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2019-09-27
«Favorire il suicidio assistito è disumano»
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.
Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?
«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"».
La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.
«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi».
Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?
«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate».
Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?
«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».
Allora quale via percorrere davanti al dolore?
«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».
Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.
«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».
Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra»
Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta.
«Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse».
Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento».
Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più».
«Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare».
«Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, invita a riflettere: «Chiunque affermi che provocare decessi sia dignità, confonde il bene con il benessere. Sia il Papa sia la Cei hanno una linea precisa su questo tema. La rappresentanza politica dei credenti, invece, è stata assente».Il Pd fa pressione per non perdere «neanche un giorno». Luigi Di Maio: «Sentenza storica».Lo speciale contiene due articoli. Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"». La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi». Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate». Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».Allora quale via percorrere davanti al dolore?«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/favorire-il-suicidio-assistito-e-disumano-2640639521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-esalta-per-leutanasia-salvini-difende-la-vita-e-sacra" data-post-id="2640639521" data-published-at="1781221111" data-use-pagination="False"> Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra» Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta. «Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse». Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento». Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più». «Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico». Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare». «Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
Negli ultimi tre anni, l’indice delle banche italiane ha messo a segno un clamoroso +274,85%, staccando nettamente l’indice settoriale europeo e surclassando colossi come JPMorgan e Bank of America.
Nel primo trimestre 2026 gli utili aggregati dei sei principali gruppi commerciali italiani - Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm, Bper e Credem - sono saliti del 4% su base annua, toccando 7,8 miliardi di euro in tre mesi, con un Roe di sistema stabilmente sopra il 15%. Il tutto mentre la discesa dei tassi Bce ha iniziato a limare il margine di interesse. La compensazione è arrivata dalle commissioni: +2,7% complessivo. Unicredit ha archiviato il miglior trimestre di sempre con 3,22 miliardi di utili, mentre Intesa Sanpaolo è salita a 2,76 miliardi. Commissioni sul risparmio gestito, fondi, certificati, polizze, credito al consumo e prestiti «garantiti»: è qui che si concentra il vero business.
«C’è una celebre massima finanziaria che dice “L’arte degli affari consiste nel fare affari con i soldi degli altri”, e le banche italiane la stanno applicando con rigore scientifico», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Se l’America ha la tecnologia della Silicon Valley e il Medio Oriente ha i giacimenti di petrolio, l’Italia ha una ricchezza altrettanto preziosa, strategica e contesa: i risparmi dei cittadini». Secondo Gaziano, quando i tassi scendono, le banche italiane non puntano tanto sulla crescita organica all’estero o sull’efficienza tecnologica per ridurre i costi ai clienti. «Cercano di allargare il proprio territorio per “catturare” più conti correnti e patrimoni possibili attraverso le fusioni, espandendo il perimetro su cui applicare le commissioni di gestione e vendere i propri prodotti assicurativi e finanziari». La dimostrazione plastica arriva dal nuovo risiko bancario esploso con l’Opas da 30,6 miliardi lanciata da Intesa Sanpaolo su Mps. Se l’operazione andrà in porto, sommando Intesa, Mps, Mediobanca e la galassia Generali, nascerà un super-polo capace di controllare circa 2.000 miliardi di euro di ricchezza finanziaria complessiva dei clienti: conti correnti, fondi, certificati e polizze. «Ma c’è una differenza geopolitica profonda che i risparmiatori devono comprendere», osserva ancora l’esperto. «Mentre Ubs gestisce capitali sparsi in tutto il pianeta, il nuovo colosso di Carlo Messina, se realizzato, controllerebbe una montagna di denaro concentrata quasi interamente in Italia. È il trionfo della “fortezza Italia”: si diventa leader europei giocando al sicuro in casa».
Nel risiko bancario italiano, fino alle assemblee, tutto può ancora succedere.
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La tangenziale di Napoli, costruita negli anni Settanta con i suoi circa 21 chilometri di tracciato e 22 di svincoli, entra così nella storia della mobilità del nostro Paese, avendo come obiettivo primario la sicurezza e l’efficienza della mobilità attraverso un ecosistema integrato e connesso.
Tre le grandi novità che hanno permesso la certificazione ufficiale del Mit in conformità ai requisiti del decreto ministeriale 70/2018, figurano il monitoraggio intelligente della viabilità, il controllo costante del rischio meteo e idrogeologico, con molteplici sensori che rilevano condizioni della pavimentazione, livelli delle acque e in generale lo stato del territorio che circonda l’infrastruttura stradale, e soprattutto il dialogo diretto tra strada e veicoli connessi. Le auto possono ricevere sul display informazioni su incidenti, cantieri, ostacoli e velocità consigliata per evitare le code, ma anche inviare a loro volta dati all’infrastruttura, rendendo la gestione del traffico più rapida e precisa. Non è quindi solo l’infrastruttura a fornire informazioni al mezzo, avviene anche il contrario: per questo la comunicazione V2i aggiorna anche il gestore autostradale sulle condizioni del traffico in modo molto più preciso e tempestivo. L’operatore diventa così orchestratore della mobilità: potrà cioè gestire la viabilità in modo proattivo e non solo reattivo.
Una Smart Road che «parla» con le auto grazie a un progetto ambizioso che ha coinvolto Tangenziale di Napoli, società del gruppo Autostrade per l’Italia, insieme al Mit e al Centro nazionale per la mobilità sostenibile (Most), con il supporto tecnologico di Movyon, polo d’innovazione di Aspi. Un primato costruito con tecnologie all’avanguardia: lungo i 22 chilometri del tracciato sono in fase di installazione 217 telecamere intelligenti, 15 portali di rilevamento, otto centraline meteo e 40 antenne di comunicazione, in grado di raccogliere e analizzare dati in tempo reale su traffico, condizioni della strada e possibili criticità. Sono già 30 i mezzi connessi che comunicano con la tangenziale e, nel tratto tra Vomero e Fuorigrotta, è stato testato con successo per la prima volta in Italia un veicolo a guida autonoma capace di adattare la propria velocità seguendo le indicazioni ricevute dalla strada stessa. Un test che prefigura uno scenario in cui infrastruttura e veicoli non sono entità separate, ma un sistema integrato e cooperativo.
La Smart Road è un traguardo che fa di Napoli il laboratorio italiano della mobilità del futuro e apre la strada alla diffusione di queste tecnologie su scala nazionale considerato che la tangenziale, principale asse a pagamento di attraversamento urbano del capoluogo campano, è tra le tratte più trafficate d’Italia con flussi medi giornalieri di circa 230.000 veicoli, più del doppio dei volumi medi della rete gestita da Autostrade.
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