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2023-07-20
Fauci deferito per le bugie sul virus Basta dollari all’istituto di Wuhan
Anthony Fauci (Ansa)
Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».
La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.
Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.
La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.
Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.
I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.
Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.
Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.
Viola, altra bufala: «Il siero è diurno»
Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
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Gli Usa tagliano i fondi al laboratorio cinese sovvenzionato dall’ex super consigliere accusato di aver mentito al Congresso sull’origine della pandemia. E nuove mail provano che sapeva dei tentativi per insabbiare tutto.Antonella Viola sulla «Stampa» rifila l’ennesima beffa ai vaccinati: le dosi somministrate dopo le 16 sono meno efficaci. Ma gli esperti la stroncano: «Teorie fine a se stesse». Lo speciale contiene due articoli.Forse bisognerà aspettare la fine del mandato di Joe Biden, il prossimo anno, prima che la giustizia americana prenda provvedimenti nei confronti di Anthony Fauci, ex consigliere scientifico del presidente. Ma, nel frattempo, le indagini sul potentissimo capo della comunità scientifica Usa, che ha rassegnato le dimissioni a fine 2022, vanno avanti. E stanno provocando sconquassi: il dipartimento della Salute ha appena imposto il divieto, per dieci anni, di finanziare l’Istituto di Virologia di Wuhan (Wiv), il laboratorio di ricerca cinese sovvenzionato dal Nih/Niaid di Collins e Fauci: un’involontaria ammissione di colpevolezza. E qualche giorno fa il senatore repubblicano Rand Paul ha deferito lo stesso Fauci al dipartimento di Giustizia per aver «mentito di fronte al Congresso sull’origine del virus», che non sarebbe, come lo scienziato ha dichiarato per anni, naturale, né tantomeno diffuso dal famoso «pangolino».La questione sull’origine del virus, su cui La Verità scrive dal 2021, è più preoccupante di quanto non si voglia pensare: se Fauci si è davvero spinto a negare, sotto giuramento, che il suo Niaid (costola del Nih, l’Istituto superiore di sanità americano) ha finanziato le ricerche sui coronavirus che avrebbero portato alla fuga del virus da Wuhan, è perché l’istituto cinese, a quanto pare, svolgeva, grazie ai soldi dei contribuenti Usa, sperimentazioni che in America sono vietate per legge, le cosiddette ricerche «gain of function», controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione di agenti patogeni pericolosi per l’uomo: Fauci non avrebbe, dunque, vigilato, esponendo la popolazione mondiale al rischio di ciò che poi sembra essere successo, ossia l’incidente in laboratorio.Che questo incidente sia stato intenzionale è, per ora, materia di complottisti, così come lo era anche l’ipotesi della fuga accidentale, finché perfino l’Fbi l’ha valutata attendibile.La notizia della revoca delle sovvenzioni al laboratorio di Wuhan è stata ripresa dai maggiori media americani (Bloomberg, New York Times, Cnn), ma poche testate riportano la cronistoria dei finanziamenti di Nih e Niaid, già attivi nel 2015. È in quell’anno che l’epidemiologo statunitense Ralph Baric, assieme alla ricercatrice cinese Shi Zhengli del Wuhan Institute, crea un virus chimerico che codifica la spike dai coronavirus dei pipistrelli. Il Nih/Niaid olia per bene la «macchina cinese» di Baric: a giugno 2021, risultano versati alla sua università nel North Carolina ben 122,8 milioni di dollari. A beneficiare dei grants del Nih è anche la Ong EcoHealth alliance dello zoologo Peter Daszak (citata ripetutamente nel recente provvedimento di revoca dei finanziamenti), che riceve circa 23,4 milioni di euro, rinnovati ad aprile 2020. Daszak subappalta i suoi grants a Baric e all’Istituto di Wuhan: secondo il senatore repubblicano Rand Paul, «Daszak e Shi Zengli costruiscono coronavirus che infettano le cellule umane nell’ambito di una ricerca gain-of-function finanziata da Fauci», il quale, però, ha dichiarato sotto giuramento di sapere a malapena chi sia Daszak.Quella che era stata presentata dai media come un’intemerata senza costrutto di un anonimo senatore repubblicano, Paul, sembra però essere la verità: nel rapporto «Origine di un insabbiamento. I Bethesda Boys hanno minimizzato la fuga da laboratorio?», pubblicato dalla commissione Covid del Congresso lo scorso 11 luglio, sono raccolte molte delle email interne che Fauci e i suoi (i «Bethesda Boys», dalla sede del Nih, a Bethesda) si sono scambiati da febbraio 2020.I nomi da tenere a mente sono quelli di Kristian Andersen, Andrew Rambaut, Ian Lipkin, Edward Holmes e Robert Garry, gli autori dell’articolo «The Proximal Origin of Sars CoV-2» pubblicato il 17 marzo 2020 su Nature, in cui gli scienziati vicini a Fauci propagano in tutto il mondo la tesi dell’«origine naturale» del virus. Oggi sappiamo che, in privato, il 31 gennaio 2020, il ricercatore californiano Andersen e il virologo Garry scrivevano a Fauci tutt’altro. Dalle nuove email pubblicate pochi giorni fa abbiamo anche la conferma del tentativo di insabbiamento, a causa delle pressioni dei «superiori». «Il problema è che la fuga del virus dal laboratorio è in realtà altamente probabile», scrive Andersen il 2 febbraio 2020, «ma pronunciarsi su questa teoria è al di sopra del mio livello di stipendio». Gli risponde Rambaut: «Considerata la merda che verrebbe fuori se qualcuno accusasse la Cina di una fuga da laboratorio, dovremo dire che non ci sono prove di un virus progettato in laboratorio e che ci accontentiamo di attribuirlo a processi naturali». Fauci è in copia a tutte le email.Garry e Andersen sono stati ascoltati la scorsa settimana (prima della pubblicazione delle nuove email) dalla commissione Covid del Congresso e hanno nuovamente negato l’ipotesi «fuga da laboratorio». Gli intrecci di potere che legano questi scienziati a Fauci ruotano intorno a centinaia di milioni di dollari. Andersen, ad esempio, è professore dello Scripps Research, istituto diretto da Eric Topol, il cardiologo di riferimento di Roberto Burioni. Lo Scripps ha percepito oltre 6 miliardi di dollari di finanziamenti pubblici dal Nih di Collins e Fauci, oltre ai versamenti di Bill Gates, che gli ha sovvenzionato quasi 30 progetti, anche sul Sars Cov-2.Sullo sfondo, la questione morale: se l’ex presidente Bill Clinton affrontò l’impeachment per aver negato una relazione extraconiugale, chissà cosa succederà a chi è accusato di mentire su questioni che riguardano la salute dei cittadini; la reputazione di Tony Fauci è più che intaccata. Il consigliere scientifico di sette presidenti americani dovrà inoltre rendere conto della scorta che continua ad essergli assicurata nonostante sia ormai pensionato, e dell’autista in limousine che facilita i suoi spostamenti, magari anche fino all’università di Siena, dove lo aspettano a braccia aperte in virtù della consulenza stretta tra l’ateneo e lo scienziato, caldeggiata dall’ex ministro Roberto Speranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fauci-deferito-per-bugie-virus-2662313694.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="viola-altra-bufala-il-siero-e-diurno" data-post-id="2662313694" data-published-at="1689861569" data-use-pagination="False"> Viola, altra bufala: «Il siero è diurno» Dispiace doversi occupare ancora di Antonella Viola, che sulla Stampa trova sempre molto spazio per dissertare di tutto, erudendo assai poco. Dopo le campagne contro alcol e vino, che hanno rimpiazzato interventi di tre anni sul Covid da affrontare con inoculi anche ai più piccoli «è sicuro, gli effetti collaterali nei bambini saranno leggeri», assicurava già a novembre 2021, l’immunologa ha dato sostanzialmente degli «sfigati» a coloro che si sono vaccinati dopo le 16. Per carità, l’ha fatto in modo più elegante, ma non con maggiore scientificità, tirando in ballo uno studio israeliano «pubblicato nei giorni scorsi», dice, mentre è comparso sulla rivista medica Journal of clinical investigation il 25 aprile e affronta la questione dei ritmi biologici nella vaccinazione, che sono un argomento poco studiato.La professoressa ha dato il titolo alla lezione: «Le persone vaccinate al mattino o comunque entro le 16 hanno sviluppato una protezione migliore contro il virus», ma non ha spiegato perché l’anti Covid avrebbe funzionato meglio. Esordisce affermando che ha fatto solo due dosi (ma non raccomandava la terza?), e di non ricordare l’ora precisa delle sue punturine, ma si lancia in un entusiastico apprezzamento della cronobiologia che «studia gli effetti del tempo sulle funzioni biologiche» ed è importante, sostiene, se applicata alla medicina.Tra cronoritmi che «esistono in tutti gli organismi multicellulari, inclusi funghi, piante e animali ma sono presenti anche in forme di vita unicellulari, come i cianobatteri e i protozoi», e affermazioni del tipo che «il tempo conta e fa la differenza». Dopo aver capito che l’immunologa si augura «che nello schema vaccinale, oltre all’età, alle comorbidità e - si spera - al genere, si terrà conto anche dei ritmi circadiani», alla fine il lettore non comprende perché il vaccino anti Covid funzionerebbe meglio al mattino piuttosto che somministrato nel pomeriggio a partire dalle ore 16.«L’articolo non dice nulla», conviene Mariano Bizzarri, oncologo, professore di Patologia clinica alla Sapienza. «Sulla cronobiologia del vaccino a mRna non ha fornito spiegazioni. E non può darle, perché non è possibile avere dati sulla procedura migliore di somministrazione di queste forme di terapia genica, fatte passare per vaccini, in quanto non sono state sottoposte a studi di farmacocinetica».Se non si conosce la biodistribuzione di un farmaco, il modo in cui l’organismo lo assorbe, come il medicinale viene distribuito in tutto l’organismo, come quest’ultimo metabolizza il farmaco e il modo in cui lo espelle, non si può nemmeno sapere «come massimizzare l’efficacia di questi anti Covid», commenta il professore.Maurizio Federico, responsabile del Centro per la salute globale presso l’Iss, fa una valutazione a titolo personale sull’inutilità dell’intervento della Viola. «Considerando che il meccanismo di induzione dell’immunità da vaccino è molto complesso e necessita del succedersi di tanti eventi concatenati scanditi nel tempo, per avere uno straccio di credibilità si dovrebbe individuare quale dei diversi step sarebbe favorito dopo le 16», osserva il biologo. «L’assorbimento delle nanoparticelle del vaccino?», prova a elencare. «L’accuratezza dell’inoculo? La dose di vaccino che nel frattempo era stata scongelata? Ricordo che ogni flacone contiene dalle cinque alle sei dosi. Se poi consideriamo che l’mRna vaccinale è stato concepito per durare più tempo possibile all’interno della cellula, decine di ore o giorni, ma studi hanno dimostrato che lo si ritrova fino a 62 giorni dall’inoculo, è evidente che certe dissertazioni sulla cronobiologia del vaccino sono fini a se stesse».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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