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2023-07-20
Fauci deferito per le bugie sul virus Basta dollari all’istituto di Wuhan
Anthony Fauci (Ansa)
Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».
La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.
Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.
La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.
Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.
I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.
Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.
Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.
Viola, altra bufala: «Il siero è diurno»
Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
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Gli Usa tagliano i fondi al laboratorio cinese sovvenzionato dall’ex super consigliere accusato di aver mentito al Congresso sull’origine della pandemia. E nuove mail provano che sapeva dei tentativi per insabbiare tutto.Antonella Viola sulla «Stampa» rifila l’ennesima beffa ai vaccinati: le dosi somministrate dopo le 16 sono meno efficaci. Ma gli esperti la stroncano: «Teorie fine a se stesse». Lo speciale contiene due articoli.Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fauci-deferito-per-bugie-virus-2662313694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="viola-altra-bufala-il-siero-e-diurno" data-post-id="2662313694" data-published-at="1689861569" data-use-pagination="False"> Viola, altra bufala: «Il siero è diurno» Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. 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Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
Stefano Zenni, musicologo e direttore artistico del Torino Jazz Festival, presenta la nuova edizione della kermesse (dal 25 aprile al 2 maggio) concentrandosi su tre giganti come Franco D'Andrea, Bill Frisell e Norma Winstone.
Leone XIV (Ansa)
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.
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Attacco israeliano nel Sud del Libano il 10 aprile 2026 (Ansa)
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.
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