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2019-08-26
Fico si fa da parte e il Movimento insiste sul Conte bis. Rispunta la Lega
Ansa
Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l'incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l'intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l'unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.
Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L'ex avvocato del popolo resta l'unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l'unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L'umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».
Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei - ma significativi - sull'asse Carroccio-M5s. L'offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento - con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni - ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti.
Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.
Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff».
In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L'Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto».
«La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L'Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l'unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.
Carlo Tarallo
Dem e grillini continuano a esitare ma la pazienza sul Colle sta finendo
Nonostante le smentite e la consueta narrazione ufficiale su un Quirinale olimpico, sereno, atarassico, mai turbato - tantomeno dai temporali estivi -, le cose stanno in modo piuttosto diverso: sul Colle il nervosismo è tangibile, come pure il timore di ritrovarsi, domani, con un nulla di fatto in mano.
Infatti, almeno per il momento, come si sa, la trattativa Pd-M5s ha registrato una frenata a causa dei nomi (anzi, del nome: quello di Giuseppe Conte). E - dicono fonti autorevoli - questo rischia di complicare le cose per Sergio Mattarella. Un conto, domani, sarebbe stato provare a trasformare in un «sì» un timido «ni» dei suoi interlocutori: operazione difficile ma tutto sommato possibile. Altro conto, ai confini della missione impossibile, sarebbe invece trasformare in assenso un netto dissenso reciproco tra democratici e grillini.
Qualcuno nei due accampamenti - al riparo di un comprensibile anonimato - mostra perfino una punta di fastidio per il fatto che alcuni contatti siano stati tenuti, da uomini non lontani dal presidente, con interlocutori che non rispondono (o rispondono solo in parte) alle leadership formali del Pd e del M5s: nel primo caso, è nota la confidenza di uomini dell'entourage presidenziale con Dario Franceschini; nel secondo caso, è altrettanto noto il filo diretto con Roberto Fico, che pure, ieri, almeno per questa fase, ha fatto un passo laterale. Inutile girarci intorno: Franceschini è scatenato a favore dell'intesa, su una posizione ben diversa dalla freddezza di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, che sarebbero pur sempre segretario e presidente del partito. Così come Fico, al di là dei posizionamenti di giornata, è un rivale strategico di Di Maio. Dunque, le telefonate e i messaggi da parte di uomini e ambienti quirinalizi non avrebbero sempre avuto i destinatari più opportuni, si fa notare in ambienti Pd e Movimento 5 stelle.
E allora, dinanzi a questa situazione sempre più ingarbugliata, che fa il Quirinale? Muove l'unica leva della quale sia totalmente padrone: e cioè il fattore tempo, forzando tutti. Da 36 ore, deputati e senatori (anime in pena in caso di nuove elezioni) tremano rispetto alla voce secondo cui Sergio Mattarella, pur avendo annunciato l'avvio del secondo giro di consultazioni per domani, vorrebbe già oggi segnali chiari. Un modo per mettere fretta ai decisori Pd-M5s. E soprattutto - si fa notare - un modo per scongiurare quella che alcuni ritengono la morte politica più certa e dolorosa di qualsiasi intesa: l'eventuale annuncio pentastellato che l'una o l'altra ipotesi sarà sottoposta al voto sulla piattaforma Rousseau. Per quanto le consultazioni su Internet abbiano finora sempre espresso un risultato «gradito» alla leadership politica grillina, stavolta la rabbia di militanti e simpatizzanti M5s - che si è potentemente manifestata sui social - non fa presagire nulla di rassicurante, e ogni soluzione potrebbe essere bruciata da una fiammata di dissenso.
Resterebbe quella che il Quirinale considera l'extrema ratio, e che invece sempre più osservatori reputano la via maestra: evitare accanimenti terapeutici, staccare la spina a una legislatura in coma profondo e irreversibile, e ridare finalmente la parola agli elettori.
Da Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro dell'Assemblea costituente e della Commissione dei 75) in poi, non furono pochi i padri del costituzionalismo italiano che sottolinearono un preciso dovere politico del Colle: farsi interprete del sentimento degli elettori, evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertare - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», evitare «gravi disarmonie». Comunque la si «vesta» e la si racconti, sarà dura presentare come armonica con la volontà popolare un'eventuale unione (nemmeno convinta, ma perfino forzata e litigiosa) degli sconfitti di tre mesi fa, alle europee del 26 maggio, contro i vincitori certificati dalle urne.
Daniele Capezzone
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I pentastellati: in campo c'è solo il premier uscente, che però Nicola Zingaretti non accetta. Prende quota il ritorno con il Carroccio.Le nuove consultazioni saranno domani e mercoledì, però Sergio Mattarella esige chiarezza sul patto giallorosso già oggi I 5 stelle titubanti pure sul voto online: temono una ribellione della base.Lo speciale contiene due articoli Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l'incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l'intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l'unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L'ex avvocato del popolo resta l'unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l'unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L'umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei - ma significativi - sull'asse Carroccio-M5s. L'offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento - con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni - ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti. Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff». In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L'Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto». «La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L'Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l'unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fico-si-fa-da-parte-e-il-movimento-insiste-sul-conte-bis-rispunta-la-lega-2640027846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dem-e-grillini-continuano-a-esitare-ma-la-pazienza-sul-colle-sta-finendo" data-post-id="2640027846" data-published-at="1779739437" data-use-pagination="False"> Dem e grillini continuano a esitare ma la pazienza sul Colle sta finendo Nonostante le smentite e la consueta narrazione ufficiale su un Quirinale olimpico, sereno, atarassico, mai turbato - tantomeno dai temporali estivi -, le cose stanno in modo piuttosto diverso: sul Colle il nervosismo è tangibile, come pure il timore di ritrovarsi, domani, con un nulla di fatto in mano. Infatti, almeno per il momento, come si sa, la trattativa Pd-M5s ha registrato una frenata a causa dei nomi (anzi, del nome: quello di Giuseppe Conte). E - dicono fonti autorevoli - questo rischia di complicare le cose per Sergio Mattarella. Un conto, domani, sarebbe stato provare a trasformare in un «sì» un timido «ni» dei suoi interlocutori: operazione difficile ma tutto sommato possibile. Altro conto, ai confini della missione impossibile, sarebbe invece trasformare in assenso un netto dissenso reciproco tra democratici e grillini. Qualcuno nei due accampamenti - al riparo di un comprensibile anonimato - mostra perfino una punta di fastidio per il fatto che alcuni contatti siano stati tenuti, da uomini non lontani dal presidente, con interlocutori che non rispondono (o rispondono solo in parte) alle leadership formali del Pd e del M5s: nel primo caso, è nota la confidenza di uomini dell'entourage presidenziale con Dario Franceschini; nel secondo caso, è altrettanto noto il filo diretto con Roberto Fico, che pure, ieri, almeno per questa fase, ha fatto un passo laterale. Inutile girarci intorno: Franceschini è scatenato a favore dell'intesa, su una posizione ben diversa dalla freddezza di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, che sarebbero pur sempre segretario e presidente del partito. Così come Fico, al di là dei posizionamenti di giornata, è un rivale strategico di Di Maio. Dunque, le telefonate e i messaggi da parte di uomini e ambienti quirinalizi non avrebbero sempre avuto i destinatari più opportuni, si fa notare in ambienti Pd e Movimento 5 stelle. E allora, dinanzi a questa situazione sempre più ingarbugliata, che fa il Quirinale? Muove l'unica leva della quale sia totalmente padrone: e cioè il fattore tempo, forzando tutti. Da 36 ore, deputati e senatori (anime in pena in caso di nuove elezioni) tremano rispetto alla voce secondo cui Sergio Mattarella, pur avendo annunciato l'avvio del secondo giro di consultazioni per domani, vorrebbe già oggi segnali chiari. Un modo per mettere fretta ai decisori Pd-M5s. E soprattutto - si fa notare - un modo per scongiurare quella che alcuni ritengono la morte politica più certa e dolorosa di qualsiasi intesa: l'eventuale annuncio pentastellato che l'una o l'altra ipotesi sarà sottoposta al voto sulla piattaforma Rousseau. Per quanto le consultazioni su Internet abbiano finora sempre espresso un risultato «gradito» alla leadership politica grillina, stavolta la rabbia di militanti e simpatizzanti M5s - che si è potentemente manifestata sui social - non fa presagire nulla di rassicurante, e ogni soluzione potrebbe essere bruciata da una fiammata di dissenso. Resterebbe quella che il Quirinale considera l'extrema ratio, e che invece sempre più osservatori reputano la via maestra: evitare accanimenti terapeutici, staccare la spina a una legislatura in coma profondo e irreversibile, e ridare finalmente la parola agli elettori. Da Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro dell'Assemblea costituente e della Commissione dei 75) in poi, non furono pochi i padri del costituzionalismo italiano che sottolinearono un preciso dovere politico del Colle: farsi interprete del sentimento degli elettori, evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertare - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», evitare «gravi disarmonie». Comunque la si «vesta» e la si racconti, sarà dura presentare come armonica con la volontà popolare un'eventuale unione (nemmeno convinta, ma perfino forzata e litigiosa) degli sconfitti di tre mesi fa, alle europee del 26 maggio, contro i vincitori certificati dalle urne. Daniele Capezzone
iStock
Di conseguenza, carta e penna per alcuni, ma per fortuna non per tutti, hanno perduto anche il loro fascino. Quanta mistica e quanta epica che hanno sempre contornato lo scrivere a mano, per molti è stata sostituita senza colpo ferire, anzi con gioia, da quella dello scrivere elettronico…
Eppure… Pensate alle firme degli analfabeti, così frequenti nel passato, quando la scuola era un lusso inaccessibile nell’infanzia di tanti che diventavano quegli adulti ai quali veniva riconosciuta la firma in forma di croce, di x, cioè di segno, utile a dire «Tizio ha letto e sottoscritto questa cosa», ma nel solo modo in cui riusciva a sottoscrivere, non sapendo scrivere la sua firma per esteso. Dietro la scrittura a mano c’è un universo, impossibile da rintracciare in quella scrittura digitale che non crea niente di nuovo, ma fagocita e sostituisce ciò che creazione ex novo è stata. Ed è, e resta. Oggi tutto il manuale è traslato sul digitale e questo suscita meraviglia, in molti. Meraviglia che per molti altri è stolta. È lo zoccolo duro del carta e penna, al quale appartiene anche chi scrive queste parole.
Tra le tante attività che si possono compiere scrivendo con carta e penna, ce n’è una particolare: scrivere il diario. In questi giorni si parla del diario di Andrea Sempio, figura il cui nome è recentemente risalito alla ribalta nel delitto di Garlasco. Ma a parte questo caso specifico legato alla cronaca, sono tanti a tenere un diario. Tanti che lo fanno da sempre e tanti che hanno iniziato a farlo da poco, spinti anche dai consigli di wellness e miglioramento personale che si trovano sul web e trovano consigliata la pratica definita journaling, che poi vuol dire scrivere i propri pensieri giornalmente a mano o digitalmente, quindi tenere un diario. E sapete perché sono tanti? Perché fa bene. Ancora più bene scrivendo a penna sulla carta che digitando o dettando sullo smartphone.
Un diario si può tenere per tanti motivi. Innanzitutto, per tenere memoria della propria vita. Così come scattiamo fotografie che ci ricordano i momenti, tappe della nostra personale partita di gioco che è la vita, possiamo trasportare su carta, descrivendole, le nostre giornate, alla fine delle stesse o mentre le viviamo, a maggior ragione se sono state belle. È sempre molto tenero andare a rileggere pagine di diario scritte anni o addirittura decenni addietro, è come guardarsi in uno specchio che ha riflettuto e conservato l’evoluzione della nostra biografia filtrata attraverso la nostra interiorità. Altro aspetto positivo del tenere un diario è che consente di ragionare sulla propria vita mentre la si vive. Uno degli aspetti più insalubri della modernità è che presi dalle cose da fare spesso non si trova tempo per fermarsi a riflettere. Le giornate scorrono veloci e piene come tabelle di marcia, si deve fare questo e quello, non c’è tempo di pensare ad altro, figurarsi a sé stessi, alle propria interiorità. Scrivere un diario, anche poche righe al giorno, rappresenta una pausa utile proprio a riconnettersi con sé stessi. E anche una pausa utile a liberare la propria creatività. Non differentemente da una tela bianca per pittori, la pagina bianca del diario da riempire rappresenta uno spazio a nostra disposizione per esprimerci, volendo, anche in modo creativo. Esprimere le proprie emozioni più intime, usare quindi il diario come strumento per la propria espressione emotiva, è altrettanto positivo. Tenere sempre dentro le emozioni, sia positive, sia negative, non fa bene e metterle nero su bianco è un modo privato, non condiviso con altri, ma efficace di tirarle fuori da sé. Nel caso di emozioni negative che certamente hanno procurato stress e ansia, trascriverle può ridurre quello stress e quell’ansia. Si chiama «scarico emotivo»: spostando i propri pensieri da sé stessi al diario si diminuiscono i pensieri ricorrenti sullo stress e sulle sue cause e si sposta l’attenzione dall’ansia che lo stress può aver creato. Anche in caso di problemi da affrontare, il trasporto sulla carta può essere di aiuto: esporre attraverso la scrittura diaristica il problema a sé stessi e poi i pro e i contro di ogni possibile soluzione, magari insieme con dettagliati appunti su come ci si sente sia in relazione al problema, sia di fronte a ogni possibile soluzione, può aiutare a non sentirsi sovrastati e inermi. Mettere nero su bianco quello a cui si è pensato razionalmente può anche sbloccare i pensieri e far venire in mente ulteriori soluzioni.
Anche nei periodi in cui non si vive alcun problema, si può usare il diario per registrare cose belle avvenute durante la giornata oppure per annotare i propri progressi in una particolare attività che si sta svolgendo, dalla dieta dimagrante all’impegno in palestra, dal superamento di una fobia all’apprendimento di una lingua straniera. Ancora prima dell’annotazione dei progressi, appuntare l’obiettivo e la strategia per perseguirlo su un diario può aumentare la motivazione. Molti viaggiatori portano con sé un diario del viaggio, da compilare durante il viaggio. Se è un viaggio impegnativo o magari in solitaria, avere un diario come sostegno e come compagnia può, ancora, mantenere alta la motivazione. Tenere il diario aiuta a mettere in ordine i pensieri e tenere un diario può migliorare la propria capacità analitica e l’efficacia espositiva non solo scrivendo, ma, poi, anche nella vita reale. Scrivere un diario è una forma di autocoscienza che migliora anche l’autoconsapevolezza: scrivendo con regolarità, anche se non per forza tutti i giorni, ci si può osservare da fuori e si possono riconoscere comportamenti e schemi di pensiero che non piacciono e decidere se li si vuole cambiare. Se si riconoscono abitudini e modi di vedere le cose che, invece, piacciono, si può decidere di incrementarli. In questo modo si impara qualcosa dal proprio vissuto personale, cosa che semplicemente vivendolo può non avvenire.
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Sandy Skoglund, The Green House (1990) .Courtesy Paci Contemporary Gallery (Brescia - Porto Cervo) © 1990, Sandy Skoglund
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
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Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.