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2019-09-27
«Favorire il suicidio assistito è disumano»
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.
Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?
«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"».
La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.
«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi».
Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?
«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate».
Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?
«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».
Allora quale via percorrere davanti al dolore?
«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».
Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.
«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».
Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra»
Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta.
«Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse».
Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento».
Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più».
«Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare».
«Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, invita a riflettere: «Chiunque affermi che provocare decessi sia dignità, confonde il bene con il benessere. Sia il Papa sia la Cei hanno una linea precisa su questo tema. La rappresentanza politica dei credenti, invece, è stata assente».Il Pd fa pressione per non perdere «neanche un giorno». Luigi Di Maio: «Sentenza storica».Lo speciale contiene due articoli. Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"». La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi». Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate». Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».Allora quale via percorrere davanti al dolore?«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/favorire-il-suicidio-assistito-e-disumano-2640639521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-esalta-per-leutanasia-salvini-difende-la-vita-e-sacra" data-post-id="2640639521" data-published-at="1770353871" data-use-pagination="False"> Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra» Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta. «Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse». Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento». Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più». «Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico». Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare». «Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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