L’industria italiana oggi non viene giudicata nei piani o nei vertici istituzionali. Viene giudicata ogni mattina dalla Borsa. Ed è lì che il segnale si è fatto inequivocabile.
Il primo scossone è arrivato il 9 ottobre scorso, quando Ferrari ha perso oltre il 16% in una seduta, bruciando circa 13,5 miliardi di capitalizzazione. Conti solidi, domanda forte, marchio intatto. Ma la traiettoria dell’elettrico, con una quota prevista intorno al 20% al 2030, è apparsa meno ambiziosa rispetto alle aspettative incorporate nei prezzi.
Il mercato non ha punito il passato. Ha ridimensionato il futuro. Se anche l’eccellenza viene colpita, quale protezione resta per il resto della filiera?
La risposta è arrivata il 6 febbraio. Stellantis ha perso circa il 24% e le contrattazioni sospese dopo un avvio a -14%. I 22,2 miliardi di svalutazioni sui programmi elettrici e lo stop al dividendo hanno cancellato oltre 5 miliardi in poche ore.
Qui il giudizio è diventato strutturale.
Stellantis significa fabbriche, indotto, territori. Quando il mercato taglia un quarto del valore in un giorno, sta dicendo che il percorso della transizione appare troppo rischioso rispetto ai ritorni.
Non è ostilità all’innovazione. È sfiducia nella cornice economica.
Dal 2026 il meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere incorpora un prezzo nelle materie prime strategiche. Scelta politicamente coerente, ma in un continente già penalizzato dall’energia significa ulteriore pressione sui margini.
Gli investitori fanno un calcolo netto. Domanda debole, investimenti enormi, costi in aumento. Il rischio cresce mentre l’ex Ilva non ha ancora una soluzione capace di offrire acciaio verde a prezzi di mercato. Per il capitale è fragilità industriale e assenza di visione politica. Poi però si apre uno spazio.
L’accordo tra Ue e India può valere 4 miliardi l’anno di dazi risparmiati. Le tariffe sulle auto scenderanno dal 110% al 10% entro 250 mila veicoli, favorendo il premium. L’India vale 4,3 milioni di vendite annue, con oltre 50.000 nel lusso.
Qui passa la reindustrializzazione.
Non dall’elettrico di massa, dove la guerra dei prezzi è dominata dall’Asia e l’Europa rischia di sostituire la dipendenza energetica con una nuova subordinazione alla Cina per terre rare e batterie, ma dalla combustione ad alto valore, dall’ingegneria, dalla meccanica sofisticata, dove l’Italia conserva competenze e reputazione.
Non è delocalizzare. È difendere il cuore produttivo agganciandolo a nuova domanda.
La transizione deve essere verde, ma anche sostenibile per chi investe. Se la capacità industriale si perde oggi, domani non ritorna.
La Borsa non fa ideologia. Fa conti.
E i conti stanno chiedendo se l’Europa vuole davvero proteggere la sua manifattura.
Senza industria italiana, non c’è crescita europea.






