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2019-08-26
Fico si fa da parte e il Movimento insiste sul Conte bis. Rispunta la Lega
Ansa
Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l'incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l'intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l'unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.
Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L'ex avvocato del popolo resta l'unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l'unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L'umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».
Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei - ma significativi - sull'asse Carroccio-M5s. L'offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento - con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni - ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti.
Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.
Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff».
In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L'Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto».
«La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L'Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l'unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.
Carlo Tarallo
Dem e grillini continuano a esitare ma la pazienza sul Colle sta finendo
Nonostante le smentite e la consueta narrazione ufficiale su un Quirinale olimpico, sereno, atarassico, mai turbato - tantomeno dai temporali estivi -, le cose stanno in modo piuttosto diverso: sul Colle il nervosismo è tangibile, come pure il timore di ritrovarsi, domani, con un nulla di fatto in mano.
Infatti, almeno per il momento, come si sa, la trattativa Pd-M5s ha registrato una frenata a causa dei nomi (anzi, del nome: quello di Giuseppe Conte). E - dicono fonti autorevoli - questo rischia di complicare le cose per Sergio Mattarella. Un conto, domani, sarebbe stato provare a trasformare in un «sì» un timido «ni» dei suoi interlocutori: operazione difficile ma tutto sommato possibile. Altro conto, ai confini della missione impossibile, sarebbe invece trasformare in assenso un netto dissenso reciproco tra democratici e grillini.
Qualcuno nei due accampamenti - al riparo di un comprensibile anonimato - mostra perfino una punta di fastidio per il fatto che alcuni contatti siano stati tenuti, da uomini non lontani dal presidente, con interlocutori che non rispondono (o rispondono solo in parte) alle leadership formali del Pd e del M5s: nel primo caso, è nota la confidenza di uomini dell'entourage presidenziale con Dario Franceschini; nel secondo caso, è altrettanto noto il filo diretto con Roberto Fico, che pure, ieri, almeno per questa fase, ha fatto un passo laterale. Inutile girarci intorno: Franceschini è scatenato a favore dell'intesa, su una posizione ben diversa dalla freddezza di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, che sarebbero pur sempre segretario e presidente del partito. Così come Fico, al di là dei posizionamenti di giornata, è un rivale strategico di Di Maio. Dunque, le telefonate e i messaggi da parte di uomini e ambienti quirinalizi non avrebbero sempre avuto i destinatari più opportuni, si fa notare in ambienti Pd e Movimento 5 stelle.
E allora, dinanzi a questa situazione sempre più ingarbugliata, che fa il Quirinale? Muove l'unica leva della quale sia totalmente padrone: e cioè il fattore tempo, forzando tutti. Da 36 ore, deputati e senatori (anime in pena in caso di nuove elezioni) tremano rispetto alla voce secondo cui Sergio Mattarella, pur avendo annunciato l'avvio del secondo giro di consultazioni per domani, vorrebbe già oggi segnali chiari. Un modo per mettere fretta ai decisori Pd-M5s. E soprattutto - si fa notare - un modo per scongiurare quella che alcuni ritengono la morte politica più certa e dolorosa di qualsiasi intesa: l'eventuale annuncio pentastellato che l'una o l'altra ipotesi sarà sottoposta al voto sulla piattaforma Rousseau. Per quanto le consultazioni su Internet abbiano finora sempre espresso un risultato «gradito» alla leadership politica grillina, stavolta la rabbia di militanti e simpatizzanti M5s - che si è potentemente manifestata sui social - non fa presagire nulla di rassicurante, e ogni soluzione potrebbe essere bruciata da una fiammata di dissenso.
Resterebbe quella che il Quirinale considera l'extrema ratio, e che invece sempre più osservatori reputano la via maestra: evitare accanimenti terapeutici, staccare la spina a una legislatura in coma profondo e irreversibile, e ridare finalmente la parola agli elettori.
Da Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro dell'Assemblea costituente e della Commissione dei 75) in poi, non furono pochi i padri del costituzionalismo italiano che sottolinearono un preciso dovere politico del Colle: farsi interprete del sentimento degli elettori, evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertare - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», evitare «gravi disarmonie». Comunque la si «vesta» e la si racconti, sarà dura presentare come armonica con la volontà popolare un'eventuale unione (nemmeno convinta, ma perfino forzata e litigiosa) degli sconfitti di tre mesi fa, alle europee del 26 maggio, contro i vincitori certificati dalle urne.
Daniele Capezzone
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I pentastellati: in campo c'è solo il premier uscente, che però Nicola Zingaretti non accetta. Prende quota il ritorno con il Carroccio.Le nuove consultazioni saranno domani e mercoledì, però Sergio Mattarella esige chiarezza sul patto giallorosso già oggi I 5 stelle titubanti pure sul voto online: temono una ribellione della base.Lo speciale contiene due articoli Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l'incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l'intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l'unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L'ex avvocato del popolo resta l'unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l'unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L'umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei - ma significativi - sull'asse Carroccio-M5s. L'offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento - con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni - ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti. Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff». In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L'Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto». «La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L'Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l'unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fico-si-fa-da-parte-e-il-movimento-insiste-sul-conte-bis-rispunta-la-lega-2640027846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dem-e-grillini-continuano-a-esitare-ma-la-pazienza-sul-colle-sta-finendo" data-post-id="2640027846" data-published-at="1765899134" data-use-pagination="False"> Dem e grillini continuano a esitare ma la pazienza sul Colle sta finendo Nonostante le smentite e la consueta narrazione ufficiale su un Quirinale olimpico, sereno, atarassico, mai turbato - tantomeno dai temporali estivi -, le cose stanno in modo piuttosto diverso: sul Colle il nervosismo è tangibile, come pure il timore di ritrovarsi, domani, con un nulla di fatto in mano. Infatti, almeno per il momento, come si sa, la trattativa Pd-M5s ha registrato una frenata a causa dei nomi (anzi, del nome: quello di Giuseppe Conte). E - dicono fonti autorevoli - questo rischia di complicare le cose per Sergio Mattarella. Un conto, domani, sarebbe stato provare a trasformare in un «sì» un timido «ni» dei suoi interlocutori: operazione difficile ma tutto sommato possibile. Altro conto, ai confini della missione impossibile, sarebbe invece trasformare in assenso un netto dissenso reciproco tra democratici e grillini. Qualcuno nei due accampamenti - al riparo di un comprensibile anonimato - mostra perfino una punta di fastidio per il fatto che alcuni contatti siano stati tenuti, da uomini non lontani dal presidente, con interlocutori che non rispondono (o rispondono solo in parte) alle leadership formali del Pd e del M5s: nel primo caso, è nota la confidenza di uomini dell'entourage presidenziale con Dario Franceschini; nel secondo caso, è altrettanto noto il filo diretto con Roberto Fico, che pure, ieri, almeno per questa fase, ha fatto un passo laterale. Inutile girarci intorno: Franceschini è scatenato a favore dell'intesa, su una posizione ben diversa dalla freddezza di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, che sarebbero pur sempre segretario e presidente del partito. Così come Fico, al di là dei posizionamenti di giornata, è un rivale strategico di Di Maio. Dunque, le telefonate e i messaggi da parte di uomini e ambienti quirinalizi non avrebbero sempre avuto i destinatari più opportuni, si fa notare in ambienti Pd e Movimento 5 stelle. E allora, dinanzi a questa situazione sempre più ingarbugliata, che fa il Quirinale? Muove l'unica leva della quale sia totalmente padrone: e cioè il fattore tempo, forzando tutti. Da 36 ore, deputati e senatori (anime in pena in caso di nuove elezioni) tremano rispetto alla voce secondo cui Sergio Mattarella, pur avendo annunciato l'avvio del secondo giro di consultazioni per domani, vorrebbe già oggi segnali chiari. Un modo per mettere fretta ai decisori Pd-M5s. E soprattutto - si fa notare - un modo per scongiurare quella che alcuni ritengono la morte politica più certa e dolorosa di qualsiasi intesa: l'eventuale annuncio pentastellato che l'una o l'altra ipotesi sarà sottoposta al voto sulla piattaforma Rousseau. Per quanto le consultazioni su Internet abbiano finora sempre espresso un risultato «gradito» alla leadership politica grillina, stavolta la rabbia di militanti e simpatizzanti M5s - che si è potentemente manifestata sui social - non fa presagire nulla di rassicurante, e ogni soluzione potrebbe essere bruciata da una fiammata di dissenso. Resterebbe quella che il Quirinale considera l'extrema ratio, e che invece sempre più osservatori reputano la via maestra: evitare accanimenti terapeutici, staccare la spina a una legislatura in coma profondo e irreversibile, e ridare finalmente la parola agli elettori. Da Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro dell'Assemblea costituente e della Commissione dei 75) in poi, non furono pochi i padri del costituzionalismo italiano che sottolinearono un preciso dovere politico del Colle: farsi interprete del sentimento degli elettori, evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertare - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», evitare «gravi disarmonie». Comunque la si «vesta» e la si racconti, sarà dura presentare come armonica con la volontà popolare un'eventuale unione (nemmeno convinta, ma perfino forzata e litigiosa) degli sconfitti di tre mesi fa, alle europee del 26 maggio, contro i vincitori certificati dalle urne. Daniele Capezzone
(Arma dei Carabinieri)
Presso la Scuola Ufficiali Carabinieri l'evento è stato presentato da Licia Colò, alla presenza del Ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, e del Gen. C.A. Fabrizio Parrulli, Comandante del Cufaa(Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari Carabinieri). Nel corso dell’evento, anche il Segretario Generale della Convenzione delle Nazioni Unite Cites, Ivonne Higuero, ha rivolto un video-messaggio di saluto alla platea, elogiando l’impegno pluriennale profuso dai Carabinieri e dalle autorità italiane nel contrasto ai traffici di specie selvatiche protette.
La Convenzione Cites, ratificata dall’Italia con la legge n. 874 del 19 dicembre 1975, rappresenta oggi il più importante strumento internazionale per garantire un commercio sostenibile di oltre 40.000 specie di fauna e flora protette. Adottata dalle Nazioni Unite e ratificata da 185 Paesi, la Convenzione costituisce il pilastro normativo per impedire che mercati illegali, abusi e prelievi eccessivi compromettano la sopravvivenza delle specie più vulnerabili.
Il Calendario Cites 2026, realizzato dal Raggruppamento Carabinieri Cites del Comando Carabinieri per la Tutela della Biodiversità del Cufaa, ripercorre l’incessante lavoro svolto prima dal Corpo Forestale dello Stato e, dal 2017, dall’Arma dei Carabinieri attraverso i Nuclei Cites, nel contrasto ai traffici illegali e nella salvaguardia della biodiversità globale.
L’opera accompagna il pubblico in un viaggio attraverso 12 storie emblematiche, ognuna dedicata a una specie protetta che, grazie all’azione dei Carabinieri, ha trovato una nuova possibilità di vita. Tra queste, Edy e Bingo, due scimpanzé sottratti a gravi maltrattamenti in circhi e locali notturni; il leopardo rinvenuto in uno zoo privato illegale a Guspini (VS) e trasferito in una struttura idonea; Oscar, una rara tigre bianca recuperata da condizioni incompatibili con il benessere animale.
Il calendario racconta, inoltre, il ritorno alla libertà di centinaia di esemplari di Testudo graeca e Testudo hermanni, reimmessi nei loro habitat naturali dopo essere stati sequestrati ai traffici illegali, così come il delicato rimpatrio di numerose piante del genere Copiapoa nel deserto di Atacama, in Cile.
A chiudere il racconto, l’energia dei tursiopi, nuovamente liberi di nuotare in acque pulite e adeguate, testimonianza del successo delle attività di recupero e trasferimento operate dagli specialisti Cites.
Ogni storia rappresenta un simbolo del trionfo della legalità sulla sofferenza, sull’abuso e sul profitto illecito, e riflette l’impegno quotidiano dei Carabinieri nel difendere ecosistemi, specie rare e patrimoni naturali che appartengono all’intera umanità.
Nel corso dell’evento, sempre all’interno della Scuola Ufficiali Carabinieri, è stata allestita una mostra fotografica a cura del fotografo Marco Lanza, dal titolo: “Vite spezzate: dal contrasto al commercio illegale in Italia, i reperti confiscati del deposito centrale dei Carabinieri Cites”, con scatti realizzati nel Deposito di Magliano dei Marsi (AQ), gestito dal Raggruppamento Carabinieri Cites, dove viene custodita gran parte dei reperti confiscati durante le attività di contrasto al traffico illecito di animali e piante in via d’estinzione. Ogni fotografia riporta animali diventati oggetti tra oggetti, volutamente inseriti dall’autore in un contesto scarno ed essenziale, che quasi fanno percepire incredulità nel trovarsi in un luogo come questo; animali che interrogano l’osservatore mentre sembra vogliano uscire e riconquistare il proprio ruolo in natura.
Il cinquantesimo anniversario della Cites e il nuovo Calendario 2026 sono dunque l’occasione per riaffermare il valore della cooperazione internazionale e il ruolo determinante dell’Italia – e dell’Arma dei Carabinieri – nel contrasto alla criminalità ambientale e nella protezione della biodiversità mondiale.
Sul Calendario è riportata anche una personale dichiarazione del Gen. C.A. Salvatore Luongo, Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri: «L’anniversario per i 50 anni dell’Atto di ratifica in Italia della Convenzione di Washington rappresenta un’occasione di riflessione sull’importanza della salvaguardia della biodiversità su scala planetaria e sulla necessità di affrontare sempre più efficacemente la criminalità che lucra senza alcuno scrupolo sullo sfruttamento della fauna e flora minacciate di estinzione. Conservazione attiva, educazione alla legalità, prevenzione e contrasto sono le direttrici che vedono l’Arma dei Carabinieri, nel suo insieme e con i propri assetti di specialità del Cufaa, sempre più impegnata per dare piena attuazione ai principi fondamentali della Carta Costituzionale su tutto il territorio nazionale e negli scenari di cooperazione internazionale».
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Guido Carlino (Imagoeconomica)
È mancato quindi, grazie al «salvacondotto» approvato dal governo Conte nel 2020, quel controllo preventivo che ha portato i magistrati contabili a bocciare il progetto per la realizzazione del Ponte di Messina. Un paradosso in parte comprensibile, visto che l’emergenza per definizione richiede una certa flessibilità, ma che da quello che è emerso nel corso dell’audizione non viene applicata ad altre strutture commissariali che gestiscono emergenze. Come quella che gestisce la ricostruzione post terremoto del Centro Italia e quella che ha in carico le alluvioni dell’Emilia-Romagna.
In particolare, si legge ancora nel documento, «il perimetro stesso del controllo è stato delimitato attraverso la sottrazione al sindacato preventivo dei contratti relativi all’acquisto di dispositivi e, più in generale, di ogni altro atto negoziale posto in essere dal dipartimento della Protezione civile della presidenza del consiglio dei ministri e dai soggetti attuatori, in quanto conseguente all’urgente necessità di far fronte all’emergenza. A ciò si è accompagnata la limitazione della responsabilità amministrativo-contabile per tali atti “ai soli casi in cui sia stato accertato il dolo del funzionario o dell’agente che li ha posti in essere o che vi ha dato esecuzione”». «Ne è derivata», è la lapidaria conclusione, «una significativa compressione delle funzioni di controllo e di quelle giurisdizionali che ha coinvolto anche l’attività del commissario straordinario».
Sta di fatto che gli approfondimenti svolti dai magistrati contabili sembrano essere importanti: «Ad oggi, particolarmente intensa è stata l’istruttoria svolta nei confronti della presidenza del consiglio dei ministri, del dipartimento della Protezione civile, del ministero della Salute, del ministero dell’Economia e delle finanze nonché dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, con riferimento ai flussi finanziari, ai costi della struttura commissariale, alle procedure negoziali, alle eventuali criticità gestionali rilevate e alle conseguenti azioni correttive, agli eventuali contenziosi, nonché alle attività di monitoraggio poste in essere, anche a seguito della chiusura dello stato di emergenza.
Oggetto di approfondimento è stato altresì lo sdoganamento dei dispositivi di protezione individuale e dei beni mobili di qualsiasi genere occorrenti per fronteggiare l’emergenza pandemica». I risultati delle attività in corso però sono ancora top secret: «Della conclusione dell’indagine si darà atto al momento della sua approvazione e pubblicazione».
Per Carlino l’argomento delle emergenze è delicato: «Non può tuttavia non richiamarsi sin d’ora la rilevanza di una particolare attenzione alle modalità di gestione attraverso strutture commissariali, alla luce di quanto è stato osservato dalla Corte dei Conti rispetto a fattispecie analoghe. È evidente che situazioni emergenziali impongono risposte rapide, capaci di superare l’ordinario assetto delle competenze e le regole che governano il normale svolgimento dell’azione amministrativa».
Una riflessione che ha portato la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, Alice Buonguerrieri a chiedere a Carlino: «Esistono delle limitazioni ad oggi di controlli preventivi concomitanti pari a quelle che abbiamo letto nel Cura Italia per la struttura commissariale, anche su altre strutture emergenziali?». La risposta del magistrato contabile è netta: «Per quanto riguarda i controlli concomitanti, non abbiamo avuto altre limitazioni nelle attività di controllo. L’unica limitazione avuta è quella che riguarda i controlli sulle gestioni del Pnrr e del piano nazionale complementare».
Più diplomatica, ma altrettanto chiara, la risposta alla domanda della parlamentare di Fdi che chiedeva se quello messo in piedi da Giuseppe Conte fosse un modello da replicare. «Io ritengo», spiega Carlino, «che l’obiettivo non solo della Corte dei Conti ma del legislatore debba essere quello di garantire il buon andamento dell’azione amministrativa allora il buon andamento dell’azione amministrativa va garantito attraverso l’introduzione, attraverso il mantenimento di controlli seri, efficaci, esterni quali sono i controlli svolti dalla Corte dei Conti, siano essi controlli preventivi di legittimità, ovvero i controlli successivi».
Ma non basta. Nel documento c’è anche una frase che mette in discussione il modello sanitario sviluppato nel corso degli anni dai governi precedenti, in larga misura a trazione progressista, con un esplicito riferimento ai tagli, più volte minimizzati dagli esponenti del centrosinistra: «Dagli esami svolti dalla Corte è emerso come il biennio dell’emergenza pandemica abbia evidenziato criticità strutturali, quali le carenze nella rete dei servizi territoriali e il sottodimensionamento delle risorse umane, particolarmente incise dalle misure di contenimento della spesa operate nel decennio precedente».
L’audizione della toga ha portato a una dura presa di posizione di Fratelli d’Italia. «Il presidente della Corte dei Conti, Guido Carlino, ha confermato in commissione Covid che, durante la prima fase della pandemia, si è consumato un fatto gravissimo: soltanto la struttura commissariale guidata da Domenico Arcuri ha goduto, grazie alle norme del governo Conte, di un annullamento dei controlli da parte della Corte dei Conti. Nessun controllo, né preventivo né concomitante». A dirlo sono i capigruppo FdI a Camera e Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan. «Questo fatto», prosegue la nota, «è stato aggravato da uno scudo penale, previsto dallo stesso esecutivo, che ha determinato una vera e propria immunità totale, poiché danni erariali ingenti venivano archiviati restando dunque impuniti». «Tutte le spese», concludono i due esponenti di Fdi, «erano giustamente attenzionate, tranne quelle di Arcuri e della sua struttura. I risultati di questo trattamento di favore, li abbiamo visiti: sperperi, mascherine inidonee cinesi e mediatori occulti amici».
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L’imam Shahin lascia il CPR: per i giudici non sarebbe una minaccia tale da giustificare la detenzione, nonostante le sue parole sul 7 ottobre e un passato già segnalato dal Viminale. Il provvedimento di espulsione resta, ma la decisione riapre una questione cruciale: fino a che punto la sicurezza nazionale può essere messa in secondo piano rispetto ai ricorsi e alle interpretazioni giudiziarie?
Friedrich Merz, che sabato, al congresso della Csu in Baviera, ha detto che i decenni di pax americana sono finiti, ha rassicurato nei giorni scorsi i siderurgici tedeschi affermando che proteggerà l’acciaio nazionale, anche con dazi alla Cina se necessario. Il suo governo ha cambiato idea circa la clausola Made in Europe su appalti e beni industriali e ora la sostiene.
Un mese fa il Consiglio di sicurezza nazionale tedesco ha espresso preoccupazione per il predominio cinese sui materiali critici e le filiere strategiche. Dopo che il presidente francese Emmanuel Macron si è espresso a favore dei dazi per fermare lo strapotere cinese, anche Berlino sta vincendo la propria riluttanza e sembra intenzionata a intensificare quello che Ursula von der Leyen aveva chiamato sinora, prudentemente, derisking.
La Germania ha perso quote di mercato a favore della Cina proprio nei settori industriali più pesanti, cioè macchinari industriali, apparecchiature elettriche, autoveicoli, componentistica e chimica.
La banca statale Kfw, una specie di Cassa depositi e prestiti tedesca che il governo usa per mascherare gli aiuti di Stato, sta chiedendo al governo di decidere cosa acquistare in Cina e cosa produrre in casa. La produzione manifatturiera tedesca è scesa del 14% dal picco raggiunto nel 2017, con un calo costante. Il deficit commerciale nei confronti della Cina è arrivato a 73 miliardi nei primi dieci mesi di quest’anno, mentre il surplus complessivo cinese tra gennaio e novembre ha superato per la prima volta i 1.000 miliardi di dollari.
Ma Merz è in una posizione difficile, per un paio di serissime ragioni. La prima è la frattura tra le grandi case automobilistiche e chimiche tedesche, che ancora stanno investendo in Cina (vedi Volkswagen e Bmw, che hanno annunciato di poter produrre là al 100%), e l’associazione degli industriali produttori di macchinari di Vorstadt-Dach-Main (Vdma), che accusa Pechino di concorrenza sleale e chiede al governo di difendere l’industria tedesca.
La seconda è una ragione ben più profonda. La situazione attuale della Germania è il risultato stesso della spinta europea alla competitività sui mercati mondiali basata su moneta unica, austerità e bassi salari. La delocalizzazione in Cina e l’abbraccio con l’economia cinese è servita all’Ue per mantenere il proprio modello export-led. Importare dalla Cina ha permesso di ricevere prodotti a basso prezzo che i lavoratori europei, pagati meno del giusto, possono permettersi. In altre parole, il deficit commerciale con la Cina è uno strumento politico di supporto alla compressione delle dinamiche salariali.
L’austerità interna all’eurozona si nutre delle merci cinesi meno costose, che ne sono un pilastro. La Germania, e di riflesso l’eurozona, hanno favorito e coltivato questo modello e ora ne sono soverchiate. Ecco perché per Berlino scegliere di rompere i legami con la Cina e rendere più care le importazioni con i dazi può significare la fine del proprio modello economico e sociale, basato sulla crescita trainata dalle esportazioni e sulla compressione della domanda interna. Per Merz non si tratta tanto di proteggere la propria industria, quanto di decidere se cambiare l’assetto complessivo della Germania o perire. Cioè se ridare fiato alla domanda interna, investendo risorse pubbliche, lasciando aumentare i salari e gestendo l’inflazione senza panico, o proseguire nella strategia suicida perseguita sinora.
La necessità delle merci cinesi per tenere in piedi il baraccone della moneta unica europea è un fatto, ma il cancelliere tedesco si trova davanti ad un compito per il quale non sembra preparato, né culturalmente né politicamente.
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