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2023-07-20
Fauci deferito per le bugie sul virus Basta dollari all’istituto di Wuhan
Anthony Fauci (Ansa)
Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».
La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.
Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.
La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.
Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.
I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.
Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.
Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.
Viola, altra bufala: «Il siero è diurno»
Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
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Gli Usa tagliano i fondi al laboratorio cinese sovvenzionato dall’ex super consigliere accusato di aver mentito al Congresso sull’origine della pandemia. E nuove mail provano che sapeva dei tentativi per insabbiare tutto.Antonella Viola sulla «Stampa» rifila l’ennesima beffa ai vaccinati: le dosi somministrate dopo le 16 sono meno efficaci. Ma gli esperti la stroncano: «Teorie fine a se stesse». Lo speciale contiene due articoli.Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fauci-deferito-per-bugie-virus-2662313694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="viola-altra-bufala-il-siero-e-diurno" data-post-id="2662313694" data-published-at="1689861569" data-use-pagination="False"> Viola, altra bufala: «Il siero è diurno» Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. 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Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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