Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e turismo della Camera dei Deputati, durante i primi giorni di Expo 2025 a Osaka. «Saranno sei mesi di grandi contenuti al Padiglione Italia, gia' considerato uno dei migliori».
Federico Mollicone, presidente della Commissione cultura, scienza e turismo della Camera dei Deputati, durante i primi giorni di Expo 2025 a Osaka. «Saranno sei mesi di grandi contenuti al Padiglione Italia, gia' considerato uno dei migliori».
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A maggio l’industria accelera, così come il mercato dell’auto I dati buoni però potrebbero spingere Bruxelles a non aiutarci.
L’industria europea ha un nuovo copione e non è quello che si recitava fino a qualche anno fa nei salotti di Bruxelles. La trama si è ribaltata senza chiedere permesso: la Germania rallenta, la Francia inciampa, la Spagna frena.
L’Italia, invece, accelera. È un dato, non uno slogan. A maggio l’indice Pmi manifatturiero elaborato da S&P Global sale a 52,9 punti, dai 52,1 di aprile: massimo da oltre quattro anni. Il resto d’Europa, invece, procede con il freno a mano. La Germania si ferma a 50,1, appena sopra la soglia tra crescita e contrazione che sta a quota 50 punti. La Francia scivola a 49, di nuovo sotto l’acqua. La Spagna rallenta a 51,2. L’eurozona nel complesso si ferma a 51,6, in calo dal 52,2.
Significa che l’Italia oggi non solo cresce, ma guida il gruppo. Lo fa in un contesto terremotato: tensioni geopolitiche, energia instabile, logistica ancora intermittente. Eppure le fabbriche macinano produzione, gli ordini tornano a salire, gli acquisti di materie prime si rafforzano. Un’industria che, almeno nei numeri, sembra aver trovato un passo più svelto dei partner europei.
C’è però il dettaglio che rende la storia meno lineare e molto più interessante. Perché questa crescita non è frutto di un forte aumento dei consumi. Funziona altro: le imprese fanno scorte, si mettono al riparo da possibili nuovi shock energetici e logistici. Crescita sì, ma anche assicurazione sul futuro. Non è un’impressione: gli acquisti di materie prime crescono al ritmo più rapido dall’aprile 2022. I tempi di consegna peggiorano al livello più critico degli ultimi quattro anni. È il ritorno di un vecchio film che l’Europa pensava di aver archiviato dopo la pandemia: catene di fornitura tese, magazzini pieni, domanda anticipata.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella con meno entusiasmo: i costi. Le imprese italiane pagano energia, componenti e semilavorati sempre di più. I prezzi di acquisto crescono al ritmo più alto da quattro anni. L’industria corre. Ma il pavimento è scivoloso.
Il quadro europeo conferma la stanchezza strutturale. I nuovi ordini nell’eurozona si sono praticamente fermati dopo il rimbalzo di aprile. E soprattutto c’è un dato che pesa più di un punto decimale: l’occupazione manifatturiera è in contrazione da 36 mesi consecutivi. Tre anni di ridimensionamento silenzioso, senza grandi titoli ma con effetti cumulativi profondi.
La Germania resta in piedi, ma appena sopra la linea di galleggiamento. La Francia torna in territorio negativo e nel primo trimestre segna un -0,1% di Pil, piccolo solo nella forma. La Spagna rallenta. L’eurozona perde slancio. L’Italia si prende la scena. Lo stesso schema si ripete anche fuori dalle fabbriche. Il mercato dell’auto, a maggio 2026, cresce del 7,6%: 150.096 immatricolazioni contro le 139.445 dello stesso mese dell’anno precedente. Un settore che non esplode, ma tiene e cresce mentre altrove si raffredda.
Dentro questo quadro, Stellantis diventa una sorta di termometro domestico: 43.426 immatricolazioni nel mese, +9,9% rispetto al mercato. Tre modelli nelle prime quattro posizioni - Fiat Pandina al primo posto, Leapmotor T03 al terzo, Jeep Avenger al quarto - e una quota che sale al 28,9%, in crescita rispetto all’anno precedente. Nei privati il segnale è ancora più netto: volumi +52% e quota dal 20,8% al 27,3%. Non un boom, ma un ritorno di vitalità selettiva. E qui il paradosso si fa quasi politico, prima ancora che economico.
Perché mentre l’Italia mostra numeri migliori della media europea, proprio quei numeri rischiano di complicare il dossier che più interessa al governo: lo spazio di manovra di bilancio. Domani la Commissione europea dovrà rispondere alla richiesta italiana di maggiore flessibilità per fronteggiare il caro energia. E qui la storia si ribalta. Raffaele Fitto sta lavorando da settimane per costruire un canale di flessibilità intelligente: riassegnare risorse dei fondi di coesione, allargarne l’uso, rendere più elastica la risposta ai rincari energetici.
Ma c’è un problema che a Bruxelles conoscono bene: se un’economia cresce più degli altri, diventa difficile sostenere che abbia bisogno di spinte extra. In altri termini, la narrativa del «caso Italia» perde urgenza proprio quando i dati migliorano. E così si arriva all’ultima ironia del meccanismo di Bruxelles: più l’Italia va bene, più diventa complicato convincere l’Europa che deve aiutarla.
A questo punto, per una volta, non resta che una sola speranza operativa: affidarsi al Partito democratico. Continua a ripetere che il nostro Paese è in crisi nera, stagnante, quasi sull’orlo del baratro. Magari, alla fine, riuscirà a convincere la Commissione europea. Per paradosso, a furia di catastrofismo rischiano di fare un favore a Giorgia Meloni. E, del tutto involontariamente, anche all’Italia.
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La Meloni e Giorgetti sono sempre meno convinti di ricorrere al programma «Safe», dal quale il nostro Paese aveva prenotato 15 miliardi. Il vantaggio sul pagamento degli interessi è praticamente inesistente. E poi ci sarebbe il costo della burocrazia Ue.
Ai cantori delle virtù salvifiche per l’Italia del debito comune Ue pare essersi rotto il giocattolo tra le mani.
Infatti, per quanto riguarda il finanziamento delle spese per la difesa, è passato senza colpo ferire il termine del 31 maggio (non perentorio) per firmare l’accordo di prestito per lo strumento Safe, per il quale l’Italia aveva opzionato la somma di 14,9 miliardi.
Una sorta di Pnrr militare che mette a disposizione degli Stati membri prestiti, a condizioni almeno in apparenza particolarmente vantaggiose, fino a 150 miliardi, di cui finora sono stati opzionati circa 130 miliardi.
Ora è arrivato il momento di passare dalle opzioni non vincolanti ai fatti concludenti e l’Italia non è più così convinta di aggiungere altri 15 miliardi ai 123 miliardi di debiti che già oggi abbiamo con la Ue. L’ipotesi che circola è quella di chiedere un prestito di soli 4-5 miliardi, una cifra così modesta rispetto alle dimensioni della nostra finanza pubblica, che appare sostanzialmente un garbato rifiuto. Ed è evidente lo smacco per i difensori in servizio permanente effettivo del debito comune come bacchetta magica in grado di risolvere tutti i nostri problemi.
Eppure i segnali premonitori non erano mancati. Già nel documento di finanza pubblica di fine aprile si attribuivano al Safe solo «alcuni vantaggi finanziari». Insomma, l’equivalente della scelta di una banca per il mutuo, una volta deciso di ristrutturare la casa. Con l’essenziale precisazione, nascosta in una noticina in fondo a pagina 80, che «il piano presentato alla Commissione contempla tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio e non porteranno a spese aggiuntive. Fanno eccezione quattro voci che esulano dal perimetro dei progetti finanziabili col Safe; il loro importo è estremamente limitato e la copertura avverrà tramite riduzione di altri capitoli di spesa». Concetto ribadito dal ministro Giancarlo Giorgetti a metà maggio alla Camera: «La quasi totalità dei programmi di spesa che l’Italia pensa di finanziare con Safe riguarda contratti già esistenti e tuttora in corso di esecuzione».
In altre parole, al Mef e alla Difesa hanno svuotato i cassetti, prendendo progetti già inseriti a bilancio e quindi nei tendenziali di spesa, e li hanno candidati al finanziamento con il Safe, anziché con l’emissione di titoli pubblici. Nessuna spesa aggiuntiva causata dalla Ue. Esattamente come avvenuto col Pnrr per circa 60 miliardi su 194.
Il 31 maggio la scadenza riguardava la firma degli accordi di prestito, degli accordi operativi e la presentazione dei contratti firmati aventi come unico committente l’Italia, dopo questa data devono essere coinvolti almeno due Stati membri. Quindi tecnicamente c’è ancora tempo, ma è la volontà politica che sta vacillando. Perché contemporaneamente il presidente Giorgia Meloni e lo stesso Giorgetti hanno più volte ribadito l’insostenibilità politica di prestiti per le spese militari, mentre la Commissione non autorizza un maggiore deficit per aiutare famiglie e imprese colpite dalla crisi dei prezzi energetici.
Una posizione di sfida che a Bruxelles non hanno preso bene e, come spesso accade in questi casi, hanno affidato i loro malumori ad una sapiente «velina» veicolata sul Financial Times che ha immediatamente ripreso notizie di un «furioso litigio» sul tema tra la Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Le perplessità dell’Italia dovrebbero essere però fondate anche sul rapporto costi-benefici degli ipotetici 15 miliardi di prestito Ue. Infatti, premesso che una somma del genere è solo una piccola frazione delle emissioni annuali del Tesoro, anche su lunghe scadenze come 10 e 30 anni, l’Italia sta già sperimentando sulla sua pelle (e sui suoi conti) con i prestiti del Pnrr, che il vantaggio in termini di costo per interessi è modesto. Infatti come già spiegato qualche settimana fa su questo giornale, quando la Commissione si indebita sui mercati per prestarci il denaro fa delle ben precise scelte in termini di scadenze, che sono effettivamente risultate subottimali. Si è indebitata a breve quando i tassi a lunga erano molto bassi e ora è costretta a rifinanziarsi a tassi ben più alti, ribaltando l’onere sui malcapitati Stati membri debitori.
Ma anche a parità di scadenze, il minor costo per interessi spuntato dalla Ue sui mercati rispetto al Tesoro italiano è diventato ormai irrilevante. Fino alla scadenza di 2 anni siamo praticamente alla pari, ma anche sulle scadenze di 5, 10 e 30 anni lo spread tra i due emittenti è ridotto rispettivamente a 25, 42 e 45 punti base, stando alle quotazioni di ieri.
40 punti base su un prestito di 15 miliardi, significano circa 60 milioni all’anno in più di oneri finanziari. Tuttavia va considerato che trattasi di un prestito di fatto privilegiato nel rimborso, assistito da vincoli molto stringenti a carico dell’Italia, anche per la natura delle spese finanziabili. Su 15 miliardi sarebbe sufficiente spendere «inutilmente» anche solo 100 milioni e i 60 milioni di risparmio teorico sugli interessi sfumerebbero in un attimo. Per non parlare del costo della burocrazia Ue che c’è dietro quel prestito, comunque a carico del debitore. Ma sono conti che al Mef sanno fare benissimo, evitando di ascoltare i canti delle sirene di Bruxelles.
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Nel riquadro Pietro Alberto Paolo Signor (iStock)
Il senegalese accusato di aver ucciso Signor non è stato espulso malgrado l’incetta di reati. Il ministro vuole vederci chiaro.
L’uccisione di Pietro Alberto Paolo Signor, il clochard in attesa di trapianto di cuore, avvenuta a Genova sabato scorso, ha sollevato una certa «attenzione», per usare un eufemismo, da parte del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
Infatti, per quell’assassinio è stato arrestato Cissé Camara, un quarantaduenne senegalese con numerosi precedenti di polizia che nel 2022 aveva lasciato scadere il permesso di soggiorno temporaneo. Da quattro anni era, quindi, un irregolare a tutti gli effetti e, nonostante questo, quando è stato fermato per vari reati non è stato rinchiuso in un Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri) e allontanato dal nostro Paese. Eppure quella era una trafila praticamente obbligata che avrebbe salvato la vita di Signor.
Per questo il titolare del Viminale ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di disporre una ispezione al fine di verificare i motivi della mancata espulsione in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui lo straniero era stato sottoposto.
Nel 2022 e nel 2025 Camara è stato denunciato per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente (reato punito con reclusione da 1 a 5 anni e multa da 3.000 a 26.000 euro); nel 2024 per tentato furto con destrezza e per rapina (due episodi distinti); nel 2025 per resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale. Il 12 maggio del 2026, pochi giorni prima dell’omicidio, per ricettazione (è stato trovato in possesso di documenti di identità di cittadini italiani già oggetto di denuncia per smarrimento). Lo stesso giorno gli è stato anche notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari per il reato di tentato furto contestatogli nel 2024.
Mentre collezionava denunce Camara risulta essere stato controllato in diverse occasioni, principalmente in provincia di Genova, da agenti impegnati nel controllo del territorio, dal 2022 sino alla metà del mese di maggio 2026.
Una notizia che non deve avere rallegrato il ministro. La strategia del titolare del Viminale su questo punto è molto chiara e, infatti, ha più volte dato indicazioni operative a Prefetture e Questure.
In sintesi, è necessario procedere immediatamente con i rimpatri, anche attraverso il trattenimento nei Cpr, dei soggetti che, rintracciati sul territorio, risultino irregolari, a causa di un permesso di soggiorno scaduto o negato, e presentino «profili di problematicità sul piano della sicurezza pubblica». Una «dottrina» che non deve limitarsi ai soggetti individuati occasionalmente nel corso delle attività di controllo del territorio.
Perché a Genova si è contravvenuto a questa linea di fermezza? L’ispezione dovrà accertarlo.
Camara era approdato il 5 febbraio 2017 a Vibo Marina, sulla costa tirrenica calabrese, con un barcone.
Due giorni dopo venne sottoposto per la prima volta ai rilievi foto-dattiloscopici dalla Questura di Vibo Valentia. Da lì fu trasferito a Lecco dove, il 27 febbraio, chiese la protezione internazionale, formalizzata nel cosiddetto modello C3.
Nel luglio del 2017 c’è stata l’audizione dell’uomo presso la Commissione territoriale di Monza-Milano, che, il 17 settembre 2018, ha deciso di non accogliere la domanda di asilo per insussistenza dei requisiti dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria.
Per la Commissione quel clandestino non aveva nessun motivo per rimanere in Italia. Il decreto di rigetto viene notificato a Camara dalla Questura di Lecco il 16 novembre 2018.
A questo punto il senegalese riesce ad approfittare delle maglie larghe del sistema dei respingimenti e, forse, della distrazione di chi doveva controllare il suo status. Sta di fatto che l’uomo è rimasto nel Belpaese, dove, in pochi anni, ha collezionato una lunga serie di reati.
Ma prima di iniziare a delinquere ha tentato la strada del ricorso contro la mancata concessione dell’asilo. Per questo il 21 gennaio 2019 viene iscritta a ruolo la causa 2789/19 presso il Tribunale di Milano. Di conseguenza, il migrante ottiene un permesso di soggiorno provvisorio «per attesa esito ricorso» con validità 8 marzo 2019 - 7 settembre 2019.
Il 23 ottobre viene rigettata anche questa seconda domanda e allora i legali dell’uomo chiedono una sospensione dell’efficacia esecutiva della pronuncia di primo grado, un’istanza che risulta accolta il 30 gennaio 2021.
A seguito di ciò, Camara chiede un nuovo permesso provvisorio presso il commissariato di Castrovillari (Cosenza), verosimilmente in attesa dell’esito del ricorso per Cassazione, e lo ottiene. Il documento scade il 23 maggio 2022, ma nessuno ne chiede il rinnovo.
Da quel momento, è la valutazione del Viminale, Camara è uno straniero irregolare che per la disattenzione di qualcuno non viene allontanato dall’Italia.
Un lassismo che fa a pugni con i ripetuti fermi per tipologie di reati che destano allarme sociale.
Un’attività criminale culminata, secondo la ricostruzione della Procura di Genova e dei carabinieri del Comando provinciale del capoluogo ligure, con l’efferato omicidio di sabato mattina.
Dalle immagini acquisite dagli inquirenti è emerso che (presunto) assassino e vittima siano arrivati insieme nel centralissimo parco di Villetta Di Negro.
Nei filmati si vedono i due chiacchierare per una decina di minuti, poi scoppia una lite. Segue l’aggressione letale, quasi interamente ripresa dagli occhi elettronici delle telecamere di sorveglianza.
L’assassino sferra diversi fendenti, probabilmente con un coccio di bottiglia, contro «Pedro» (questo il soprannome del senzatetto), considerato da chi lo conosceva un uomo mite, amante della musica e della poesia. La scena finale è raccapricciante: l’aggressore lega mani e piedi di Signor con corde e indumenti, nel tentativo di trascinare via il corpo. Ma una testimone nota la scena e avverte i carabinieri, che intervengono immediatamente.
Quando arrivano i militari del nucleo Radiomobile, il presunto omicida prova a scagliarsi contro uno di loro. È in chiaro stato di alterazione, delira, probabilmente sotto l’effetto del crack (una bustina di tale sostanza è stata trovata sulla scena del crimine e Camara è risultato positivo al narcotest).
Subito dopo viene ricoverato presso l’ospedale San Martino in seguito a una crisi psicomotoria, con ogni probabilità collegata proprio all'abuso di droga e, qui, i medici gli avrebbero diagnosticato anche una polmonite. Per questo Camara resta piantonato nella struttura sanitaria e sarà trasferito in carcere quando le sue condizioni di salute consentiranno le dimissioni.
A causa di questo quadro clinico il gip Carla Pastorini non ha potuto sottoporlo all’interrogatorio di garanzia, che è stato rinviato ai prossimi giorni. L’arresto è stato, però, convalidato dal giudice alla presenza del suo avvocato: il senegalese è accusato di omicidio volontario.
Dopo le ultime notizie di cronaca, dal caso dell’investitore italo-marocchino Salim El Koudri ai fermi con l’accusa di terrorismo di Firenze e Vimercate, la linea del Viminale è chiarissima e l’ispezione di Genova deve servire da lezione per tutti.
Anche perché il ministro Piantedosi e il capo della Polizia Pisani hanno lanciato a fine 2024 il progetto Oscar che prevede l’incrocio dei dati sulle scadenze dei permessi di soggiorno con gli indicatori di pericolosità degli stranieri, a partire dalle informazioni contenute nella banca dati Sdi (Sistema di indagine) sui precedenti di polizia. Insomma, le Questure devono andare alla ricerca di soggetti pericolosi senza attendere che siano individuati nel corso di controlli o di interventi in occasione della commissione di reati.
Piantedosi e Pisani danno la massima importanza alle operazioni Oscar e per questo hanno rafforzato gli organici degli uffici immigrazione e la rete dei Cpr, che intendono ulteriormente potenziare.
Tant’è che i rimpatri in questi anni sono progressivamente aumentati anche grazie ai risultati proprio di questo genere di attività: sono complessivamente 3.510 gli stranieri rimpatriati con le operazioni Oscar, di cui 577 nel 2024, 2001 nel 2025 e 932 nel 2026. Sono 53 in tutto i rimpatri effettuati dalla Questura di Genova nell’ultimo triennio.
Resta da capire che cosa non abbia funzionato nel caso di Camara.
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Niente urne nella provincia di Bolzano né nella circoscrizione di Trieste, Venezia Giulia, Zara. Alessandro Urzì (Fdi): «Esclusi dalla comunità nazionale. Devono essere ricordati».
C’è una storia dimenticata attorno al 2 giugno del 1946. L’Italia è distrutta dalla guerra. Il Paese è spaccato. Diviso. Non solo perché gli italiani si sono combattuti durante una terribile guerra civile.
Ma anche perché, di lì a poco, avrebbe perso l’Istria e la Dalmazia. La vittoria mutilata della Prima guerra mondiale sta per cedere il passo alla mutilazione della Seconda guerra mondiale. Il 2 giugno del 1946 gli italiani si presentano al voto. Non tutti possono farlo, anche se lo vorrebbero. Non vanno a esprimere la propria preferenza coloro che appartengono all’allora provincia di Bolzano e quelli della circoscrizione elettorale di Trieste, della Venezia Giulia e di Zara. Non perché non gli importi nulla, anzi. Solo che non possono. Un paradosso soprattutto per gli abitanti dell’Istria e della Dalmazia che scelsero, dopo il trattato di Parigi (1947), di restare italiani e che, per farlo, abbandonarono le proprie terre, le proprie case e perfino le proprie memorie per diventare esuli in patria. Italiani due volte, sono stati definiti. Perché lo erano per nascita e per decisione. Eppure, quel 2 giugno del 1946, impossibilitati a votare.
A un anno della guerra non era ancora chiaro che fine avrebbero fatto quei territori. Josip Broz Tito puntava ancora a prendersi Trieste, oltre che alle coste dell’Istria e dalmate. Anche Bolzano era in bilico. Come nota l’onorevole Alessandro Urzì, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Affari costituzionali della Camera, solamente a settembre «si arrivò a regolare la questione altoatesina attraverso l’accordo De Gasperi-Gruber per la concessione di una autonomia regionale al Trentino Alto Adige. Il d. lgt. 99, 16 marzo 1946 aveva disposto che fosse “per ora impossibile lo svolgimento delle elezioni nella Venezia Giulia, a causa dell’attuale situazione internazionale e nella provincia di Bolzano, nella quale le liste elettorali non si sono potute ultimare non essendo tuttora regolate le questioni di cittadinanza degli optanti per la Germania che hanno perfezionato l’opzione” e infatti il 2 giugno 1946 dei 573 seggi da assegnare e previsti dal d. lgt. 74, 10 marzo 1946, ne furono attribuiti 556 poiché, mancavano i 13 previsti per la Circoscrizione XII (Trieste e Venezia Giulia-Zara), oltre ai 5 della provincia di Bolzano. La convocazione dei comizi elettorali avrebbe dovuto essere disposta con successivi provvedimenti ma non accadde; diversamente i cittadini di Briga e Tenda parteciparono alla consultazione benché, l’anno successivo, la rettifica dei confini trasferì queste porzioni di territorio nazionale alla Francia; in l’Alto Adige oltre alla questione del confine nazionale e di possibili rettifiche territoriali, pesò anche il problema degli optanti per il Reich: gli accordi Hitler-Mussolini del 1939 avevano imposto ai cittadini di lingua tedesca l’alternativa di scegliere se rimanere italiani rinunciando alla propria nazionalità, lingua e cultura tedesca o trasferirsi nella Germania nazista rinunciando alla cittadinanza italiana e con essa ai propri beni immobili. Quelli che partirono (ma anche molti di coloro che erano rimasti pur avendo optato) persero dunque la cittadinanza italiana ma dopo la guerra ebbero l’opportunità di optare nuovamente per la cittadinanza italiana».
Per questo motivo, l’onorevole Urzì ha proposto che oggi, festa della Repubblica, vengano ricordati anche loro: «L’ho richiesto», fa sapere Urzì attraverso una nota, «con la presentazione di una interpellanza al ministero della Cultura per garantire nella proposizione dei futuri momenti di celebrazione, rievocazione storica, riflessione culturale e ricerca storica sul 2 giugno 1946, quale data fondante la Repubblica italiana, l’opportuna considerazione anche delle vicende particolari che segnarono così profondamente gli accadimenti di quelle settimane che esclusero una parte della comunità nazionale e dell’elettorato femminile italiano dal momento democratico più alto di riappropriazione della sovranità popolare, nell’unità nazionale».
Erano italiani due volte. Italiani troppo a lungo dimenticati. A cui ora si fa finalmente giustizia.
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