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2021-10-31
L’«ex» dittatore Erdogan determinante su tutti i tavoli. È lui il vincitore del G20
Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Se c'è un «vincitore» di questo G20, molto probabilmente si tratta di Recep Tayyip Erdogan. Una valutazione esagerata? Probabilmente no. Al summit romano, il presidente turco ha beneficiato di tre fattori. In primo luogo, della debolezza politica di Joe Biden sia sul piano internazionale (la crisi afghana pesa sulla sua immagine) sia su quello interno (la sua agenda è di fatto impantanata al Congresso). Si pensi poi al caso della global minimum tax al 15% per le multinazionali. La misura è stata fortemente sostenuta da Biden e, dopo essere stata adottata ieri dal G20, rischia adesso di creargli ulteriori grattacapi in patria a causa dell'opposizione del Partito repubblicano. Va da sé che questa situazione ha indebolito il presidente americano. Un secondo fattore che ha favorito il Sultano risiede poi nello scarso coinvolgimento dell'asse sino-russo in questo G20, che ha aperto significativi margini di manovra a Erdogan (che non intrattiene comunque cattive relazioni con Mosca e con Pechino). In terzo luogo, il Sultano ha fatto valere la propria centralità su alcuni dossier fondamentali che sono stati discussi. Erdogan risulta infatti un interlocutore ineludibile per gli Stati Uniti (su Afghanistan e Nato), per l'Unione europea (sui flussi migratori) e per la stessa Italia (su Libia e Balcani).
È quindi in questo contesto che Mario Draghi ha avuto un bilaterale con il Sultano: un vertice che è seguito a un periodo di relazioni italoturche piuttosto burrascoso (soprattutto dopo che, lo scorso aprile, il nostro premier aveva definito Erdogan un «dittatore», mandando il diretto interessato su tutte le furie). Secondo una nota di Palazzo Chigi, i due leader ieri hanno affrontato «le relazioni Ue-Turchia, la crisi afgana e la stabilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione per gli sviluppi del processo politico intra libico». Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente turco mantiene una salda influenza sia sulla Libia occidentale sia sui Balcani: due aree particolarmente delicate per gli interessi del nostro Paese. Del resto, non sarà un caso che il dossier libico fosse già affiorato durante il colloquio dell'altro ieri tra Draghi e Biden: segno del fatto che, nell'attuale G20, il premier si sta muovendo per garantire un ruolo di primo piano di Roma nelle dinamiche del Paese nordafricano.
Sotto questo aspetto, è particolarmente preoccupante il ruolo della Francia. Biden sta infatti cercando di ricucire i rapporti con Parigi dopo il caso sottomarini. E non è escludibile che possa offrire a Emmanuel Macron una sponda sulla Libia come contropartita per tale distensione. Un'eventualità rischiosa per l'Italia, che Roma dovrebbe scongiurare a tutti i costi. Del resto, la crescente centralità di Erdogan al summit è stata testimoniata anche dall'incontro da lui avuto con il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: i due sono stati ritratti sorridenti mentre si stringevano la mano. Le polemiche del cosiddetto «sofagate» sembrano quindi diventate solo un lontano ricordo. E, del resto, Bruxelles continua ad avere necessità del leader turco per la questione dei flussi migratori. Intanto, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha già fatto sapere che Biden avrà un incontro bilaterale con Erdogan a margine della Cop26 di Glasgow.
Al di là della Turchia, Draghi ha avuto ieri un faccia a faccia anche con il premier britannico, Boris Johnson. Stando a una nota, i due leader «hanno concordato sul fatto che lo stretto coordinamento tra Regno Unito e Italia nel G7, G20 e Cop26 quest'anno è stato cruciale nel realizzare progressi tanto necessari su temi quali la pandemia da coronavirus e i cambiamenti climatici». Secondo un portavoce di Downing Street, «i leader hanno concordato sull'importanza di eliminare gradualmente l'uso del carbone per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 (gradi Celsius)». La stessa fonte, ha anche riferito che il premier britannico ha «incoraggiato il primo ministro Draghi ad andare oltre nei suoi impegni di finanziamento del clima per aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere in modo pulito e sostenibile».
In tutto questo, Draghi ha avuto l'altro ieri anche un incontro con il premier indiano, Narendra Modi, in cui si è parlato di transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici e crisi afghana. Il vertice pare aver dato i suoi frutti, visto che ieri - all'inizio del G20 - i due premier hanno mostrato una profonda sintonia. Del resto, è possibile leggere questa ricerca di una sponda indiana da parte di Draghi anche in chiave geopolitica: specialmente come un segnale di freddezza nei confronti di Pechino (che non intrattiene notoriamente rapporti idilliaci con Nuova Delhi).
Più in generale, un tema centrale nella giornata di ieri è stato quello vaccinale. L'obiettivo infatti è immunizzare il 70% della popolazione mondiale entro il 2022, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invocato una maggiore condivisione dei vaccini attraverso il meccanismo Covax. Il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo in videoconferenza, ha chiesto una «cooperazione globale» in materia sanitaria, oltre alla sospensione dei brevetti per i vaccini. «Alcuni Paesi», ha detto invece il presidente russo Vladimir Putin intervenendo anche lui in videoconferenza, «adottano un approccio protezionistico nei confronti dei vaccini per il Covid e non sono disposti a riconoscere e registrare i vaccini. L'Oms deve aumentare la velocità con cui analizza e autorizza i vaccini e le terapie contro il Covid».
Solito corteo di studenti e sinistre. Roma blindata ma niente scontri
Can che abbaia non morde. Ieri al corteo organizzato da Cobas, centri sociali, delegazioni dei lavoratori di Gkn, Ilva, Alitalia e Whirlpool e movimenti studenteschi (come Rete degli studenti medi) a Roma contro il vertice del G20 che si stava tenendo a Sud della città in un Eur blindatissimo (con tanto di strade chiuse e no fly zone), gli slogan erano praticamente gli stessi di 20 anni fa a Genova durante il G8. Fatta eccezione per quelli legati all'emergenza Covid. E anche le sigle presenti. Uno striscione con «Capitalismo è morte» sostenuto da due manifestanti mascherati da scheletri, «Insorgiamo», scandito dal Collettivo di fabbrica dei lavoratori della Gkn di Firenze, lo spezzone più agguerrito del corteo insieme a quello dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), con cui condividevano lo slogan. Il Partito marxista leninista chiedeva la cacciata del governo Draghi, mentre uno sparuto gruppo di una decina di anarchici esponeva striscioni contro il green pass e contro la guerra in Libia «attraverso evacuazione immediata».
Per fortuna, l'imponente schieramento di poliziotti in assetto antisommossa che aveva blindato da un lato il lungotevere (con tanto di camion con idrante) e dall'altro via della Greca, obbligando il corteo a proseguire verso piazza della Bocca della verità, non si è rivelato necessario, e l'apparato di sicurezza messo a punto da Viminale, questura, prefettura e intelligence, con un ingente dispiegamento di uomini e mezzi, non è stato messo alla prova dalle proteste. I circa 5.000 manifestanti (secondo fonti della Questura) hanno sfilato ordinatamente lungo il percorso stabilito, partendo da piazzale Ostiense. A chiudere il corteo, quasi a rappresentare il cambio di paradigma rispetto al 2001, una delegazione di romana di Rifondazione comunista. Unico fuori programma, verso le 18 (appena mezz'ora dopo l'arrivo in piazza), un secondo corteo sullo stesso percorso di quello concordato, ma giustificato, secondo le forze dell'ordine, dal fatto che «la fermata metro più vicina è quella di Roma ostiense, considerata la chiusura di Circo massimo».
La giornata non era partita al meglio. Alle prime luci del giorno infatti, nel tentativo di bloccare l'arrivo alla Nuvola dei capi di Stato, un gruppo di attivisti aveva tentato di bloccare la via Cristoforo Colombo, finendo disperso dalla polizia che ha identificato una cinquantina di manifestanti. Contemporaneamente al corteo antagonista, in piazza San Giovanni, si è svolto un sit in con circa 300 persone organizzato dal Partito comunista, dal Comitato 27 febbraio e da Patria socialista. Una manifestazione, alla quale era presente il leader del Partito comunista Marco Rizzo, incentrata sull'antifascismo («Le piazze non si condividono mai con i fascisti! I fascisti si combattono!» scandito da un partecipante sul palco), condita con un pizzico di no al green pass, definito da un anonimo oratore «senza scopo sanitario» «atto a imporre una discriminazione» e a «dividere i lavoratori». Anche in questo caso non sono stati segnalati scontri.
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Mario Draghi, oltre a Narendra Modi e Boris Johnson, incontra il Sultano per parlare di Libia. E la Turchia ha un ruolo chiave pure su Afghanistan e Balcani. Adottata la tassa minima globale.Roma paralizzata da più manifestazioni. Tentativo di occupare via Cristoforo Colombo.Lo speciale contiene due articoli.Se c'è un «vincitore» di questo G20, molto probabilmente si tratta di Recep Tayyip Erdogan. Una valutazione esagerata? Probabilmente no. Al summit romano, il presidente turco ha beneficiato di tre fattori. In primo luogo, della debolezza politica di Joe Biden sia sul piano internazionale (la crisi afghana pesa sulla sua immagine) sia su quello interno (la sua agenda è di fatto impantanata al Congresso). Si pensi poi al caso della global minimum tax al 15% per le multinazionali. La misura è stata fortemente sostenuta da Biden e, dopo essere stata adottata ieri dal G20, rischia adesso di creargli ulteriori grattacapi in patria a causa dell'opposizione del Partito repubblicano. Va da sé che questa situazione ha indebolito il presidente americano. Un secondo fattore che ha favorito il Sultano risiede poi nello scarso coinvolgimento dell'asse sino-russo in questo G20, che ha aperto significativi margini di manovra a Erdogan (che non intrattiene comunque cattive relazioni con Mosca e con Pechino). In terzo luogo, il Sultano ha fatto valere la propria centralità su alcuni dossier fondamentali che sono stati discussi. Erdogan risulta infatti un interlocutore ineludibile per gli Stati Uniti (su Afghanistan e Nato), per l'Unione europea (sui flussi migratori) e per la stessa Italia (su Libia e Balcani).È quindi in questo contesto che Mario Draghi ha avuto un bilaterale con il Sultano: un vertice che è seguito a un periodo di relazioni italoturche piuttosto burrascoso (soprattutto dopo che, lo scorso aprile, il nostro premier aveva definito Erdogan un «dittatore», mandando il diretto interessato su tutte le furie). Secondo una nota di Palazzo Chigi, i due leader ieri hanno affrontato «le relazioni Ue-Turchia, la crisi afgana e la stabilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione per gli sviluppi del processo politico intra libico». Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente turco mantiene una salda influenza sia sulla Libia occidentale sia sui Balcani: due aree particolarmente delicate per gli interessi del nostro Paese. Del resto, non sarà un caso che il dossier libico fosse già affiorato durante il colloquio dell'altro ieri tra Draghi e Biden: segno del fatto che, nell'attuale G20, il premier si sta muovendo per garantire un ruolo di primo piano di Roma nelle dinamiche del Paese nordafricano. Sotto questo aspetto, è particolarmente preoccupante il ruolo della Francia. Biden sta infatti cercando di ricucire i rapporti con Parigi dopo il caso sottomarini. E non è escludibile che possa offrire a Emmanuel Macron una sponda sulla Libia come contropartita per tale distensione. Un'eventualità rischiosa per l'Italia, che Roma dovrebbe scongiurare a tutti i costi. Del resto, la crescente centralità di Erdogan al summit è stata testimoniata anche dall'incontro da lui avuto con il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: i due sono stati ritratti sorridenti mentre si stringevano la mano. Le polemiche del cosiddetto «sofagate» sembrano quindi diventate solo un lontano ricordo. E, del resto, Bruxelles continua ad avere necessità del leader turco per la questione dei flussi migratori. Intanto, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha già fatto sapere che Biden avrà un incontro bilaterale con Erdogan a margine della Cop26 di Glasgow. Al di là della Turchia, Draghi ha avuto ieri un faccia a faccia anche con il premier britannico, Boris Johnson. Stando a una nota, i due leader «hanno concordato sul fatto che lo stretto coordinamento tra Regno Unito e Italia nel G7, G20 e Cop26 quest'anno è stato cruciale nel realizzare progressi tanto necessari su temi quali la pandemia da coronavirus e i cambiamenti climatici». Secondo un portavoce di Downing Street, «i leader hanno concordato sull'importanza di eliminare gradualmente l'uso del carbone per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 (gradi Celsius)». La stessa fonte, ha anche riferito che il premier britannico ha «incoraggiato il primo ministro Draghi ad andare oltre nei suoi impegni di finanziamento del clima per aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere in modo pulito e sostenibile». In tutto questo, Draghi ha avuto l'altro ieri anche un incontro con il premier indiano, Narendra Modi, in cui si è parlato di transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici e crisi afghana. Il vertice pare aver dato i suoi frutti, visto che ieri - all'inizio del G20 - i due premier hanno mostrato una profonda sintonia. Del resto, è possibile leggere questa ricerca di una sponda indiana da parte di Draghi anche in chiave geopolitica: specialmente come un segnale di freddezza nei confronti di Pechino (che non intrattiene notoriamente rapporti idilliaci con Nuova Delhi).Più in generale, un tema centrale nella giornata di ieri è stato quello vaccinale. L'obiettivo infatti è immunizzare il 70% della popolazione mondiale entro il 2022, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invocato una maggiore condivisione dei vaccini attraverso il meccanismo Covax. Il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo in videoconferenza, ha chiesto una «cooperazione globale» in materia sanitaria, oltre alla sospensione dei brevetti per i vaccini. «Alcuni Paesi», ha detto invece il presidente russo Vladimir Putin intervenendo anche lui in videoconferenza, «adottano un approccio protezionistico nei confronti dei vaccini per il Covid e non sono disposti a riconoscere e registrare i vaccini. L'Oms deve aumentare la velocità con cui analizza e autorizza i vaccini e le terapie contro il Covid».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ex-dittatore-erdogan-vincitore-g20-2655457542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solito-corteo-di-studenti-e-sinistre-roma-blindata-ma-niente-scontri" data-post-id="2655457542" data-published-at="1635634918" data-use-pagination="False"> Solito corteo di studenti e sinistre. Roma blindata ma niente scontri Can che abbaia non morde. Ieri al corteo organizzato da Cobas, centri sociali, delegazioni dei lavoratori di Gkn, Ilva, Alitalia e Whirlpool e movimenti studenteschi (come Rete degli studenti medi) a Roma contro il vertice del G20 che si stava tenendo a Sud della città in un Eur blindatissimo (con tanto di strade chiuse e no fly zone), gli slogan erano praticamente gli stessi di 20 anni fa a Genova durante il G8. Fatta eccezione per quelli legati all'emergenza Covid. E anche le sigle presenti. Uno striscione con «Capitalismo è morte» sostenuto da due manifestanti mascherati da scheletri, «Insorgiamo», scandito dal Collettivo di fabbrica dei lavoratori della Gkn di Firenze, lo spezzone più agguerrito del corteo insieme a quello dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), con cui condividevano lo slogan. Il Partito marxista leninista chiedeva la cacciata del governo Draghi, mentre uno sparuto gruppo di una decina di anarchici esponeva striscioni contro il green pass e contro la guerra in Libia «attraverso evacuazione immediata». Per fortuna, l'imponente schieramento di poliziotti in assetto antisommossa che aveva blindato da un lato il lungotevere (con tanto di camion con idrante) e dall'altro via della Greca, obbligando il corteo a proseguire verso piazza della Bocca della verità, non si è rivelato necessario, e l'apparato di sicurezza messo a punto da Viminale, questura, prefettura e intelligence, con un ingente dispiegamento di uomini e mezzi, non è stato messo alla prova dalle proteste. I circa 5.000 manifestanti (secondo fonti della Questura) hanno sfilato ordinatamente lungo il percorso stabilito, partendo da piazzale Ostiense. A chiudere il corteo, quasi a rappresentare il cambio di paradigma rispetto al 2001, una delegazione di romana di Rifondazione comunista. Unico fuori programma, verso le 18 (appena mezz'ora dopo l'arrivo in piazza), un secondo corteo sullo stesso percorso di quello concordato, ma giustificato, secondo le forze dell'ordine, dal fatto che «la fermata metro più vicina è quella di Roma ostiense, considerata la chiusura di Circo massimo». La giornata non era partita al meglio. Alle prime luci del giorno infatti, nel tentativo di bloccare l'arrivo alla Nuvola dei capi di Stato, un gruppo di attivisti aveva tentato di bloccare la via Cristoforo Colombo, finendo disperso dalla polizia che ha identificato una cinquantina di manifestanti. Contemporaneamente al corteo antagonista, in piazza San Giovanni, si è svolto un sit in con circa 300 persone organizzato dal Partito comunista, dal Comitato 27 febbraio e da Patria socialista. Una manifestazione, alla quale era presente il leader del Partito comunista Marco Rizzo, incentrata sull'antifascismo («Le piazze non si condividono mai con i fascisti! I fascisti si combattono!» scandito da un partecipante sul palco), condita con un pizzico di no al green pass, definito da un anonimo oratore «senza scopo sanitario» «atto a imporre una discriminazione» e a «dividere i lavoratori». Anche in questo caso non sono stati segnalati scontri.
Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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(iStock)
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
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In Puglia deliberati 129 milioni di euro a supporto di 560 operazioni. Intervista a Vittorio de Pedys, presidente di Simest, Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato di Simest e Antonio Tajani, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.