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2021-03-06
Figliuolo vuole cambiare marcia: «Stanno arrivando 7 milioni di dosi»
Francesco Paolo Figliuolo (Ansa)
Nelle prossime due-tre settimane, entro la fine di marzo, dovrebbero arrivare in Italia oltre 7 milioni di dosi di vaccini. Il problema è il trasporto nell'ultimo miglio sul territorio e la gestione dei punti di somministrazione. Lo ha annunciato ieri il commissario all'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, nella riunione con le Regioni. Invitando tutti i governatori a dare una forte accelerazione nella distribuzione delle dosi e a individuare i luoghi dove somministrarle. I punti vaccinali vanno quindi incrementati usando siti produttivi, gli asset della Protezione civile e delle forze armate. Servono soprattutto rinforzi di personale oltreché organizzativi.
Il generale che ha preso il posto di Domenico Arcuri a capo della struttura commissariale lavora in tandem con il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Insieme hanno fatto il punto con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia sui dati aggiornati della campagna vaccinale, sia sulla piattaforma digitale che dovrebbe monitorare in tempo reale le somministrazioni, ma che spesso funziona a singhiozzo rendendo più complicato monitorare l'andamento delle scorte.
In mattinata, il tandem Figliuolo-Curcio aveva partecipato alla riunione con i ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute), e appunto con i presidenti delle Regioni. L'obiettivo è ottimizzare la campagna, centralizzando e uniformando le scelte sulle categorie da vaccinare. Tanto che all'incontro erano presenti anche il presidente dell'Associazione Comuni (Anci), Antonio Decaro, e quello dell'Unione delle Province (Upi), Michele de Pascale.
C'è poi la questione della distribuzione. Durante il confronto, il ministro Speranza ha proposto l'estensione dell'uso del vaccino Astrazeneca anche agli over 65 (che però deve ricevere il via libera dell'Agenzia nazionale del farmaco, Aifa) e suggerito l'istituzione di un fondo di solidarietà per la campagna vaccinale. «Si potrebbe accantonare l'1-2% da ciascuna consegna», ha spiegato, «per la creazione di riserve da utilizzare con strategia reattiva nelle zone in cui il virus si propaga con maggiore forza e rapidità anche a causa delle varianti». L'ipotesi è ancora da discutere. Prioritario resta, infatti, il coordinamento tra Regioni per procedere tutti compatti verso la stessa direzione. Si dovranno uniformare e chiarire anche le categorie da vaccinare, in relazione alle modalità che caratterizzano la somministrazione dei diversi vaccini, dal range anagrafico per la somministrazione di alcuni ai tempi differenti fra prima e seconda dose per altri. La direzione sarebbe quella di andare comunque verso le liste stilate per classi di età e non per professioni.
La materia prima - cioè i vaccini - non manca, anzi è destinata ad aumentare rapidamente nelle prossime settimane. Ma per far marciare nel verso giusto la campagna vaccinale serviranno anche i vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi.
I governatori sono preoccupati «per le estenuanti trattative» per il reclutamento dei medici di base per la somministrazione dei vaccini. Capofila di queste perplessità sono la Toscana e la Liguria, con i governatori Eugenio Giani e Giovanni Toti che chiedono di semplificare le procedure. In particolare il presidente ligure, auspica «moduli standard» che tuttavia «richiederebbero una legge ad hoc». Tante le difficoltà: dagli ambulatori troppi piccoli, al costo degli infermieri da reclutare, fino alle persone a cui somministrare il vaccino, se esclusivamente i propri mutuati o tutti.
Non solo. Come ha rilevato La Verità nei giorni scorsi, i medici di famiglia sono tanti ma poco produttivi, in quanto devono nella maggior parte dei casi fare tutto da soli: gestione del vaccinando, anamnesi, preparazione siringa, registrazione e osservazione. Il problema di questo metodo di vaccinazione è che la sua capacità è limitata dal numero dei medici, che in ultima analisi dipende dalla popolazione. Per incrementare le somministrazioni va cambiato il modo in cui si organizzano i vaccinatori, non basta aumentarne il numero. Se si organizzano delle squadre vaccinali composte da un medico, due infermieri, un amministrativo e un assistente sanitario, la produttività cresce perché c'è una divisione del lavoro. Ma se queste squadre vengono aggregate a 20, 30, 40 per volta, la divisione dei compiti può essere ottimizzata e concentrata sul momento cruciale, la puntura. Un medico potrà fare anamnesi per dieci squadre, idem amministrativi e assistenti. Un solo infermiere preparerà le siringhe per cinque «punturatori». E la produttività salirà. Anche in caso di assenze, la produzione calerà ma di poco.
Nel frattempo, Palazzo Chigi ieri ha comunicato l'agenda sulle prime uscite pubbliche di Draghi, che visiterà nelle prossime settimane alcuni dei luoghi simbolo della pandemia: venerdì 12 marzo il premier andrà in un centro vaccinale a Roma e il 18 marzo sarà a Bergamo per partecipare alle celebrazioni in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus.
Il Piemonte svolta sulle cure a casa
Curare a casa, ma curare bene, efficacemente, somministrando i farmaci adatti ai malati di Covid: un anno dopo l'esplosione della pandemia, e dopo decine e decine di proclami tutti rigorosamente a vuoto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, non è ancora riuscito a mettere a punto uno straccio di strategia che consenta di evitare di ingolfare ambulatori e ospedali.
«Tachipirina e vigile attesa»: questa la geniale disposizione dell'Agenzia italiana del farmaco per curare a domicilio chi ha contratto il Covid, che risale al 9 dicembre 2020. Per la precisione, oltre a obbligare i medici alle prese con i propri pazienti malati di coronavirus ad aspettare, la nota permetteva la somministrazione esclusivamente di fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e paracetamolo o dell'eparina, ma solamente per gli allettati, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per la cura del virus. Questa nota non era mai stata modificata, fino a quando, l'altro ieri, il Tar del Lazio ha sconfessato questa linea, accogliendo l'istanza cautelare promossa dai medici del Comitato cura domiciliare Covid-19 nei confronti del ministero della Salute e di Aifa.
I giudici amministrativi del Lazio hanno ritenuto fondata la richiesta dei medici «di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Nell'attesa (infinita) che il governo si dia finalmente una mossa, il Piemonte decide di fare da solo e aggiorna il protocollo delle cure a casa: «Diamo nuovi strumenti ai medici di famiglia», spiega l'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, «e alle Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per combattere il Covid direttamente a casa dei pazienti. Con l'aggiornamento del protocollo delle cure domiciliari, introduciamo l'utilizzo dell'idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più», aggiunge Icardi, «prevediamo la possibilità di attivare ambulatori Usca per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili a domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili».
Una svolta importantissima, quella del Piemonte, che farà certamente da apripista anche per altre Regioni italiane: è impensabile infatti continuare a sottovalutare l'importanza delle cure domiciliari, tra l'altro in un momento in cui la curva dei contagi risale e gli ospedali potrebbero trovarsi presto a fare i conti con la carenza di posti disponibili. «Siamo convinti», argomenta Icardi, «perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa. Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti Covid a domicilio», sottolinea l'assessore, «da parte delle unità speciali di continuità assistenziale, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta».
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Il nuovo commissario chiede ai governatori di accelerare, «usando ogni sito possibile». E punta a uniformare la scelta delle categorie da cui partire. Roberto Speranza pensa a «scorte di solidarietà». Mario Draghi sarà a Bergamo il 18.Il Piemonte svolta sulle cure a casa. Altro che «paracetamolo e vigile attesa», ricetta del ministero già sconfessata dal Tar. La Regione guidata da Alberto Cirio passa a «idrossiclorochina, antinfiammatori e vitamine».Lo speciale contiene due articoli.Nelle prossime due-tre settimane, entro la fine di marzo, dovrebbero arrivare in Italia oltre 7 milioni di dosi di vaccini. Il problema è il trasporto nell'ultimo miglio sul territorio e la gestione dei punti di somministrazione. Lo ha annunciato ieri il commissario all'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, nella riunione con le Regioni. Invitando tutti i governatori a dare una forte accelerazione nella distribuzione delle dosi e a individuare i luoghi dove somministrarle. I punti vaccinali vanno quindi incrementati usando siti produttivi, gli asset della Protezione civile e delle forze armate. Servono soprattutto rinforzi di personale oltreché organizzativi. Il generale che ha preso il posto di Domenico Arcuri a capo della struttura commissariale lavora in tandem con il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Insieme hanno fatto il punto con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia sui dati aggiornati della campagna vaccinale, sia sulla piattaforma digitale che dovrebbe monitorare in tempo reale le somministrazioni, ma che spesso funziona a singhiozzo rendendo più complicato monitorare l'andamento delle scorte. In mattinata, il tandem Figliuolo-Curcio aveva partecipato alla riunione con i ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute), e appunto con i presidenti delle Regioni. L'obiettivo è ottimizzare la campagna, centralizzando e uniformando le scelte sulle categorie da vaccinare. Tanto che all'incontro erano presenti anche il presidente dell'Associazione Comuni (Anci), Antonio Decaro, e quello dell'Unione delle Province (Upi), Michele de Pascale. C'è poi la questione della distribuzione. Durante il confronto, il ministro Speranza ha proposto l'estensione dell'uso del vaccino Astrazeneca anche agli over 65 (che però deve ricevere il via libera dell'Agenzia nazionale del farmaco, Aifa) e suggerito l'istituzione di un fondo di solidarietà per la campagna vaccinale. «Si potrebbe accantonare l'1-2% da ciascuna consegna», ha spiegato, «per la creazione di riserve da utilizzare con strategia reattiva nelle zone in cui il virus si propaga con maggiore forza e rapidità anche a causa delle varianti». L'ipotesi è ancora da discutere. Prioritario resta, infatti, il coordinamento tra Regioni per procedere tutti compatti verso la stessa direzione. Si dovranno uniformare e chiarire anche le categorie da vaccinare, in relazione alle modalità che caratterizzano la somministrazione dei diversi vaccini, dal range anagrafico per la somministrazione di alcuni ai tempi differenti fra prima e seconda dose per altri. La direzione sarebbe quella di andare comunque verso le liste stilate per classi di età e non per professioni.La materia prima - cioè i vaccini - non manca, anzi è destinata ad aumentare rapidamente nelle prossime settimane. Ma per far marciare nel verso giusto la campagna vaccinale serviranno anche i vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi. I governatori sono preoccupati «per le estenuanti trattative» per il reclutamento dei medici di base per la somministrazione dei vaccini. Capofila di queste perplessità sono la Toscana e la Liguria, con i governatori Eugenio Giani e Giovanni Toti che chiedono di semplificare le procedure. In particolare il presidente ligure, auspica «moduli standard» che tuttavia «richiederebbero una legge ad hoc». Tante le difficoltà: dagli ambulatori troppi piccoli, al costo degli infermieri da reclutare, fino alle persone a cui somministrare il vaccino, se esclusivamente i propri mutuati o tutti. Non solo. Come ha rilevato La Verità nei giorni scorsi, i medici di famiglia sono tanti ma poco produttivi, in quanto devono nella maggior parte dei casi fare tutto da soli: gestione del vaccinando, anamnesi, preparazione siringa, registrazione e osservazione. Il problema di questo metodo di vaccinazione è che la sua capacità è limitata dal numero dei medici, che in ultima analisi dipende dalla popolazione. Per incrementare le somministrazioni va cambiato il modo in cui si organizzano i vaccinatori, non basta aumentarne il numero. Se si organizzano delle squadre vaccinali composte da un medico, due infermieri, un amministrativo e un assistente sanitario, la produttività cresce perché c'è una divisione del lavoro. Ma se queste squadre vengono aggregate a 20, 30, 40 per volta, la divisione dei compiti può essere ottimizzata e concentrata sul momento cruciale, la puntura. Un medico potrà fare anamnesi per dieci squadre, idem amministrativi e assistenti. Un solo infermiere preparerà le siringhe per cinque «punturatori». E la produttività salirà. Anche in caso di assenze, la produzione calerà ma di poco. Nel frattempo, Palazzo Chigi ieri ha comunicato l'agenda sulle prime uscite pubbliche di Draghi, che visiterà nelle prossime settimane alcuni dei luoghi simbolo della pandemia: venerdì 12 marzo il premier andrà in un centro vaccinale a Roma e il 18 marzo sarà a Bergamo per partecipare alle celebrazioni in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/figliuolo-cambiare-7-milioni-dosi-2650938738.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piemonte-svolta-sulle-cure-a-casa" data-post-id="2650938738" data-published-at="1614990409" data-use-pagination="False"> Il Piemonte svolta sulle cure a casa Curare a casa, ma curare bene, efficacemente, somministrando i farmaci adatti ai malati di Covid: un anno dopo l'esplosione della pandemia, e dopo decine e decine di proclami tutti rigorosamente a vuoto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, non è ancora riuscito a mettere a punto uno straccio di strategia che consenta di evitare di ingolfare ambulatori e ospedali. «Tachipirina e vigile attesa»: questa la geniale disposizione dell'Agenzia italiana del farmaco per curare a domicilio chi ha contratto il Covid, che risale al 9 dicembre 2020. Per la precisione, oltre a obbligare i medici alle prese con i propri pazienti malati di coronavirus ad aspettare, la nota permetteva la somministrazione esclusivamente di fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e paracetamolo o dell'eparina, ma solamente per gli allettati, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per la cura del virus. Questa nota non era mai stata modificata, fino a quando, l'altro ieri, il Tar del Lazio ha sconfessato questa linea, accogliendo l'istanza cautelare promossa dai medici del Comitato cura domiciliare Covid-19 nei confronti del ministero della Salute e di Aifa. I giudici amministrativi del Lazio hanno ritenuto fondata la richiesta dei medici «di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Nell'attesa (infinita) che il governo si dia finalmente una mossa, il Piemonte decide di fare da solo e aggiorna il protocollo delle cure a casa: «Diamo nuovi strumenti ai medici di famiglia», spiega l'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, «e alle Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per combattere il Covid direttamente a casa dei pazienti. Con l'aggiornamento del protocollo delle cure domiciliari, introduciamo l'utilizzo dell'idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più», aggiunge Icardi, «prevediamo la possibilità di attivare ambulatori Usca per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili a domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili». Una svolta importantissima, quella del Piemonte, che farà certamente da apripista anche per altre Regioni italiane: è impensabile infatti continuare a sottovalutare l'importanza delle cure domiciliari, tra l'altro in un momento in cui la curva dei contagi risale e gli ospedali potrebbero trovarsi presto a fare i conti con la carenza di posti disponibili. «Siamo convinti», argomenta Icardi, «perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa. Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti Covid a domicilio», sottolinea l'assessore, «da parte delle unità speciali di continuità assistenziale, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta».
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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