
Il meeting delle grandi nazioni d’Occidente, il G7, entra nel vivo. E sembra dedicarsi a un solo grande tema: creare un percorso comune anti Pechino. Nonostante la Cina sia il convitato di pietra del consesso a cui oltre all’Italia partecipano Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Canada e Giappone, le scelte e le mancate scelte sui temi delle sanzioni, delle materie prima e delle nuove tecnologie portano chiaramente in una direzione. Il Giappone, che è storicamente il Paese più ostile all’espansionismo di Pechino, mette assieme un circuito di interessi che si dipanano lungo il Pacifico e arrivano direttamente nel Mediterraneo. D’altro canto la Cina sempre ieri ha mandato un segnale altrettanto forte. Ha volutamente convocato nello Shaanxi un meeting con le nazioni dell’Asia centrale. Nel suo discorso introduttivo, Xi Jinping ha tenuto a ricordare che la Via della seta è stata lanciata nel 2013 assieme ai Paesi dell’Asia centrale e che la situazione è matura per dare un ulteriore colpo di crescita delle relazioni lungo quell’asse. Quando Xi parla di stabilità, prosperità e armoniosità connessa manda nei fatti un messaggio chiaro. Intende creare un condominio andando a sostituire l’influenza russa in quella parte del mondo. Sempre nel suo discorso ha usato due concetti cari al Pcc: sviluppo delle iniziative di civilizzazione globale e di sicurezza. Nel frattempo Xi chiede anche scambi diretti, nuove piattaforme logistiche e soprattutto gas ed energia. In pratica, da un lato Pechino prova a blindare l’entroterra e dall’altro i Paesi del G7 alzano le aspettative nel Pacifico. Entrambi i blocchi confermano una sorta di dualismo che alla fine porta lo stesso G7 a cercare posizioni concrete in materia di sanzioni verso la Russia e di ricostruzione della filiera produttiva.
In pratica, ieri i premier dei Paesi occidentali sembrano aver partorito l’idea di prendere tempo sul possibile blocco totale dell’export russo di metano e petrolio inserendo sistemi di interdizione alle triangolazioni. Formalmente ieri il G7 ha dato il via a nuove restrizioni per la Russia all’import di pezzi di ricambio per il manifatturiero e all’export di diamanti, ma nella sostanza i capi di Stato e di governo del G7 hanno fatto altri: pur usando parole ferme contro l’elusione delle sanzioni e le varie triangolazioni grazie alle quali affluiscono alla Russia materiali che possono essere usati per rafforzare i dispositivi militari e comunque alleviare il peso delle sanzioni Ue, hanno prevalso prudenza e circospezione per non inimicarsi il fronte dei Paesi terzi, a partire dall’India. Il G7 ha infatti deciso per ora di limitarsi a lanciare un allarme, senza tuttavia specificarne la natura. In questo modo, si eviterebbe di aumentare le pressioni della Russia e di conseguenza un ulteriore avvicinamento di Mosca a Pechino.
Dall’altra parte, nel suo intervento di ieri Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha confermato la necessità di creare un club delle materie prime. «Nonostante tutte le difficoltà geopolitiche, la transizione verso l’energia pulita sta accelerando e offre reali opportunità di crescita. Ci concentreremo sul rafforzamento del sistema di produzione pulita in Europa. Ma stiamo anche spostando la nostra attenzione. Quando ho avviato il Green deal europeo», ha proseguito la von der Leyen, «nel 2019, la priorità era la rapida diffusione delle energie rinnovabili. Ora dobbiamo concentrarci anche sull’approvvigionamento: come arrivare a una capacità produttiva sufficiente? Come garantire l’accesso alla tecnologia e, ancora di più, alle materie prime critiche? Il G7 e molti altri vogliono sfruttare le enormi opportunità che derivano dalla transizione verso emissioni zero. Dobbiamo trovare la strada migliore sia per il clima sia le nostre economie, che sono intrecciati». Al di là della fuffa green che appare in questo contesto come un copione recitato, la novità è sostanziale. Soprattutto perché è pronunciata in Giappone, il Paese che può fare da capolinea di una nuova filiera produttiva.
Non è un caso che alcuni funzionari del Mimint abbiano preparato il viaggio di Giorgia Meloni visitando aziende che si occupano di microchip a Taiwan, Singapore e Tokyo. Così come non è assolutamente casuale il pressing che si sta creando attorno alla scelta del governo di abbandonare il memorandum sulla Via della seta. A fine anno l’accordo firmato dal governo Conte sarà da bloccare, altrimenti si rinnoverà in automatico per altri quattro anni.
È chiaro che più che mai che se l’Italia vuole stare nel G7, almeno nella speranza che si riformi veramente una filiera produttiva tra Paesi alleati, è fondamentale ritornare con la Cina a semplici rapporti commerciali. I numeri dicono da un lato che l’accordo sulla Via della seta non ci ha in alcun modo aiutati. Le partite sono però complesse e la stessa Europa non aiuta. Purtroppo molti Paesi vanno in ordine sparso e sperano di mandare avanti altri e restare in seconda fila per mantenere con Pechino migliori rapporti. Vale per la Francia ma anche per la Germania. Non a caso da tempo, se ci si presta attenzione, la Commissione non parla più di decoupling, deconsolidamento del rapporto con la Cina, ma di derisking , cioè alleggerimento. Dettagli non da poco per un cerino che gira tra molte mani.






