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2023-07-20
Fauci deferito per le bugie sul virus Basta dollari all’istituto di Wuhan
Anthony Fauci (Ansa)
Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».
La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.
Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.
La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.
Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.
I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.
Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.
Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.
Viola, altra bufala: «Il siero è diurno»
Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
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Gli Usa tagliano i fondi al laboratorio cinese sovvenzionato dall’ex super consigliere accusato di aver mentito al Congresso sull’origine della pandemia. E nuove mail provano che sapeva dei tentativi per insabbiare tutto.Antonella Viola sulla «Stampa» rifila l’ennesima beffa ai vaccinati: le dosi somministrate dopo le 16 sono meno efficaci. Ma gli esperti la stroncano: «Teorie fine a se stesse». Lo speciale contiene due articoli.Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fauci-deferito-per-bugie-virus-2662313694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="viola-altra-bufala-il-siero-e-diurno" data-post-id="2662313694" data-published-at="1689861569" data-use-pagination="False"> Viola, altra bufala: «Il siero è diurno» Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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