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2021-10-31
L’«ex» dittatore Erdogan determinante su tutti i tavoli. È lui il vincitore del G20
Mario Draghi e Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Se c'è un «vincitore» di questo G20, molto probabilmente si tratta di Recep Tayyip Erdogan. Una valutazione esagerata? Probabilmente no. Al summit romano, il presidente turco ha beneficiato di tre fattori. In primo luogo, della debolezza politica di Joe Biden sia sul piano internazionale (la crisi afghana pesa sulla sua immagine) sia su quello interno (la sua agenda è di fatto impantanata al Congresso). Si pensi poi al caso della global minimum tax al 15% per le multinazionali. La misura è stata fortemente sostenuta da Biden e, dopo essere stata adottata ieri dal G20, rischia adesso di creargli ulteriori grattacapi in patria a causa dell'opposizione del Partito repubblicano. Va da sé che questa situazione ha indebolito il presidente americano. Un secondo fattore che ha favorito il Sultano risiede poi nello scarso coinvolgimento dell'asse sino-russo in questo G20, che ha aperto significativi margini di manovra a Erdogan (che non intrattiene comunque cattive relazioni con Mosca e con Pechino). In terzo luogo, il Sultano ha fatto valere la propria centralità su alcuni dossier fondamentali che sono stati discussi. Erdogan risulta infatti un interlocutore ineludibile per gli Stati Uniti (su Afghanistan e Nato), per l'Unione europea (sui flussi migratori) e per la stessa Italia (su Libia e Balcani).
È quindi in questo contesto che Mario Draghi ha avuto un bilaterale con il Sultano: un vertice che è seguito a un periodo di relazioni italoturche piuttosto burrascoso (soprattutto dopo che, lo scorso aprile, il nostro premier aveva definito Erdogan un «dittatore», mandando il diretto interessato su tutte le furie). Secondo una nota di Palazzo Chigi, i due leader ieri hanno affrontato «le relazioni Ue-Turchia, la crisi afgana e la stabilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione per gli sviluppi del processo politico intra libico». Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente turco mantiene una salda influenza sia sulla Libia occidentale sia sui Balcani: due aree particolarmente delicate per gli interessi del nostro Paese. Del resto, non sarà un caso che il dossier libico fosse già affiorato durante il colloquio dell'altro ieri tra Draghi e Biden: segno del fatto che, nell'attuale G20, il premier si sta muovendo per garantire un ruolo di primo piano di Roma nelle dinamiche del Paese nordafricano.
Sotto questo aspetto, è particolarmente preoccupante il ruolo della Francia. Biden sta infatti cercando di ricucire i rapporti con Parigi dopo il caso sottomarini. E non è escludibile che possa offrire a Emmanuel Macron una sponda sulla Libia come contropartita per tale distensione. Un'eventualità rischiosa per l'Italia, che Roma dovrebbe scongiurare a tutti i costi. Del resto, la crescente centralità di Erdogan al summit è stata testimoniata anche dall'incontro da lui avuto con il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: i due sono stati ritratti sorridenti mentre si stringevano la mano. Le polemiche del cosiddetto «sofagate» sembrano quindi diventate solo un lontano ricordo. E, del resto, Bruxelles continua ad avere necessità del leader turco per la questione dei flussi migratori. Intanto, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha già fatto sapere che Biden avrà un incontro bilaterale con Erdogan a margine della Cop26 di Glasgow.
Al di là della Turchia, Draghi ha avuto ieri un faccia a faccia anche con il premier britannico, Boris Johnson. Stando a una nota, i due leader «hanno concordato sul fatto che lo stretto coordinamento tra Regno Unito e Italia nel G7, G20 e Cop26 quest'anno è stato cruciale nel realizzare progressi tanto necessari su temi quali la pandemia da coronavirus e i cambiamenti climatici». Secondo un portavoce di Downing Street, «i leader hanno concordato sull'importanza di eliminare gradualmente l'uso del carbone per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 (gradi Celsius)». La stessa fonte, ha anche riferito che il premier britannico ha «incoraggiato il primo ministro Draghi ad andare oltre nei suoi impegni di finanziamento del clima per aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere in modo pulito e sostenibile».
In tutto questo, Draghi ha avuto l'altro ieri anche un incontro con il premier indiano, Narendra Modi, in cui si è parlato di transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici e crisi afghana. Il vertice pare aver dato i suoi frutti, visto che ieri - all'inizio del G20 - i due premier hanno mostrato una profonda sintonia. Del resto, è possibile leggere questa ricerca di una sponda indiana da parte di Draghi anche in chiave geopolitica: specialmente come un segnale di freddezza nei confronti di Pechino (che non intrattiene notoriamente rapporti idilliaci con Nuova Delhi).
Più in generale, un tema centrale nella giornata di ieri è stato quello vaccinale. L'obiettivo infatti è immunizzare il 70% della popolazione mondiale entro il 2022, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invocato una maggiore condivisione dei vaccini attraverso il meccanismo Covax. Il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo in videoconferenza, ha chiesto una «cooperazione globale» in materia sanitaria, oltre alla sospensione dei brevetti per i vaccini. «Alcuni Paesi», ha detto invece il presidente russo Vladimir Putin intervenendo anche lui in videoconferenza, «adottano un approccio protezionistico nei confronti dei vaccini per il Covid e non sono disposti a riconoscere e registrare i vaccini. L'Oms deve aumentare la velocità con cui analizza e autorizza i vaccini e le terapie contro il Covid».
Solito corteo di studenti e sinistre. Roma blindata ma niente scontri
Can che abbaia non morde. Ieri al corteo organizzato da Cobas, centri sociali, delegazioni dei lavoratori di Gkn, Ilva, Alitalia e Whirlpool e movimenti studenteschi (come Rete degli studenti medi) a Roma contro il vertice del G20 che si stava tenendo a Sud della città in un Eur blindatissimo (con tanto di strade chiuse e no fly zone), gli slogan erano praticamente gli stessi di 20 anni fa a Genova durante il G8. Fatta eccezione per quelli legati all'emergenza Covid. E anche le sigle presenti. Uno striscione con «Capitalismo è morte» sostenuto da due manifestanti mascherati da scheletri, «Insorgiamo», scandito dal Collettivo di fabbrica dei lavoratori della Gkn di Firenze, lo spezzone più agguerrito del corteo insieme a quello dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), con cui condividevano lo slogan. Il Partito marxista leninista chiedeva la cacciata del governo Draghi, mentre uno sparuto gruppo di una decina di anarchici esponeva striscioni contro il green pass e contro la guerra in Libia «attraverso evacuazione immediata».
Per fortuna, l'imponente schieramento di poliziotti in assetto antisommossa che aveva blindato da un lato il lungotevere (con tanto di camion con idrante) e dall'altro via della Greca, obbligando il corteo a proseguire verso piazza della Bocca della verità, non si è rivelato necessario, e l'apparato di sicurezza messo a punto da Viminale, questura, prefettura e intelligence, con un ingente dispiegamento di uomini e mezzi, non è stato messo alla prova dalle proteste. I circa 5.000 manifestanti (secondo fonti della Questura) hanno sfilato ordinatamente lungo il percorso stabilito, partendo da piazzale Ostiense. A chiudere il corteo, quasi a rappresentare il cambio di paradigma rispetto al 2001, una delegazione di romana di Rifondazione comunista. Unico fuori programma, verso le 18 (appena mezz'ora dopo l'arrivo in piazza), un secondo corteo sullo stesso percorso di quello concordato, ma giustificato, secondo le forze dell'ordine, dal fatto che «la fermata metro più vicina è quella di Roma ostiense, considerata la chiusura di Circo massimo».
La giornata non era partita al meglio. Alle prime luci del giorno infatti, nel tentativo di bloccare l'arrivo alla Nuvola dei capi di Stato, un gruppo di attivisti aveva tentato di bloccare la via Cristoforo Colombo, finendo disperso dalla polizia che ha identificato una cinquantina di manifestanti. Contemporaneamente al corteo antagonista, in piazza San Giovanni, si è svolto un sit in con circa 300 persone organizzato dal Partito comunista, dal Comitato 27 febbraio e da Patria socialista. Una manifestazione, alla quale era presente il leader del Partito comunista Marco Rizzo, incentrata sull'antifascismo («Le piazze non si condividono mai con i fascisti! I fascisti si combattono!» scandito da un partecipante sul palco), condita con un pizzico di no al green pass, definito da un anonimo oratore «senza scopo sanitario» «atto a imporre una discriminazione» e a «dividere i lavoratori». Anche in questo caso non sono stati segnalati scontri.
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Mario Draghi, oltre a Narendra Modi e Boris Johnson, incontra il Sultano per parlare di Libia. E la Turchia ha un ruolo chiave pure su Afghanistan e Balcani. Adottata la tassa minima globale.Roma paralizzata da più manifestazioni. Tentativo di occupare via Cristoforo Colombo.Lo speciale contiene due articoli.Se c'è un «vincitore» di questo G20, molto probabilmente si tratta di Recep Tayyip Erdogan. Una valutazione esagerata? Probabilmente no. Al summit romano, il presidente turco ha beneficiato di tre fattori. In primo luogo, della debolezza politica di Joe Biden sia sul piano internazionale (la crisi afghana pesa sulla sua immagine) sia su quello interno (la sua agenda è di fatto impantanata al Congresso). Si pensi poi al caso della global minimum tax al 15% per le multinazionali. La misura è stata fortemente sostenuta da Biden e, dopo essere stata adottata ieri dal G20, rischia adesso di creargli ulteriori grattacapi in patria a causa dell'opposizione del Partito repubblicano. Va da sé che questa situazione ha indebolito il presidente americano. Un secondo fattore che ha favorito il Sultano risiede poi nello scarso coinvolgimento dell'asse sino-russo in questo G20, che ha aperto significativi margini di manovra a Erdogan (che non intrattiene comunque cattive relazioni con Mosca e con Pechino). In terzo luogo, il Sultano ha fatto valere la propria centralità su alcuni dossier fondamentali che sono stati discussi. Erdogan risulta infatti un interlocutore ineludibile per gli Stati Uniti (su Afghanistan e Nato), per l'Unione europea (sui flussi migratori) e per la stessa Italia (su Libia e Balcani).È quindi in questo contesto che Mario Draghi ha avuto un bilaterale con il Sultano: un vertice che è seguito a un periodo di relazioni italoturche piuttosto burrascoso (soprattutto dopo che, lo scorso aprile, il nostro premier aveva definito Erdogan un «dittatore», mandando il diretto interessato su tutte le furie). Secondo una nota di Palazzo Chigi, i due leader ieri hanno affrontato «le relazioni Ue-Turchia, la crisi afgana e la stabilità nel Mediterraneo, con particolare attenzione per gli sviluppi del processo politico intra libico». Ricordiamo, a tal proposito, che il presidente turco mantiene una salda influenza sia sulla Libia occidentale sia sui Balcani: due aree particolarmente delicate per gli interessi del nostro Paese. Del resto, non sarà un caso che il dossier libico fosse già affiorato durante il colloquio dell'altro ieri tra Draghi e Biden: segno del fatto che, nell'attuale G20, il premier si sta muovendo per garantire un ruolo di primo piano di Roma nelle dinamiche del Paese nordafricano. Sotto questo aspetto, è particolarmente preoccupante il ruolo della Francia. Biden sta infatti cercando di ricucire i rapporti con Parigi dopo il caso sottomarini. E non è escludibile che possa offrire a Emmanuel Macron una sponda sulla Libia come contropartita per tale distensione. Un'eventualità rischiosa per l'Italia, che Roma dovrebbe scongiurare a tutti i costi. Del resto, la crescente centralità di Erdogan al summit è stata testimoniata anche dall'incontro da lui avuto con il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: i due sono stati ritratti sorridenti mentre si stringevano la mano. Le polemiche del cosiddetto «sofagate» sembrano quindi diventate solo un lontano ricordo. E, del resto, Bruxelles continua ad avere necessità del leader turco per la questione dei flussi migratori. Intanto, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Jake Sullivan, ha già fatto sapere che Biden avrà un incontro bilaterale con Erdogan a margine della Cop26 di Glasgow. Al di là della Turchia, Draghi ha avuto ieri un faccia a faccia anche con il premier britannico, Boris Johnson. Stando a una nota, i due leader «hanno concordato sul fatto che lo stretto coordinamento tra Regno Unito e Italia nel G7, G20 e Cop26 quest'anno è stato cruciale nel realizzare progressi tanto necessari su temi quali la pandemia da coronavirus e i cambiamenti climatici». Secondo un portavoce di Downing Street, «i leader hanno concordato sull'importanza di eliminare gradualmente l'uso del carbone per mantenere vivo l'obiettivo di 1,5 (gradi Celsius)». La stessa fonte, ha anche riferito che il premier britannico ha «incoraggiato il primo ministro Draghi ad andare oltre nei suoi impegni di finanziamento del clima per aiutare i Paesi in via di sviluppo a crescere in modo pulito e sostenibile». In tutto questo, Draghi ha avuto l'altro ieri anche un incontro con il premier indiano, Narendra Modi, in cui si è parlato di transizione energetica, lotta ai cambiamenti climatici e crisi afghana. Il vertice pare aver dato i suoi frutti, visto che ieri - all'inizio del G20 - i due premier hanno mostrato una profonda sintonia. Del resto, è possibile leggere questa ricerca di una sponda indiana da parte di Draghi anche in chiave geopolitica: specialmente come un segnale di freddezza nei confronti di Pechino (che non intrattiene notoriamente rapporti idilliaci con Nuova Delhi).Più in generale, un tema centrale nella giornata di ieri è stato quello vaccinale. L'obiettivo infatti è immunizzare il 70% della popolazione mondiale entro il 2022, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha invocato una maggiore condivisione dei vaccini attraverso il meccanismo Covax. Il presidente cinese, Xi Jinping, intervenendo in videoconferenza, ha chiesto una «cooperazione globale» in materia sanitaria, oltre alla sospensione dei brevetti per i vaccini. «Alcuni Paesi», ha detto invece il presidente russo Vladimir Putin intervenendo anche lui in videoconferenza, «adottano un approccio protezionistico nei confronti dei vaccini per il Covid e non sono disposti a riconoscere e registrare i vaccini. L'Oms deve aumentare la velocità con cui analizza e autorizza i vaccini e le terapie contro il Covid».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ex-dittatore-erdogan-vincitore-g20-2655457542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="solito-corteo-di-studenti-e-sinistre-roma-blindata-ma-niente-scontri" data-post-id="2655457542" data-published-at="1635634918" data-use-pagination="False"> Solito corteo di studenti e sinistre. Roma blindata ma niente scontri Can che abbaia non morde. Ieri al corteo organizzato da Cobas, centri sociali, delegazioni dei lavoratori di Gkn, Ilva, Alitalia e Whirlpool e movimenti studenteschi (come Rete degli studenti medi) a Roma contro il vertice del G20 che si stava tenendo a Sud della città in un Eur blindatissimo (con tanto di strade chiuse e no fly zone), gli slogan erano praticamente gli stessi di 20 anni fa a Genova durante il G8. Fatta eccezione per quelli legati all'emergenza Covid. E anche le sigle presenti. Uno striscione con «Capitalismo è morte» sostenuto da due manifestanti mascherati da scheletri, «Insorgiamo», scandito dal Collettivo di fabbrica dei lavoratori della Gkn di Firenze, lo spezzone più agguerrito del corteo insieme a quello dei Carc (Partito dei comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), con cui condividevano lo slogan. Il Partito marxista leninista chiedeva la cacciata del governo Draghi, mentre uno sparuto gruppo di una decina di anarchici esponeva striscioni contro il green pass e contro la guerra in Libia «attraverso evacuazione immediata». Per fortuna, l'imponente schieramento di poliziotti in assetto antisommossa che aveva blindato da un lato il lungotevere (con tanto di camion con idrante) e dall'altro via della Greca, obbligando il corteo a proseguire verso piazza della Bocca della verità, non si è rivelato necessario, e l'apparato di sicurezza messo a punto da Viminale, questura, prefettura e intelligence, con un ingente dispiegamento di uomini e mezzi, non è stato messo alla prova dalle proteste. I circa 5.000 manifestanti (secondo fonti della Questura) hanno sfilato ordinatamente lungo il percorso stabilito, partendo da piazzale Ostiense. A chiudere il corteo, quasi a rappresentare il cambio di paradigma rispetto al 2001, una delegazione di romana di Rifondazione comunista. Unico fuori programma, verso le 18 (appena mezz'ora dopo l'arrivo in piazza), un secondo corteo sullo stesso percorso di quello concordato, ma giustificato, secondo le forze dell'ordine, dal fatto che «la fermata metro più vicina è quella di Roma ostiense, considerata la chiusura di Circo massimo». La giornata non era partita al meglio. Alle prime luci del giorno infatti, nel tentativo di bloccare l'arrivo alla Nuvola dei capi di Stato, un gruppo di attivisti aveva tentato di bloccare la via Cristoforo Colombo, finendo disperso dalla polizia che ha identificato una cinquantina di manifestanti. Contemporaneamente al corteo antagonista, in piazza San Giovanni, si è svolto un sit in con circa 300 persone organizzato dal Partito comunista, dal Comitato 27 febbraio e da Patria socialista. Una manifestazione, alla quale era presente il leader del Partito comunista Marco Rizzo, incentrata sull'antifascismo («Le piazze non si condividono mai con i fascisti! I fascisti si combattono!» scandito da un partecipante sul palco), condita con un pizzico di no al green pass, definito da un anonimo oratore «senza scopo sanitario» «atto a imporre una discriminazione» e a «dividere i lavoratori». Anche in questo caso non sono stati segnalati scontri.
Piero Portaluppi (Fondazione Portaluppi-FAI)
Nei grandi palazzi che hanno disegnato la storia abitativa della grande borghesia industriale della prima metà del secolo XX, sono talvolta i piccoli dettagli a svelare il carattere unico di Piero Portaluppi, uno dei massimi esponenti dell’architettura italiana tra gli anni Venti e gli Anni Cinquanta. Nei particolari poetici e sognanti, inseriti nel contesto dei capolavori più importanti dell’architettura borghese di Milano, è la sintesi di un’opera grandiosa e unica. Un’opera che ha firmato per sempre l’aspetto della capitale industriale d’Italia negli anni della massima espressione della borghesia industriale e allo stesso tempo intellettuale della città. Da oggi, a Villa Necchi Campiglio, sarà possibile rivivere l’opera del grande architetto grazie all’acquisizione da parte del Fondo per l’Ambiente Italiano del patrimonio archivistico proveniente dalla Fondazione Piero Portaluppi, gestita per decenni dai discendenti dell’architetto ed ora messa a disposizione del pubblico. Stiamo parlando di oltre 1.000 disegni autografi tra il 1909 e il 1967, di altrettante stampe fotografiche, appunti e schizzi, 15.000 cartoline oltre a 100 bobine di pellicola che fanno rivivere la storia dei grandi personaggi con cui Portaluppi si relazionava. E ancora, all’ultimo piano della residenza milanese che fu degli industriali Necchi, la ricostruzione fedele dello studio dell’architetto. Da quella scrivania particolare, battezzata «Omnibus» dal suo inventore, nacquero i progetti che cambiarono il volto della Milano che produceva e cresceva vertiginosamente all’inizio del XX secolo.
Piero Portaluppi era nato a Milano nel 1888, quando la città era nel vivo del progresso positivista delle scienze e dell'industria. Figlio di un ingegnere edile, si laurea al Politecnico nel 1910. Nel 1915 partecipando poco più tardi alla Grande Guerra come ufficiale nel Corpo del Genio. La carriera di architetto prese piede da quell’elemento che fece grande la Milano della «belle époque», l’elettricità. Nel 1913 sposa Lia Baglia, nipote dell’industriale elettrico Ettore Conti, che aprì le porte all’estro di Portaluppi affidandogli la realizzazione degli edifici di centrali idroelettriche come quelle ossolane di Verampio e Cadarese, caratterizzate dallo stile eclettico tipico della cultura architettonica industriale dell’epoca. Il carattere estremamente versatile di Portaluppi, rigoroso ma ironico allo stesso tempo (era autore di vignette e bozzetti satirici pubblicati su alcuni giornali), lo resero presto famoso tra la borghesia industriale più in vista del capoluogo lombardo.
Tra gli anni ’20 e gli anni ’40 Portaluppi viveva il momento di massimo successo professionale. Non solo come architetto, ma anche come urbanista, designato come membro insigne della commissione per il piano di sviluppo milanese. Tra le due guerre, nascono i progetti e le realizzazioni più importanti dell'architetto, tra cui la stessa Villa Necchi Campiglio, concepita con canoni che superavano il razionalismo dominante del ventennio con elementi caratteristici del modernismo, con un’attenzione particolare alla distribuzione degli spazi e all’importanza nei dettagli che resero unica la firma dell’architetto milanese. Per la grande borghesia realizza Palazzo Crespi, dimora della grande famiglia di industriali tessili e proprietari del «Corriere della Sera». Edificio monumentale per imponenza, è alleggerito dalle invenzioni e dalla creatività di Portaluppi, nelle geometrie delle scalinate a spirale, nelle nicchie, nei dettagli impreziositi da una scelta precisa dei materiali, funzionali alle forme. La casa degli Atellani fu anche la sua dimora. Originariamente palazzo storico risalente al Quattrocento (dove è custodita la famosa vigna di Leonardo da Vinci), viene riletto totalmente da Portaluppi nella distribuzione degli spazi e, ancora una volta, dà sfogo ad una creatività che superava le mode e gli stili canonici. L’ironia e la maestria si leggono bene nella facciata interna dell’edificio, dove l’architetto-proprietario realizza una sorta di neobarocco inserito armonicamente nel contesto della casa dell’epoca di Ludovico il Moro. Del periodo è anche il progetto del Planetario Ulrico Hoepli, donato alla città di Milano dall’editore, caratterizzato da elementi apertamente neoclassici come il pronao alleggeriti all’interno dalle decorazioni con scie di costellazioni e elementi geometrici. Quasi di fronte al Planetario, Portaluppi realizza per la borghesia milanese il palazzo della Società Buonarroti-Carpaccio-Giotto in corso Venezia, un edificio con pianta a «u» ispirato dallo stile Secessionista e caratterizzato da un imponente passaggio coperto da un grande arco a tutto sesto decorato al suo interno con elementi romboidali.
Nel dopoguerra, decadute totalmente le ipotesi di collaborazione con il regime fascista, Portaluppi rimase al centro del dibattito sul futuro architettonico di una Milano da ripensare assieme ai più grandi studi come BBPR e Giò Ponti, continuando l’attività di progettazione di palazzi e interni per la committenza alto borghese. Piero Portaluppi si ritira dalla docenza al Politecnico nel 1958, muore nella sua Milano il 6 luglio 1967.
Oggi, grazie alla Fondazione che porta il suo nome ed al Fondo per l’Ambiente Italiano, possiamo immaginare nuovamente il grande architetto al lavoro nel suo studio di via Morozzo della Rocca, fedelmente ricostruito nelle stanze all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio, tra i suoi capolavori più apprezzati nel mondo. A Milano, in via Mozart 14.
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L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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