True
2021-10-31
L’«ex» dittatore Erdogan determinante su tutti i tavoli. È lui il vincitore del G20
Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Se c'è un «vincitore» di questo G20, molto probabilmente si tratta di Recep Tayyip Erdogan. Una valutazione esagerata? Probabilmente no. Al summit romano, il presidente turco ha beneficiato di tre fattori. In primo luogo, della debolezza politica di Joe Biden sia sul piano internazionale (la crisi afghana pesa sulla sua immagine) sia su quello interno (la sua agenda è di fatto impantanata al Congresso). Si pensi poi al caso della global minimum tax al 15% per le multinazionali. La misura è stata fortemente sostenuta da Biden e, dopo essere stata adottata ieri dal G20, rischia adesso di creargli ulteriori grattacapi in patria a causa dell'opposizione del Partito repubblicano. Va da sé che questa situazione ha indebolito il presidente americano. Un secondo fattore che ha favorito il Sultano risiede poi nello scarso coinvolgimento dell'asse sino-russo in questo G20, che ha aperto significativi margini di manovra a Erdogan (che non intrattiene comunque cattive relazioni con Mosca e con Pechino). In terzo luogo, il Sultano ha fatto valere la propria centralità su alcuni dossier fondamentali che sono stati discussi. Erdogan risulta infatti un interlocutore ineludibile per gli Stati Uniti (su Afghanistan e Nato), per l'Unione europea (sui flussi migratori) e per la stessa Italia (su Libia e Balcani).
È quindi in questo contesto che Mario Draghi ha avuto un bilaterale con il Sultano: un vertice che è seguito a un periodo di relazioni italoturche piuttosto burrascoso (soprattutto dopo che, lo scorso aprile, il nostro premier aveva definito Erdogan un «dittatore», mandando il diretto interessato su tutte le furie). Secondo una nota di Palazzo Chigi, i due leader ieri hanno affrontato «le relazioni Ue-Turchia, la crisi afgana e la stabilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione per gli sviluppi del processo politico intra libico». Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente turco mantiene una salda influenza sia sulla Libia occidentale sia sui Balcani: due aree particolarmente delicate per gli interessi del nostro Paese. Del resto, non sarà un caso che il dossier libico fosse già affiorato durante il colloquio dell'altro ieri tra Draghi e Biden: segno del fatto che, nell'attuale G20, il premier si sta muovendo per garantire un ruolo di primo piano di Roma nelle dinamiche del Paese nordafricano.
Sotto questo aspetto, è particolarmente preoccupante il ruolo della Francia. Biden sta infatti cercando di ricucire i rapporti con Parigi dopo il caso sottomarini. E non è escludibile che possa offrire a Emmanuel Macron una sponda sulla Libia come contropartita per tale distensione. Un'eventualità rischiosa per l'Italia, che Roma dovrebbe scongiurare a tutti i costi. Del resto, la crescente centralità di Erdogan al summit è stata testimoniata anche dall'incontro da lui avuto con il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: i due sono stati ritratti sorridenti mentre si stringevano la mano. Le polemiche del cosiddetto «sofagate» sembrano quindi diventate solo un lontano ricordo. E, del resto, Bruxelles continua ad avere necessità del leader turco per la questione dei flussi migratori. Intanto, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha già fatto sapere che Biden avrà un incontro bilaterale con Erdogan a margine della Cop26 di Glasgow.
Al di là della Turchia, Draghi ha avuto ieri un faccia a faccia anche con il premier britannico, Boris Johnson. Stando a una nota, i due leader «hanno concordato sul fatto che lo stretto coordinamento tra Regno Unito e Italia nel G7, G20 e Cop26 quest'anno è stato cruciale nel realizzare progressi tanto necessari su temi quali la pandemia da coronavirus e i cambiamenti climatici». Secondo un portavoce di Downing Street, «i leader hanno concordato sull'importanza di eliminare gradualmente l'uso del carbone per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 (gradi Celsius)». La stessa fonte, ha anche riferito che il premier britannico ha «incoraggiato il primo ministro Draghi ad andare oltre nei suoi impegni di finanziamento del clima per aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere in modo pulito e sostenibile».
In tutto questo, Draghi ha avuto l'altro ieri anche un incontro con il premier indiano, Narendra Modi, in cui si è parlato di transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici e crisi afghana. Il vertice pare aver dato i suoi frutti, visto che ieri - all'inizio del G20 - i due premier hanno mostrato una profonda sintonia. Del resto, è possibile leggere questa ricerca di una sponda indiana da parte di Draghi anche in chiave geopolitica: specialmente come un segnale di freddezza nei confronti di Pechino (che non intrattiene notoriamente rapporti idilliaci con Nuova Delhi).
Più in generale, un tema centrale nella giornata di ieri è stato quello vaccinale. L'obiettivo infatti è immunizzare il 70% della popolazione mondiale entro il 2022, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invocato una maggiore condivisione dei vaccini attraverso il meccanismo Covax. Il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo in videoconferenza, ha chiesto una «cooperazione globale» in materia sanitaria, oltre alla sospensione dei brevetti per i vaccini. «Alcuni Paesi», ha detto invece il presidente russo Vladimir Putin intervenendo anche lui in videoconferenza, «adottano un approccio protezionistico nei confronti dei vaccini per il Covid e non sono disposti a riconoscere e registrare i vaccini. L'Oms deve aumentare la velocità con cui analizza e autorizza i vaccini e le terapie contro il Covid».
Solito corteo di studenti e sinistre. Roma blindata ma niente scontri
Can che abbaia non morde. Ieri al corteo organizzato da Cobas, centri sociali, delegazioni dei lavoratori di Gkn, Ilva, Alitalia e Whirlpool e movimenti studenteschi (come Rete degli studenti medi) a Roma contro il vertice del G20 che si stava tenendo a Sud della città in un Eur blindatissimo (con tanto di strade chiuse e no fly zone), gli slogan erano praticamente gli stessi di 20 anni fa a Genova durante il G8. Fatta eccezione per quelli legati all'emergenza Covid. E anche le sigle presenti. Uno striscione con «Capitalismo è morte» sostenuto da due manifestanti mascherati da scheletri, «Insorgiamo», scandito dal Collettivo di fabbrica dei lavoratori della Gkn di Firenze, lo spezzone più agguerrito del corteo insieme a quello dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), con cui condividevano lo slogan. Il Partito marxista leninista chiedeva la cacciata del governo Draghi, mentre uno sparuto gruppo di una decina di anarchici esponeva striscioni contro il green pass e contro la guerra in Libia «attraverso evacuazione immediata».
Per fortuna, l'imponente schieramento di poliziotti in assetto antisommossa che aveva blindato da un lato il lungotevere (con tanto di camion con idrante) e dall'altro via della Greca, obbligando il corteo a proseguire verso piazza della Bocca della verità, non si è rivelato necessario, e l'apparato di sicurezza messo a punto da Viminale, questura, prefettura e intelligence, con un ingente dispiegamento di uomini e mezzi, non è stato messo alla prova dalle proteste. I circa 5.000 manifestanti (secondo fonti della Questura) hanno sfilato ordinatamente lungo il percorso stabilito, partendo da piazzale Ostiense. A chiudere il corteo, quasi a rappresentare il cambio di paradigma rispetto al 2001, una delegazione di romana di Rifondazione comunista. Unico fuori programma, verso le 18 (appena mezz'ora dopo l'arrivo in piazza), un secondo corteo sullo stesso percorso di quello concordato, ma giustificato, secondo le forze dell'ordine, dal fatto che «la fermata metro più vicina è quella di Roma ostiense, considerata la chiusura di Circo massimo».
La giornata non era partita al meglio. Alle prime luci del giorno infatti, nel tentativo di bloccare l'arrivo alla Nuvola dei capi di Stato, un gruppo di attivisti aveva tentato di bloccare la via Cristoforo Colombo, finendo disperso dalla polizia che ha identificato una cinquantina di manifestanti. Contemporaneamente al corteo antagonista, in piazza San Giovanni, si è svolto un sit in con circa 300 persone organizzato dal Partito comunista, dal Comitato 27 febbraio e da Patria socialista. Una manifestazione, alla quale era presente il leader del Partito comunista Marco Rizzo, incentrata sull'antifascismo («Le piazze non si condividono mai con i fascisti! I fascisti si combattono!» scandito da un partecipante sul palco), condita con un pizzico di no al green pass, definito da un anonimo oratore «senza scopo sanitario» «atto a imporre una discriminazione» e a «dividere i lavoratori». Anche in questo caso non sono stati segnalati scontri.
Continua a leggereRiduci
Mario Draghi, oltre a Narendra Modi e Boris Johnson, incontra il Sultano per parlare di Libia. E la Turchia ha un ruolo chiave pure su Afghanistan e Balcani. Adottata la tassa minima globale.Roma paralizzata da più manifestazioni. Tentativo di occupare via Cristoforo Colombo.Lo speciale contiene due articoli.Se c'è un «vincitore» di questo G20, molto probabilmente si tratta di Recep Tayyip Erdogan. Una valutazione esagerata? Probabilmente no. Al summit romano, il presidente turco ha beneficiato di tre fattori. In primo luogo, della debolezza politica di Joe Biden sia sul piano internazionale (la crisi afghana pesa sulla sua immagine) sia su quello interno (la sua agenda è di fatto impantanata al Congresso). Si pensi poi al caso della global minimum tax al 15% per le multinazionali. La misura è stata fortemente sostenuta da Biden e, dopo essere stata adottata ieri dal G20, rischia adesso di creargli ulteriori grattacapi in patria a causa dell'opposizione del Partito repubblicano. Va da sé che questa situazione ha indebolito il presidente americano. Un secondo fattore che ha favorito il Sultano risiede poi nello scarso coinvolgimento dell'asse sino-russo in questo G20, che ha aperto significativi margini di manovra a Erdogan (che non intrattiene comunque cattive relazioni con Mosca e con Pechino). In terzo luogo, il Sultano ha fatto valere la propria centralità su alcuni dossier fondamentali che sono stati discussi. Erdogan risulta infatti un interlocutore ineludibile per gli Stati Uniti (su Afghanistan e Nato), per l'Unione europea (sui flussi migratori) e per la stessa Italia (su Libia e Balcani).È quindi in questo contesto che Mario Draghi ha avuto un bilaterale con il Sultano: un vertice che è seguito a un periodo di relazioni italoturche piuttosto burrascoso (soprattutto dopo che, lo scorso aprile, il nostro premier aveva definito Erdogan un «dittatore», mandando il diretto interessato su tutte le furie). Secondo una nota di Palazzo Chigi, i due leader ieri hanno affrontato «le relazioni Ue-Turchia, la crisi afgana e la stabilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione per gli sviluppi del processo politico intra libico». Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente turco mantiene una salda influenza sia sulla Libia occidentale sia sui Balcani: due aree particolarmente delicate per gli interessi del nostro Paese. Del resto, non sarà un caso che il dossier libico fosse già affiorato durante il colloquio dell'altro ieri tra Draghi e Biden: segno del fatto che, nell'attuale G20, il premier si sta muovendo per garantire un ruolo di primo piano di Roma nelle dinamiche del Paese nordafricano. Sotto questo aspetto, è particolarmente preoccupante il ruolo della Francia. Biden sta infatti cercando di ricucire i rapporti con Parigi dopo il caso sottomarini. E non è escludibile che possa offrire a Emmanuel Macron una sponda sulla Libia come contropartita per tale distensione. Un'eventualità rischiosa per l'Italia, che Roma dovrebbe scongiurare a tutti i costi. Del resto, la crescente centralità di Erdogan al summit è stata testimoniata anche dall'incontro da lui avuto con il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: i due sono stati ritratti sorridenti mentre si stringevano la mano. Le polemiche del cosiddetto «sofagate» sembrano quindi diventate solo un lontano ricordo. E, del resto, Bruxelles continua ad avere necessità del leader turco per la questione dei flussi migratori. Intanto, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha già fatto sapere che Biden avrà un incontro bilaterale con Erdogan a margine della Cop26 di Glasgow. Al di là della Turchia, Draghi ha avuto ieri un faccia a faccia anche con il premier britannico, Boris Johnson. Stando a una nota, i due leader «hanno concordato sul fatto che lo stretto coordinamento tra Regno Unito e Italia nel G7, G20 e Cop26 quest'anno è stato cruciale nel realizzare progressi tanto necessari su temi quali la pandemia da coronavirus e i cambiamenti climatici». Secondo un portavoce di Downing Street, «i leader hanno concordato sull'importanza di eliminare gradualmente l'uso del carbone per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 (gradi Celsius)». La stessa fonte, ha anche riferito che il premier britannico ha «incoraggiato il primo ministro Draghi ad andare oltre nei suoi impegni di finanziamento del clima per aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere in modo pulito e sostenibile». In tutto questo, Draghi ha avuto l'altro ieri anche un incontro con il premier indiano, Narendra Modi, in cui si è parlato di transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici e crisi afghana. Il vertice pare aver dato i suoi frutti, visto che ieri - all'inizio del G20 - i due premier hanno mostrato una profonda sintonia. Del resto, è possibile leggere questa ricerca di una sponda indiana da parte di Draghi anche in chiave geopolitica: specialmente come un segnale di freddezza nei confronti di Pechino (che non intrattiene notoriamente rapporti idilliaci con Nuova Delhi).Più in generale, un tema centrale nella giornata di ieri è stato quello vaccinale. L'obiettivo infatti è immunizzare il 70% della popolazione mondiale entro il 2022, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invocato una maggiore condivisione dei vaccini attraverso il meccanismo Covax. Il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo in videoconferenza, ha chiesto una «cooperazione globale» in materia sanitaria, oltre alla sospensione dei brevetti per i vaccini. «Alcuni Paesi», ha detto invece il presidente russo Vladimir Putin intervenendo anche lui in videoconferenza, «adottano un approccio protezionistico nei confronti dei vaccini per il Covid e non sono disposti a riconoscere e registrare i vaccini. L'Oms deve aumentare la velocità con cui analizza e autorizza i vaccini e le terapie contro il Covid».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ex-dittatore-erdogan-vincitore-g20-2655457542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solito-corteo-di-studenti-e-sinistre-roma-blindata-ma-niente-scontri" data-post-id="2655457542" data-published-at="1635634918" data-use-pagination="False"> Solito corteo di studenti e sinistre. Roma blindata ma niente scontri Can che abbaia non morde. Ieri al corteo organizzato da Cobas, centri sociali, delegazioni dei lavoratori di Gkn, Ilva, Alitalia e Whirlpool e movimenti studenteschi (come Rete degli studenti medi) a Roma contro il vertice del G20 che si stava tenendo a Sud della città in un Eur blindatissimo (con tanto di strade chiuse e no fly zone), gli slogan erano praticamente gli stessi di 20 anni fa a Genova durante il G8. Fatta eccezione per quelli legati all'emergenza Covid. E anche le sigle presenti. Uno striscione con «Capitalismo è morte» sostenuto da due manifestanti mascherati da scheletri, «Insorgiamo», scandito dal Collettivo di fabbrica dei lavoratori della Gkn di Firenze, lo spezzone più agguerrito del corteo insieme a quello dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), con cui condividevano lo slogan. Il Partito marxista leninista chiedeva la cacciata del governo Draghi, mentre uno sparuto gruppo di una decina di anarchici esponeva striscioni contro il green pass e contro la guerra in Libia «attraverso evacuazione immediata». Per fortuna, l'imponente schieramento di poliziotti in assetto antisommossa che aveva blindato da un lato il lungotevere (con tanto di camion con idrante) e dall'altro via della Greca, obbligando il corteo a proseguire verso piazza della Bocca della verità, non si è rivelato necessario, e l'apparato di sicurezza messo a punto da Viminale, questura, prefettura e intelligence, con un ingente dispiegamento di uomini e mezzi, non è stato messo alla prova dalle proteste. I circa 5.000 manifestanti (secondo fonti della Questura) hanno sfilato ordinatamente lungo il percorso stabilito, partendo da piazzale Ostiense. A chiudere il corteo, quasi a rappresentare il cambio di paradigma rispetto al 2001, una delegazione di romana di Rifondazione comunista. Unico fuori programma, verso le 18 (appena mezz'ora dopo l'arrivo in piazza), un secondo corteo sullo stesso percorso di quello concordato, ma giustificato, secondo le forze dell'ordine, dal fatto che «la fermata metro più vicina è quella di Roma ostiense, considerata la chiusura di Circo massimo». La giornata non era partita al meglio. Alle prime luci del giorno infatti, nel tentativo di bloccare l'arrivo alla Nuvola dei capi di Stato, un gruppo di attivisti aveva tentato di bloccare la via Cristoforo Colombo, finendo disperso dalla polizia che ha identificato una cinquantina di manifestanti. Contemporaneamente al corteo antagonista, in piazza San Giovanni, si è svolto un sit in con circa 300 persone organizzato dal Partito comunista, dal Comitato 27 febbraio e da Patria socialista. Una manifestazione, alla quale era presente il leader del Partito comunista Marco Rizzo, incentrata sull'antifascismo («Le piazze non si condividono mai con i fascisti! I fascisti si combattono!» scandito da un partecipante sul palco), condita con un pizzico di no al green pass, definito da un anonimo oratore «senza scopo sanitario» «atto a imporre una discriminazione» e a «dividere i lavoratori». Anche in questo caso non sono stati segnalati scontri.
Ansa
La fotografia dell’incredibile situazione è contenuta nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2025. Due volumi di quasi mille pagine ciascuna, presentati mercoledì mattina dal ministro Carlo Nordio in Parlamento. Fra le tante anomalie che quotidianamente si registrano nei tribunali italiani, il Guardasigilli ha segnalato il raddoppio negli ultimi dieci anni delle spese del cosiddetto gratuito patrocinio. Nel 2015, per difendere chi non aveva la possibilità di nominare un avvocato di fiducia, lo Stato spendeva 215 milioni. Oggi la somma sfiora il mezzo miliardo. In pratica, più o meno quel che destiniamo al Fondo per le disabilità. Naturalmente, come recita l’articolo 24 della Costituzione, la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Dunque, primo, secondo e terzo grado di giudizio. E chi non può permettersi di ingaggiare un avvocato che lo difenda? La carta su cui si fonda la nostra Repubblica, chiarisce che «sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti a ogni giurisdizione».
Ovviamente gli immigrati sono considerati sempre e senza troppi approfondimenti persone che non hanno la possibilità di pagarsi un legale. Perciò paga Pantalone, cioè i contribuenti. Il problema è che gli extracomunitari giunti in Italia magari non avranno un soldo per ingaggiare un legale, però hanno tutte le informazioni che servono per nominarlo a spese dello Stato. In qualche caso, appena sbarcati, in tasca hanno già il numero di telefono dell’avvocato a cui appellarsi in caso di fermo, di diniego del permesso di soggiorno e perfino qualora venga loro consegnato un decreto di espulsione.
Forse non conoscono le nostre leggi e infatti molti si guardano bene dal rispettarle, tuttavia, conoscono a menadito i loro diritti e li fanno valere senza alcuna esitazione. Il conto di tutto ciò vale quasi 500 milioni, perché in gran parte sono gli stranieri a beneficiare del gratuito patrocinio. Una voce che pesa e non poco sul bilancio della giustizia, impedendo che questi fondi siano dirottati per consentire un migliore funzionamento dei tribunali.
Ma come si è arrivati a questa situazione? Semplice, la crescente immigrazione si è trasformata in un business per alcuni piccoli studi legali. I quali magari facevano fatica a campare con l’attività ordinaria, ma poi hanno scoperto la miniera d’oro dei ricorsi contro il diniego del permesso di soggiorno e i decreti di espulsione. Un affare, appunto, da mezzo miliardo. È vero che le parcelle sono al minimo, sulla base dei parametri forensi fissati dalle tabelle dell’ordine di categoria. Ma anche se basso, quando il compenso è esteso a una platea molto vasta, come quella degli immigrati, alla fine il fatturato è garantito e per di più dallo Stato.
In pratica, vista la difficoltà nell’accertare se lo straniero abbia o meno un reddito che gli consenta di pagarsi l’avvocato, della parcella si fa carico il ministero. Risultato, noi paghiamo un esercito di avvocati per impedire che chi non ha diritto di restare in Italia venga espulso. Vi sembra un paradosso? A me pare una follia. Non solo abbiamo dei giudici che si oppongono ai rimpatri, ma dobbiamo pure sobbarcarci della difesa di chi non vogliamo. E poi ci offendiamo se Trump o Vance dicono che l’Europa si avvia al suicidio.
Continua a leggereRiduci
Nella Regione di Murcia, giovedì mattina un treno a scartamento ridotto in servizio sulla linea Cartagena-Los Nietos si è scontrato ad Alumbres con una gru esterna alla rete ferroviaria, causando almeno sei feriti. Una Spagna sempre più sconcertata, e in lutto per le vittime, si chiede perché mai il governo non abbia provveduto alla doverosa manutenzione della rete, non solo di quell’alta velocità orgoglio del Paese.
Giovedì sono stati trovati gli ultimi due corpi dei passeggeri dispersi dopo il deragliamento del treno ad alta velocità Iryo partito da Malaga e diretto a Madrid, che aveva invaso la linea adiacente scontrandosi con un convoglio Renfe Alvia proveniente dalla direzione opposta e diretto a Huelva. Si sta lavorando per completare l’identificazione di tutte le vittime del tremendo incidente.
In Catalogna, solo nel pomeriggio il governo e i principali sindacati dei macchinisti della Renfe raggiungevano un accordo per ripristinare il servizio ferroviario suburbano Rodalies, dopo oltre 36 ore di inattività, in seguito all’incidente ferroviario a Gelida che aveva causato la morte di una persona e diversi feriti. Più di 400.000 catalani sono rimasti senza servizio ferroviario.
In segno di rispetto per le vittime, i partiti all’opposizione stanno rimandando lo scontro con Pedro Sánchez. Il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, ha già chiesto al governo di spiegare «nel dettaglio» perché le misure adottate dopo «questa settimana nera per le ferrovie» non siano state attuate in anticipo.
Oggi Vox ha annunciato di aver promosso un’azione legale contro l’ex presidente dell’Adif, Isabel Pardo de Vera, e l’attuale capo della compagnia ferroviaria statale, Pedro Marco de la Peña, per omicidio colposo e altri cinque reati a seguito dell’incidente ferroviario di Adamuz. Li ritiene «responsabili indipendentemente» dal fatto che le cause siano chiarite e attribuisce l’evento, ancora in fase di indagine, alla mancanza di manutenzione dei binari.
«Sánchez, con la felice collaborazione di Pilar Alegría (ex portavoce del governo e candidata del Psoe alle elezioni aragonesi dell’8 febbraio, ndr) ha avviato la Spagna verso la trasformazione in un Paese del Terzo mondo. Lo vediamo nelle ferrovie, nelle strade, nella rete elettrica, nei servizi pubblici... e nella corruzione dilagante», scriveva su X il leader di Vox, Santiago Abascal.
Intanto si celebrano i funerali delle vittime. Particolarmente toccante l’ultimo saluto alla famiglia Zamorano, padre, madre, figlioletto e nipote, tutti morti nel deragliamento mentre stavano viaggiando sul treno Alvia per tornare a Huelva. Solo la bambina di sei anni è sopravvissuta. Una folla immensa si è radunata ad Aljaraque, i compagni di classe del piccolo Pepe di 12 anni hanno lanciato in cielo palloncini bianchi. Il tributo di Stato per le vittime del tragico incidente si terrà a Huelva sabato 31 gennaio, alla presenza dei sovrani di Spagna. Da quella città proveniva infatti il maggior numero delle vittime.
In tanta tristezza, una notizia che rasserena. Boro, il cane scomparso dopo l’incidente e che viaggiava sull’Iryo, è stato ritrovato vivo dopo diversi giorni di intense ricerche nella zona. La sua proprietaria, Ana, era a bordo del treno assieme alla sorella Raquel ed entrambe erano rimaste ferite. Boro, incrocio tra uno schnauzer nero e un cane d’acqua spagnolo, terrorizzato dallo schianto e dalle urla era riuscito a scappare fuggendo attraverso i campi. Oggi i volontari l’hanno tratto in salvo e, dopo l’abbraccio della proprietaria, affidato alle cure dei veterinari.
Continua a leggereRiduci