Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e turismo della Camera dei Deputati, durante i primi giorni di Expo 2025 a Osaka. «Saranno sei mesi di grandi contenuti al Padiglione Italia, gia' considerato uno dei migliori».
Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e turismo della Camera dei Deputati, durante i primi giorni di Expo 2025 a Osaka. «Saranno sei mesi di grandi contenuti al Padiglione Italia, gia' considerato uno dei migliori».
Il ceo di d’Amico Società di Navigazione, Cesare d’Amico (Imagoeconomica)
Il ceo di d’Amico Società di Navigazione: «Oggi assicurare una petroliera costa 10 milioni in più. Il Covid insegna: i costi di trasporto restano alti a lungo anche dopo l’emergenza. Il governo valuti la scorta militare ai convogli».
«La guerra in Iran ha avuto un impatto sensibile sul trasporto marittimo. Il traffico nello Stretto è drasticamente ridotto (oltre il 90%) e in questo momento praticamente paralizzato. Circa 3.000 navi sono bloccate all’interno del Golfo Persico. Per cui le compagnie di navigazione, tra cui la nostra, hanno deviato su rotte alternative. Tutto questo comporta un’interruzione delle catene di approvvigionamento, soprattutto per energia, materie prime, semilavorati e merci deperibili e non, dirette verso Asia, Medio Oriente ed Europa».
È uno scenario drammatico quello tracciato da Cesare d’Amico, ceo di d’Amico Società di Navigazione. L’armatore ricorda che «dal Golfo Persico vengono esportati insieme al petrolio e i suoi derivati anche il 33% dei fertilizzanti determinanti nell’agricoltura, il 30% di materie prime per l’industria edile, il 14% della produzione di alluminio. Invece i Paesi del Golfo Persico a loro volta importano circa 200 milioni di tonnellate l’anno di prodotti agricoli. La conseguenza immediata è che i noli si impennano e vi è una esplosione dei costi assicurativi a conseguenza dell’aumentato rischio, il che genera facilmente del panico, perché si pensa non si riesca a trovare una nave o sia impossibile trasportare il carico. È una situazione molto delicata che va gestita con prudenza e attenzione».
Cosa potrebbe accadere qualora il conflitto dovesse durare per altri mesi ancora?
«Più a lungo questa situazione si protrarrà, più sarà complesso e lento il ritorno a condizioni di normalità. Guardando a quanto accaduto con il Covid, anche dopo la fase acuta i costi di trasporto e i noli sono rimasti elevati per un periodo prolungato. Su alcune tipologie di merci il nolo incide mediamente tra il 7% e il 12%. Sarà inoltre determinante capire come evolveranno i prezzi delle materie prime e dei prodotti. Diverso è il comparto dei container, che risulta particolarmente colpito, dato che i flussi in entrata e in uscita sono sostanzialmente fermi. Attualmente una parte significativa del commercio globale è bloccata, con effetti diretti e spesso negativi sui costi. Tutto questo senza considerare i danni che la guerra sta causando alle varie infrastrutture e che potrebbero avere delle conseguenze importanti anche dopo la conclusione del conflitto. A questo riguardo sappiamo che il 16% delle infrastrutture per l’esportazione del gas dal Qatar è stato seriamente danneggiato e potrebbero volerci fino a 5 anni per riportare i volumi di esportazione di gas a quelli di prima del conflitto».
Ci sono soluzioni alternative al canale di Hormuz da prendere in considerazione per il trasporto?
«L’unica alternativa al momento, che riguarda solamente il petrolio, è attraverso l’uso della pipeline che fu realizzata negli anni Ottanta, che unisce il Golfo Persico e il Mar Rosso. Cosa che sta già avvenendo. Con transito delle navi dal Mediterraneo attraverso Suez verso Gedda e il contrario, dal momento che la rotta di Bab el Mandeb verso sud resta altamente compromessa, anche se al momento gli Huthi sembrerebbe non partecipino al conflitto».
Come vi siete regolati? Avete bloccato la flotta o scelto tratte diverse?
«Fin dall’inizio del conflitto tra Ucraina e Russia, insieme a mio cugino Paolo abbiamo preso la decisione chiara di non far operare le nostre navi in aree di guerra. La priorità assoluta resta la sicurezza dei marittimi, e non intendiamo esporli ad alcun rischio finché non saranno garantite condizioni di transito sicuro. Auspichiamo la possibilità di organizzare convogli commerciali scortati da unità militari, come avvenuto in passato durante l’invasione dell’Iraq, quando fu assicurato il passaggio nello stretto di Hormuz. Anche il presidente di Confitarma, Mario Zanetti, ha sollecitato il governo italiano a valutare questa opzione. In precedenti esperienze, la Marina Militare ha svolto un ruolo estremamente efficace, contribuendo a mantenere gli equipaggi in condizioni di tranquillità e sicurezza grazie alla presenza costante delle navi di scorta».
Di quanto sono aumentati i premi assicurativi? E quanto si prevede che saliranno ancora qualora il conflitto dovesse proseguire?
«Con la dichiarazione di zona di guerra tutta una serie di coperture assicurative sono state annullate. La Lloyd’s di Londra ha cominciato a dare ogni 12 ore le sue quotazioni per il passaggio di Hormuz, quotazioni che possono cambiare in ogni momento. I primi effetti sono importanti, si parla del 5% del valore della nave. Quindi, se considero una nave di medie dimensioni dal valore di 30 milioni di euro, significa un aumento di 1 milione e mezzo. Se andiamo ad applicare le tariffe su petroliere o navi da 300.000 tonnellate, che possono arrivare a valere anche 200 milioni di dollari, il rincaro è di 10 milioni di dollari e vale per una settimana. Significa che se passati 7 giorni non si è riusciti a uscire è necessario rinegoziare con l’assicurazione. Oggi questo costo viene ribaltato al noleggiatore o al caricatore, verrà poi considerato nel prezzo della merce per poi avere aumenti anche per il consumatore finale».
E i rincari dei noli?
«La situazione resta estremamente fluida con un mercato estremamente volatile in cui assistiamo a noli estremamente onerosi ma anche a navi che devono cambiare posizione in zavorra (quindi vuote) per trovare un carico».
Quanto incidono i noli e quanto i premi sulle merci trasportate?
«Anche qui non ci sono dati univoci, dipendono dal valore della merce. Comunque, nelle condizioni attuali, il costo logistico complessivo può incidere tra il 10% e il 15%, con il nolo come componente principale e i premi assicurativi che, in uno scenario di guerra, assumono un peso insolitamente elevato e crescente. Va detto che i prodotti raffinati che l’Europa importa dal Golfo Persico rappresentano solo il 4%, contano molto più il West Africa e gli Stati Uniti. Influenza il gas che va a influire sulla generazione di energia. Una fetta importante di gas proviene dal Golfo Persico, quasi il 20%, e un deficit potrebbe portare alla riattivazione delle centrali termoelettriche e quindi dell’importazione di carbone dall’Australia, dall’Indonesia e dal Sud Africa. Per far sì che i prezzi dell’energia non salgano troppo bisogna trovare un giusto mix e quindi ricorrere anche al trasporto di carbone. A questo riguardo ben venga il provvedimento del governo di non fermare completamente un paio di centrali in Italia. In momenti di crisi energetica piuttosto rilevanti è importante avere la possibilità di poter usufruire anche del carbone, storicamente la fonte di energia fossile più economica, al fine di calmierare i prezzi dell’energia ed in particolare le possibili speculazioni».
I premi assicurativi impattano sulla marginalità operativa? Come vengono ripartiti con i caricatori?
«Nel contesto attuale, l’armatore sembra disporre di un margine di manovra più ampio; tuttavia, è fondamentale ricordare che, al di là delle decisioni operative, l’equipaggio mantiene la facoltà di opporsi alla navigazione in determinate aree. In tali circostanze, nessuna leva economica può risultare determinante. Se in passato queste zone, pur considerate a rischio, comportavano premi assicurativi standard – generalmente compresi tra i 15.000 e i 30.000 dollari e già inclusi nel conto viaggio – oggi lo scenario è mutato: si tratta di un rischio che l’armatore non è più disposto ad assumersi, e i relativi costi assicurativi vengono quindi quotati separatamente e sostenuti dal carico».
C’è il rischio che i rincari assicurativi e dei noli permangano anche alla fine del conflitto?
«La conclusione delle ostilità ridurrebbe drasticamente gli extra costi assicurativi con il loro azzeramento solo con il consolidamento dell’assenza di rischio totale al transito. Invece per quanto concerne i noli il riaggiustamento e riallineamento dipenderà da come la filiera logistica si normalizzerà».
I vostri equipaggi sono addestrati in caso di emergenza?
«Manteniamo un contatto costante con tutte le nostre navi nel mondo. A bordo sono già previste procedure codificate per affrontare situazioni di rischio, come l’ingresso improvviso in un’area di conflitto. Gli equipaggi sono preparati e sanno esattamente come comportarsi. Hanno inoltre la possibilità di restare in continuo contatto con le proprie famiglie, così da rassicurarle anche in contesti complessi. Si parla molto dei ritardi nelle merci, dei costi e dell’impatto sui consumi, ma troppo poco di chi rende possibile contenere questi effetti. Sono i nostri equipaggi, che lavorano con grande dedizione e professionalità: un impegno di cui dobbiamo essere profondamente grati e orgogliosi».
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L'operazione al porto partenopeo da parte di Agenzia delle Dogane e Guardia di Finanza: scoperti container diretti in Nigeria con oltre 130 tonnellate di rifiuti tessili nascosti come merce usata.
Nell’ambito dei servizi di contrasto alla gestione illecita dei rifiuti, i funzionari dell’Ufficio Adm di Napoli, insieme ai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, hanno sequestrato, all’interno del porto partenopeo, diversi container destinati in Nigeria.
All’interno dei container sono stati rinvenuti 130.808 chilogrammi di rifiuti tessili, classificati come rifiuti speciali non pericolosi. Secondo la documentazione accompagnatoria, però, avrebbero dovuto contenere oggettistica usata. Per questi fatti sono stati denunciati due responsabili con le accuse di traffico illecito di rifiuti e falso ideologico.
In particolare, a seguito di una specifica attività di analisi dei rischi locali, i funzionari dell’Adm e le Fiamme gialle del II Gruppo Napoli hanno accertato la presenza, all’interno dei container, di numerosi sacchi contenenti indumenti, scarpe e borse usate, provenienti dalla raccolta nei centri urbani. Tali materiali sono stati classificati come rifiuti tessili, in quanto non sottoposti ai prescritti processi di selezione e igienizzazione.
L’analisi della documentazione ha inoltre permesso di accertare che le due società che avevano organizzato la spedizione non disponevano delle necessarie autorizzazioni per il trattamento dei rifiuti.
Al termine dei controlli, i legali rappresentanti delle due società — un 47enne originario del napoletano e una 59enne originaria dell’Ucraina — sono stati deferiti all’Autorità giudiziaria presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli per traffico illecito di rifiuti e falso ideologico.
L’operazione conferma la collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza nel contrasto ai traffici illeciti e nella tutela dell’ambiente.
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Il viceministro agli Esteri Edmondo Cirielli (Imagoeconomica)
Il viceministro agli Esteri: «Non faccio ancora il nome del Paese. Rivendico il dialogo coi russi, chi parla alle mie spalle è codardo».
«Siamo in trattativa per aprire un nuovo importante canale di approvvigionamento per il gas, nel nome della sicurezza energetica italiana». Edmondo Cirielli, viceministro agli Esteri in quota Fratelli d’Italia, affronta tutti i temi sul tavolo, dalla crisi internazionale ai dolori post referendum. «Era una buona riforma, ma andava spiegata meglio. L’idea di andare a votare non ha fondamento». E sulla polemica riguardante l’incontro con l’ambasciatore russo: «Qualcuno si comporta in modo codardo parlando alle spalle, ma tutti riconoscono che ho agito bene».
La crisi in Iran sembra inasprirsi, l’inflazione rialza la testa guidata dai rincari energetici. Si va verso il caos?
«Tutti stiamo sperando in una de-escalation. Ma è difficile capire quanto la componente fanatica si stia indebolendo rispetto a quella pragmatica. L’obiettivo è una chiusura e un superamento rapido del conflitto».
Nel frattempo, in Italia la maggioranza fa i conti con la sconfitta referendaria, e si parla di una «fase due» dell’esecutivo. Quale sarà il vessillo politico di questo nuovo corso?
«Io, più di che di fase due, parlerei di continuazione della fase uno. Ora più che mai c’è bisogno di stabilità, per continuare a portare avanti la nostra azione di governo, sia in Italia che all’estero. Giorgia Meloni e Antonio Tajani hanno svolto una grandissima azione diplomatica, tesa a sostenere le nostre esportazioni. E sicuramente bisognerà ripartire dall’economia».
Romperete le regole europee per affrontare il caro bollette? Discuterete della riapertura delle forniture di gas russo?
«Quella russa è una partita molto delicata. L’Italia deve muoversi con intelligenza e intraprendenza, ma all’interno dell’Unione europea. La Meloni è stata in visita in Algeria con successo: adesso non è strettamente necessario ricorrere al petrolio o al gas russo».
L’Italia sta cercando nuovi flussi di gas, dovesse Hormuz restare chiuso a lungo?
«Le alternative le abbiamo già messe in piedi. C’è anche una trattativa importante in corso, riguardante un Paese che per ora non posso nominare, nell’interesse dell’Italia e della sicurezza energetica. Abbiamo lavorato benissimo con l’Algeria e con l’Azerbaigian. Quando altri Paesi avevano rapporti pessimi con Baku per via della questione armena, abbiamo lavorato per la pace, conquistando un ruolo importante nel raggiungimento di quell’accordo».
Il suo incontro con l’ambasciatore russo Paramonov ha destato molto scalpore. L’opposizione ha chiesto le sue dimissioni.
«L’incontro con l’ambasciatore russo non è mai stato un caso reale all’interno del partito. Nessuno mi ha detto che ho sbagliato; anzi, tutti hanno riconosciuto che ho agito bene».
Qualcuno dice che, per via di quell’incontro, nelle ultime ore anche lei ha rischiato la poltrona. È vero, o è «fuoco amico» contro di lei?
«Se qualcuno parla alle spalle con i giornalisti è un problema suo, non del partito. Certamente non sarò simpatico a tutti, anche perché sono uno con consenso, lunga esperienza politica, e con un certo percorso di studi, cosa che in politica non è normalissima».
E quindi?
«Che ci possa essere qualche invidioso è possibile: ma li perdono, li capisco. Resta il fatto che parlare di nascosto con i giornalisti è un comportamento un po’ codardo».
Tajani ha precisato che il suo incontro con l’ambasciatore russo è avvenuto alla luce del sole, e che questa polemica non ha senso. Ma cosa vi siete detti con Paramonov?
«Sono i russi ad averci chiesto un incontro. Io ho ribadito tutte le nostre critiche sull’intervento in Ucraina e su come hanno gestito la vicenda. Loro tiravano fuori il passato, hanno parlato del fallimento degli accordi di Minsk. Io gli ho risposto: non buttatela sul giuridico, avete fatto una guerra, e chi fa la guerra rinuncia al diritto. La conversazione è stata registrata, e tutto si è svolto in maniera trasparente».
Tra Italia e Russia c’è un canale di dialogo aperto?
«Sì, ed è importante. Se vuoi fare la pace, qualcuno deve pur parlare con le persone. È del tutto normale avere rapporti con gli ambasciatori accreditati. Ho incontrato uomini di governo dell’Iran, ho telefonato a personalità importanti del Venezuela».
Tornando in Italia, ha sentito Daniela Santanchè? Perché questo «repulisti» nella maggioranza?
«È stata una mossa basata su valutazioni che il premier aveva già espresso in precedenza, prima del voto. E l’idea era abbastanza condivisa. Mi sembra che Santanchè, Delmastro e Bartolozzi abbiano capito».
Perché non si è intervenuti prima del referendum?
«Forse si è valutato di non procedere prima per non influenzare il voto. Io stimo tutte e tre le persone in questione, ma mi sembra che abbiano concordato con il premier questo percorso: dunque lo considero un incidente chiuso».
Qual è stato l’errore più grande commesso in questa campagna referendaria?
«La sinistra ha diffuso falsità, che a lungo andare sono diventate mezze verità. Forse abbiamo sottovalutato la situazione, anche se fin da gennaio, nella direzione nazionale, avevo paventato questo rischio: pensavamo che certe bugie non avrebbero condizionato l’elettorato. Così non è stato».
Eccessiva politicizzazione?
«Non dovevamo cadere nella provocazione: la sinistra avrebbe cercato di buttarla in caciara proprio perché non aveva argomenti di merito, e puntava allo scontro contro il governo. Giorgia Meloni inizialmente non è scesa subito in campo, però poi lo ha fatto, con i toni giusti. Probabilmente, se tutti avessero condotto la campagna come lei sin dall’inizio, sarebbe andata diversamente».
Cause esterne?
«Probabilmente anche la tensione legata al conflitto in Medio Oriente ha creato qualche preoccupazione nell’elettorato. Una cosa è certa, guardando ai flussi elettorali: non è una sconfitta del governo. È una sconfitta ristretta al tema della giustizia, perché i nostri elettori non hanno capito la riforma. E non l’hanno capita perché l’abbiamo spiegata male».
Un’Italia spaccata?
«Sì, il dato vero che emerge è che esiste una spaccatura nella società. Tendenzialmente metà della popolazione era determinata a cambiare le cose, e ha votato Sì. Anche le opposizioni non dovrebbero ignorare questa metà del Paese, tanto più che molta gente di sinistra ha votato a favore».
I magistrati a Napoli intonano «Bella Ciao».
«Sentire i cori contro il premier e contro il sostituto procuratore Imparato, è stata una grande delusione. Sono un ufficiale dei Carabinieri, mio fratello indossa la toga, e ho una considerazione straordinaria nei confronti della magistratura. Ma quelle immagini fanno malissimo».
Teme vendette della magistratura nei confronti della classe di governo?
«Non più di tanto. Come è accaduto in passato, c’è qualche magistrato ideologizzato e politicizzato; quelli che lo erano prima, lo sono anche adesso. Chi abusa del proprio potere continuerà a farlo. Credo però che la stragrande maggioranza dei magistrati continuerà a fare il proprio lavoro con serietà e onestà».
Qualcuno nella maggioranza preferirebbe andare a votare.
«Sono voci che non ho sentito. E non mi sembrano fondate. Io credo che il governo stia facendo bene, soprattutto in materia di economia, lavoro, fisco e stabilità finanziaria, e ci stiamo muovendo bene all’estero, nonostante una situazione davvero complicata».
Dunque?
«Non dobbiamo piangerci addosso: abbiamo governato bene e non abbiamo niente di cui vergognarci. I governi di sinistra che ci hanno preceduto hanno accumulato 1.500 miliardi di nuovi debiti, da Monti fino all’arrivo di Giorgia Meloni. Noi invece stiamo risanando, abbiamo migliorato lo spread, abbiamo fatto cose straordinarie. Non riconoscerlo solo perché c’è stata una battuta d’arresto, sarebbe sbagliato. La riforma era giusta: io la rivendico».
Le riforme finiranno nel cassetto, per evitare altre delusioni?
«Al contrario, le riforme importanti vanno portate avanti. La giustizia riguarda tutti. E occorre cambiare la legge elettorale, anche ascoltando l’opposizione, con chiarezza».
Francamente, è difficile riesumare il premierato, vista la situazione.
«Sapevamo già che il premierato non sarebbe stato varato in questa legislatura. Adesso abbiamo davanti solo un anno e mezzo: mi sembra veramente improbabile».
È rimasto deluso dal voto in Campania?
«A parte Napoli e provincia, dove c’è stato un voto molto netto, nel resto della Campania il risultato è finito più o meno uno o due punti sotto la media nazionale. Nelle grandi aree metropolitane qualcosa non ha funzionato e bisognerà valutarlo attentamente dal punto di vista politico».
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Paolo Del Debbio analizza le dinamiche nel centrodestra alla luce della sconfitta al referendum sulla riforma della magistratura, tra le dimissioni di ministri e sottosegretari e l'addio di Maurizio Gasparri al ruolo di capogruppo in Forza Italia.







