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2019-09-27
«Favorire il suicidio assistito è disumano»
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.
Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?
«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"».
La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.
«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi».
Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?
«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate».
Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?
«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».
Allora quale via percorrere davanti al dolore?
«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».
Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.
«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».
Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra»
Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta.
«Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse».
Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento».
Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più».
«Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare».
«Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, invita a riflettere: «Chiunque affermi che provocare decessi sia dignità, confonde il bene con il benessere. Sia il Papa sia la Cei hanno una linea precisa su questo tema. La rappresentanza politica dei credenti, invece, è stata assente».Il Pd fa pressione per non perdere «neanche un giorno». Luigi Di Maio: «Sentenza storica».Lo speciale contiene due articoli. Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"». La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi». Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate». Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».Allora quale via percorrere davanti al dolore?«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/favorire-il-suicidio-assistito-e-disumano-2640639521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-esalta-per-leutanasia-salvini-difende-la-vita-e-sacra" data-post-id="2640639521" data-published-at="1780737620" data-use-pagination="False"> Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra» Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta. «Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse». Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento». Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più». «Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico». Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare». «Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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I coniugi Moretti (Ansa)
I due, in quanto proprietari, devono rispondere dei reati di omicidio colposo, lesioni personali gravissime colpose e incendio colposo nell’inchiesta per la strage nel locale Constellation, andato a fuoco la notte di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove morirono 41 giovani, tra cui 6 italiani, e 115 rimasero feriti. Per la prima volta la coppia è stata sentita insieme con la formula della procedura del confronto, cioè rispondendo nella stessa stanza alle domande che venivano poste. Anche Jacques ha affermato che «è stato molto male, tanto da non riuscire nemmeno a parlare» dopo la tragedia.
Presenti in aula la procuratrice generale aggiunta del cantone vallese Catherine Seppey e una settantina di legali delle parti civili, tra cui anche l’avvocato Romain Jordan, incaricato dal governo italiano nella costituzione di parte civile, oltre alle famiglie delle vittime e dei sopravvissuti. Gli avvocati hanno contestato la scelta del procedimento che avrebbe dato modo ai due imputati di concordare una versione comune e discapito della spontaneità. E a quel «siamo stati distrutti» di Jessica ha replicato Laetitia Brodar-Sitre, mamma del sedicenne Arthur, morto nel rogo. «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti. Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione quando si può rientrare a casa, lavorare al fianco del proprio marito e poter abbracciare i propri figli tutte le mattine».
Nel corso dell’interrogatorio la procura ha contestato a Jessica Moretti anche il reato di falso documentale. Gli addebiti riguardano una fattura del 2015 relativa all’acquisto della schiuma fonoassorbente, con cui era stato rivestito il soffitto del locale e che non era ignifuga. La fattura, palesemente falsificata, riporta infatti l’Iva in vigore in Francia benché sia stata emessa in Germania. Il documento, falsificato probabilmente per scopi fiscali, riporta la data del 3 settembre 2015 e indica un importo di 13.464 euro.
Restano nel mirino degli inquirenti ancora i conti della coppia dopo la segnalazione arrivata dalla Francia alla procura Vallese. Un informatore, in forma anonima, aveva riferito che una carta di credito Revolut era stata inviata a Jessica. La carta non aveva limiti di spesa, cosa che aveva indotto l’informatore a sospettare un possibile collegamento con il riciclaggio di denaro. Un altro dettaglio emerso ieri è sulle bottiglie di champagne con le fontane luminose che avrebbero generato l’incendio. La dipendente Cyanne Panine, poi deceduta, con le fiaccole sulle spalle di un collega è stata indicata come colei che avrebbe inconsapevolmente generato il rogo. Il corteo pirotecnico non sarebbe stato un’iniziativa «spontanea» dei giovani camerieri, ma una pratica dettagliatamente organizzata dalla stessa titolare.
Durante l’interrogatorio sono stati fatti sentire degli audio tratti da una chat di Whatsapp in cui la titolare dà precise istruzioni ai camerieri sulla coreografia: «avrei gradito si facesse» o «potreste farlo». Poi: «Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation». Questi documenti contrastano con la versione sempre sostenuta dagli imprenditori francesi. «Non abbiamo mai obbligato nessuno», ha ribadito la donna. «Era una consuetudine ma quando si svolgeva la sfilata c’erano sempre due camerieri che erano preparati a gestire la situazione», si è difesa la Moretti. Per l’avvocato Romain Jordan quella di ieri è stata «l’ultima occasione che la coppia Moretti aveva per dare risposte alle vittime su tutti i punti che restano oscuri o nebulosi».
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