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2018-08-31
Falsario l’ex nunzio? Ma lui non è il primo a fare certi nomi
Ansa
«Giudicate voi». Si potrebbe cominciare dall'unica frase dedicata da papa Francesco alle accuse di Carlo Maria Viganò per andare oltre il «silenzio e preghiera» dietro al quale da tradizione millenaria i preti si nascondono quando non intendono spiegare. Giudicate voi se l'ex nunzio apostolico a Washington ha detto il vero o il falso. E potrete farlo confutando le sue parole, i nomi degli alti prelati chiamati in causa, attraverso ciò che di quelle accuse esiste da anni negli archivi. Perché, mentre gli indignados della sala stampa vaticana (la press gang Bergoglio) si limitano ad alzare i ponti levatoi in imbarazzanti difese d'ufficio, si scopre che certe sollecitazioni e certe pigre assoluzioni erano state segnalate molto prima di Viganò, e nell'indifferenza generale.
L'operazione trasparenza trae spunto da un lavoro certosino effettuato da un affezionato lettore di Stilum Curiae, il sito del vaticanista Marco Tosatti che ha aiutato il monsignore a vergare le 11 pagine contro papa Francesco. Il primo nome chiamato in causa è quello del cardinale Angelo Sodano, già Segretario di Stato. È una novità il suo coinvolgimento nel dossier? Tutt'altro, visto che uno dei vaticanisti più raffinati e informati, Sandro Magister, nel 2006 scriveva sull'Espresso: «Via Sodano, cadrebbe anche un ostacolo a una decisione circa la sorte del potente fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, al quale Sodano è legatissimo. Sulle accuse a Maciel -abusi sessuali su suoi seminaristi e violazione del sacramento della confessione - la Congregazione per la dottrina della fede ha ultimato un'accuratissima preindagine. Lo scorso Venerdì santo, poco prima d'essere eletto papa, Ratzinger aveva indicato nella sporcizia uno dei mali da cui ripulire la Chiesa». Sempre riguardo alle malefatte del pedofilo seriale Maciel (peraltro molto vicino al cardinal Stanislav Dziwisz), a inizio 2017 Il Messaggero raccontò che le denunce del nunzio apostolico in Messico, Justo Mullor Garcia, a Sodano non ebbero molta fortuna. Una sua lettera si rivelò un boomerang; ad essere sollevato dall'incarico e accantonato fu lui. Erano in molti a sapere di lobby gay e pedofilia, pure in tempi non sospetti. Non solo Viganò.
Il secondo nome circondato da un'aura di negatività è quello di Tarcisio Bertone, del quale Viganò sottolinea la facilità nel promuovere tonache omosessuali. Scandalo a orologeria? Peccato che nel libro Lussuria (editore Feltrinelli) Emiliano Fittipaldi abbia scritto: «Le più alte cariche della Santa Sede, tra cui per esempio il cardinal Bertone, hanno bloccato o insabbiato numerosi processi ritenendo più appropriato un salutare ammonimento per i preti pedofili».
Nel best seller si legge che il cardinal Oscar Maradiaga avrebbe «addirittura ospitato un pedofilo latitante». La vicenda, oscura e dai contorni non definiti, tornerà prepotentemente alla ribalta dopo le dimissioni di monsignor Juan José Pineda, numero due di Maradiaga a Tegucigalpa, per «comportamenti inappropriati». Oltretevere si dice così. Ne scrisse anche Vatican Insider, il blog vaticano della Stampa che oggi, pur di difendere le amnesie di Bergoglio, prepara il rogo per Viganò.
Un altro nome che scotta, perché vicino in termini di centimetri alla sacra veste del Papa, è quello del cardinale Francesco Coccopalmerio. Indignazione nei sacri palazzi, ma il 5 luglio 2017 Il Fatto Quotidiano titolava: «Vaticano, festino gay con droga per il segretario del cardinale Coccopalmerio. Nuova grana per papa Francesco». Il segretario era monsignor Luigi Capozzi ed era stato segnalato da Coccopalmerio per la promozione a vescovo; l'accusa era d'aver organizzato orge gay a base di droga e alcool. I gendarmi, chiamati dalle proteste dei vicini, si trovarono davanti a «uno scenario sconvolgente».
Nel cuore del dossier, Viganò dedica numerose frasi alla vicenda del già cardinale Theodore McCarrick, omosessuale e reo confesso di abusi, costretto a rinunciare a tutto sempre troppo tardi. In molti sapevano, ben prima del j'accuse che mette in imbarazzo il pontefice, e molti scrissero. Negli Stati Uniti c'è un'intera pubblicistica. E il 2 agosto scorso sempre Sandro Magister, nel suo blog Settimo cielo, ha raccontato la miracolosa carriera di un ecclesiastico protetto da McCarrick, Kevin Farrell, nominato cardinale proprio da papa Francesco. Il Santo Padre era stato molto generoso anche con altri tre pupilli dell'orco destituito e mandato in quiescenza fuori tempo massimo: Donald Wuerl, Blase Cupich, Joseph William Tobin, molto probabilmente per essere asceso al soglio di Pietro anche con i voti raccolti dal potente e corrotto arcivescovo di Washington.
Così Viganò è sulla graticola per avere messo insieme un puzzle composto da tasselli antichi. Per avere unito puntini che tutti conoscevano. Ma completando il gioco della Settimana enigmistica è risaltato in tutta la sua chiarezza il volto misterioso, ed è quello di papa Francesco, che pure ritiene di doversi trincerare dietro il passepartout «silenzio e preghiera». Erano tutti suoi figli. Giudicate voi.
Il Vaticano non cambia linea. Parolin: «Giudicate voi»
Il Papa è «sereno», ma di fronte alla testimonianza resa da monsignor Carlo Maria Viganò, in Vaticano ci sono anche «amarezza» e «inquietudine». Lo ha detto ieri il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in un'intervista concessa al portale Vatican Insider de La Stampa. Il cardinale, anche lui citato nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti, non entra nel merito delle accuse presenti nel testo e, come il Papa, dice «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio. Il testo parla da sé».
Una risposta che sta sollevando un fiume d'inchiostro e anche molta confusione, ovviamente. La strada del dimostrare la falsità o la veridicità delle affermazioni di Viganò è stata abbandonata e queste sono le conseguenze. A parte le fantasiose ricostruzioni messe in circolazione, alcune delle quali teorizzano addirittura presunti complotti internazionali a base di dollari e oscuri figuri, si segnala un dato chiaro che arriva dagli Stati Uniti: i vescovi americani in gran parte chiedono di prendere sul serio quanto affermato da Viganò e di indagare.
Alle voci che abbiamo già segnalato sulla Verità nei giorni scorsi si aggiunge quella dell'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che in un comunicato lascia pochi dubbi sul suo punto di vista. Oltre a ribadire la propria stima e la fiducia nella credibilità dell'ex nunzio apostolico, Cordileone dice che «pur non avendo informazioni privilegiate sulla situazione dell'arcivescovo McCarrick, dalle informazioni che ho su pochissime altre dichiarazioni rilasciate dall'arcivescovo Viganò, posso confermare che sono vere». Insomma, qualcosa di vero tra le affermazioni di Viganò c'è e qualcuno è disposto a testimoniarlo. Sarebbe già sufficiente per uscire dal silenzio e affrontare la situazione per fare pulizia.
Le dichiarazioni dell'ex diplomatico vaticano «devono essere prese sul serio», prosegue Cordileone. «Naturalmente, per convalidare le sue dichiarazioni in dettaglio, dovrà essere condotta un'indagine formale, che sia completa e obiettiva. Sono pertanto grato al cardinale DiNardo (Daniel, presidente della Conferenza episcopale Usa, ndr) per aver riconosciuto il valore della ricerca di risposte “conclusive e basate su prove"». Di là dall'Oceano quindi c'è chi non vuole continuare a far interpretare ai giornalisti un testo che, fosse anche spurio, merita di essere indagato alla luce del sole, per evitare di continuare ad alimentare sospetti e inquietudine.
Il testo forse parla da sé, come ha ribadito Parolin, ma non si capisce perché non sia possibile smentirlo nel dettaglio e in modo formale. Lo stesso Segretario di Stato potrebbe smentire le cose che lo riguardano, oppure potrebbe farlo il prefetto della congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, il quale dicendo che non esisteva nessun dossier sull'ex cardinale McCarrick risolverebbe buona parte della situazione. Peraltro, monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario personale di Benedetto XVI, ha detto al Die Tagespost che il Papa emerito «non ha fatto commenti sul “memorandum" dell'arcivescovo Viganò e non ne farà». Se in Vaticano domina il silenzio, negli Stati Uniti c'è però una richiesta di chiarezza che potrebbe mettere in seria difficoltà anche la Santa Sede, la quale potrebbe essere costretta dagli eventi a compiere un'indagine.
Se nella Chiesa americana voleranno gli stracci, tanto per essere chiari, è ben difficile che il Vaticano possa restare alla finestra dicendo semplicemente «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio». Il testo di Viganò, infatti, per quanto avvincente non è un fanta thriller, anche perché dietro c'è la sofferenza di tante persone e il futuro della Chiesa, la cui missione resta pur sempre quella della salus animarum.
Lorenzo Bertocchi
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Angelo Sodano, Tarcisio Bertone, Oscar Maradiaga… Decine di cronache e inchieste avevano già gettato ombre sulle loro protezioni e disinvolture.Come il Papa, anche il Segretario di Stato rifiuta di rispondere nel merito alle accuse. Ma i vescovi Usa invocano «indagini formali».Lo speciale contiene due articoli«Giudicate voi». Si potrebbe cominciare dall'unica frase dedicata da papa Francesco alle accuse di Carlo Maria Viganò per andare oltre il «silenzio e preghiera» dietro al quale da tradizione millenaria i preti si nascondono quando non intendono spiegare. Giudicate voi se l'ex nunzio apostolico a Washington ha detto il vero o il falso. E potrete farlo confutando le sue parole, i nomi degli alti prelati chiamati in causa, attraverso ciò che di quelle accuse esiste da anni negli archivi. Perché, mentre gli indignados della sala stampa vaticana (la press gang Bergoglio) si limitano ad alzare i ponti levatoi in imbarazzanti difese d'ufficio, si scopre che certe sollecitazioni e certe pigre assoluzioni erano state segnalate molto prima di Viganò, e nell'indifferenza generale.L'operazione trasparenza trae spunto da un lavoro certosino effettuato da un affezionato lettore di Stilum Curiae, il sito del vaticanista Marco Tosatti che ha aiutato il monsignore a vergare le 11 pagine contro papa Francesco. Il primo nome chiamato in causa è quello del cardinale Angelo Sodano, già Segretario di Stato. È una novità il suo coinvolgimento nel dossier? Tutt'altro, visto che uno dei vaticanisti più raffinati e informati, Sandro Magister, nel 2006 scriveva sull'Espresso: «Via Sodano, cadrebbe anche un ostacolo a una decisione circa la sorte del potente fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, al quale Sodano è legatissimo. Sulle accuse a Maciel -abusi sessuali su suoi seminaristi e violazione del sacramento della confessione - la Congregazione per la dottrina della fede ha ultimato un'accuratissima preindagine. Lo scorso Venerdì santo, poco prima d'essere eletto papa, Ratzinger aveva indicato nella sporcizia uno dei mali da cui ripulire la Chiesa». Sempre riguardo alle malefatte del pedofilo seriale Maciel (peraltro molto vicino al cardinal Stanislav Dziwisz), a inizio 2017 Il Messaggero raccontò che le denunce del nunzio apostolico in Messico, Justo Mullor Garcia, a Sodano non ebbero molta fortuna. Una sua lettera si rivelò un boomerang; ad essere sollevato dall'incarico e accantonato fu lui. Erano in molti a sapere di lobby gay e pedofilia, pure in tempi non sospetti. Non solo Viganò.Il secondo nome circondato da un'aura di negatività è quello di Tarcisio Bertone, del quale Viganò sottolinea la facilità nel promuovere tonache omosessuali. Scandalo a orologeria? Peccato che nel libro Lussuria (editore Feltrinelli) Emiliano Fittipaldi abbia scritto: «Le più alte cariche della Santa Sede, tra cui per esempio il cardinal Bertone, hanno bloccato o insabbiato numerosi processi ritenendo più appropriato un salutare ammonimento per i preti pedofili». Nel best seller si legge che il cardinal Oscar Maradiaga avrebbe «addirittura ospitato un pedofilo latitante». La vicenda, oscura e dai contorni non definiti, tornerà prepotentemente alla ribalta dopo le dimissioni di monsignor Juan José Pineda, numero due di Maradiaga a Tegucigalpa, per «comportamenti inappropriati». Oltretevere si dice così. Ne scrisse anche Vatican Insider, il blog vaticano della Stampa che oggi, pur di difendere le amnesie di Bergoglio, prepara il rogo per Viganò.Un altro nome che scotta, perché vicino in termini di centimetri alla sacra veste del Papa, è quello del cardinale Francesco Coccopalmerio. Indignazione nei sacri palazzi, ma il 5 luglio 2017 Il Fatto Quotidiano titolava: «Vaticano, festino gay con droga per il segretario del cardinale Coccopalmerio. Nuova grana per papa Francesco». Il segretario era monsignor Luigi Capozzi ed era stato segnalato da Coccopalmerio per la promozione a vescovo; l'accusa era d'aver organizzato orge gay a base di droga e alcool. I gendarmi, chiamati dalle proteste dei vicini, si trovarono davanti a «uno scenario sconvolgente».Nel cuore del dossier, Viganò dedica numerose frasi alla vicenda del già cardinale Theodore McCarrick, omosessuale e reo confesso di abusi, costretto a rinunciare a tutto sempre troppo tardi. In molti sapevano, ben prima del j'accuse che mette in imbarazzo il pontefice, e molti scrissero. Negli Stati Uniti c'è un'intera pubblicistica. E il 2 agosto scorso sempre Sandro Magister, nel suo blog Settimo cielo, ha raccontato la miracolosa carriera di un ecclesiastico protetto da McCarrick, Kevin Farrell, nominato cardinale proprio da papa Francesco. Il Santo Padre era stato molto generoso anche con altri tre pupilli dell'orco destituito e mandato in quiescenza fuori tempo massimo: Donald Wuerl, Blase Cupich, Joseph William Tobin, molto probabilmente per essere asceso al soglio di Pietro anche con i voti raccolti dal potente e corrotto arcivescovo di Washington. Così Viganò è sulla graticola per avere messo insieme un puzzle composto da tasselli antichi. Per avere unito puntini che tutti conoscevano. Ma completando il gioco della Settimana enigmistica è risaltato in tutta la sua chiarezza il volto misterioso, ed è quello di papa Francesco, che pure ritiene di doversi trincerare dietro il passepartout «silenzio e preghiera». Erano tutti suoi figli. Giudicate voi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/falsario-lex-nunzio-ma-lui-non-e-il-primo-a-fare-certi-nomi-2600497518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-vaticano-non-cambia-linea-parolin-giudicate-voi" data-post-id="2600497518" data-published-at="1782034012" data-use-pagination="False"> Il Vaticano non cambia linea. Parolin: «Giudicate voi» Il Papa è «sereno», ma di fronte alla testimonianza resa da monsignor Carlo Maria Viganò, in Vaticano ci sono anche «amarezza» e «inquietudine». Lo ha detto ieri il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in un'intervista concessa al portale Vatican Insider de La Stampa. Il cardinale, anche lui citato nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti, non entra nel merito delle accuse presenti nel testo e, come il Papa, dice «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio. Il testo parla da sé». Una risposta che sta sollevando un fiume d'inchiostro e anche molta confusione, ovviamente. La strada del dimostrare la falsità o la veridicità delle affermazioni di Viganò è stata abbandonata e queste sono le conseguenze. A parte le fantasiose ricostruzioni messe in circolazione, alcune delle quali teorizzano addirittura presunti complotti internazionali a base di dollari e oscuri figuri, si segnala un dato chiaro che arriva dagli Stati Uniti: i vescovi americani in gran parte chiedono di prendere sul serio quanto affermato da Viganò e di indagare. Alle voci che abbiamo già segnalato sulla Verità nei giorni scorsi si aggiunge quella dell'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che in un comunicato lascia pochi dubbi sul suo punto di vista. Oltre a ribadire la propria stima e la fiducia nella credibilità dell'ex nunzio apostolico, Cordileone dice che «pur non avendo informazioni privilegiate sulla situazione dell'arcivescovo McCarrick, dalle informazioni che ho su pochissime altre dichiarazioni rilasciate dall'arcivescovo Viganò, posso confermare che sono vere». Insomma, qualcosa di vero tra le affermazioni di Viganò c'è e qualcuno è disposto a testimoniarlo. Sarebbe già sufficiente per uscire dal silenzio e affrontare la situazione per fare pulizia. Le dichiarazioni dell'ex diplomatico vaticano «devono essere prese sul serio», prosegue Cordileone. «Naturalmente, per convalidare le sue dichiarazioni in dettaglio, dovrà essere condotta un'indagine formale, che sia completa e obiettiva. Sono pertanto grato al cardinale DiNardo (Daniel, presidente della Conferenza episcopale Usa, ndr) per aver riconosciuto il valore della ricerca di risposte “conclusive e basate su prove"». Di là dall'Oceano quindi c'è chi non vuole continuare a far interpretare ai giornalisti un testo che, fosse anche spurio, merita di essere indagato alla luce del sole, per evitare di continuare ad alimentare sospetti e inquietudine. Il testo forse parla da sé, come ha ribadito Parolin, ma non si capisce perché non sia possibile smentirlo nel dettaglio e in modo formale. Lo stesso Segretario di Stato potrebbe smentire le cose che lo riguardano, oppure potrebbe farlo il prefetto della congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, il quale dicendo che non esisteva nessun dossier sull'ex cardinale McCarrick risolverebbe buona parte della situazione. Peraltro, monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario personale di Benedetto XVI, ha detto al Die Tagespost che il Papa emerito «non ha fatto commenti sul “memorandum" dell'arcivescovo Viganò e non ne farà». Se in Vaticano domina il silenzio, negli Stati Uniti c'è però una richiesta di chiarezza che potrebbe mettere in seria difficoltà anche la Santa Sede, la quale potrebbe essere costretta dagli eventi a compiere un'indagine. Se nella Chiesa americana voleranno gli stracci, tanto per essere chiari, è ben difficile che il Vaticano possa restare alla finestra dicendo semplicemente «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio». Il testo di Viganò, infatti, per quanto avvincente non è un fanta thriller, anche perché dietro c'è la sofferenza di tante persone e il futuro della Chiesa, la cui missione resta pur sempre quella della salus animarum. Lorenzo Bertocchi
I rottami del motorino sul quale viaggiava Sofia Barberi, 23 anni, morta a Ceriale dopo lo scontro con una Cinquecento guidata da una neopatentata (Ansa). Nel riquadro il frame tratto dal video girato e pubblicato su Instagram da un ragazzo, in cui viene ripreso il luogo dell'incidente in cui ha perso la vita la 23enne. Scena accompagnata dalle risate del giovane
Nel video, pubblicato in una storia Instagram da un ragazzo marocchino che era a bordo della Fiat 500 coinvolta nello schianto, vengono riprese le conseguenze dell’incidente. Sui due sedili anteriori ci sono due ragazze giovanissime. Su quelli posteriori due giovani marocchini (probabilmente minorenni). Poi, nonostante la consapevolezza che una vita si era spezzata troppo presto e che un’altra era appesa solo a un filo di speranza, arrivano le parole, pronunciate tra le risate, che hanno scatenato rabbia e indignazione: «Porca puttana, addio amica mia, free Noemi. Free Noemi. Ve lo giuro, questa è morta… abbiamo rotto tutto stanotte, bro’. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto». I filmati sono finiti rapidamente anche negli uffici investigativi dei carabinieri. Che hanno acquisito anche un secondo video ritenuto di rilievo per le indagini. Perché sembra mostrare alcuni momenti precedenti allo schianto.
La Verità è in possesso anche di un terzo filmato, girato probabilmente dopo le attività in caserma: si vedono i due ragazzi protagonisti anche degli altri due video seduti sul sedile posteriore di un’auto guidata da un ragazzo più grande. Uno dei due ha tra le mani una cartina, poi rollata. Sembrano ancora particolarmente su di giri mentre si riprendono. E alla fine uno dei due dice: «Comandiamo noi». Quando il caso esplode sui social, arriva però una parziale retromarcia. Nel pomeriggio il giovanotto è tornato sui social con un video di scuse: «Ragazzuoli, io chiedo scusa per le storie che ho messo. Non avevo capito la gravità delle cose, sono un coglione. Me ne vergogno. Non pensavo le cose fossero così gravi. Chiedo veramente scusa, una ragazza ha perso la vita e, boh, mi spiace veramente tanto. Scusate veramente per le storie». E ammette: «Ero ubriaco, non capivo la situazione, mi dispiace».
Ma la polemica non si è fermata. Durissimo l’intervento della Croce bianca di Finale Ligure, intervenuta sul luogo dell’incidente: «Vedere qualcuno fare l’idiota sui social» mentre i soccorritori «facevano l’impossibile sull’asfalto, mentre delle famiglie venivano distrutte per sempre da una notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere», lascia «senza parole e con un profondo senso di nausea e sdegno». L’incidente si è verificato intorno all’1 per cause che, per prudenza, gli investigatori definiscono come «ancora in fase di accertamento».
Le vittime viaggiavano su una moto. Come i due ragazzi finiti sull’asfalto, all’alba, al confine tra Marina di Pietrasanta e Forte dei Marmi, non lontano dalla discoteca Twiga. Da Ceriale alla Versilia, il copione cambia nei dettagli ma non nell’esito: ragazzi giovanissimi e famiglie costrette a fare i conti con una tragedia arrivata all’improvviso. Per un’inversione a «U» di un Suv Range Rover. Lo scooter che arriva sulla corsia opposta e l’impatto. Definitivo. Gabriele Martini, 17 anni, muore sul colpo. Il passeggero, sbalzato anche lui dall’urto, trasportato in elicottero all’ospedale Cisanello di Pisa e ricoverato in gravi condizioni. Dall’altra parte, invece, un buco nero. Perché le tre persone che si trovavano a bordo del Suv con targa svizzera coinvolto nell’incidente dopo la manovra improvvisa (l’inversione di marcia effettuata poco prima dell’impatto) si sono allontanate a piedi e hanno perdere le loro tracce.
Per Gabriele, residente a Viareggio e figlio di un operatore socio-sanitario del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia, i soccorritori che hanno tentato a lungo di rianimarlo si sono dovuti arrendere per constatare il decesso. Nel frattempo è scattata la caccia. I carabinieri hanno disposto controlli straordinari sul territorio. Raccolgono testimonianze e analizzano le immagini dei sistemi di videosorveglianza. Nel pomeriggio arriva la svolta. Il presunto conducente del Suv viene individuato a Forte dei Marmi. Si chiama Luigi Giordano, ha 27 anni, è originario di Catania e risiede a Trezzano sul Naviglio, nel Milanese. Secondo quanto ricostruito, sarebbe stato lui a fermare una volante della polizia e a dire: «Quello di stamattina sono io». Dopo l’interrogatorio è stato portato in ospedale per gli accertamenti tossicologici e alcolemici. Poi gli è stato contestato l’omicidio stradale con l’aggravante della fuga. In auto con lui c’erano due ragazze che sono poi state identificate dai carabinieri.
A Ceriale come in Versilia restano i filmati da analizzare e le indagini sulla dinamica da completare. Ma anche un vuoto che le indagini potranno spiegare, ma non colmare.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Cos’è successo al presidente degli Stati Uniti? Perché questo attacco a freddo al presidente del Consiglio? Su Hormuz «Hegseth era già stato chiaro il giorno prima e Trump non dimentica». Lo dice a microfoni spenti alla Verità un imprenditore che lavora ogni giorno con l’America e che era ai tavoli nella trattativa sui dazi lo scorso anno. Cosa aveva detto il segretario americano alla Guerra? «È stato vergognoso, questi alleati hanno messo a rischio i figli e le figlie dell’America, i nostri figli e le nostre figlie», ha accusato da Bruxelles, a pochi secondi dalla fine del G7. E poi l’affondo con le medie potenze «propense a parlare di un ordine internazionale basato sulle regole» che ancora pensano di essere nell’era del «passaggio gratis, degli scrocconi». Il riferimento evidente era per l’Italia e la Spagna. Nel 2025 i membri europei della Nato in realtà hanno aumentato le spese per la difesa del 14%, fino a circa 739 miliardi di euro, record dagli anni Cinquanta, però non tutti gli Stati hanno investito allo stesso modo: la Polonia è arrivata a spendere il 4,48% del Pil in armi e sicurezza. A seguire Lituania, Lettonia ed Estonia: i Baltici timorosi di Putin. Molto più indietro l’Italia, che si è fermata al 2,01% del Pil, la Francia al 2,05%, mentre Spagna, Belgio e Portogallo vivacchiano al 2% secco. L’obiettivo siglato lo scorso anno invece è di arrivare al 5%. Per il nostro Paese si tratterebbe di mettere sul piatto oltre 60 miliardi di euro. Dove trovarli? Soldi che, tra l’altro, secondo Oxford Economics finiscono fuori dal Continente: circa il 40% della spesa della Ue per equipaggiamenti militari è assorbita da importazioni da Paesi extra Ue.
Trump e l’amministrazione Usa aspettano che tiriamo fuori i soldi. E lui, come ha spiegato il segretario alla Guerra, «ce l’ha con noi come con tutti gli altri per il mancato supporto sia morale che concreto per la guerra all’Iran. Si è sentito, e si sente tutt’ora, tradito», sottolinea ancora la fonte che fa la spola tra le due sponde dell’Atlantico. Per questo Donald non tratta i leader europei come «alleati» e quindi li maltratta, se può.
Al di là della Nato e del mancato appoggio dell’Europa nella guerra all’Iran - vedi l’attacco alla Meloni sull’utilizzo delle basi militari - c’è però dell’altro. Qualcosa di extra militare, di economico, come si intuisce da un intervento su X di Andrea Stroppa, molto vicino a Elon Musk: «All’inizio di questa relazione Trump-Meloni avevo detto, privatamente e pubblicamente, che bisognava sfruttarla per le nostre aziende - grandi, medie e piccole - facendo accordi strategici. Volete che compriamo da voi o che vi sosteniamo su alcuni dossier? Bene, in cambio vogliamo investimenti, posti di lavoro, opportunità economiche». Secondo Stroppa non è mai partito questo circolo virtuoso a causa nostra. Il tema investimenti, in testa all’agenda Trump da sempre, alla fine poi muove anche la politica. Si è visto in questo anno e mezzo, dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, che il tycoon spara su tutti i leader europei per i suoi tornaconti: da Sànchez a Merz, passando per Starmer, fino a uno dei suoi bersagli preferiti, ovvero Macron, addirittura imitato durante una conferenza. A Versailles invece il presidente francese sembrava un amicone di Donald. E infatti dal primo «Choose France» del 2018, un anno dopo l’arrivo al potere di Macron, sono stati annunciati oltre 230 progetti. Secondo la società di consulenza EY, la Francia è da sette anni consecutivi il Paese che attira più investimenti esteri in Europa. Molti di questi investimenti sono americani, legati ai Data center, ad esempio, ma pure la giapponese SoftBank investirà 75 miliardi nell’intelligenza artificiale nel Paese transalpino.
Nel rapporto Transatlantic Economy 2026 la Francia risulta tra i maggiori destinatari di investimenti diretti americani in Europa, mentre l’Italia si colloca in una fascia inferiore: 120-150 miliardi di dollari verso Parigi rispetto ai 40-60 miliardi con destinazione Roma.
Tutto questo per dire che c’è qualcuno che, a suon di soldi e capacità di attrarre ancora più soldi, cerca di soppiantare la Meloni nel cuore di Donald. In fondo ci sono elezioni importanti nei prossimi mesi: prima il Mid-term negli Usa, poi nel 2027 toccherà alla Francia e all’Italia. Fatalità... Ovviamente, in un’ottica di Make America Great Again, Trump guarda al suo interesse: più produzione, più occupazione, più export. I numeri, nonostante analisi catastrofiste che si leggono da mesi, vedono un Pil Usa in calo ma con una performance quattro volte superiore a quello dell’eurozona, lavoratori oltre le attese e un deficit commerciale quasi dimezzato a forza di esportare idrocarburi. L’Italia, complice il blocco di Hormuz, è arrivata a importare quasi metà del Gnl dall’America. E la nostra dipendenza incide nei rapporti geopolitici, mentre in Francia il nucleare e gli acquisti di gas liquefatto da Mosca permettono a Macron di essere più «indipendente».
Meloni e Trump, salvo la possibilità di una clamorosa defezione da parte del tycoon, si rivedranno comunque al vertice Nato ad Ankara il 7 luglio. Chissà se fra venti giorni l’incidente diplomatico sarà ricucito o se qualche cosiddetto alleato europeo cercherà di allontanare ancora di più Italia e Usa.
La sinistra vuole usare il duello per spingere Giorgia nelle grinfie Ue
L’attacco del presidente americano Donald Trump alla premier Giorgia Meloni che avrebbe dovuto compattare gli schieramenti politici a difesa del Paese, è stato colto dal campo largo come l’ennesima occasione per buttarla nella caciara europeista. Per la serie, se questo è successo è perché c’è carenza di Europa e andando di sillogismo, se c’è poca Europa è perché Meloni ha rotto il fronte ed è andata avanti in modo autonomo.
«La premier paga per essere stata appiattita sulla politica estera di Trump ed essersi illusa di aver creato un ponte tra Italia e Stati Uniti. Cosa aspetta Meloni a dirsi decisamente pro Unione Europea?», ommenta il segretario di Più Europa Riccardo Magi, pur riconoscendo che «Trump è completamente fuori controllo» e non merita «alcun Nobel se non quello al bullismo».
Stessa musica dal M5S. Secondo Riccardo Ricciardi, capogruppo dei grillini alla Camera, «quanto sta accadendo, le parole del presidente Usa, sono frutto del servilismo mostrato in questi anni. Di chi ha avuto un atteggiamento di sudditanza verso Trump e Netanyahu al punto da fargli credere di poter umiliare il nostro Paese ogni volta che vogliono. FdI la smetta di guardarsi attorno alla ricerca di appigli: l’artefice di questo capolavoro politico è una sola, ed è Giorgia Meloni».
Daniela Ruffino di Azione dice che se «Trump è la malattia, l’Europa è la cura». E declina così il concetto di «malattia» che avrebbe come unica cura la maggiore accentuazione della Ue. «L’Occidente si sta perdendo nei meandri mentali di Donald Trump. Il suo disprezzo per i diritti umani, per gli istituti della democrazia e la divisione dei poteri, fanno di lui la più grave minaccia alle libertà civili mai nata nel cuore della democrazia americana». Ruffino sottolinea che «le aggressioni ai singoli leader europei» del presidente degli Stati Uniti, «non fanno distinzioni politiche, come troppo a lungo ha sperato Giorgia Meloni: per Trump è l’Unione Europea nel suo insieme un fardello mal sopportato e sul piano commerciale un concorrente da combattere. Prima il governo italiano prende atto di questa realtà e prima si potrà, nell’unica sede appropriata che è l’Europa, trovare la cura alla malattia. Trump è il simbolo del declino dell’Occidente. Sarà bene che gli alleati europei gli parlino il linguaggio crudo della verità, cioè il fallimento catastrofico dell’avventura iraniana».
Matteo Renzi va più diretto. Da Chicago dove è volato per partecipare all’inaugurazione dell’Obama Presidential Center, ha ricordato «quale fosse il rapporto tra Europa e Stati Uniti dieci anni fa. È quello che ci serve oggi: rispetto reciproco, non un dibattito da asilo». L’ex presidente del Consiglio, ha detto che «l’Europa deve svegliarsi, smetterla con la cultura Maga e tornare a costruire un’alternativa fondata sugli Stati Uniti d’Europa».
La vice presidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, se da una parte prende le difese di Meloni, dall’altra, tiene la barra dritta verso l’Europa che resta l’obiettivo del discorso. «Meloni ha fatto bene a replicare con la durezza e la chiarezza necessarie alle parole ignobili di Donald Trump, sempre più fuori controllo e sempre più inadeguato a rappresentare un grande Paese come gli Stati Uniti d’America. L’Italia e l’Europa non hanno mai implorato nessuno; è vero invece che in questi mesi abbiamo osservato con sgomento Trump con il cappello in mano davanti a Putin, Xi, e a tutti nemici delle democrazie liberali. Donald Trump è una sciagura per il popolo americano e per il mondo libero».
Ma dove vogliono andare a parare questi richiami a rafforzare il ruolo dell’Ue? L’obiettivo della sinistra è portare l’Italia a prendere posizione contro il meccanismo di voto all’unanimità in Europa. L’attacco decisivo alla sovranità degli Stati che Paesi come Ungheria, la Polonia e Italia contrastano. Perché non usare lo scontro con Trump per spingere l’Italia nelle grinfie dell’Ue?
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Estate, serve un’idea per far diventare la colazione un gioco ed evitare le “dipendenze” da prodotti iperprocessati. Torniamo a fare in casa i biscotti? Che ne dite? Magari coinvolgiamo anche i bambini; del resto c’è stata più di una generazione cresciuta con il Dolceforno! Questi biscotti sono facili da fare, moderni perché strizzano l’occhio ai corn flakes, poco zuccherati e soprattutto sono ottimi da portare sotto l’ombrellone come rompifame per i più piccoli. Ma anche i grandi ne approfitteranno.
Ingredienti – 350 gr di farina 00, 16 gr di lievito istantaneo per dolci in polvere, 100 gr di burro di primo affioramento, 2 uova di generose dimensioni, 90 gr di zucchero semolato, 100 gr di uvetta, 30 gr di corn flakes, un bicchierino di Marsala (facoltativo), due o tre cucchiai di zucchero a velo (facoltativi).
Procedimento – Mettete l’uvetta a rinvenire nel Marsala o se avete bambini piccoli in un po’ di acqua calda. Montate a bianco nella planetaria o in una ciotola con le fruste elettriche lo zucchero con le uova. Ora aggiungete il burro che avrete fatto ammorbidire e continuate ad amalgamare. A questo punto unite alle uova farina e lievito e seguitate a impastare. Otterrete una pasta abbastanza dura, aggiungete l‘uva passa scolata, ma non strizzata dal liquido di rinvenimento e impastate un’ultima volta. Sistemate un foglio di carta forno su di una placca poi con l’aiuto di un cucchiaio fate tante palline o delle quenelles dall’impasto che passerete nei corn flakes in modo che aderiscano bene all’impasto. Infornate a 180° gradi per circa una mezz’ora. Fate intiepidire e se volete servite cospargendo di zucchero a velo.
Come far divertire i bambini – Fatevi aiutare a fare le palline di biscotto e a passarle nel corn flakes.
Abbinamento – Logica vuole che usando il Marsala si continui con quello, perfetto è lo Zibibbo di Pantelleria, ma noi siamo andati su un altro passito siciliano: la Malvasia delle Lipari. E restando nelle isole anche un Aleatico dell’Elba farebbe ottima figura.
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