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2019-09-27
«Favorire il suicidio assistito è disumano»
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.
Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?
«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"».
La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.
«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi».
Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?
«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate».
Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?
«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».
Allora quale via percorrere davanti al dolore?
«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».
Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.
«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».
Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra»
Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta.
«Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse».
Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento».
Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più».
«Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico».
Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare».
«Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
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Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, invita a riflettere: «Chiunque affermi che provocare decessi sia dignità, confonde il bene con il benessere. Sia il Papa sia la Cei hanno una linea precisa su questo tema. La rappresentanza politica dei credenti, invece, è stata assente».Il Pd fa pressione per non perdere «neanche un giorno». Luigi Di Maio: «Sentenza storica».Lo speciale contiene due articoli. Il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti, si era già espresso in occasione della legge sulle Dat, scrivendo un editoriale sul giornale della sua diocesi in cui metteva in guardia di fronte ai pericoli di una legge come quella rispetto ai beni fondamentali della persona e della società. Ora, con la sentenza della Corte che depenalizza, a certe condizioni, il suicidio assistito, quella «mentalità eutanasica» di cui il vescovo paventava il pericolo trova ulteriore cittadinanza nel nostro ordinamento giuridico.Monsignore, cosa pensa di questa sentenza che di fatto afferma, a certe condizioni, la possibilità di aiutare una persona a suicidarsi?«Penso che sia un fallimento, anche del nostro sistema politico. Perché di fatto è una breccia che si apre e si può ulteriormente allargare, come si può vedere leggendo alcuni commenti di queste ore, sia da parte di soggetti politici che culturali, che interpretano questa sentenza appunto come una premessa verso ulteriori “conquiste"». La politica si lascia sempre più superare dai giudici su questi temi.«Trovo molto preoccupante che questa depenalizzazione del suicidio assistito sia arrivata tramite una sentenza della Corte costituzionale e non dall'azione del Parlamento, penso che dal punto di vista della democrazia, della rappresentanza del popolo, quello che è accaduto non è un fatto di cui rallegrarsi». Cosa ci indica questa sentenza dal punto di vista sociale e giuridico?«È l'espressione e il segno di una mentalità che purtroppo abbiamo ben presente nel nostro tempo e che non riesce più ad accogliere, accompagnare e dare significato al dolore e alla debolezza. Dal punto di vista giuridico ancora una volta c'è il mancato riconoscimento della vita come bene indisponibile, inoltre attendiamo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza però mi pare che si tradisca anche il senso profondo della stessa arte medica, così come è stata pensata fin dai tempi del giuramento di Ippocrate». Quindi quella di togliersi la vita in certe condizioni non è una scelta di dignità?«In questo caso credo proprio che parlare di scelta di dignità sia un eufemismo, perché innanzitutto questa è una rinuncia a quel grande dono e bene che è la vita. Mi pare invece un segno di disumanità o quantomeno di una certa concezione della vita che rende insensato il dolore e fa coincidere il bene con il “benessere", inteso in senso molto limitato. Si introduce il cosiddetto tema della “qualità della vita" che finisce però per essere una specie di grimaldello con cui si fa saltare il valore proprio della vita, mentre avanza quella cultura della morte, o cultura dello scarto come dice papa Francesco, magari ben travestita di pietà o attenzione al soggetto sofferente. Togliersi la vita non è mai una scelta di dignità, è sempre una rinuncia che dovrebbe lasciare una ferita profonda in tutti coloro che potevano fare qualcosa per accompagnare e dare dignità vera anche a una situazione di grande sofferenza».Allora quale via percorrere davanti al dolore?«Ci sono tante testimonianze di persone che hanno avuto famigliari o amici in condizioni di grave malattia o disabilità e che mostrano una strada di vicinanza, di prossimità. Poi c'è il ricorso alle cure palliative per rendere più sopportabile il dolore fisico, sappiamo su questo che c'è una legge che però deve ancora essere finanziata e aggiungiamo pure il problema che mancano strutture di hospice in tante zone. Però soprattutto credo che la grande risposta stia nel saper scoprire e attivare altre dimensioni dell'essere della persona e qui la grande questione è quella di poter indicare una ipotesi positiva di significato della sofferenza. In questo caso penso che vi sia una parola decisiva che può essere portata dalla comunità cristiana, nel senso che senza il mistero della croce di Gesù la sofferenza resta qualcosa di intimamente insensato. Così noi come chiesa abbiamo il compito grande di testimoniare uno sguardo diverso, che non pretende di capire tutto, ma che sa riconoscere appunto un mistero che abita la sofferenza e il dolore dell'uomo».Qualcuno ritiene che il giudizio della chiesa sia stato un po' a scoppio ritardato e che si sarebbe potuto dare un giudizio più esplicito fin da quando nel 2018 la Consulta aveva chiesto al parlamento di esprimersi sul suicidio assistito.«Penso che la chiesa, sia quella italiana, attraverso l'intervento del presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, sia il Papa, che su questi temi ha fatto diversi interventi, abbiano dato un orientamento chiaro di giudizio. Invece, la grande assenza che ho avvertito, e su cui noi pastori dobbiamo interrogarci, è stata quella dei laici credenti impegnati direttamente nel campo politico. Voglio dire che in tutte le forze di partito ci sono laici che si professano credenti, ma il loro giudizio politico sulla questione non è sempre stato unico e chiaro dentro al Parlamento. Rilevo, invece, che il laicato dell'associazionismo ha dato segni di vitalità che devono essere tenuti in considerazione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/favorire-il-suicidio-assistito-e-disumano-2640639521.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-governo-si-esalta-per-leutanasia-salvini-difende-la-vita-e-sacra" data-post-id="2640639521" data-published-at="1770839608" data-use-pagination="False"> Il governo si esalta per l’eutanasia. Salvini difende la vita: «È sacra» Il giorno dopo la sentenza della Corte costituzionale e la presentazione in Senato del disegno di legge relativo all'eutanasia, che vede come prima firmataria la senatrice del Pd, Monica Cirinnà (che vuole cancellare l'«intollerabile» dicitura «madre e padre» dai documenti d'identità dei bambini), la politica si interroga sui prossimi passi da compiere e si divide sulla decisione della Consulta. «Vedremo», commenta il leader della Lega, Matteo Salvini, «il testo che arriverà in Parlamento, ma se si parla di suicidio per legge e di suicidio di Stato, io non lo voto, perché la vita è sacra. Lo Stato che legittima il suicidio non è il mio Stato», aggiunge Salvini, «è una scelta che riguarda le famiglie, i medici, non entro nel merito dei drammi personali. Un Paese civile dovrebbe investire sulla ricerca, sulla cura, sulle cure palliative per sollevare dal dolore inutile famiglie che sono abbandonate a se stesse». Sull'argomento interviene anche il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, del M5s: «Quella sul fine vita», sottolinea Di Maio, «è una sentenza storica, che deve unire le forze parlamentari su un testo condiviso. Auspico che il confronto nelle commissioni parlamentari su un testo che regoli il fine vita, alla luce di questa sentenza, si basi sul dialogo tra le forze politiche per vedere se c'è accordo sul testo. Il governo», argomenta Di Maio, «non deve interferire ma quello che conta è il confronto tra le forze politiche in Parlamento». Il capogruppo del Pd in Senato, Andrea Marcucci, scrive alla presidente di Palazzo Madama, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per chiederle di incardinare il prima possibile la discussione sul ddl: «Il parlamento ha perso un anno», evidenzia Marcucci, «ora non si può permettere di perdere neanche un giorno in più». «Il Senato», assicura la Casellati ai microfoni di Rai Parlamento, «farà la sua parte. Io penso che noi qui dovremmo mettere immediatamente all'ordine del giorno questo tema sui vari disegni di legge che giacciono in commissione, e spero che il Parlamento che è il luogo del dibattito, della sintesi anche politica, tenga conto delle tante sensibilità che ci sono su questo tema come su tutti i temi di carattere etico». Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, dice la sua intervenendo a L'Aria che tira, su La7: «Eutanasia? Io penso che la legge vada fatta», spiega Renzi, «però credo che ci voglia un grande, giusto e intelligente modo di arrivare a questa legge. Dobbiamo essere rispettosi delle persone», aggiunge l'ex premier, «e sui diritti non bisogna litigare». «Ho la sensazione», dice a Sky Tg24 il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, del Pd, «che i partiti dovranno inevitabilmente lasciare libertà di coscienza. Mai come in questo momento la maggioranza degli italiani prende questa decisione della Consulta come occasione per fare chiarezza». «Io sono stata felice», commenta la deputata di Forza Italia, Jole Santelli, «della scelta della Corte costituzionale. Su questi temi non ci sono partiti, ideologie, non esiste una massa, esiste la libertà di coscienza, esiste il trovarti solo contro l'ignoto, esiste il rispetto massimo per chi assume la decisione più difficile».
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Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.
Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».