Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e turismo della Camera dei Deputati, durante i primi giorni di Expo 2025 a Osaka. «Saranno sei mesi di grandi contenuti al Padiglione Italia, gia' considerato uno dei migliori».
Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e turismo della Camera dei Deputati, durante i primi giorni di Expo 2025 a Osaka. «Saranno sei mesi di grandi contenuti al Padiglione Italia, gia' considerato uno dei migliori».
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Accolta l’azione del Movimento consumatori. Annullate le clausole che avevano permesso l’aumento degli abbonamenti. Gli utenti potranno ottenere le somme indebitamente pagate e forse anche un indennizzo. Il colosso: «Faremo ricorso».
Prima abbonamenti promo, poi rincari o meglio modifiche all’abbonamento. Quanto vissuto dagli utenti di Netflix Italia, negli ultimi anni, era solo uno dei tanti leit motiv dello streaming. Ma, adesso, una sentenza del Tribunale mette nero su bianco che quegli aumenti erano totalmente «illegittimi». Una pillola difficile da mandare giù per l’azienda dopo la decisione del Tribunale di Roma che ha accolto il ricorso presentato da Movimento consumatori. I giudici hanno accertato la vessatorietà, e quindi la nullità, delle clausole che consentivano la modifica del prezzo degli abbonamenti e di altre condizioni contrattuali dal 2017 a gennaio 2024.
Il ricorso aveva preso il via da anomalie riscontrate nelle variazioni di prezzo che si sono registrate, in particolare, in quel periodo. E che, in un primo momento, erano state recepite come «normali» dai clienti Netflix. Nello specifico, secondo quanto evidenziato anche nello stesso ricorso, quelle clausole, «in violazione» del Codice del consumo, hanno consentito di modificare gli abbonamenti in realtà senza indicare nel contratto un giustificato motivo. Di conseguenza, i giudici hanno dichiarato illegittimi gli aumenti unilaterali degli abbonamenti applicati da Netflix negli anni 2017, 2019, 2021 e novembre 2024 (si fa però eccezione per gli aumenti relativi a contratti che sono stati stipulati successivamente a gennaio 2024).
Adesso che cosa succederà? Da quanto si è appreso, ogni abbonato avrà diritto a una riduzione del prezzo attuale dell’abbonamento, alla restituzione delle somme indebitamente pagate e anche all’eventuale risarcimento del danno. Ma, la novità sostanziale della sentenza è che il rimborso dovrebbe spettare anche agli ex clienti. Infatti, ora le tante domande e i dubbi che assalgono gli abbonati o ex abbonati riguardano proprio modalità e tempistiche con cui chiedere i rimborsi.
Difatti, si parla di un rimborso di circa 500 euro, ma che non spetterebbe a tutti perché la cifra dovrebbe dipendere dalla durata dell’abbonamento e anche dal Piano tariffario sottoscritto. Il condizionale è d’obbligo dal momento che, dopo la decisione dei giudici, bisognerà valutare l’iter per quantificare l’ammontare dei rimborsi. Ma c’è dell’altro. La sentenza impone a Netflix di ridurre anche i prezzi degli abbonamenti attuali in misura pari agli aumenti illegittimi. Per intenderci: se un cliente premium ha attivato l’abbonamento nel 2017 e oggi paga 19,99 euro, ha diritto allo stesso servizio al corrispettivo di 11,99 euro. Mentre un cliente standard che paga 13,99 dovrà corrispondere 9.99 euro.
La decisione dei giudici romani è ben strutturata. Infatti, il Tribunale ha imposto a Netflix di pubblicare il contenuto della sentenza sul proprio sito e su quotidiani di rilevanza nazionale e di informare tutti i consumatori, inclusi quelli che hanno disdetto l’abbonamento, della nullità delle clausole e del diritto al rimborso. Gli avvocati Paolo Fiorio e Corrado Pinna, che hanno assistito il Movimento consumatori nella causa, hanno spiegato il significato di questa sentenza e pure le conseguenze che ne deriveranno: «La decisione riguarda milioni di consumatori. Si stima che, in Italia, Netflix sia passata da 1,9 milioni di clienti nel 2019 a circa 5,4 milioni a ottobre 2025. Per il Piano Premium, gli aumenti illegittimi applicati negli anni 2017, 2019, 2021 e 2024 ammontano oggi complessivamente a otto euro al mese, mentre per il piano standard gli aumenti ammontano ad oggi complessivamente a quattro euro al mese. Gli aumenti illegittimi riguardano anche il piano base che ha visto un aumento di due euro nell’ottobre del 2024. Un cliente premium che ha pagato ininterrottamente Netflix dal 2017 ad oggi, ha diritto alla restituzione di circa 500 euro, mentre a un cliente standard dovrebbero essere restituiti circa 250 euro».
La posizione del Movimento consumatori è abbastanza chiara. Secondo il presidente Alessandro Mostaccio, «se Netflix non provvederà immediatamente a ridurre i prezzi e a rimborsare i clienti avvieremo una class action per garantire a tutti gli utenti la restituzione di quanto indebitamente pagato». Infatti, potrebbero essere avviate anche delle azioni collettive. Si tratta, però, di una vicenda ancora tutta in evoluzione sia per quanto riguarda le procedure che gli eventuali rimborsi. Intanto, Netflix Italia ha già reso noto di «presentare ricorso» contro la decisione del Tribunale di Roma perché, spiegano, «i nostri abbonati vengono prima di tutto. Prendiamo molto sul serio i diritti dei consumatori e crediamo che le nostre condizioni siano sempre state in linea con la normativa e le prassi italiane».
Ma, in soldoni, chi può quindi chiedere il rimborso? Anche in questo caso, per avere una certezza bisognerà attendere la formalità dell’iter procedurale. Eppure, già si sa chi può potenzialmente sperare di ottenere indietro dei soldi versati in modo «illegittimo»: gli utenti che hanno attivato un abbonamento prima del 2024; gli ex abbonati in quegli anni di riferimento anche se ora non sono più clienti Netflix; ma anche tutti gli abbonati che, nel corso degli anni, hanno subito un aumento tariffario non motivato. Ovviamente, bisognerà fare chiarezza su come utenti ed ex utenti saranno informati sulla procedura da seguire, ovvero se Netflix renderà note queste informazioni sulla propria piattaforma. La sentenza, emessa dal Tribunale di Roma, rappresenta un segnale importante, e allo stesso tempo pone sotto i riflettori l’atavica questione della trasparenza nei contratti digitali e nella comunicazione degli aumenti di prezzo. Si tratta di un problema che è diventato da tempo più evidente nel settore dello streaming, ma che ha da sempre preoccupato i servizi con abbonamento.
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I pedaggi voluti dal Parlamento sciita si riscuotono in yuan o, meglio, in stablecoin. Eludendo i circuiti occidentali. Un deputato alla «Verità»: «Ci lavoriamo da tempo».
Il passaggio dallo Stretto di Hormuz è stato trasformato dalle Guardie della Rivoluzione iraniane (Irgc) in un checkpoint a pagamento, dove le navi devono presentare una documentazione per ottenere il permesso di transito. Dopo un’attenta verifica, anche geopolitica, il naviglio ottiene il passaggio dietro pagamento in yuan cinesi o in stablecoin, una delle criptovalute più stabili presenti sul mercato.
Questi asset digitali contribuiscono alla creazione di un vero e proprio sistema bancario ombra, estremamente difficile da tracciare, perché esterno al sistema Swift. La procedura, ricostruita da Bloomberg, prevede l’assegnazione di un codice al mercantile e di una scorta armata da parte delle marina iraniana. Tutto fatto attraverso alcune agenzie di intermediazione che lavorano a stretto contatto con il comando navale della provincia dell’Hormozgan, che si occupa di controllare che la nave non abbia nessun collegamento con Israele, Stati Uniti o altri Paesi considerati nemici. Viene poi applicato un punteggio di amicizia da 1 a 5, spiega ancora Bloomberg, che si tramuta nel costo di 1 dollaro al barile per le petroliere che vogliono passare da Hormuz. Secondo Al Jazeera, almeno due navi avrebbero già pagato questa tariffa ed altre sarebbero sotto esame in questi giorni.
Il Parlamento di Teheran ha approvato una proposta di legge formale per istituzionalizzare tale sistema. «Chi vuole passare da Hormuz deve pagare», dice alla Verità il deputato Mohammad Rezaei Kouchi, che guida la commissione civile del Parlamento. «La nostra Marina garantisce la sicurezza di questa arteria vitale ed è stata necessaria una legge sulle tariffe. Non siamo influenzati dall’aggressione sionista-americana, da tempo pensavamo che fosse giusto mettere un pedaggio e stiamo istituzionalizzando pagamenti in criptovalute ed in moneta cinese, ma come un meccanismo duraturo per ottenere entrate certe da un luogo strategico per le economie globali. Sarà tutto molto semplice: deve passare sotto il controllo del checkpoint tra le isole di Qeshim e di Larak e le motovedette della marina della Repubblica islamica garantiranno che tutto si svolgerà in sicurezza».
Non è ancora chiaro se le petroliere dirette in Asia abbiamo rispettato questo tariffario, né se la valuta cinese sia già stata scartata e si punti esclusivamente sulle criptovalute perché ritenute più sicure, come dicono alcuni economisti. Il vicepresidente dell’Iran, Mohammad Reza Aref, è stato fra i primi a introdurre l’idea di superare i pagamenti in dollari, scegliendo un asseti di riferimento differente.
«Nel novembre del 2025», ha spiegato il politico, «ho proposto alle nazioni che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco) di creare una sorta di stablecoin sotto il nostro controllo che sarebbe fondamentale per i commerci e aggirerebbe le ingiuste e crudeli sanzioni che da 47 anni cercano di strangolare il popolo iraniano. Questa valuta appoggiata da Cina, India, Russia e tutte le altre nazioni, potrebbe cambiare gli equilibri economici globali, rafforzare la fiducia e aumentare la trasparenza fra i membri, tutto con l’obiettivo di uno sviluppo comune. Un argomento che avevamo affrontato anche nei Brics , il gruppo economico nato per contrastare l’egemonia dell’occidente, ma che non si era mai concretizzato. Serve un sistema che sia indipendente dal dispotismo americano e il transito dello stretto di Hormuz ci sembra un’ottima occasione per rompere questa dittatura economica di Washington e dei suoi alleati.
Da tempo l’Iran ha intrapreso la strada dell’adozione delle criptovalute, ritenendole un mezzo fondamentale per rafforzare l’indipendenza finanziaria della nostra nazione. L’Iran non sarebbe in grado di raggiungere l’obiettivo di sviluppo di digitalizzare il 10% della sua economia senza adottare le criptovalute. Questa metodica offre un nuovo modo di fare affari e pagare le transazioni commerciali e adesso noi lo utilizzeremo per aumentare le nostre entrate e molte nazioni sono già pronte ad accettare le nostre condizioni».
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Guido Crosetto (Ansa)
Italia, Germania e Francia pronte al richiamo se non cambiano le regole d’ingaggio.
Il fronte libanese resta incandescente e, questa volta, a essere colpiti sono anche i caschi blu. Un’esplosione avvenuta ieri pomeriggio in un sito delle Nazioni Unite vicino a Odaisseh ha ferito tre militari, due dei quali in modo grave. L’origine resta ancora sconosciuta, ma il segnale è chiaro: la missione Unifil si trova ormai nel pieno di un conflitto che non ha più nulla del peacekeeping tradizionale. Sul terreno, infatti, il ritmo degli scontri ha ormai raggiunto livelli da guerra aperta: oltre 100 lanci quotidiani da parte di Hezbollah e circa 300 attacchi israeliani al giorno.
La giornata, del resto, è stata segnata da un’escalation continua. L’esercito israeliano ha annunciato di aver ucciso 15 miliziani di Hezbollah nel Sud del Libano, sostenendo che stavano preparando un attacco. Nelle stesse ore, l’Idf ha avvertito la popolazione della valle della Bekaa di evacuare l’area in vista di raid contro due ponti strategici, quelli di Sohmor e Mashghara, per interrompere il flusso di rinforzi e armamenti ai miliziani pro Teheran. Parallelamente, nuovi attacchi hanno colpito i quartieri meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah, mentre l’ambasciata Usa ha invitato i propri cittadini a lasciare il Paese, avvertendo che le università libanesi potrebbero diventare obiettivi di attacchi da parte di gruppi legati all’Iran.
In questo contesto, Israele sta dettando una linea sempre più dura. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha parlato apertamente della necessità di smantellare l’arsenale di Hezbollah «con mezzi militari e politici», arrivando a evocare la distruzione dei villaggi di confine sul modello di quanto avvenuto a Rafah e Khan Younis nella Striscia di Gaza. Una posizione che, tuttavia, si scontra con le valutazioni più caute degli stessi vertici militari: secondo fonti dell’Idf, disarmare Hezbollah richiederebbe di fatto l’occupazione dell’intero Libano. Uno scenario che, obiettivamente, al momento appare fuori portata.
Da qui prende forma un’altra opzione sul tavolo: la creazione di una zona cuscinetto nel Sud del Paese, larga tra i due e i tre chilometri lungo il confine con Israele. Il piano dell’esercito prevede l’evacuazione della maggior parte dei civili dai villaggi interessati e l’assenza di avamposti permanenti, con l’obiettivo di impedire il ritorno dei miliziani di Hezbollah e ridurre il rischio di contatti diretti con la popolazione. Una soluzione che, di fatto, significa militarizzare l’intera area, cristallizzando e normalizzando il conflitto.
Tra l’incudine libanese e il martello israeliano restano, sempre più esposti, i contingenti internazionali. L’esplosione di ieri e la serie di incidenti registrati negli ultimi giorni confermano che i caschi blu operano ormai in un contesto per il quale non sono stati pensati, senza strumenti adeguati a difendersi in uno scenario di guerra aperta. Di qui la mossa italiana. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha inviato una lettera al segretario generale dell’Onu, António Guterres, chiedendo una revisione delle regole d’ingaggio della missione Unifil. La richiesta, coordinata con Francia e Spagna, è perentoria: o si rafforza il mandato, consentendo ai militari di operare in condizioni di maggiore sicurezza, oppure si dovrà valutare un ritiro anticipato del nostro contingente. Una posizione che riflette la crescente preoccupazione per l’incolumità dei circa 1.300 militari impegnati nell’area. D’altronde, proprio il giorno precedente, la base italiana a Shama era stata colpita da un razzo, senza provocare feriti. Ma non è detto che la prossima volta i nostri soldati saranno così fortunati.
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Emmanuel Macron (Ansa)
All’Onu, la Francia si schiera con Mosca e Pechino contro l’uso della forza nello Stretto e subito una sua nave, la prima europea, transita in quelle acque. Via libera pure a una metaniera nipponica. Teheran sfida Roma.
Abracadabra: mentre Parigi, all’Onu, si schierava con Pechino e Mosca contro l’uso della forza a Hormuz, una sua nave riusciva ad attraversare lo Stretto. L’imbarcazione scampata al fuoco iraniano è la Kribi, una portacontainer battente bandiera maltese, ma appartenente al gruppo armatoriale transalpino Cma Cgm. Giovedì ha comunicato alle autorità sciite di avere, appunto, un proprietario francese.
Dopodiché, sulla direttrice Est-Ovest, ha transitato senza problemi lungo il braccio di mare conteso, passando a Nord dell’isola di Larak, sulla rotta per cui i pasdaran riscuotono i loro pedaggi; ieri mattina si trovava già al largo della costa dell’Oman. Si tratta del primo scafo di un Paese europeo a superare l’altolà di Teheran agli alleati di Usa e Israele. Si vede che il regime non percepisce più la Francia come tale. D’altronde, se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, fermo per il Venerdì santo, ha rinviato il voto sulla risoluzione dedicata alla riapertura di Hormuz, è sicuro che, per orientare la bozza presentata dal Bahrein, è stato decisivo il veto dei rappresentanti transalpini, russi e cinesi. Tutti contrari a un’operazione che preveda l’uso della forza. Il documento, quindi, autorizza solo l’impiego di «mezzi difensivi necessari e commisurati alle circostanze», «per un periodo di almeno sei mesi».
Emmanuel Macron aveva chiarito la sua posizione già in occasione del vertice, convocato da Londra, con la coalizione dei 40 volenterosi - Italia inclusa - disposti a partecipare a una operazione nello Stretto: un intervento militare, ha detto l’inquilino dell’Eliseo, sarebbe un’opzione «irrealistica». C’è anche il problema della copertura giuridica: Roma e Berlino insistono per un mandato internazionale. Antonio Tajani pensa proprio all’Onu, mentre il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, valuta di riadattare la missione Ue Aspides, ora dispiegata nel Mar Rosso per gli Huthi.
Al netto degli attriti personali tra Macron e Donald Trump, è assodato che i partner occidentali dell’America non hanno intenzione di lasciarsi coinvolgere in una campagna bellica tutt’altro che trionfante. A blandire la Casa Bianca, ci starebbe pensando la Germania: secondo la Bild, Merz avrebbe incaricato il suo consigliere per la politica estera, Günter Sautter, di consegnare a tycoon un messaggio con le condizioni alle quali gli europei potrebbero impegnarsi nel Golfo. Ieri, su Truth, Trump ha tirato fuori un’altra idea roboante: «Con un po’ più di tempo, possiamo facilmente aprire lo Stretto di Hormuz, prendere il petrolio e fare una fortuna. Potrebbe essere un pozzo petrolifero per il mondo?». Se per appurarlo servono ben più delle ultime due settimane di guerra da lui promesse, c’è da scommettere che nessuno lo vorrà scoprire.
Più che sulle armi, dunque, si punta sui negoziati. Se lo sono ribadito l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, per la verità irrilevante come al solito, e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi. E anche Macron, durante la sua visita in Corea del Sud, ha annunciato di essere al lavoro, in «cooperazione» con altri Paesi europei e con Seul, per consentire il transito delle navi a Hormuz. Nel frattempo, anche un natante giapponese, ieri, è riuscito a transitare indenne in quelle acque insidiose. Lo ha confermato la compagnia comproprietaria, Mitsui Osk Lines: la metaniera Sohar, con bandiera di Panama, è diventata la prima nipponica a superare il blocco dall’inizio delle ostilità.
Nei giorni scorsi, si era vociferato di contatti tra Tokyo e Teheran per negoziare un tributo, che si paga in yuan o in criptovalute. Ennesimo smacco per Trump, che deve fare i conti pure con l’abbattimento di un altro F-15. Ed ennesima prova che chi dipende dagli approvvigionamenti del Golfo non sta ad aspettare Godot, ossia il trionfo di Washington e Tel Aviv. Risultato: stando ai dati della società di intelligence marittima Windward, il numero di scafi che sono riusciti ad attraversare lo Stretto è in aumento. Mercoledì, i transiti sono saliti a 16, terzo incremento giornaliero consecutivo, anche se le 130 navi al giorno che viaggiavano lì prima della guerra restano un miraggio. I natanti sono passati per lo più dal «casello» di Larak; una rotta alternativa, radente le coste dell’Oman, scelta da due petroliere del Sultanato e dalla nave Gnl giapponese, sarebbe stata attivata sulla scorta di colloqui tra Mascate e Teheran.
Un messaggio, ieri, l’Iran lo ha mandato anche a noi: l’ambasciata dei mullah a Roma, su X, ha scritto che «prima di parlare della riapertura dello Stretto di Hormuz, l’Italia deve opporsi con fermezza alla palese violazione del diritto internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti». Fonti italiane hanno spiegato che «esistono interlocuzioni per arrivare a una cessazione della ostilità». Ma la provocazione illustra bene il paradosso della guerra di Bibi e Donald: hanno mutilato così nel profondo il regime islamista, da lasciargli il coltello dalla parte del manico.
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