True
2018-08-31
Falsario l’ex nunzio? Ma lui non è il primo a fare certi nomi
Ansa
«Giudicate voi». Si potrebbe cominciare dall'unica frase dedicata da papa Francesco alle accuse di Carlo Maria Viganò per andare oltre il «silenzio e preghiera» dietro al quale da tradizione millenaria i preti si nascondono quando non intendono spiegare. Giudicate voi se l'ex nunzio apostolico a Washington ha detto il vero o il falso. E potrete farlo confutando le sue parole, i nomi degli alti prelati chiamati in causa, attraverso ciò che di quelle accuse esiste da anni negli archivi. Perché, mentre gli indignados della sala stampa vaticana (la press gang Bergoglio) si limitano ad alzare i ponti levatoi in imbarazzanti difese d'ufficio, si scopre che certe sollecitazioni e certe pigre assoluzioni erano state segnalate molto prima di Viganò, e nell'indifferenza generale.
L'operazione trasparenza trae spunto da un lavoro certosino effettuato da un affezionato lettore di Stilum Curiae, il sito del vaticanista Marco Tosatti che ha aiutato il monsignore a vergare le 11 pagine contro papa Francesco. Il primo nome chiamato in causa è quello del cardinale Angelo Sodano, già Segretario di Stato. È una novità il suo coinvolgimento nel dossier? Tutt'altro, visto che uno dei vaticanisti più raffinati e informati, Sandro Magister, nel 2006 scriveva sull'Espresso: «Via Sodano, cadrebbe anche un ostacolo a una decisione circa la sorte del potente fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, al quale Sodano è legatissimo. Sulle accuse a Maciel -abusi sessuali su suoi seminaristi e violazione del sacramento della confessione - la Congregazione per la dottrina della fede ha ultimato un'accuratissima preindagine. Lo scorso Venerdì santo, poco prima d'essere eletto papa, Ratzinger aveva indicato nella sporcizia uno dei mali da cui ripulire la Chiesa». Sempre riguardo alle malefatte del pedofilo seriale Maciel (peraltro molto vicino al cardinal Stanislav Dziwisz), a inizio 2017 Il Messaggero raccontò che le denunce del nunzio apostolico in Messico, Justo Mullor Garcia, a Sodano non ebbero molta fortuna. Una sua lettera si rivelò un boomerang; ad essere sollevato dall'incarico e accantonato fu lui. Erano in molti a sapere di lobby gay e pedofilia, pure in tempi non sospetti. Non solo Viganò.
Il secondo nome circondato da un'aura di negatività è quello di Tarcisio Bertone, del quale Viganò sottolinea la facilità nel promuovere tonache omosessuali. Scandalo a orologeria? Peccato che nel libro Lussuria (editore Feltrinelli) Emiliano Fittipaldi abbia scritto: «Le più alte cariche della Santa Sede, tra cui per esempio il cardinal Bertone, hanno bloccato o insabbiato numerosi processi ritenendo più appropriato un salutare ammonimento per i preti pedofili».
Nel best seller si legge che il cardinal Oscar Maradiaga avrebbe «addirittura ospitato un pedofilo latitante». La vicenda, oscura e dai contorni non definiti, tornerà prepotentemente alla ribalta dopo le dimissioni di monsignor Juan José Pineda, numero due di Maradiaga a Tegucigalpa, per «comportamenti inappropriati». Oltretevere si dice così. Ne scrisse anche Vatican Insider, il blog vaticano della Stampa che oggi, pur di difendere le amnesie di Bergoglio, prepara il rogo per Viganò.
Un altro nome che scotta, perché vicino in termini di centimetri alla sacra veste del Papa, è quello del cardinale Francesco Coccopalmerio. Indignazione nei sacri palazzi, ma il 5 luglio 2017 Il Fatto Quotidiano titolava: «Vaticano, festino gay con droga per il segretario del cardinale Coccopalmerio. Nuova grana per papa Francesco». Il segretario era monsignor Luigi Capozzi ed era stato segnalato da Coccopalmerio per la promozione a vescovo; l'accusa era d'aver organizzato orge gay a base di droga e alcool. I gendarmi, chiamati dalle proteste dei vicini, si trovarono davanti a «uno scenario sconvolgente».
Nel cuore del dossier, Viganò dedica numerose frasi alla vicenda del già cardinale Theodore McCarrick, omosessuale e reo confesso di abusi, costretto a rinunciare a tutto sempre troppo tardi. In molti sapevano, ben prima del j'accuse che mette in imbarazzo il pontefice, e molti scrissero. Negli Stati Uniti c'è un'intera pubblicistica. E il 2 agosto scorso sempre Sandro Magister, nel suo blog Settimo cielo, ha raccontato la miracolosa carriera di un ecclesiastico protetto da McCarrick, Kevin Farrell, nominato cardinale proprio da papa Francesco. Il Santo Padre era stato molto generoso anche con altri tre pupilli dell'orco destituito e mandato in quiescenza fuori tempo massimo: Donald Wuerl, Blase Cupich, Joseph William Tobin, molto probabilmente per essere asceso al soglio di Pietro anche con i voti raccolti dal potente e corrotto arcivescovo di Washington.
Così Viganò è sulla graticola per avere messo insieme un puzzle composto da tasselli antichi. Per avere unito puntini che tutti conoscevano. Ma completando il gioco della Settimana enigmistica è risaltato in tutta la sua chiarezza il volto misterioso, ed è quello di papa Francesco, che pure ritiene di doversi trincerare dietro il passepartout «silenzio e preghiera». Erano tutti suoi figli. Giudicate voi.
Il Vaticano non cambia linea. Parolin: «Giudicate voi»
Il Papa è «sereno», ma di fronte alla testimonianza resa da monsignor Carlo Maria Viganò, in Vaticano ci sono anche «amarezza» e «inquietudine». Lo ha detto ieri il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in un'intervista concessa al portale Vatican Insider de La Stampa. Il cardinale, anche lui citato nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti, non entra nel merito delle accuse presenti nel testo e, come il Papa, dice «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio. Il testo parla da sé».
Una risposta che sta sollevando un fiume d'inchiostro e anche molta confusione, ovviamente. La strada del dimostrare la falsità o la veridicità delle affermazioni di Viganò è stata abbandonata e queste sono le conseguenze. A parte le fantasiose ricostruzioni messe in circolazione, alcune delle quali teorizzano addirittura presunti complotti internazionali a base di dollari e oscuri figuri, si segnala un dato chiaro che arriva dagli Stati Uniti: i vescovi americani in gran parte chiedono di prendere sul serio quanto affermato da Viganò e di indagare.
Alle voci che abbiamo già segnalato sulla Verità nei giorni scorsi si aggiunge quella dell'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che in un comunicato lascia pochi dubbi sul suo punto di vista. Oltre a ribadire la propria stima e la fiducia nella credibilità dell'ex nunzio apostolico, Cordileone dice che «pur non avendo informazioni privilegiate sulla situazione dell'arcivescovo McCarrick, dalle informazioni che ho su pochissime altre dichiarazioni rilasciate dall'arcivescovo Viganò, posso confermare che sono vere». Insomma, qualcosa di vero tra le affermazioni di Viganò c'è e qualcuno è disposto a testimoniarlo. Sarebbe già sufficiente per uscire dal silenzio e affrontare la situazione per fare pulizia.
Le dichiarazioni dell'ex diplomatico vaticano «devono essere prese sul serio», prosegue Cordileone. «Naturalmente, per convalidare le sue dichiarazioni in dettaglio, dovrà essere condotta un'indagine formale, che sia completa e obiettiva. Sono pertanto grato al cardinale DiNardo (Daniel, presidente della Conferenza episcopale Usa, ndr) per aver riconosciuto il valore della ricerca di risposte “conclusive e basate su prove"». Di là dall'Oceano quindi c'è chi non vuole continuare a far interpretare ai giornalisti un testo che, fosse anche spurio, merita di essere indagato alla luce del sole, per evitare di continuare ad alimentare sospetti e inquietudine.
Il testo forse parla da sé, come ha ribadito Parolin, ma non si capisce perché non sia possibile smentirlo nel dettaglio e in modo formale. Lo stesso Segretario di Stato potrebbe smentire le cose che lo riguardano, oppure potrebbe farlo il prefetto della congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, il quale dicendo che non esisteva nessun dossier sull'ex cardinale McCarrick risolverebbe buona parte della situazione. Peraltro, monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario personale di Benedetto XVI, ha detto al Die Tagespost che il Papa emerito «non ha fatto commenti sul “memorandum" dell'arcivescovo Viganò e non ne farà». Se in Vaticano domina il silenzio, negli Stati Uniti c'è però una richiesta di chiarezza che potrebbe mettere in seria difficoltà anche la Santa Sede, la quale potrebbe essere costretta dagli eventi a compiere un'indagine.
Se nella Chiesa americana voleranno gli stracci, tanto per essere chiari, è ben difficile che il Vaticano possa restare alla finestra dicendo semplicemente «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio». Il testo di Viganò, infatti, per quanto avvincente non è un fanta thriller, anche perché dietro c'è la sofferenza di tante persone e il futuro della Chiesa, la cui missione resta pur sempre quella della salus animarum.
Lorenzo Bertocchi
Continua a leggereRiduci
Angelo Sodano, Tarcisio Bertone, Oscar Maradiaga… Decine di cronache e inchieste avevano già gettato ombre sulle loro protezioni e disinvolture.Come il Papa, anche il Segretario di Stato rifiuta di rispondere nel merito alle accuse. Ma i vescovi Usa invocano «indagini formali».Lo speciale contiene due articoli«Giudicate voi». Si potrebbe cominciare dall'unica frase dedicata da papa Francesco alle accuse di Carlo Maria Viganò per andare oltre il «silenzio e preghiera» dietro al quale da tradizione millenaria i preti si nascondono quando non intendono spiegare. Giudicate voi se l'ex nunzio apostolico a Washington ha detto il vero o il falso. E potrete farlo confutando le sue parole, i nomi degli alti prelati chiamati in causa, attraverso ciò che di quelle accuse esiste da anni negli archivi. Perché, mentre gli indignados della sala stampa vaticana (la press gang Bergoglio) si limitano ad alzare i ponti levatoi in imbarazzanti difese d'ufficio, si scopre che certe sollecitazioni e certe pigre assoluzioni erano state segnalate molto prima di Viganò, e nell'indifferenza generale.L'operazione trasparenza trae spunto da un lavoro certosino effettuato da un affezionato lettore di Stilum Curiae, il sito del vaticanista Marco Tosatti che ha aiutato il monsignore a vergare le 11 pagine contro papa Francesco. Il primo nome chiamato in causa è quello del cardinale Angelo Sodano, già Segretario di Stato. È una novità il suo coinvolgimento nel dossier? Tutt'altro, visto che uno dei vaticanisti più raffinati e informati, Sandro Magister, nel 2006 scriveva sull'Espresso: «Via Sodano, cadrebbe anche un ostacolo a una decisione circa la sorte del potente fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel, al quale Sodano è legatissimo. Sulle accuse a Maciel -abusi sessuali su suoi seminaristi e violazione del sacramento della confessione - la Congregazione per la dottrina della fede ha ultimato un'accuratissima preindagine. Lo scorso Venerdì santo, poco prima d'essere eletto papa, Ratzinger aveva indicato nella sporcizia uno dei mali da cui ripulire la Chiesa». Sempre riguardo alle malefatte del pedofilo seriale Maciel (peraltro molto vicino al cardinal Stanislav Dziwisz), a inizio 2017 Il Messaggero raccontò che le denunce del nunzio apostolico in Messico, Justo Mullor Garcia, a Sodano non ebbero molta fortuna. Una sua lettera si rivelò un boomerang; ad essere sollevato dall'incarico e accantonato fu lui. Erano in molti a sapere di lobby gay e pedofilia, pure in tempi non sospetti. Non solo Viganò.Il secondo nome circondato da un'aura di negatività è quello di Tarcisio Bertone, del quale Viganò sottolinea la facilità nel promuovere tonache omosessuali. Scandalo a orologeria? Peccato che nel libro Lussuria (editore Feltrinelli) Emiliano Fittipaldi abbia scritto: «Le più alte cariche della Santa Sede, tra cui per esempio il cardinal Bertone, hanno bloccato o insabbiato numerosi processi ritenendo più appropriato un salutare ammonimento per i preti pedofili». Nel best seller si legge che il cardinal Oscar Maradiaga avrebbe «addirittura ospitato un pedofilo latitante». La vicenda, oscura e dai contorni non definiti, tornerà prepotentemente alla ribalta dopo le dimissioni di monsignor Juan José Pineda, numero due di Maradiaga a Tegucigalpa, per «comportamenti inappropriati». Oltretevere si dice così. Ne scrisse anche Vatican Insider, il blog vaticano della Stampa che oggi, pur di difendere le amnesie di Bergoglio, prepara il rogo per Viganò.Un altro nome che scotta, perché vicino in termini di centimetri alla sacra veste del Papa, è quello del cardinale Francesco Coccopalmerio. Indignazione nei sacri palazzi, ma il 5 luglio 2017 Il Fatto Quotidiano titolava: «Vaticano, festino gay con droga per il segretario del cardinale Coccopalmerio. Nuova grana per papa Francesco». Il segretario era monsignor Luigi Capozzi ed era stato segnalato da Coccopalmerio per la promozione a vescovo; l'accusa era d'aver organizzato orge gay a base di droga e alcool. I gendarmi, chiamati dalle proteste dei vicini, si trovarono davanti a «uno scenario sconvolgente».Nel cuore del dossier, Viganò dedica numerose frasi alla vicenda del già cardinale Theodore McCarrick, omosessuale e reo confesso di abusi, costretto a rinunciare a tutto sempre troppo tardi. In molti sapevano, ben prima del j'accuse che mette in imbarazzo il pontefice, e molti scrissero. Negli Stati Uniti c'è un'intera pubblicistica. E il 2 agosto scorso sempre Sandro Magister, nel suo blog Settimo cielo, ha raccontato la miracolosa carriera di un ecclesiastico protetto da McCarrick, Kevin Farrell, nominato cardinale proprio da papa Francesco. Il Santo Padre era stato molto generoso anche con altri tre pupilli dell'orco destituito e mandato in quiescenza fuori tempo massimo: Donald Wuerl, Blase Cupich, Joseph William Tobin, molto probabilmente per essere asceso al soglio di Pietro anche con i voti raccolti dal potente e corrotto arcivescovo di Washington. Così Viganò è sulla graticola per avere messo insieme un puzzle composto da tasselli antichi. Per avere unito puntini che tutti conoscevano. Ma completando il gioco della Settimana enigmistica è risaltato in tutta la sua chiarezza il volto misterioso, ed è quello di papa Francesco, che pure ritiene di doversi trincerare dietro il passepartout «silenzio e preghiera». Erano tutti suoi figli. Giudicate voi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/falsario-lex-nunzio-ma-lui-non-e-il-primo-a-fare-certi-nomi-2600497518.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-vaticano-non-cambia-linea-parolin-giudicate-voi" data-post-id="2600497518" data-published-at="1778590927" data-use-pagination="False"> Il Vaticano non cambia linea. Parolin: «Giudicate voi» Il Papa è «sereno», ma di fronte alla testimonianza resa da monsignor Carlo Maria Viganò, in Vaticano ci sono anche «amarezza» e «inquietudine». Lo ha detto ieri il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, in un'intervista concessa al portale Vatican Insider de La Stampa. Il cardinale, anche lui citato nel memoriale dell'ex nunzio negli Stati Uniti, non entra nel merito delle accuse presenti nel testo e, come il Papa, dice «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio. Il testo parla da sé». Una risposta che sta sollevando un fiume d'inchiostro e anche molta confusione, ovviamente. La strada del dimostrare la falsità o la veridicità delle affermazioni di Viganò è stata abbandonata e queste sono le conseguenze. A parte le fantasiose ricostruzioni messe in circolazione, alcune delle quali teorizzano addirittura presunti complotti internazionali a base di dollari e oscuri figuri, si segnala un dato chiaro che arriva dagli Stati Uniti: i vescovi americani in gran parte chiedono di prendere sul serio quanto affermato da Viganò e di indagare. Alle voci che abbiamo già segnalato sulla Verità nei giorni scorsi si aggiunge quella dell'arcivescovo di San Francisco, monsignor Salvatore Cordileone, che in un comunicato lascia pochi dubbi sul suo punto di vista. Oltre a ribadire la propria stima e la fiducia nella credibilità dell'ex nunzio apostolico, Cordileone dice che «pur non avendo informazioni privilegiate sulla situazione dell'arcivescovo McCarrick, dalle informazioni che ho su pochissime altre dichiarazioni rilasciate dall'arcivescovo Viganò, posso confermare che sono vere». Insomma, qualcosa di vero tra le affermazioni di Viganò c'è e qualcuno è disposto a testimoniarlo. Sarebbe già sufficiente per uscire dal silenzio e affrontare la situazione per fare pulizia. Le dichiarazioni dell'ex diplomatico vaticano «devono essere prese sul serio», prosegue Cordileone. «Naturalmente, per convalidare le sue dichiarazioni in dettaglio, dovrà essere condotta un'indagine formale, che sia completa e obiettiva. Sono pertanto grato al cardinale DiNardo (Daniel, presidente della Conferenza episcopale Usa, ndr) per aver riconosciuto il valore della ricerca di risposte “conclusive e basate su prove"». Di là dall'Oceano quindi c'è chi non vuole continuare a far interpretare ai giornalisti un testo che, fosse anche spurio, merita di essere indagato alla luce del sole, per evitare di continuare ad alimentare sospetti e inquietudine. Il testo forse parla da sé, come ha ribadito Parolin, ma non si capisce perché non sia possibile smentirlo nel dettaglio e in modo formale. Lo stesso Segretario di Stato potrebbe smentire le cose che lo riguardano, oppure potrebbe farlo il prefetto della congregazione per i vescovi, il cardinale Marc Ouellet, il quale dicendo che non esisteva nessun dossier sull'ex cardinale McCarrick risolverebbe buona parte della situazione. Peraltro, monsignor Georg Gänswein, prefetto della Casa pontificia e segretario personale di Benedetto XVI, ha detto al Die Tagespost che il Papa emerito «non ha fatto commenti sul “memorandum" dell'arcivescovo Viganò e non ne farà». Se in Vaticano domina il silenzio, negli Stati Uniti c'è però una richiesta di chiarezza che potrebbe mettere in seria difficoltà anche la Santa Sede, la quale potrebbe essere costretta dagli eventi a compiere un'indagine. Se nella Chiesa americana voleranno gli stracci, tanto per essere chiari, è ben difficile che il Vaticano possa restare alla finestra dicendo semplicemente «leggetelo voi e fatevi un vostro giudizio». Il testo di Viganò, infatti, per quanto avvincente non è un fanta thriller, anche perché dietro c'è la sofferenza di tante persone e il futuro della Chiesa, la cui missione resta pur sempre quella della salus animarum. Lorenzo Bertocchi
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
Continua a leggereRiduci
Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
Continua a leggereRiduci