E la produttività salirà. Anche in caso di assenze, la produzione calerà ma di poco.
Nel frattempo, Palazzo Chigi ieri ha comunicato l'agenda sulle prime uscite pubbliche di Draghi, che visiterà nelle prossime settimane alcuni dei luoghi simbolo della pandemia: venerdì 12 marzo il premier andrà in un centro vaccinale a Roma e il 18 marzo sarà a Bergamo per partecipare alle celebrazioni in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus.
Il Piemonte svolta sulle cure a casa
Curare a casa, ma curare bene, efficacemente, somministrando i farmaci adatti ai malati di Covid: un anno dopo l'esplosione della pandemia, e dopo decine e decine di proclami tutti rigorosamente a vuoto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, non è ancora riuscito a mettere a punto uno straccio di strategia che consenta di evitare di ingolfare ambulatori e ospedali.
«Tachipirina e vigile attesa»: questa la geniale disposizione dell'Agenzia italiana del farmaco per curare a domicilio chi ha contratto il Covid, che risale al 9 dicembre 2020. Per la precisione, oltre a obbligare i medici alle prese con i propri pazienti malati di coronavirus ad aspettare, la nota permetteva la somministrazione esclusivamente di fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e paracetamolo o dell'eparina, ma solamente per gli allettati, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per la cura del virus. Questa nota non era mai stata modificata, fino a quando, l'altro ieri, il Tar del Lazio ha sconfessato questa linea, accogliendo l'istanza cautelare promossa dai medici del Comitato cura domiciliare Covid-19 nei confronti del ministero della Salute e di Aifa.
I giudici amministrativi del Lazio hanno ritenuto fondata la richiesta dei medici «di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Nell'attesa (infinita) che il governo si dia finalmente una mossa, il Piemonte decide di fare da solo e aggiorna il protocollo delle cure a casa: «Diamo nuovi strumenti ai medici di famiglia», spiega l'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, «e alle Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per combattere il Covid direttamente a casa dei pazienti. Con l'aggiornamento del protocollo delle cure domiciliari, introduciamo l'utilizzo dell'idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più», aggiunge Icardi, «prevediamo la possibilità di attivare ambulatori Usca per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili a domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili».
Una svolta importantissima, quella del Piemonte, che farà certamente da apripista anche per altre Regioni italiane: è impensabile infatti continuare a sottovalutare l'importanza delle cure domiciliari, tra l'altro in un momento in cui la curva dei contagi risale e gli ospedali potrebbero trovarsi presto a fare i conti con la carenza di posti disponibili. «Siamo convinti», argomenta Icardi, «perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa. Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti Covid a domicilio», sottolinea l'assessore, «da parte delle unità speciali di continuità assistenziale, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta».
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Il nuovo commissario chiede ai governatori di accelerare, «usando ogni sito possibile». E punta a uniformare la scelta delle categorie da cui partire. Roberto Speranza pensa a «scorte di solidarietà». Mario Draghi sarà a Bergamo il 18.Il Piemonte svolta sulle cure a casa. Altro che «paracetamolo e vigile attesa», ricetta del ministero già sconfessata dal Tar. La Regione guidata da Alberto Cirio passa a «idrossiclorochina, antinfiammatori e vitamine».Lo speciale contiene due articoli.Nelle prossime due-tre settimane, entro la fine di marzo, dovrebbero arrivare in Italia oltre 7 milioni di dosi di vaccini. Il problema è il trasporto nell'ultimo miglio sul territorio e la gestione dei punti di somministrazione. Lo ha annunciato ieri il commissario all'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, nella riunione con le Regioni. Invitando tutti i governatori a dare una forte accelerazione nella distribuzione delle dosi e a individuare i luoghi dove somministrarle. I punti vaccinali vanno quindi incrementati usando siti produttivi, gli asset della Protezione civile e delle forze armate. Servono soprattutto rinforzi di personale oltreché organizzativi. Il generale che ha preso il posto di Domenico Arcuri a capo della struttura commissariale lavora in tandem con il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Insieme hanno fatto il punto con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia sui dati aggiornati della campagna vaccinale, sia sulla piattaforma digitale che dovrebbe monitorare in tempo reale le somministrazioni, ma che spesso funziona a singhiozzo rendendo più complicato monitorare l'andamento delle scorte. In mattinata, il tandem Figliuolo-Curcio aveva partecipato alla riunione con i ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute), e appunto con i presidenti delle Regioni. L'obiettivo è ottimizzare la campagna, centralizzando e uniformando le scelte sulle categorie da vaccinare. Tanto che all'incontro erano presenti anche il presidente dell'Associazione Comuni (Anci), Antonio Decaro, e quello dell'Unione delle Province (Upi), Michele de Pascale. C'è poi la questione della distribuzione. Durante il confronto, il ministro Speranza ha proposto l'estensione dell'uso del vaccino Astrazeneca anche agli over 65 (che però deve ricevere il via libera dell'Agenzia nazionale del farmaco, Aifa) e suggerito l'istituzione di un fondo di solidarietà per la campagna vaccinale. «Si potrebbe accantonare l'1-2% da ciascuna consegna», ha spiegato, «per la creazione di riserve da utilizzare con strategia reattiva nelle zone in cui il virus si propaga con maggiore forza e rapidità anche a causa delle varianti». L'ipotesi è ancora da discutere. Prioritario resta, infatti, il coordinamento tra Regioni per procedere tutti compatti verso la stessa direzione. Si dovranno uniformare e chiarire anche le categorie da vaccinare, in relazione alle modalità che caratterizzano la somministrazione dei diversi vaccini, dal range anagrafico per la somministrazione di alcuni ai tempi differenti fra prima e seconda dose per altri. La direzione sarebbe quella di andare comunque verso le liste stilate per classi di età e non per professioni.La materia prima - cioè i vaccini - non manca, anzi è destinata ad aumentare rapidamente nelle prossime settimane. Ma per far marciare nel verso giusto la campagna vaccinale serviranno anche i vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi. I governatori sono preoccupati «per le estenuanti trattative» per il reclutamento dei medici di base per la somministrazione dei vaccini. Capofila di queste perplessità sono la Toscana e la Liguria, con i governatori Eugenio Giani e Giovanni Toti che chiedono di semplificare le procedure. In particolare il presidente ligure, auspica «moduli standard» che tuttavia «richiederebbero una legge ad hoc». Tante le difficoltà: dagli ambulatori troppi piccoli, al costo degli infermieri da reclutare, fino alle persone a cui somministrare il vaccino, se esclusivamente i propri mutuati o tutti. Non solo. Come ha rilevato La Verità nei giorni scorsi, i medici di famiglia sono tanti ma poco produttivi, in quanto devono nella maggior parte dei casi fare tutto da soli: gestione del vaccinando, anamnesi, preparazione siringa, registrazione e osservazione. Il problema di questo metodo di vaccinazione è che la sua capacità è limitata dal numero dei medici, che in ultima analisi dipende dalla popolazione. Per incrementare le somministrazioni va cambiato il modo in cui si organizzano i vaccinatori, non basta aumentarne il numero. Se si organizzano delle squadre vaccinali composte da un medico, due infermieri, un amministrativo e un assistente sanitario, la produttività cresce perché c'è una divisione del lavoro. Ma se queste squadre vengono aggregate a 20, 30, 40 per volta, la divisione dei compiti può essere ottimizzata e concentrata sul momento cruciale, la puntura. Un medico potrà fare anamnesi per dieci squadre, idem amministrativi e assistenti. Un solo infermiere preparerà le siringhe per cinque «punturatori». E la produttività salirà. Anche in caso di assenze, la produzione calerà ma di poco. Nel frattempo, Palazzo Chigi ieri ha comunicato l'agenda sulle prime uscite pubbliche di Draghi, che visiterà nelle prossime settimane alcuni dei luoghi simbolo della pandemia: venerdì 12 marzo il premier andrà in un centro vaccinale a Roma e il 18 marzo sarà a Bergamo per partecipare alle celebrazioni in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/figliuolo-cambiare-7-milioni-dosi-2650938738.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piemonte-svolta-sulle-cure-a-casa" data-post-id="2650938738" data-published-at="1614990409" data-use-pagination="False"> Il Piemonte svolta sulle cure a casa Curare a casa, ma curare bene, efficacemente, somministrando i farmaci adatti ai malati di Covid: un anno dopo l'esplosione della pandemia, e dopo decine e decine di proclami tutti rigorosamente a vuoto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, non è ancora riuscito a mettere a punto uno straccio di strategia che consenta di evitare di ingolfare ambulatori e ospedali. «Tachipirina e vigile attesa»: questa la geniale disposizione dell'Agenzia italiana del farmaco per curare a domicilio chi ha contratto il Covid, che risale al 9 dicembre 2020. Per la precisione, oltre a obbligare i medici alle prese con i propri pazienti malati di coronavirus ad aspettare, la nota permetteva la somministrazione esclusivamente di fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e paracetamolo o dell'eparina, ma solamente per gli allettati, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per la cura del virus. Questa nota non era mai stata modificata, fino a quando, l'altro ieri, il Tar del Lazio ha sconfessato questa linea, accogliendo l'istanza cautelare promossa dai medici del Comitato cura domiciliare Covid-19 nei confronti del ministero della Salute e di Aifa. I giudici amministrativi del Lazio hanno ritenuto fondata la richiesta dei medici «di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Nell'attesa (infinita) che il governo si dia finalmente una mossa, il Piemonte decide di fare da solo e aggiorna il protocollo delle cure a casa: «Diamo nuovi strumenti ai medici di famiglia», spiega l'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, «e alle Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per combattere il Covid direttamente a casa dei pazienti. Con l'aggiornamento del protocollo delle cure domiciliari, introduciamo l'utilizzo dell'idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più», aggiunge Icardi, «prevediamo la possibilità di attivare ambulatori Usca per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili a domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili». Una svolta importantissima, quella del Piemonte, che farà certamente da apripista anche per altre Regioni italiane: è impensabile infatti continuare a sottovalutare l'importanza delle cure domiciliari, tra l'altro in un momento in cui la curva dei contagi risale e gli ospedali potrebbero trovarsi presto a fare i conti con la carenza di posti disponibili. «Siamo convinti», argomenta Icardi, «perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa. Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti Covid a domicilio», sottolinea l'assessore, «da parte delle unità speciali di continuità assistenziale, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta».
l segretario generale della UIL, Pierpaolo Bombardieri, ha espresso soddisfazione per il nuovo decreto sul cosiddetto «salario giusto», a margine della conferenza stampa di presentazione del Concerto del 1° maggio.
«Siamo molto soddisfatti perché per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto con i contratti di Cgil, Cisl e Uil», ha dichiarato. Bombardieri ha ricordato il tema dei cosiddetti «contratti pirata», firmati da sigle non rappresentative che — secondo il sindacato — avrebbero contribuito ad abbassare i salari. Il nuovo impianto normativo, ha spiegato, punta invece a valorizzare i contratti comparativamente più rappresentativi e a condizionare gli sgravi fiscali al loro utilizzo.
Anthony Fauci (Ansa foto)
Morens, in libertà vigilata, avrebbe utilizzato un account gmail per nascondere comunicazioni ufficiali relative a progetti finanziati dal governo federale sui coronavirus nei pipistrelli. Se riconosciuto colpevole di tutti i capi d’accusa resi pubblici lunedì presso il tribunale federale del Maryland, dove è comparso venendo poi rilasciato dietro cauzione, l’alto funzionario che aveva lavorato con Fauci rischia fino a 51 anni di carcere. Il potentissimo infettivologo, ex direttore di lunga data del Niaid, aveva preso le distanze da Morens durante un’audizione al Congresso nel 2024, affermando che non avevano lavorato a stretto contatto.
Certo è che, se l’ex consigliere senior aveva utilizzato il suo account privato per eludere almeno otto richieste di accesso agli atti presentate ai sensi del Freedom of Information Act (Foia) «riguardanti la cosiddetta ricerca “gain-of-function”, che può rendere gli agenti patogeni più letali o più trasmissibili a scopo di studio», come evidenzia Politico, difficile credere che Fauci fosse estraneo all’operazione.
Da giugno 2014 a maggio 2019, infatti, sotto la guida dell’infettivologo il Niaid aveva sovvenzionato per oltre 3 milioni di dollari la EcoHealth Alliance, una Ong presieduta dallo zoologo britannico Peter Daszak che aveva dirottato fondi dei contribuenti americani (più di 1,4 milioni di dollari secondo un rapporto del Government accountability office del giugno 2023) a Shi Zhengli, la «bat-woman», principale responsabile della ricerca sui coronavirus al Wuhan Institute of Virology.
Il presidente della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei rappresentanti, James Comer, ha dichiarato: «La sottocommissione speciale sulla pandemia di coronavirus ha scoperto prove che rivelano come il dottor Morens, uno dei principali consiglieri del dottor Fauci, abbia intenzionalmente agito per occultare e falsificare documenti sulle origini della pandemia di Covid-19». Per poi aggiungere: «Mi congratulo con il dipartimento di Giustizia di Trump per aver agito, per ritenere questo funzionario pubblico responsabile di aver nascosto informazioni al popolo americano».
Nel rapporto finale della commissione del dicembre 2024, a conclusione dell’indagine biennale sulla pandemia di Covid-19, si leggeva tra l’altro che «la pubblicazione L’origine prossimale del Sars-CoV-2, utilizzata ripetutamente dai funzionari della sanità pubblica e dai media per screditare la teoria della fuga dal laboratorio, è stata sollecitata dal dottor Fauci per promuovere la narrativa preferita secondo cui il Covid-19 ha avuto origine in natura». Dall’indagine invece emergeva che «un incidente di laboratorio legato alla ricerca di effetto gain-of-function è molto probabilmente all’origine del Covid-19. Gli attuali meccanismi governativi per la supervisione di questa pericolosa ricerca di effetto gain-of-function sono incompleti, estremamente complessi e privi di applicabilità a livello globale».
Nell’atto di accusa contro Morens si fa riferimento a due co-cospiratori, non incriminati e nemmeno citati ma dai documenti è stato facile identificarli. Si tratta di Peter Daszake e di Gerald Keusch, medico ed ex vicedirettore del laboratorio di malattie infettive della Boston University, beneficiario di una sovvenzione del National institutes of health (Nih). Tra aprile 2020 e giugno 2023, i due co-cospiratori avrebbero hanno cercato di ottenere con lui il ripristino di milioni di dollari di finanziamenti federali per EcoHealth e di migliorarne l’immagine pubblica.
Il dottor Richard Ebright, biologo molecolare presso la Rutgers University, ha dichiarato che «le prove contro i tre sono schiaccianti», addirittura si parla di «tangenti» come riferisce il New York Post. «A meno che uno o più di loro non collaborino e forniscano prove contro Fauci e altri in cambio dell’immunità, tutti e tre dovrebbero essere, e probabilmente saranno, condannati», ha aggiunto, ricordando che nel 2002 Keusch approvò il primo finanziamento EcoHealth all’Istituto di virologia di Wuhan.
In una mail del 26 aprile 2020 inviata dal suo account privato, Morens scriveva a Daszak e Keusch: «Ci sono cose che non posso dire, tranne che Tony (Fauci, molto presumibilmente, ndr) ne è a conoscenza e ho appreso che all’interno del Nih sono in corso degli sforzi per portare avanti la questione riducendo al minimo i danni per te, Peter, e i tuoi colleghi, nonché per il Nih e il Niaid».
Brad Wenstrup, ex presidente della sottocommissione Covid della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato al Washington Post che «potrebbero seguire ulteriori incriminazioni», considerato che «le ripercussioni di queste azioni hanno causato danni significativi al sistema sanitario pubblico».
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La copertina del catalogo Lima del 1964
Quanti bambini (e non solo) avranno sognato la scatola con il ferroviere baffuto la notte di Natale? Quel desiderio non era neppure lontanamente nei cuori dei ragazzi italiani nel «magro» 1946, con le ferite della guerra ancora tutte aperte. Ma proprio dalle rovine nacque la storia di uno dei marchi di giocattoli italiani di maggior successo a livello mondiale, la Lima di Vicenza. Fu un parente del conte Marzotto, l’industriale della lana, a dare il via alla «Lavorazione Italiana Metalli Affini» che si occupò proprio di riparare i danni causati dal conflitto appena terminato. La prima attività di Lima fu infatti la riparazione del materiale rotabile delle Ferrovie dello Stato danneggiato dai pesanti bombardamenti che la città berica subì tra il 1944 e il 1945, creando su misura le parti in alluminio mancanti. L’attività sui veri treni durò tuttavia poco, perché le Fs avocarono presto a sé tutte le attività di manutenzione e riparazione e proprio a Vicenza furono stabilite le officine per le grandi riparazioni (Ogr). Rimasta senza commesse, la Lima corse ai ripari con un atto di rapida riconversione nel settore dei giocattoli tradizionali come automobiline e motoscafi rigorosamente in metallo stampato, ma anche pentole e cucine economiche in scala, già nel 1948. Dalle officine di via Massaria uscirono modellini di barche con motore a batterie e automobiline con meccanismo a frizione o filoguidate, oltre ad armi giocattolo. I trenini arrivarono solo successivamente, dopo il cambio al vertice tra la prima proprietà e Ottorino Bisazza a partire dal 1954. Il nuovo management puntò ad allargare il catalogo includendo i primi trenini sicuramente a partire dal 1957 con la riproduzione di una semplice locomotiva a vapore, la 0-3-0 con i primi motori elettrici a cascata di ingranaggi. Semplice era anche il livello delle finiture, che anticipò la filosofia dell’azienda vicentina: rendere i trenini accessibili a tutti, un gioco prima di allora riservato ad una clientela abbiente. Dal 1962 iniziarono a comparire le prime riproduzioni di locomotive e carrozze moderne come la E424 delle Fs, la tedesca DB 60 e la francese BB 9200 delle Sncf. Gli anni Sessanta furono il decennio dell’introduzione dei materiali plastici, che permise a Lima di abbassare ulteriormente i prezzi, dando il via al successo mondiale. Nel 1962 viene affiancata alla tradizionale scala HO anche la piccola scala N (1:160) oltre all’allargamento del catalogo agli accessori per plastici. Tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta vengono prodotti a Vicenza anche modelli in scala O (1:43) funzionanti a batterie (Jumbo Train). Per un periodo Lima realizzò anche mattoncini simili a quelli della Lego, con i quali era possibile costruire locomotori e vagoni funzionanti sui binari costruiti dalla ditta di Vicenza. I dipendenti degli anni d’oro sono centinaia, la produzione vede l’apertura di un nuovo stabilimento a Isola Vicentina e Lima è presente a tutte le fiere internazionali del settore. Negli anni d’oro l’azienda ha un catalogo vastissimo di treni moderni e d’epoca, tra cui il mitico Pendolino Etr 300 e i TGV francesi. Nel 1980 gli articoli nel catalogo Lima sono ben 1.147, tra rotabili e accessori. Praticamente in tutte le case d’Italia c’è una confezione con il ferroviere baffuto «Beppe». La formula della semplicità progettuale e costruttiva aveva pagato, rendendo Lima il trenino per eccellenza anche se non paragonabile alla qualità costruttiva e ai dettagli delle blasonate Rivarossi e Màrklin, più rivolte ad una nicchia di appassionati adulti.
L’epoca d’oro finì poco più tardi, e per l’azienda di trenini fu il binario morto. Dopo la metà degli anni ’80 le prime consolle e i personal computer misero i videogiochi al primo posto nei desideri di bambini e ragazzi e alla fine del decennio l’azienda vicentina finì in amministrazione controllata prima di essere rilevata nel 1992 dalla rivale Rivarossi, che nel 2004 cederà l’attività al colosso inglese dei giocattoli Hornby, che tuttora detiene il glorioso marchio del più importante produttore di trenini elettrici del mondo.
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La sostenibilità entra ancora una volta al centro della Finale di Coppa Italia. In vista dell’atto conclusivo dell’edizione 2025/2026, in programma mercoledì 13 maggio allo stadio Olimpico di Roma tra Lazio e Inter, prende forma la terza edizione del progetto «Road to Zero».
L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra Lega Serie A, Sport e Salute, Roma Capitale e Roma Servizi per la Mobilità, con il supporto della Uefa, e si inserisce nel solco delle edizioni precedenti con l’obiettivo di rendere l’evento sempre più attento all’impatto ambientale e sociale. L’idea è quella di integrare in modo strutturale i principi della sostenibilità nell’organizzazione di una grande manifestazione sportiva, lavorando su più livelli e seguendo un approccio progressivamente più sistemico.
Per la finale dell’Olimpico, le azioni previste si muovono lungo le direttrici ambientali, sociali e di governance, in linea con il framework ESG della Uefa adattato al contesto italiano. Un percorso che punta non solo a garantire continuità alle iniziative già avviate, ma anche a rendere sempre più misurabili gli effetti delle scelte adottate e a diffondere pratiche sostenibili nel mondo del calcio.
Sul piano operativo, la Lega Serie A si è avvalsa anche quest’anno della collaborazione del dipartimento sostenibilità ambientale e sociale della Uefa e del supporto strategico di Cristiana Pace, advisor ESG nello sport e fondatrice di Enovation Consulting.
Tra le misure più rilevanti c’è il tema della mobilità. I tifosi in possesso del biglietto potranno richiedere l’utilizzo gratuito dei mezzi pubblici – metro, bus e ferrovie urbane – nel giorno della partita. Sarà inoltre disponibile un documento dedicato con tutte le informazioni utili per organizzare gli spostamenti, tra parcheggi per mezzi condivisi, aree per biciclette e hub intermodali.
Si rinnova anche la collaborazione con Frecciarossa, title sponsor della competizione, che mette a disposizione un codice promozionale per favorire gli spostamenti in treno verso Roma a condizioni agevolate.
Un’altra novità riguarda la raccolta dei dati sugli spostamenti dei tifosi. Dopo l’acquisto del biglietto, sarà possibile compilare un questionario volontario per indicare le modalità di viaggio utilizzate per raggiungere la capitale e lo stadio. Le informazioni serviranno ad analizzare una delle principali voci dell’impatto ambientale legato agli eventi sportivi, con l’obiettivo di migliorare le strategie future e affinare i sistemi di misurazione.
Sul fronte tecnologico, la finale segna anche un passaggio importante per la biglietteria: per la prima volta in Italia, l’accesso allo stadio avverrà esclusivamente tramite biglietti digitali su smartphone con tecnologia NFC. Una scelta che punta a ridurre l’uso di carta e, allo stesso tempo, a rendere più rapida e sicura l’esperienza di ingresso.
Infine, anche la gestione del cibo rientra tra le iniziative previste. Il fornitore di catering attiverà infatti un programma di donazione delle eccedenze alimentari, in linea con i principi dell’economia circolare.
Un insieme di interventi che conferma la volontà degli organizzatori di trasformare la finale di Coppa Italia in un laboratorio di sostenibilità applicata allo sport, con l’obiettivo di ridurre progressivamente l’impatto complessivo dell’evento.
All’Olimpico si entrerà solo con lo smartphone

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Alla finale di Coppa Italia cambia anche il modo di entrare allo stadio. Per la prima volta in Italia, l’accesso all’Olimpico avverrà esclusivamente tramite tecnologia NFC, con lo smartphone che sostituirà definitivamente biglietti cartacei e codici QR.
La novità debutta in occasione della sfida tra Lazio e Inter del 13 maggio e rappresenta un passaggio significativo nel processo di digitalizzazione degli eventi sportivi. Il sistema, sviluppato grazie alla collaborazione tra Lega Serie A e Vivaticket, consentirà ai tifosi di utilizzare il proprio dispositivo mobile come titolo d’ingresso, in modalità completamente contactless.
L’obiettivo è rendere più fluido e rapido l’accesso all’impianto, migliorando al tempo stesso la sicurezza e l’esperienza complessiva del pubblico. Il nuovo modello è compatibile con i principali sistemi operativi, inclusi iOS e Android, e punta a semplificare la gestione dei biglietti eliminando la necessità di supporti fisici.
Per la Lega Serie A si tratta di un ulteriore passo nel percorso di innovazione tecnologica già avviato negli ultimi anni, con l’intento di rendere gli stadi sempre più accessibili e al passo con le nuove esigenze del pubblico. Una trasformazione che si inserisce anche nel più ampio quadro delle iniziative legate alla sostenibilità, riducendo l’utilizzo di carta e materiali.
Anche per Vivaticket, partner ufficiale del ticketing, l’introduzione della tecnologia NFC segna un’evoluzione nella gestione degli ingressi ai grandi eventi, con un sistema pensato per rendere più efficiente l’organizzazione e più immediata la fruizione da parte degli spettatori.
La finale dell’Olimpico diventa così il primo evento in Italia a utilizzare in modo esclusivo biglietti in formato NFC, aprendo la strada a un possibile utilizzo sempre più diffuso di questa tecnologia nel calcio e nei grandi appuntamenti sportivi.
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