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2020-05-03
Fase due sui migranti: li andiamo a prendere
Ansa
Benvenuti nella «fase due» dell'immigrazione: adesso i migranti li vanno a prendere direttamente le navi italiane, senza aspettare l'intervento delle Ong. Ieri mattina la Guardia costiera e la Guardia di finanza hanno recuperato un gruppo di stranieri a bordo di una barca partita giovedì notte da Sabratha in Libia. In tutto erano 69: 61 provenienti dal Bangladesh, 4 dal Sudan, due dal Gambia e unna donna dal Marocco. Solita trafila: il barcone ha preso il mare e ben presto alle autorità italiane è arrivata la segnalazione da parte di Alarm Phone, organizzazione sempre informatissima sulla presenza di navi cariche di immigrati alla deriva ne Mediterraneo.
Questa volta, dicevamo, non c'è nemmeno stato bisogno che fossero i tassisti del mare a intervenire. Sono partite le vedette italiane, e nella mattinata di ieri i 69 stranieri sono sbarcati a Lampedusa. Ora verranno inseriti nel sistema di accoglienza. Tutto normale, tutto tranquillo: come se l'emergenza Coronavirus non esistesse. A quanto pare, almeno sul versante migratorio, la «vita di prima» non si è mai interrotta. Infatti il governo si comporta che se niente fosse, anzi si vanta dei meravigliosi risultati ottenuti.
Giovedì il capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione, Michele Di Bari, è stato audito dalla Commissione Schengen e ha snocciolato percentuali per dimostrare che sono calati i cosiddetti «sbarchi fantasma», cioè gli arrivi di stranieri a bordo di piccole imbarcazioni autonome. «Nel 2018 in percentuale il 93% degli sbarchi erano autonomi e il 7% erano quelli in area Sar, cioè soccorsi, nel 2019 c'è una inversione di tendenza con l'80% di sbarchi autonomi e il 20% Sar, e nei primi 4 mesi dell'anno 2020 il 51% è stato di sbarchi fantasma e il 49% sbarchi Sar», ha detto Di Bari. «Ciò sta a dimostrare che la situazione degli sbarchi è un fenomeno presente ma che ultimamente gli sbarchi autonomi sono diminuiti, come è diminuita la presenza dei migranti nei centri di accoglienza, che da 130.000 nel 2018 sono giunti, al 28 aprile scorso, a 85123».
Quest'elenco di cifre è un perfetto esempio di gioco delle tre carte. Basta dare uno sguardo ai dati forniti dal Cruscotto statistico giornaliero del Viminale per rendersi conto che, da quando è in carica il governo Conte Bis, gli sbarchi sono tornati ad aumentare. Al 30 aprile del 2019, in Italia erano approdati 779 migranti. Al 30 aprile del 2020 erano 3.465. La crescita è del 345%, altro che diminuzione. A fare un po' di calcoli, ieri, ci si è messo anche Matteo Salvini: «Ad aprile 2020 si sono contati 671 sbarchi contro i 255 di aprile 2019 (+163,1%)», ha detto. «Disastrosi anche i dati dei cosiddetti sbarchi fantasma: 1.761 nel 2020 contro i 628 del 2019 (+180,4%)».
Oggi al ministero dell'Interno giocano a fare gli equilibristi sulle proporzioni, ma i numeri parlano chiaro: l'aumento è innegabile. In questo momento la regione più colpita dal fenomeno è la Sicilia. Negli hotspot e nei centri d'accoglienza dell'isola continuano ad arrivare persone che devono essere sottoposte a quarantena. Quindi servono nuove strutture per l'ospitalità, altro personale, altri presidi di sicurezza. Giovedì 37 sindaci dell'Agrigentino hanno rivolto l'ennesimo appello a Giuseppe Conte, dicendosi molto preoccupati «per l'esposizione a rischio pandemico a causa degli sbarchi incontrollati verificatisi anche nelle ultime ore e che hanno registrato un incremento di oltre il 100% nel solo mese di aprile». Più sbarchi vogliono dire più rischi di infezione. Ma anche più soldi da spendere per l'accoglienza. La Regione Siciliana, su proposta dal presidente della Commissione antimafia, Claudio Fava, ha appena stanziato 1,5 milioni di euro per aiutare i Comuni di Porto Empedocle, Lampedusa e Pozzallo a gestire i flussi migratori, ma ovviamente questi denari non bastano. Le Prefetture dell'isola nelle scorse settimane, hanno pubblicato bandi da centinaia di migliaia di euro per trovare nuove strutture d'accoglienza, rivolgendosi anche gli albergatori. Insomma, il giro d'affari garantito dalle frontiere aperte ha ripreso vita.
L'Unione Europea, come prevedibile, sulla questione non ha dato segni di vita. Il farlocco accordo di Malta di cui Luciana Lamorgese si è tanto vantata è attualmente sospeso, dunque chi sbarca qui rimane qui. Perfino l'Unhcr, per bocca dell'assistente Alto Commissario Gillian Triggs, il primo maggio a chiesto ai Paesi membri di darsi una svegliata e di organizzare un sistema condiviso di accoglienza che consente la redistribuzione dei migranti su tutto il continente. Ma, per ora, non ha avuto risposte.
Così il governo italiano fa da solo, e finora ha individuato due soluzioni: sanatoria per i clandestini e recupero degli stranieri dai barconi tramite la Guardia costiera. Come se fossimo nel 2017, appunto, e come se il virus non ci fosse. Gli psicologi la chiamano «negazione della realtà», e non è esattamente una bella cosa.
«Lunedì in arrivo 20.000 stranieri». De Luca senza volerlo dice la verità
L'annuncio che alla vigilia della fase 2 ha procurato non poche preoccupazioni ai cittadini campani ancora ai domiciliari per il coronavirus è in coda alla diretta Facebook con cui il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, il primo maggio ha fornito gli aggiornamenti sul contagio. Si tratta di pochi secondi che, però, non sono passati inosservati: «Arriveranno da lunedì sul litorale domitio e sulla piana del Sele 20.000 extracomunitari che potranno andare a lavorare nelle aziende, valuteremo in queste ore quali attività mettere in piedi con le Asl di Caserta e di Salerno per evitare che questo afflusso di lavoratori possa determinare nuovi focolai». De Luca deve essersi accorto di aver toppato solo quando i leghisti campani glielo hanno fatto notare a muso duro: «Nuovi schiavi in arrivo in Campania, alla faccia del primo maggio». A rincarare la dose, poi, ci ha pensato il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Incredibile, invece di aiutare a trovare lavoro giovani e disoccupati italiani, anche oggi qualcuno preferisce gli immigrati, spesso irregolari».
E siccome l'annuncio di De Luca puzzava di sanatoria, il governatore campano è stato costretto a correggere il tiro. «In relazione ai migranti già presenti nei territori di Caserta e Salerno, che torneranno al lavoro con la riapertura delle aziende, la Regione Campania impegnerà tutte le Asl in un lavoro attento di verifica dei contagi a tutela della salute dei cittadini campani. È un concetto semplice, tanto semplice da non essere alla portata di Salvini». Insomma, rispetto all'annuncio, gli immigrati nelle parole di De Luca sono diventati semplici regolari già presenti sul territorio, che devono solo tornare al lavoro.
Ma qualcosa non torna. Se i 20.000 braccianti sono regolari, perché disporre i controlli Asl? La Regione Campania ha cercato di mettere una toppa: «In relazione ad autentiche falsità su presunti arrivi di immigrati nell'area casertana e salernitana, si ribadisce ulteriormente che, per la prima volta saranno sottoposti a controlli mirati da parte delle Asl le fasce della popolazione straniera che torneranno al lavoro con la riapertura delle aziende». Parole che, davanti a un rischio sanitario tra i più preoccupanti, ancora una volta non convincono. «Spero sia davvero un brutto sogno», afferma Marta Schifone di Fratelli d'Italia. «Mentre i campani sono costretti a rimanere chiusi in casa, De Luca comunica, in tutta fretta, che pensa a come reinserire 20.000 immigrati». Anche il consigliere regionale Gianpiero Zinzi picchia duro: «La gaffe dei 20.000 immigrati in arrivo ha evidenziato due antichi problemi. Il primo è legato all'elevato numero di clandestini concentrati solo su una piccola porzione di territorio. Il secondo al rischio sanitario connesso alla loro presenza che evidentemente finora dallo stesso De Luca non è stato calcolato».
Ma sono preoccupati anche gli operatori che stanno sul campo. Ieri la rete Castel Volturno solidale, formata dalla Caritas e da altre associazioni, ha chiesto di disporre subito la regolarizzazione di quegli extracomunitari, «per far accedere persone che non hanno alcun diritto ai servizi sanitari pubblici, in modo da poter garantire un controllo e ridurre il rischio di diffusione del contagio». Proprio la sanatoria che sembrava aleggiare tra le parole di De Luca. All'appello si è unito anche il sindaco di Casal di Principe Renato Natale, che da anni effettua come medico volontario anche il servizio d'ambulatorio per gli immigrati che vivono sulla Domizia, dove si stima risiedano oltre 15.000 non regolari, molti dei quali hanno un lavoro in nero e sono spesso occupati nei campi agricoli. E se si tiene in conto che, coincidenza, altri 5.000 vivono come fantasmi nella Piana del Sele, si arriva dritti dritti ai numeri di De Luca. Insomma, forse il governatore senza volerlo ha detto la verità: potrebbero tornare a lavorare 20.000 migranti, però clandestini. Un fenomeno, quello dei braccianti irregolari, che è molto diffuso nel Mezzogiorno. A Foggia ieri sono stati arrestati tre imprenditori e un caporale: sfruttavano gli immigrati nei campi per pochi euro a ora.
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La Guardia costiera recupera 69 persone in mare e le porta a Lampedusa. Gli ingressi sono aumentati del 345% e crescono pure gli «arrivi fantasma» (+180,4%). I sindaci siciliani a Giuseppe Conte: «Troppi approdi incontrollati». Ma per il governo è tutto ok.Prima spara, poi tenta di negare. Ma in Campania è allarme: migliaia di clandestini.Lo speciale contiene due articoli.Benvenuti nella «fase due» dell'immigrazione: adesso i migranti li vanno a prendere direttamente le navi italiane, senza aspettare l'intervento delle Ong. Ieri mattina la Guardia costiera e la Guardia di finanza hanno recuperato un gruppo di stranieri a bordo di una barca partita giovedì notte da Sabratha in Libia. In tutto erano 69: 61 provenienti dal Bangladesh, 4 dal Sudan, due dal Gambia e unna donna dal Marocco. Solita trafila: il barcone ha preso il mare e ben presto alle autorità italiane è arrivata la segnalazione da parte di Alarm Phone, organizzazione sempre informatissima sulla presenza di navi cariche di immigrati alla deriva ne Mediterraneo. Questa volta, dicevamo, non c'è nemmeno stato bisogno che fossero i tassisti del mare a intervenire. Sono partite le vedette italiane, e nella mattinata di ieri i 69 stranieri sono sbarcati a Lampedusa. Ora verranno inseriti nel sistema di accoglienza. Tutto normale, tutto tranquillo: come se l'emergenza Coronavirus non esistesse. A quanto pare, almeno sul versante migratorio, la «vita di prima» non si è mai interrotta. Infatti il governo si comporta che se niente fosse, anzi si vanta dei meravigliosi risultati ottenuti. Giovedì il capo del Dipartimento libertà civili e immigrazione, Michele Di Bari, è stato audito dalla Commissione Schengen e ha snocciolato percentuali per dimostrare che sono calati i cosiddetti «sbarchi fantasma», cioè gli arrivi di stranieri a bordo di piccole imbarcazioni autonome. «Nel 2018 in percentuale il 93% degli sbarchi erano autonomi e il 7% erano quelli in area Sar, cioè soccorsi, nel 2019 c'è una inversione di tendenza con l'80% di sbarchi autonomi e il 20% Sar, e nei primi 4 mesi dell'anno 2020 il 51% è stato di sbarchi fantasma e il 49% sbarchi Sar», ha detto Di Bari. «Ciò sta a dimostrare che la situazione degli sbarchi è un fenomeno presente ma che ultimamente gli sbarchi autonomi sono diminuiti, come è diminuita la presenza dei migranti nei centri di accoglienza, che da 130.000 nel 2018 sono giunti, al 28 aprile scorso, a 85123». Quest'elenco di cifre è un perfetto esempio di gioco delle tre carte. Basta dare uno sguardo ai dati forniti dal Cruscotto statistico giornaliero del Viminale per rendersi conto che, da quando è in carica il governo Conte Bis, gli sbarchi sono tornati ad aumentare. Al 30 aprile del 2019, in Italia erano approdati 779 migranti. Al 30 aprile del 2020 erano 3.465. La crescita è del 345%, altro che diminuzione. A fare un po' di calcoli, ieri, ci si è messo anche Matteo Salvini: «Ad aprile 2020 si sono contati 671 sbarchi contro i 255 di aprile 2019 (+163,1%)», ha detto. «Disastrosi anche i dati dei cosiddetti sbarchi fantasma: 1.761 nel 2020 contro i 628 del 2019 (+180,4%)». Oggi al ministero dell'Interno giocano a fare gli equilibristi sulle proporzioni, ma i numeri parlano chiaro: l'aumento è innegabile. In questo momento la regione più colpita dal fenomeno è la Sicilia. Negli hotspot e nei centri d'accoglienza dell'isola continuano ad arrivare persone che devono essere sottoposte a quarantena. Quindi servono nuove strutture per l'ospitalità, altro personale, altri presidi di sicurezza. Giovedì 37 sindaci dell'Agrigentino hanno rivolto l'ennesimo appello a Giuseppe Conte, dicendosi molto preoccupati «per l'esposizione a rischio pandemico a causa degli sbarchi incontrollati verificatisi anche nelle ultime ore e che hanno registrato un incremento di oltre il 100% nel solo mese di aprile». Più sbarchi vogliono dire più rischi di infezione. Ma anche più soldi da spendere per l'accoglienza. La Regione Siciliana, su proposta dal presidente della Commissione antimafia, Claudio Fava, ha appena stanziato 1,5 milioni di euro per aiutare i Comuni di Porto Empedocle, Lampedusa e Pozzallo a gestire i flussi migratori, ma ovviamente questi denari non bastano. Le Prefetture dell'isola nelle scorse settimane, hanno pubblicato bandi da centinaia di migliaia di euro per trovare nuove strutture d'accoglienza, rivolgendosi anche gli albergatori. Insomma, il giro d'affari garantito dalle frontiere aperte ha ripreso vita. L'Unione Europea, come prevedibile, sulla questione non ha dato segni di vita. Il farlocco accordo di Malta di cui Luciana Lamorgese si è tanto vantata è attualmente sospeso, dunque chi sbarca qui rimane qui. Perfino l'Unhcr, per bocca dell'assistente Alto Commissario Gillian Triggs, il primo maggio a chiesto ai Paesi membri di darsi una svegliata e di organizzare un sistema condiviso di accoglienza che consente la redistribuzione dei migranti su tutto il continente. Ma, per ora, non ha avuto risposte. Così il governo italiano fa da solo, e finora ha individuato due soluzioni: sanatoria per i clandestini e recupero degli stranieri dai barconi tramite la Guardia costiera. Come se fossimo nel 2017, appunto, e come se il virus non ci fosse. 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Si tratta di pochi secondi che, però, non sono passati inosservati: «Arriveranno da lunedì sul litorale domitio e sulla piana del Sele 20.000 extracomunitari che potranno andare a lavorare nelle aziende, valuteremo in queste ore quali attività mettere in piedi con le Asl di Caserta e di Salerno per evitare che questo afflusso di lavoratori possa determinare nuovi focolai». De Luca deve essersi accorto di aver toppato solo quando i leghisti campani glielo hanno fatto notare a muso duro: «Nuovi schiavi in arrivo in Campania, alla faccia del primo maggio». A rincarare la dose, poi, ci ha pensato il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Incredibile, invece di aiutare a trovare lavoro giovani e disoccupati italiani, anche oggi qualcuno preferisce gli immigrati, spesso irregolari». E siccome l'annuncio di De Luca puzzava di sanatoria, il governatore campano è stato costretto a correggere il tiro. «In relazione ai migranti già presenti nei territori di Caserta e Salerno, che torneranno al lavoro con la riapertura delle aziende, la Regione Campania impegnerà tutte le Asl in un lavoro attento di verifica dei contagi a tutela della salute dei cittadini campani. È un concetto semplice, tanto semplice da non essere alla portata di Salvini». Insomma, rispetto all'annuncio, gli immigrati nelle parole di De Luca sono diventati semplici regolari già presenti sul territorio, che devono solo tornare al lavoro. Ma qualcosa non torna. Se i 20.000 braccianti sono regolari, perché disporre i controlli Asl? La Regione Campania ha cercato di mettere una toppa: «In relazione ad autentiche falsità su presunti arrivi di immigrati nell'area casertana e salernitana, si ribadisce ulteriormente che, per la prima volta saranno sottoposti a controlli mirati da parte delle Asl le fasce della popolazione straniera che torneranno al lavoro con la riapertura delle aziende». Parole che, davanti a un rischio sanitario tra i più preoccupanti, ancora una volta non convincono. «Spero sia davvero un brutto sogno», afferma Marta Schifone di Fratelli d'Italia. «Mentre i campani sono costretti a rimanere chiusi in casa, De Luca comunica, in tutta fretta, che pensa a come reinserire 20.000 immigrati». Anche il consigliere regionale Gianpiero Zinzi picchia duro: «La gaffe dei 20.000 immigrati in arrivo ha evidenziato due antichi problemi. Il primo è legato all'elevato numero di clandestini concentrati solo su una piccola porzione di territorio. Il secondo al rischio sanitario connesso alla loro presenza che evidentemente finora dallo stesso De Luca non è stato calcolato». Ma sono preoccupati anche gli operatori che stanno sul campo. Ieri la rete Castel Volturno solidale, formata dalla Caritas e da altre associazioni, ha chiesto di disporre subito la regolarizzazione di quegli extracomunitari, «per far accedere persone che non hanno alcun diritto ai servizi sanitari pubblici, in modo da poter garantire un controllo e ridurre il rischio di diffusione del contagio». Proprio la sanatoria che sembrava aleggiare tra le parole di De Luca. All'appello si è unito anche il sindaco di Casal di Principe Renato Natale, che da anni effettua come medico volontario anche il servizio d'ambulatorio per gli immigrati che vivono sulla Domizia, dove si stima risiedano oltre 15.000 non regolari, molti dei quali hanno un lavoro in nero e sono spesso occupati nei campi agricoli. E se si tiene in conto che, coincidenza, altri 5.000 vivono come fantasmi nella Piana del Sele, si arriva dritti dritti ai numeri di De Luca. Insomma, forse il governatore senza volerlo ha detto la verità: potrebbero tornare a lavorare 20.000 migranti, però clandestini. Un fenomeno, quello dei braccianti irregolari, che è molto diffuso nel Mezzogiorno. A Foggia ieri sono stati arrestati tre imprenditori e un caporale: sfruttavano gli immigrati nei campi per pochi euro a ora.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».