Elezioni slovacche e caos in Kosovo. A Occidente è sempre colpa di Putin

Quarto mandato da premier per Robert Fico in Slovacchia. Il leader del partito Smer-sd con il 23% dei voti dovrà formare un nuovo governo e l’attenzione di tutta Europa è puntata su di lui. C’è chi si è congratulato come il premier ungherese Viktor Orban che ha scritto «Indovina chi è tornato! Congratulazioni a Robert Fico per la sua indiscutibile vittoria alle elezioni parlamentari slovacche. È sempre bello lavorare insieme a un patriota. Non vedo l’ora!». E c’è chi invece si preoccupa per quella che viene definita una svolta filoputiniana.
Fico ha spiegato in una conferenza stampa a Bratislava che la Slovacchia ha problemi più importanti delle relazioni con l’Ucraina. Il premier è accusato di avere simpatie nei confronti del leader del Cremlino per essersi dichiarato contrario all’invio di armi a Kiev.
Durante la campagna elettorale ha criticato Bruxelles per le sanzioni anti russe rifiutandosi di inviare «anche solo un proiettile» in Ucraina. Questa promessa legata alla sua elezione viene quindi considerata una vittoria del presidente russo Vladimir Putin, che certamente sarà contento, non si può negare, ma la verità è che Bratislava ha già consegnato tutto ciò che aveva dal punto di vista militare.
In ogni caso questa posizione viene definita un «allontanamento mentale dall’Occidente» come accusano dall’opposizione. Eppure Fico nel corso dei suoi tre mandati precedenti si è dimostrato un politico pro europeo: ha voluto portare la Slovacchia nel cuore dell’Ue, ha introdotto l’euro e ha anche visitato la Casa Bianca.
Insomma il terrore diffuso sulla sua elezione non dovrebbe essere giustificato dai fatti. D’altronde anche negli Stati Uniti si dibatte ampiamente sulla possibilità di smettere di fornire sostegni a Kiev, ma naturalmente nessuno crede che per questo ci sia l’influenza di Putin.
Smer fa parte della famiglia dei socialisti e democratici europei e per formare un governo avrà bisogno del sostegno di altri partiti. Fico li cerca tra quelli dell’ultradestra puntando quindi a guidare un esecutivo rossobruno ma il Partito socialista europeo finora ha inviato solo moderati avvertimenti sulle possibili conseguenze di una coalizione interna con l’estrema destra.
Ciò a cui stiamo assistendo è l’ennesimo caso di polarizzazione delle posizioni e del dibattito per cui o la si pensa come tutti gli altri oppure si è filoputiniani. Insomma il leader del Cremlino è ormai divenuto un’ossessione. Sono in molti a dare per scontato che possa essere il regista della crisi tra Serbia e Kosovo anche se in quel territorio sono anni che basta pochissimo per dar fuoco alle polveri. La Repubblica del Kosovo ha proclamato l’indipendenza dalla Serbia nel 2008 (è riconosciuta da 101 stati membri dell’Onu compresa l’Italia) e la maggioranza della popolazione è di etnia albanese.
Oggi la tensione è di nuovo alle stelle: la situazione nel nord del Kosovo, area a maggioranza serba, sta precipitando ancora dopo che domenica scorsa un poliziotto kosovaro è stato ucciso in uno scontro a fuoco con una quarantina di uomini armati e addirittura appoggiati da mezzi blindati. Secondo la polizia kosovara è stato trovato un arsenale che avrebbe potuto armare 400 persone. Inoltre già in primavera nel nord del Kosovo parte della popolazione serba aveva contestato duramente l’insediamento di quattro sindaci di etnia albanese in quattro comuni.
Adesso la Serbia è accusata dalla comunità internazionale per aver posizionato ingenti quantitativi di uomini e armi ai confini con il Kosovo. Gli Stati Uniti hanno chiesto il ritiro immediato e la Nato ha deciso di aumentare la presenza di truppe nella missione Kfor in Kosovo. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha detto: «L’Italia è pronta a valutare l’ipotesi di rafforzamento del dispositivo Kfor, ne ho parlato con il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Ma l’Italia per le sue capacità di dialogare con tutti può continuare a svolgere un ruolo per portare la pace». Ieri la Serbia ha ritirato parte delle sue truppe e delle attrezzature militari che erano state spostate al confine con il Kosovo negli ultimi cinque giorni, lasciando comunque una forza ancora significativa che è permanentemente stanziata nell’area. Il presidente serbo Aleksander Vucic ha dichiarato al Financial Times di aver ordinato il ritiro delle truppe, aggiungendo che qualsiasi azione militare sarebbe stata controproducente: «La Serbia non vuole la guerra». È opinione diffusa che dietro a queste nuove tensioni ci possa essere la regia di Putin ed è vero che passeggiando per Belgrado si respira ancora l’influenza della cultura russa ed è per questo che sono in molti a credere che Mosca stia continuando a considerare il Paese come una regione appartenente alla propria sfera di influenza. Probabile, come è probabilmente certo che Mosca in questo momento abbia tutto l’interesse che Nato e Unione europea siano distratte da un nuovo fronte.






