2023-03-23
Nonostante l’ondata di fallimenti bancari la Fed non si ferma e porta i tassi al 5%
Su di 25 punti. Toccati i massimi dal 2006. Sul futuro si naviga a vista: la Banca centrale Usa spera nella stretta degli istituti.Tante rassicurazioni, poche - pochissime - certezze. Al di qua e al di là dell’Atlantico. La Federal reserve ha alzato per la nona volta consecutiva i tassi ma solo di 25 punti base a 4,75-5% (il livello comunque più alto da settembre 2007) diventando meno «falco» dopo i tonfi legati alle turbolenze nel settore bancario con i casi di Svb, Signature bank, First republic bank e in Europa Credit Suisse. La decisione di ieri è stata presa all’unanimità. Per ora la Banca centrale americana guidata da Jerome Powell ha evitato di infliggere ulteriore stress ai mercati, dopo aver assicurato di essere pronta a sostenere il sistema se necessario, ma resta «fermamente» concentrata sui rischi delle pressioni inflazionistiche. La stima, infatti, è che i prezzi al consumo si attestino quest’anno al 3,3% rispetto al +3,1% atteso in dicembre. Nella nota viene dunque specificato che «alcuni ulteriori rialzi dei tassi di interesse potrebbero essere appropriati» ma in agenda ci sarebbe solo un altro aumento di 25 punti. Di certo, ha dichiarato Powell in conferenza stampa, i membri del direttivo Fed «non vedono un taglio dei tassi entro quest’anno». Il 2023 dovrebbe dunque chiudersi con tassi di interesse al 5,1% mentre il costo del denaro dovrebbe attestarsi al 4,3% alla fine del 2024. La Fed sottolinea che «il sistema bancario statunitense è solido e resistente» ma «è probabile che i recenti sviluppi provochino un inasprimento delle condizioni di credito per le famiglie e le imprese e che pesino sull’attività economica, sulle assunzioni e sull’inflazione. L’entità di questi effetti è incerta». Intanto sono state riviste al ribasso le stime sul Pil Usa. Le previsioni puntano a una crescita pari allo 0,4% nel 2023, all’1,2% nel 2024 e all’1,9% nel 2025. Il tasso di disoccupazione è previsto attestarsi al 4,5% quest’anno e al 4,6% nei prossimi due. «La strada per riportare l’inflazione al 2% è ancora lunga e sarà accidentata, è troppo presto per dire come i tassi di interesse dovrebbero rispondere a quanto accaduto nel settore bancario», ha detto Powell. In ogni caso «siamo pronti a usare tutti gli strumenti a disposizione per mantenere al sicuro il sistema bancario». Non solo. Powell sostiene anche una stretta delle regole per le banche e la loro supervisione. «È chiaro che ne abbiamo bisogno», ha risposto ai giornalisti sottolineando come, nel caso di Svb, il management abbia fallito «gravemente». Poche ore prima che la Fed annunciasse le proprie mosse, a rilasciare dichiarazioni è tornato il presidente della Bce, Christine Lagarde, con l’ennesimo esercizio di equilibrismo: «Data l’elevata incertezza, è ancora più importante che la traiettoria dei tassi sia fondata sui dati. Ciò implica che, a priori, non ci impegniamo a innalzare ulteriormente i tassi né che abbiamo finito di aumentarli», ha affermato nel suo intervento alla conferenza annuale The Ecb and Its Watchers. Ma al tempo stesso «se lo scenario di base delle nostre proiezioni più recenti sarà confermato, avremo ancora molta strada da fare per assicurare che le pressioni inflazionistiche siano disinnescate». Insomma, nessuna chiarezza su nuovi rialzi dei tassi o su uno stop. Anzi, Lagarde cita addirittura Voltaire: «L’incertezza è una posizione scomoda. Ma la certezza è una posizione assurda. A fronte di shock nuovi e sovrapposti, affrontare l’incertezza è al momento la nostra unica scelta», ha aggiunto. Mentre il numero uno dell’Eurotower sembra viaggiare a fari spenti nella nebbia, a parlare ieri è stato anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco in audizione alla commissione Finanze della Camera. Visco ha ribadito la necessità di procedere con molta prudenza, «meeting by meeting sulla base dei dati disponibili», ricordando che il rialzo dei tassi comporta «rischi per la stabilità finanziaria, se questi aumenti andassero oltre il necessario» e per questo la Bce ha anche deciso «un nuovo strumento», il Tpi. Il governatore ha poi sottolineato che in Europa e in Italia «non c’è qualcosa» di simile alla Silicon valley bank e al Credit Suisse, ma le due situazioni rappresentano «un campanello d’allarme» per i Paesi Ue, perché «noi non abbiamo uno strumento» per intervenire così rapidamente in caso di crisi bancarie. Negli Stati Uniti, infatti, c’è la Federal deposit insurance corporation (Fdic) «essenziale per rapidità di risposta», mentre «se noi avessimo una crisi, con i rischi che si accumulano nel tempo, non abbiamo uno strumento di intervento immediato». Sullo sfondo, intanto, continuano le scosse di assestamento del salvataggio del Credit Suisse da parte delle autorità confederali e di Ubs. Che ieri ha annunciato il riacquisto (per un valore di 2,75 miliardi) delle obbligazioni «bail in» emesse venerdì poco prima dell’acquisizione del Credit Suisse. L’operazione è stata promossa, spiega una nota, «alla luce delle recenti azioni eccezionali annunciate il 19 marzo». Un messaggio di solidità patrimoniale, in un contesto di mercato ancora fragile. Ma anche una mossa per sfruttare la copiosa liquidità fornita dalla Banca centrale svizzera al fine di ridurre il debito e risparmiare sulle cedole.
Militanti di Hezbollah trasportano la bara di una delle vittime il 24 novembre 2025 a Beirut (Getty Images)
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