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2019-09-27
«Favorire il suicidio assistito è disumano»
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.
Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?
«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"».
La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.
«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi».
Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?
«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate».
Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?
«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».
Allora quale via percorrere davanti al dolore?
«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».
Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.
«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».
Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra»
Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta.
«Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse».
Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento».
Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più».
«Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare».
«Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, invita a riflettere: «Chiunque affermi che provocare decessi sia dignità, confonde il bene con il benessere. Sia il Papa sia la Cei hanno una linea precisa su questo tema. La rappresentanza politica dei credenti, invece, è stata assente».Il Pd fa pressione per non perdere «neanche un giorno». Luigi Di Maio: «Sentenza storica».Lo speciale contiene due articoli. Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"». La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi». Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate». Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».Allora quale via percorrere davanti al dolore?«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/favorire-il-suicidio-assistito-e-disumano-2640639521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-esalta-per-leutanasia-salvini-difende-la-vita-e-sacra" data-post-id="2640639521" data-published-at="1781245205" data-use-pagination="False"> Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra» Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta. «Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse». Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento». Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più». «Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico». Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare». «Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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