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2021-03-06
Figliuolo vuole cambiare marcia: «Stanno arrivando 7 milioni di dosi»
Francesco Paolo Figliuolo (Ansa)
Nelle prossime due-tre settimane, entro la fine di marzo, dovrebbero arrivare in Italia oltre 7 milioni di dosi di vaccini. Il problema è il trasporto nell'ultimo miglio sul territorio e la gestione dei punti di somministrazione. Lo ha annunciato ieri il commissario all'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, nella riunione con le Regioni. Invitando tutti i governatori a dare una forte accelerazione nella distribuzione delle dosi e a individuare i luoghi dove somministrarle. I punti vaccinali vanno quindi incrementati usando siti produttivi, gli asset della Protezione civile e delle forze armate. Servono soprattutto rinforzi di personale oltreché organizzativi.
Il generale che ha preso il posto di Domenico Arcuri a capo della struttura commissariale lavora in tandem con il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Insieme hanno fatto il punto con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia sui dati aggiornati della campagna vaccinale, sia sulla piattaforma digitale che dovrebbe monitorare in tempo reale le somministrazioni, ma che spesso funziona a singhiozzo rendendo più complicato monitorare l'andamento delle scorte.
In mattinata, il tandem Figliuolo-Curcio aveva partecipato alla riunione con i ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute), e appunto con i presidenti delle Regioni. L'obiettivo è ottimizzare la campagna, centralizzando e uniformando le scelte sulle categorie da vaccinare. Tanto che all'incontro erano presenti anche il presidente dell'Associazione Comuni (Anci), Antonio Decaro, e quello dell'Unione delle Province (Upi), Michele de Pascale.
C'è poi la questione della distribuzione. Durante il confronto, il ministro Speranza ha proposto l'estensione dell'uso del vaccino Astrazeneca anche agli over 65 (che però deve ricevere il via libera dell'Agenzia nazionale del farmaco, Aifa) e suggerito l'istituzione di un fondo di solidarietà per la campagna vaccinale. «Si potrebbe accantonare l'1-2% da ciascuna consegna», ha spiegato, «per la creazione di riserve da utilizzare con strategia reattiva nelle zone in cui il virus si propaga con maggiore forza e rapidità anche a causa delle varianti». L'ipotesi è ancora da discutere. Prioritario resta, infatti, il coordinamento tra Regioni per procedere tutti compatti verso la stessa direzione. Si dovranno uniformare e chiarire anche le categorie da vaccinare, in relazione alle modalità che caratterizzano la somministrazione dei diversi vaccini, dal range anagrafico per la somministrazione di alcuni ai tempi differenti fra prima e seconda dose per altri. La direzione sarebbe quella di andare comunque verso le liste stilate per classi di età e non per professioni.
La materia prima - cioè i vaccini - non manca, anzi è destinata ad aumentare rapidamente nelle prossime settimane. Ma per far marciare nel verso giusto la campagna vaccinale serviranno anche i vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi.
I governatori sono preoccupati «per le estenuanti trattative» per il reclutamento dei medici di base per la somministrazione dei vaccini. Capofila di queste perplessità sono la Toscana e la Liguria, con i governatori Eugenio Giani e Giovanni Toti che chiedono di semplificare le procedure. In particolare il presidente ligure, auspica «moduli standard» che tuttavia «richiederebbero una legge ad hoc». Tante le difficoltà: dagli ambulatori troppi piccoli, al costo degli infermieri da reclutare, fino alle persone a cui somministrare il vaccino, se esclusivamente i propri mutuati o tutti.
Non solo. Come ha rilevato La Verità nei giorni scorsi, i medici di famiglia sono tanti ma poco produttivi, in quanto devono nella maggior parte dei casi fare tutto da soli: gestione del vaccinando, anamnesi, preparazione siringa, registrazione e osservazione. Il problema di questo metodo di vaccinazione è che la sua capacità è limitata dal numero dei medici, che in ultima analisi dipende dalla popolazione. Per incrementare le somministrazioni va cambiato il modo in cui si organizzano i vaccinatori, non basta aumentarne il numero. Se si organizzano delle squadre vaccinali composte da un medico, due infermieri, un amministrativo e un assistente sanitario, la produttività cresce perché c'è una divisione del lavoro. Ma se queste squadre vengono aggregate a 20, 30, 40 per volta, la divisione dei compiti può essere ottimizzata e concentrata sul momento cruciale, la puntura. Un medico potrà fare anamnesi per dieci squadre, idem amministrativi e assistenti. Un solo infermiere preparerà le siringhe per cinque «punturatori». E la produttività salirà. Anche in caso di assenze, la produzione calerà ma di poco.
Nel frattempo, Palazzo Chigi ieri ha comunicato l'agenda sulle prime uscite pubbliche di Draghi, che visiterà nelle prossime settimane alcuni dei luoghi simbolo della pandemia: venerdì 12 marzo il premier andrà in un centro vaccinale a Roma e il 18 marzo sarà a Bergamo per partecipare alle celebrazioni in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus.
Il Piemonte svolta sulle cure a casa
Curare a casa, ma curare bene, efficacemente, somministrando i farmaci adatti ai malati di Covid: un anno dopo l'esplosione della pandemia, e dopo decine e decine di proclami tutti rigorosamente a vuoto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, non è ancora riuscito a mettere a punto uno straccio di strategia che consenta di evitare di ingolfare ambulatori e ospedali.
«Tachipirina e vigile attesa»: questa la geniale disposizione dell'Agenzia italiana del farmaco per curare a domicilio chi ha contratto il Covid, che risale al 9 dicembre 2020. Per la precisione, oltre a obbligare i medici alle prese con i propri pazienti malati di coronavirus ad aspettare, la nota permetteva la somministrazione esclusivamente di fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e paracetamolo o dell'eparina, ma solamente per gli allettati, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per la cura del virus. Questa nota non era mai stata modificata, fino a quando, l'altro ieri, il Tar del Lazio ha sconfessato questa linea, accogliendo l'istanza cautelare promossa dai medici del Comitato cura domiciliare Covid-19 nei confronti del ministero della Salute e di Aifa.
I giudici amministrativi del Lazio hanno ritenuto fondata la richiesta dei medici «di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Nell'attesa (infinita) che il governo si dia finalmente una mossa, il Piemonte decide di fare da solo e aggiorna il protocollo delle cure a casa: «Diamo nuovi strumenti ai medici di famiglia», spiega l'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, «e alle Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per combattere il Covid direttamente a casa dei pazienti. Con l'aggiornamento del protocollo delle cure domiciliari, introduciamo l'utilizzo dell'idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più», aggiunge Icardi, «prevediamo la possibilità di attivare ambulatori Usca per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili a domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili».
Una svolta importantissima, quella del Piemonte, che farà certamente da apripista anche per altre Regioni italiane: è impensabile infatti continuare a sottovalutare l'importanza delle cure domiciliari, tra l'altro in un momento in cui la curva dei contagi risale e gli ospedali potrebbero trovarsi presto a fare i conti con la carenza di posti disponibili. «Siamo convinti», argomenta Icardi, «perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa. Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti Covid a domicilio», sottolinea l'assessore, «da parte delle unità speciali di continuità assistenziale, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta».
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Il nuovo commissario chiede ai governatori di accelerare, «usando ogni sito possibile». E punta a uniformare la scelta delle categorie da cui partire. Roberto Speranza pensa a «scorte di solidarietà». Mario Draghi sarà a Bergamo il 18.Il Piemonte svolta sulle cure a casa. Altro che «paracetamolo e vigile attesa», ricetta del ministero già sconfessata dal Tar. La Regione guidata da Alberto Cirio passa a «idrossiclorochina, antinfiammatori e vitamine».Lo speciale contiene due articoli.Nelle prossime due-tre settimane, entro la fine di marzo, dovrebbero arrivare in Italia oltre 7 milioni di dosi di vaccini. Il problema è il trasporto nell'ultimo miglio sul territorio e la gestione dei punti di somministrazione. Lo ha annunciato ieri il commissario all'emergenza, Francesco Paolo Figliuolo, nella riunione con le Regioni. Invitando tutti i governatori a dare una forte accelerazione nella distribuzione delle dosi e a individuare i luoghi dove somministrarle. I punti vaccinali vanno quindi incrementati usando siti produttivi, gli asset della Protezione civile e delle forze armate. Servono soprattutto rinforzi di personale oltreché organizzativi. Il generale che ha preso il posto di Domenico Arcuri a capo della struttura commissariale lavora in tandem con il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. Insieme hanno fatto il punto con il presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia sui dati aggiornati della campagna vaccinale, sia sulla piattaforma digitale che dovrebbe monitorare in tempo reale le somministrazioni, ma che spesso funziona a singhiozzo rendendo più complicato monitorare l'andamento delle scorte. In mattinata, il tandem Figliuolo-Curcio aveva partecipato alla riunione con i ministri Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Roberto Speranza (Salute), e appunto con i presidenti delle Regioni. L'obiettivo è ottimizzare la campagna, centralizzando e uniformando le scelte sulle categorie da vaccinare. Tanto che all'incontro erano presenti anche il presidente dell'Associazione Comuni (Anci), Antonio Decaro, e quello dell'Unione delle Province (Upi), Michele de Pascale. C'è poi la questione della distribuzione. Durante il confronto, il ministro Speranza ha proposto l'estensione dell'uso del vaccino Astrazeneca anche agli over 65 (che però deve ricevere il via libera dell'Agenzia nazionale del farmaco, Aifa) e suggerito l'istituzione di un fondo di solidarietà per la campagna vaccinale. «Si potrebbe accantonare l'1-2% da ciascuna consegna», ha spiegato, «per la creazione di riserve da utilizzare con strategia reattiva nelle zone in cui il virus si propaga con maggiore forza e rapidità anche a causa delle varianti». L'ipotesi è ancora da discutere. Prioritario resta, infatti, il coordinamento tra Regioni per procedere tutti compatti verso la stessa direzione. Si dovranno uniformare e chiarire anche le categorie da vaccinare, in relazione alle modalità che caratterizzano la somministrazione dei diversi vaccini, dal range anagrafico per la somministrazione di alcuni ai tempi differenti fra prima e seconda dose per altri. La direzione sarebbe quella di andare comunque verso le liste stilate per classi di età e non per professioni.La materia prima - cioè i vaccini - non manca, anzi è destinata ad aumentare rapidamente nelle prossime settimane. Ma per far marciare nel verso giusto la campagna vaccinale serviranno anche i vaccinatori, ovvero i rinforzi per inoculare le dosi senza lasciarle ferme nei frigoriferi. I governatori sono preoccupati «per le estenuanti trattative» per il reclutamento dei medici di base per la somministrazione dei vaccini. Capofila di queste perplessità sono la Toscana e la Liguria, con i governatori Eugenio Giani e Giovanni Toti che chiedono di semplificare le procedure. In particolare il presidente ligure, auspica «moduli standard» che tuttavia «richiederebbero una legge ad hoc». Tante le difficoltà: dagli ambulatori troppi piccoli, al costo degli infermieri da reclutare, fino alle persone a cui somministrare il vaccino, se esclusivamente i propri mutuati o tutti. Non solo. Come ha rilevato La Verità nei giorni scorsi, i medici di famiglia sono tanti ma poco produttivi, in quanto devono nella maggior parte dei casi fare tutto da soli: gestione del vaccinando, anamnesi, preparazione siringa, registrazione e osservazione. Il problema di questo metodo di vaccinazione è che la sua capacità è limitata dal numero dei medici, che in ultima analisi dipende dalla popolazione. Per incrementare le somministrazioni va cambiato il modo in cui si organizzano i vaccinatori, non basta aumentarne il numero. Se si organizzano delle squadre vaccinali composte da un medico, due infermieri, un amministrativo e un assistente sanitario, la produttività cresce perché c'è una divisione del lavoro. Ma se queste squadre vengono aggregate a 20, 30, 40 per volta, la divisione dei compiti può essere ottimizzata e concentrata sul momento cruciale, la puntura. Un medico potrà fare anamnesi per dieci squadre, idem amministrativi e assistenti. Un solo infermiere preparerà le siringhe per cinque «punturatori». E la produttività salirà. Anche in caso di assenze, la produzione calerà ma di poco. Nel frattempo, Palazzo Chigi ieri ha comunicato l'agenda sulle prime uscite pubbliche di Draghi, che visiterà nelle prossime settimane alcuni dei luoghi simbolo della pandemia: venerdì 12 marzo il premier andrà in un centro vaccinale a Roma e il 18 marzo sarà a Bergamo per partecipare alle celebrazioni in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'epidemia di coronavirus.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/figliuolo-cambiare-7-milioni-dosi-2650938738.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piemonte-svolta-sulle-cure-a-casa" data-post-id="2650938738" data-published-at="1614990409" data-use-pagination="False"> Il Piemonte svolta sulle cure a casa Curare a casa, ma curare bene, efficacemente, somministrando i farmaci adatti ai malati di Covid: un anno dopo l'esplosione della pandemia, e dopo decine e decine di proclami tutti rigorosamente a vuoto, il ministro della Salute, Roberto Speranza, non è ancora riuscito a mettere a punto uno straccio di strategia che consenta di evitare di ingolfare ambulatori e ospedali. «Tachipirina e vigile attesa»: questa la geniale disposizione dell'Agenzia italiana del farmaco per curare a domicilio chi ha contratto il Covid, che risale al 9 dicembre 2020. Per la precisione, oltre a obbligare i medici alle prese con i propri pazienti malati di coronavirus ad aspettare, la nota permetteva la somministrazione esclusivamente di fans (farmaci antinfiammatori non steroidei) e paracetamolo o dell'eparina, ma solamente per gli allettati, ponendo indicazioni di non utilizzo di altri farmaci generalmente usati dai medici di medicina generale per la cura del virus. Questa nota non era mai stata modificata, fino a quando, l'altro ieri, il Tar del Lazio ha sconfessato questa linea, accogliendo l'istanza cautelare promossa dai medici del Comitato cura domiciliare Covid-19 nei confronti del ministero della Salute e di Aifa. I giudici amministrativi del Lazio hanno ritenuto fondata la richiesta dei medici «di far valere il proprio diritto/dovere, avente giuridica rilevanza sia in sede civile che penale, di prescrivere i farmaci che essi ritengono più opportuni secondo scienza e coscienza». Nell'attesa (infinita) che il governo si dia finalmente una mossa, il Piemonte decide di fare da solo e aggiorna il protocollo delle cure a casa: «Diamo nuovi strumenti ai medici di famiglia», spiega l'assessore regionale alla Sanità del Piemonte, Luigi Genesio Icardi, «e alle Unità speciali di continuità assistenziali (Usca) per combattere il Covid direttamente a casa dei pazienti. Con l'aggiornamento del protocollo delle cure domiciliari, introduciamo l'utilizzo dell'idrossiclorochina nella fase precoce della malattia, insieme a farmaci antinfiammatori non steroidei e vitamina D. In più», aggiunge Icardi, «prevediamo la possibilità di attivare ambulatori Usca per gli accertamenti diagnostici altrimenti non eseguibili o difficilmente eseguibili a domicilio, ottimizzando le risorse professionali e materiali disponibili». Una svolta importantissima, quella del Piemonte, che farà certamente da apripista anche per altre Regioni italiane: è impensabile infatti continuare a sottovalutare l'importanza delle cure domiciliari, tra l'altro in un momento in cui la curva dei contagi risale e gli ospedali potrebbero trovarsi presto a fare i conti con la carenza di posti disponibili. «Siamo convinti», argomenta Icardi, «perché lo abbiamo riscontrato sul campo fin dalla prima ondata, che in molti casi il virus si possa combattere molto efficacemente curando i pazienti a casa. Non vuol dire limitarsi a prescrivere paracetamolo per telefono e restare in vigile attesa, ma prendere in carico i pazienti Covid a domicilio», sottolinea l'assessore, «da parte delle unità speciali di continuità assistenziale, dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta».
I mimetizzati hanno un nome burocratico: si chiamano «adulti in area penale esterna». In tutto, al 15 gennaio 2026, secondo l’analisi statistica elaborata dal Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, sono 144.822. E ben 30.279 sono stranieri. Oltre uno su cinque. Sono in carico agli Uffici di esecuzione penale esterna. Prevalentemente uomini: 26.381, concentrati nelle fasce centrali d’età, tra i 30 e i 59 anni. Ma non mancano i giovanissimi. Chi finisce in questa statistica non ci arriva per caso. Il documento lo spiega con precisione quando elenca i compiti degli uffici, che comprendono l’attività di indagine sulla situazione individuale e socio-familiare di chi chiede di accedere a misure alternative, ma soprattutto l’esecuzione delle misure alternative alla detenzione e delle sanzioni e misure di comunità. Il documento elenca anche da dove arrivano questi stranieri: 4.571 dal Marocco, 4.147 dall’Albania, 1.824 dalla Tunisia, 1.464 dalla Nigeria. Seguono il Senegal, l’Egitto, il Perù, la Cina e il Pakistan. Ci sono anche gli europei: 3.890 provengono dalla Romania, 695 dall’Ucraina, 558 dalla Germania, 344 dalla Svizzera, 254 dalla Polonia, 241 dalla Russia.
Sono affidati ai servizi sociali, in semilibertà o in libertà vigilata, svolgono lavori di pubblica utilità (per violazione della legge sugli stupefacenti o del codice della strada). In alcuni casi sono affidati a una Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza istituite nel 2014 per accogliere le persone affette da disturbi mentali che commettono reati. È in una Rems, per esempio, Mohamed Amine Elouardaoui, 20 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno ma con disturbi psichici, che a Prato ha picchiato e sfregiato dieci donne, perché odiava le italiane.
Le tabelle sono precise su chi entra nel sistema, su quanti sono in carico, su quali misure vengono applicate, sui flussi in entrata. Ma c’è un buco che pesa: non c’è una riga sui provvedimenti di revoca. Nessun dato su quante misure vengano interrotte. Nessuna indicazione su chi viola le prescrizioni, su chi fallisce il percorso, su chi torna dietro le sbarre. Un’assenza che non è neutra. Perché dovrebbe contenere i casi più allarmanti. A Napoli, per esempio, lo scorso 12 gennaio, un quarantaseienne in regime di semilibertà ha scippato un’anziana che, cadendo, ha battuto la testa. Dopo poche ore è stato arrestato per rapina aggravata. Il 26 settembre scorso, a Bologna, un trentaseienne in semilibertà è stato fermato dalla polizia dopo aver picchiato una donna che aveva cercato di violentare. A novembre, invece, a Lanciano, due rom appartenenti a famiglie rivali si sono fronteggiati per strada. Entrambi erano in semilibertà. Ad Agrigento, lo scorso giugno, approfittando della semilibertà un quarantunenne ha preso a calci la moglie. Ma quando il magistrato di sorveglianza gli ha revocato il beneficio, disponendo il ritorno in cella, era già uccel di bosco (è stato rintracciato solo dopo alcuni giorni). Ad aprile, ancora una volta a Napoli, un trentatreenne in semilibertà ha ferito due persone a colpi di pistola sul lungomare per un litigio legato a un giro gratis che i figli avrebbero dovuto fare su una giostra. A Castorano, in provincia di Ascoli Piceno, il 26 gennaio un trentatreenne affidato ai servizi sociali è stato beccato dalla polizia a spacciare droga. Solo pochi giorni fa in Sicilia, a Scoglitti (Ragusa), i carabinieri hanno arrestato un quarantenne di Vittoria affidato ai servizi sociali dopo una condanna a 4 anni per omicidio colposo plurimo per aver provocato un incidente stradale. Era stato ammesso alla misura alternativa ma ne avrebbe violato ripetutamente le prescrizioni commettendo infrazioni, guarda caso, alla guida di un’auto. Mentre a Pontelagoscuro di Ferrara un cinquantenne, due settimane fa, è stato arrestato per furto di carburante ai danni di un autotrasportatore. Si trovava in affidamento in prova ai servizi sociali in alternativa al carcere, misura che era stata disposta dal magistrato di Sorveglianza di Bologna. I casi sono centinaia.
E basta fare una piccola ricerca su Google per scoprire in quanti altri i semidetenuti si sono trasformati in aspiranti primule rosse tentando di sparire dai radar della giustizia. Come se non bastasse, però, dalla Corte di Cassazione è arrivata una sentenza, la numero 15896 del 2024, che tende la mano a chi ha sbagliato e continua a sbagliare. Ecco la massima: «Per la revoca semilibertà è necessaria una valutazione complessiva del percorso rieducativo del condannato, non potendo basarsi esclusivamente su un unico comportamento deviante, specialmente se questo non interrompe un lungo e positivo cammino di reinserimento sociale». Non è detto, quindi, che dopo un ulteriore reato si torni in cella. E, così, l’area penale esterna si confonde con la vita quotidiana, trasformando la pena in una presenza diffusa, spesso poco controllabile e quasi mai raccontata.
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Bad Bunny (Ansa)
Non a caso, lo spettacolo dell’intervallo è diventato negli anni quasi più importante del gioco stesso: non un semplice intrattenimento musicale, ma una vetrina mondiale in cui l’industria dello spettacolo contrabbanda simboli, messaggi e visioni del mondo.
Quest’anno il palco è stato affidato a Bad Bunny, nome d’arte di Benito Antonio Martínez Ocasio, cantante portoricano tra i più ascoltati al mondo e figura centrale del pop latino contemporaneo. La sua esibizione, quasi interamente in spagnolo, è stata costruita come una celebrazione dell’identità culturale latina, con scenografie e riferimenti evidentemente politicizzati. In particolare, hanno fatto discutere i messaggi ostili all’Ice: dietro alla consueta retorica umanitaria e zuccherosa, Bad Bunny si è abbandonato a tutti gli effetti a una difesa dell’immigrazione illegale, infilata nel momento televisivo più visto d’America.
Donald Trump, ovviamente, non l’ha presa bene: il presidente ha liquidato la performance come «assolutamente terribile» e «una delle peggiori di sempre». Per il tycoon, che ha criticato apertamente l’uso dello spagnolo e il contenuto politico dell’esibizione, lo show di Bad Bunny non rappresenta lo spirito del Paese. Da lì è partito il consueto teatrino mediatico, con la galassia progressista che ha subito letto le parole di Trump come un attacco alla comunità latina residente negli Usa. Eppure, checché ne dicano i miliardari alla Jennifer Lopez, il tycoon è tutt’altro che indifferente ai latinos: basti pensare che, alle presidenziali del 2024, i repubblicani hanno registrato percentuali record tra gli ispanici, arrivando quasi a pareggiare i suffragi dei dem, tradizionalmente votati da questo segmento elettorale. Segno che il consenso non coincide necessariamente con i piagnistei di cantanti miliardari e testimonial da palcoscenico.
Ma l’evento di ieri, oltre ai lamenti liberal, ha riservato anche sorprese. In contemporanea con lo spettacolo ufficiale, infatti, la nota associazione conservatrice Turning Point Usa ha organizzato un vero e proprio spettacolo alternativo dell’intervallo. Protagonisti sono stati artisti come Kid Rock, Lee Brice, Brantley Gilbert e Gabby Barrett, con richiami espliciti ai valori patriottici e alla figura del fondatore dell’organizzazione, il compianto Charlie Kirk. Nonostante gli sfavori del pronostico, i numeri raccontano una storia interessante. Lo spettacolo alternativo ha raccolto milioni di visualizzazioni in diretta su YouTube e, nelle ore successive, decine di milioni di visualizzazioni complessive sui social. Un risultato notevole, ottenuto senza la macchina promozionale della Nfl e senza l’appoggio delle grandi reti televisive: un piccolo miracolo, insomma, che segnala l’esistenza di un pubblico ampio e motivato, pronto a sottrarsi allo show ufficiale pur di non sorbirsi l’ennesima catechesi progressista.
Alla fine, tra polemiche, slogan e contro-slogan, resta l’impressione di un evento sportivo fagocitato dai pretoriani woke, come se ogni occasione collettiva dovesse diventare una tribuna politica. Ah, per la cronaca - quella sportiva - il titolo di campioni è andato ai Seattle Seahawks, che hanno travolto i New England Patriots 29 a 13.
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