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2023-07-20
Fauci deferito per le bugie sul virus Basta dollari all’istituto di Wuhan
Anthony Fauci (Ansa)
Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».
La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.
Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.
La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.
Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.
I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.
Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.
Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.
Viola, altra bufala: «Il siero è diurno»
Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
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Gli Usa tagliano i fondi al laboratorio cinese sovvenzionato dall’ex super consigliere accusato di aver mentito al Congresso sull’origine della pandemia. E nuove mail provano che sapeva dei tentativi per insabbiare tutto.Antonella Viola sulla «Stampa» rifila l’ennesima beffa ai vaccinati: le dosi somministrate dopo le 16 sono meno efficaci. Ma gli esperti la stroncano: «Teorie fine a se stesse». Lo speciale contiene due articoli.Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fauci-deferito-per-bugie-virus-2662313694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="viola-altra-bufala-il-siero-e-diurno" data-post-id="2662313694" data-published-at="1689861569" data-use-pagination="False"> Viola, altra bufala: «Il siero è diurno» Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
La sede dell'Eppo, la Procura europea (Ansa)
Giuseppe Capoccia, Procuratore di Lecce
Poi, come spesso accade, l’attesa è durata fino al 1989 quando fu varato il Codice Vassalli, frutto di una lunghissima gestazione: scomparve il giudice istruttore e si creò la Procura presso la Pretura. Ancora dieci anni dopo si introdusse in Costituzione il principio del giusto processo: «Ogni processo si svolge in contraddittorio tra le parti in condizioni di parità davanti ad un giudice terzo e imparziale».
Cosa significava l’inserimento di quell’articolo in Costituzione? Che in precedenza i processi erano ontologicamente ingiusti? Che i Costituenti avevano pensato a un processo senza il giudice terzo? No di certo! L’articolo 111 testimoniava che la sensibilità della società era cambiata, si era evoluta, accresciuta, migliorata e, a un dato momento, è stato necessario introdurre innovazioni che meglio rispondessero a questa nuova esigenza sociale.
Ha forse l’articolo 111 della Costituzione risolto i problemi del processo penale? No, ma non è la Costituzione che risolve i problemi pratici della giustizia penale (al pari dei problemi della sanità). Ma certamente le norme costituzionali stabiliscono i principi e indicano la via di una evoluzione sulla quale, infatti, il legislatore ordinario si è incamminato (e ancora prosegue) nell’intento di riequilibrare le posizioni delle parti, di aumentare gli spazi per la difesa, soprattutto in tema di libertà personale e di tutela della riservatezza e dignità delle persone indagate. Percorso lungo e non sempre lineare che, però, se osservato con un minimo di sguardo storico, evidenzia una direzione ben precisa.
E la separazione delle carriere (non solo delle funzioni) è un passaggio decisivo per porre il giudice in una posizione di assoluta terzietà rispetto alle parti processuali.
Giudice e Pm fanno mestieri diversi e devono avere percorsi professionali distinti e separati a partire dalla selezione iniziale; un percorso formativo che educhi e raffini capacità differenti.
L’approccio alla realtà da parte del Pm è propositivo, coltivando curiosità e spirito di ricerca, capacità di dirigere la polizia giudiziaria (e di non farsi da quella dirigere), attitudine a considerare una strategia investigativa nella prospettiva del dibattimento. E poi occorre che sia sempre aggiornato sulle tecniche di investigazione, sui nuovi strumenti, sulle specializzazioni dei consulenti tecnici; deve anche essere appassionato a conoscere l’evoluzione dei fenomeni criminali. E soprattutto deve essere pronto e disponibile alla collaborazione con i colleghi dell’ufficio, con altre Procure e con gli organismi dell’Unione europea e degli altri Stati: oggi non si può concepire alcuna indagine che abbia un qualche rilievo e che non coinvolga nella fase del coordinamento investigativo la Procura nazionale antimafia o Eurojust. L’epoca del Pm solitario, geloso del suo fascicolo, è definitivamente tramontata; l’autonomia del magistrato si misura nella sua capacità di collaborare lealmente con altri uffici, condividendo informazioni e atti, agendo di comune accordo, calibrando i tempi e riconoscendo le legittime esigenze dei colleghi: su questi parametri si deve misurare adesso il Pm che voglia essere realmente autonomo, ma al contempo responsabile. L’idea che autonomia e indipendenza siano la monade in cui è racchiuso il singolo Pm è oggi piuttosto la caricatura del nostro ruolo. La Procura è un ufficio giudiziario in cui predomina il profilo della collaborazione, della condivisione, del lavoro in gruppo: il frequente riunirsi in assemblea generale o per gruppi specializzati evidenzia una attitudine ad affrontare insieme questioni e problemi e trovare soluzioni nella sintesi delle differenti posizioni individuali: e tutti sono sollecitati, in correttezza e lealtà, a convergere verso posizioni condivise.
Al Giudice queste caratteristiche e questo lavoro di sintesi non interessano! Anzi il Giudice deve agire in maniera esattamente opposta: seduto sul suo ideale scranno, attende le richieste del Pm (e della Difesa), le valuta nella loro oggettività in quel luogo sacro e inviolabile che è la camera di consiglio ed esprime il suo giudizio.
Mi soffermo soltanto sulla fase delle indagini preliminari, allorquando il Pm agisce con la tutela del segreto istruttorio, di tanto in tanto domandando al Giudice un’autorizzazione per un atto particolarmente invasivo o per una misura cautelare. Sia chiaro: le indagini devono essere segrete, altrimenti non sarebbero indagini. Ma proprio in ragione di questa caratteristica e della occasionalità del suo intervento, egli non è coinvolto nelle investigazioni, non conosce e non deve conoscere il percorso investigativo che conduce il Pm a quella richiesta da valutarsi nella sua pura oggettività: legittimità della richiesta e adeguatezza degli argomenti. Il Giudice non deve occuparsi di considerazioni complessive dell’indagine, del suo sviluppo, della sua razionalità: interviene soltanto per singoli, isolati atti di cui giudica legittimità e motivazione. Figura lontanissima dal vecchio giudice istruttore che (come dice il nome) istruiva il processo, accompagnato dal Pm, formando una coppia inseparabile. È giunto il tempo in cui questo legame indissolubile tra giudice e Pm sia sciolto perché il processo accusatorio è tutt’altra cosa da quello inquisitorio. Le indagini sono condotte in autonomia dal Pm con la polizia giudiziaria, richiedendo l’intervento del giudice per singoli, isolati atti. E la necessaria frequentazione processuale (spesso quotidiana) non deve essere alterata dalla colleganza: è necessario che sia presidiata dalla separatezza delle carriere scolpita in Costituzione.
D’altro canto, nel panorama europeo la più recente creazione di un ufficio del Pm è stato Eppo (European public prosecutor’s office) che svolge investigazioni sui fatti che offendono gli interessi finanziari dell’Unione: si tratta di un ufficio separato e distinto dai giudici nazionali davanti ai quali propone e sostiene l’accusa. Non ha nulla a che vedere con i giudici. Totale estraneità. È questo è il modello europeo di Pm: indipendente e autonomo da ogni altro potere. Separato dal Giudice.
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