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2019-08-26
Fico si fa da parte e il Movimento insiste sul Conte bis. Rispunta la Lega
Ansa
Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l'incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l'intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l'unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.
Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L'ex avvocato del popolo resta l'unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l'unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L'umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».
Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei - ma significativi - sull'asse Carroccio-M5s. L'offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento - con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni - ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti.
Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.
Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff».
In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L'Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto».
«La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L'Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l'unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.
Carlo Tarallo
Dem e grillini continuano a esitare ma la pazienza sul Colle sta finendo
Nonostante le smentite e la consueta narrazione ufficiale su un Quirinale olimpico, sereno, atarassico, mai turbato - tantomeno dai temporali estivi -, le cose stanno in modo piuttosto diverso: sul Colle il nervosismo è tangibile, come pure il timore di ritrovarsi, domani, con un nulla di fatto in mano.
Infatti, almeno per il momento, come si sa, la trattativa Pd-M5s ha registrato una frenata a causa dei nomi (anzi, del nome: quello di Giuseppe Conte). E - dicono fonti autorevoli - questo rischia di complicare le cose per Sergio Mattarella. Un conto, domani, sarebbe stato provare a trasformare in un «sì» un timido «ni» dei suoi interlocutori: operazione difficile ma tutto sommato possibile. Altro conto, ai confini della missione impossibile, sarebbe invece trasformare in assenso un netto dissenso reciproco tra democratici e grillini.
Qualcuno nei due accampamenti - al riparo di un comprensibile anonimato - mostra perfino una punta di fastidio per il fatto che alcuni contatti siano stati tenuti, da uomini non lontani dal presidente, con interlocutori che non rispondono (o rispondono solo in parte) alle leadership formali del Pd e del M5s: nel primo caso, è nota la confidenza di uomini dell'entourage presidenziale con Dario Franceschini; nel secondo caso, è altrettanto noto il filo diretto con Roberto Fico, che pure, ieri, almeno per questa fase, ha fatto un passo laterale. Inutile girarci intorno: Franceschini è scatenato a favore dell'intesa, su una posizione ben diversa dalla freddezza di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, che sarebbero pur sempre segretario e presidente del partito. Così come Fico, al di là dei posizionamenti di giornata, è un rivale strategico di Di Maio. Dunque, le telefonate e i messaggi da parte di uomini e ambienti quirinalizi non avrebbero sempre avuto i destinatari più opportuni, si fa notare in ambienti Pd e Movimento 5 stelle.
E allora, dinanzi a questa situazione sempre più ingarbugliata, che fa il Quirinale? Muove l'unica leva della quale sia totalmente padrone: e cioè il fattore tempo, forzando tutti. Da 36 ore, deputati e senatori (anime in pena in caso di nuove elezioni) tremano rispetto alla voce secondo cui Sergio Mattarella, pur avendo annunciato l'avvio del secondo giro di consultazioni per domani, vorrebbe già oggi segnali chiari. Un modo per mettere fretta ai decisori Pd-M5s. E soprattutto - si fa notare - un modo per scongiurare quella che alcuni ritengono la morte politica più certa e dolorosa di qualsiasi intesa: l'eventuale annuncio pentastellato che l'una o l'altra ipotesi sarà sottoposta al voto sulla piattaforma Rousseau. Per quanto le consultazioni su Internet abbiano finora sempre espresso un risultato «gradito» alla leadership politica grillina, stavolta la rabbia di militanti e simpatizzanti M5s - che si è potentemente manifestata sui social - non fa presagire nulla di rassicurante, e ogni soluzione potrebbe essere bruciata da una fiammata di dissenso.
Resterebbe quella che il Quirinale considera l'extrema ratio, e che invece sempre più osservatori reputano la via maestra: evitare accanimenti terapeutici, staccare la spina a una legislatura in coma profondo e irreversibile, e ridare finalmente la parola agli elettori.
Da Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro dell'Assemblea costituente e della Commissione dei 75) in poi, non furono pochi i padri del costituzionalismo italiano che sottolinearono un preciso dovere politico del Colle: farsi interprete del sentimento degli elettori, evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertare - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», evitare «gravi disarmonie». Comunque la si «vesta» e la si racconti, sarà dura presentare come armonica con la volontà popolare un'eventuale unione (nemmeno convinta, ma perfino forzata e litigiosa) degli sconfitti di tre mesi fa, alle europee del 26 maggio, contro i vincitori certificati dalle urne.
Daniele Capezzone
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I pentastellati: in campo c'è solo il premier uscente, che però Nicola Zingaretti non accetta. Prende quota il ritorno con il Carroccio.Le nuove consultazioni saranno domani e mercoledì, però Sergio Mattarella esige chiarezza sul patto giallorosso già oggi I 5 stelle titubanti pure sul voto online: temono una ribellione della base.Lo speciale contiene due articoli Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l'incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l'intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l'unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L'ex avvocato del popolo resta l'unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l'unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l'eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L'umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei - ma significativi - sull'asse Carroccio-M5s. L'offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento - con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni - ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti. Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff». In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L'Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto». «La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L'Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l'unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fico-si-fa-da-parte-e-il-movimento-insiste-sul-conte-bis-rispunta-la-lega-2640027846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dem-e-grillini-continuano-a-esitare-ma-la-pazienza-sul-colle-sta-finendo" data-post-id="2640027846" data-published-at="1775140750" data-use-pagination="False"> Dem e grillini continuano a esitare ma la pazienza sul Colle sta finendo Nonostante le smentite e la consueta narrazione ufficiale su un Quirinale olimpico, sereno, atarassico, mai turbato - tantomeno dai temporali estivi -, le cose stanno in modo piuttosto diverso: sul Colle il nervosismo è tangibile, come pure il timore di ritrovarsi, domani, con un nulla di fatto in mano. Infatti, almeno per il momento, come si sa, la trattativa Pd-M5s ha registrato una frenata a causa dei nomi (anzi, del nome: quello di Giuseppe Conte). E - dicono fonti autorevoli - questo rischia di complicare le cose per Sergio Mattarella. Un conto, domani, sarebbe stato provare a trasformare in un «sì» un timido «ni» dei suoi interlocutori: operazione difficile ma tutto sommato possibile. Altro conto, ai confini della missione impossibile, sarebbe invece trasformare in assenso un netto dissenso reciproco tra democratici e grillini. Qualcuno nei due accampamenti - al riparo di un comprensibile anonimato - mostra perfino una punta di fastidio per il fatto che alcuni contatti siano stati tenuti, da uomini non lontani dal presidente, con interlocutori che non rispondono (o rispondono solo in parte) alle leadership formali del Pd e del M5s: nel primo caso, è nota la confidenza di uomini dell'entourage presidenziale con Dario Franceschini; nel secondo caso, è altrettanto noto il filo diretto con Roberto Fico, che pure, ieri, almeno per questa fase, ha fatto un passo laterale. Inutile girarci intorno: Franceschini è scatenato a favore dell'intesa, su una posizione ben diversa dalla freddezza di Nicola Zingaretti e Paolo Gentiloni, che sarebbero pur sempre segretario e presidente del partito. Così come Fico, al di là dei posizionamenti di giornata, è un rivale strategico di Di Maio. Dunque, le telefonate e i messaggi da parte di uomini e ambienti quirinalizi non avrebbero sempre avuto i destinatari più opportuni, si fa notare in ambienti Pd e Movimento 5 stelle. E allora, dinanzi a questa situazione sempre più ingarbugliata, che fa il Quirinale? Muove l'unica leva della quale sia totalmente padrone: e cioè il fattore tempo, forzando tutti. Da 36 ore, deputati e senatori (anime in pena in caso di nuove elezioni) tremano rispetto alla voce secondo cui Sergio Mattarella, pur avendo annunciato l'avvio del secondo giro di consultazioni per domani, vorrebbe già oggi segnali chiari. Un modo per mettere fretta ai decisori Pd-M5s. E soprattutto - si fa notare - un modo per scongiurare quella che alcuni ritengono la morte politica più certa e dolorosa di qualsiasi intesa: l'eventuale annuncio pentastellato che l'una o l'altra ipotesi sarà sottoposta al voto sulla piattaforma Rousseau. Per quanto le consultazioni su Internet abbiano finora sempre espresso un risultato «gradito» alla leadership politica grillina, stavolta la rabbia di militanti e simpatizzanti M5s - che si è potentemente manifestata sui social - non fa presagire nulla di rassicurante, e ogni soluzione potrebbe essere bruciata da una fiammata di dissenso. Resterebbe quella che il Quirinale considera l'extrema ratio, e che invece sempre più osservatori reputano la via maestra: evitare accanimenti terapeutici, staccare la spina a una legislatura in coma profondo e irreversibile, e ridare finalmente la parola agli elettori. Da Costantino Mortati (che fu anche autorevolissimo membro dell'Assemblea costituente e della Commissione dei 75) in poi, non furono pochi i padri del costituzionalismo italiano che sottolinearono un preciso dovere politico del Colle: farsi interprete del sentimento degli elettori, evitare soluzioni palesemente in contrasto con la volontà popolare, accertare - per usare le parole proprio di Mortati - la «concordanza tra corpo elettorale e parlamentare», evitare «gravi disarmonie». Comunque la si «vesta» e la si racconti, sarà dura presentare come armonica con la volontà popolare un'eventuale unione (nemmeno convinta, ma perfino forzata e litigiosa) degli sconfitti di tre mesi fa, alle europee del 26 maggio, contro i vincitori certificati dalle urne. Daniele Capezzone
iStock
Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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