True
2019-12-30
L’Ue spreca in «aiuti» 3 miliardi l’anno. Finanziamo persino i bagni in Niger
Ansa
L'equivalente di 16 lussuosissime Ferrari F488 al giorno, o se preferite l'importo corrispondente al costo di 2.500 appartamenti signorili nel centro di Milano. Tradotto in soldoni: 1,8 miliardi di euro l'anno. È quanto l'Ue spende solo per supportare i bilanci dei Paesi extraeuropei. Un capitolo di spesa che assorbe una fetta importante, circa un quinto (18%), sul totale degli aiuti per lo sviluppo esterno erogati da Bruxelles. Questo fiume di denaro confluisce direttamente nelle casse degli Stati richiedenti: i fondi vengono infatti trasferiti direttamente alle tesorerie nazionali dei soggetti coinvolti, purché questi rispettino le condizioni di pagamento concordate.
Secondo l'ultimo rapporto annuale pubblicato a settembre dalla Commissione europea, dal 2013 al 2018 l'importo complessivo stanziato ha raggiunto la considerevole cifra di quasi 12 miliardi di euro, mentre per l'anno appena trascorso si stima un esborso pari a 1,65 miliardi, dunque appena inferiore rispetto all'anno precedente. Niente male, se consideriamo che in realtà i destinatari di questa misura non fanno parte dell'eurozona, né tantomeno dell'Unione europea, e dunque non contribuiscono in alcun modo al bilancio e allo sviluppo continentale. Se a questi aggiungiamo i fondi stanziati per i Paesi in fase di preadesione (Turchia e nazioni balcaniche), che sono 11,5 miliardi tra il 2014 e il 2020, si raddoppia: circa 23 miliardi complessivi, oltre 3 ogni anno.
Nel 2018, oltre un quarto del totale (488 milioni) degli importi stanziati per il sostegno al bilancio è finito nelle tasche dei Paesi dell'Africa centro-occidentale. Seguono nell'immaginario podio l'Asia (302 milioni) e gli Stati interessati dallo Strumento europeo di vicinato (Eni) dell'area Sud (280 milioni), ovvero Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia. Più indietro, invece, l'Africa sudorientale (247 milioni), l'America Latina (102) e i territori d'Oltremare (93). Considerando il settennato 2013-2019, la regione dell'Africa centro-occidentale si conferma quella che ha ricevuto la cifra maggiore (3,5 miliardi di euro), seguita dai Paesi dello Strumento di vicinato Sud (1,85 miliardi) e dell'Africa sudorientale (1,64 miliardi).
I pagamenti dei contributi vengono effettuati sotto forma di quote fisse e variabili. Gli importi erogati in quote variabili dipendono dalla performance ottenuta dai Paesi partner, misurata con indicatori di performance predefiniti. Dalla relazione annuale pubblicata da Bruxelles scopriamo che il rapporto tra quote variabili e fisse, curiosamente, varia in maniera sensibile da regione a regione. Si va dai territori d'Oltremare (87% fisso, 13% variabile) e all'area del Pacifico (77% contro 23%), a gruppi di Stati molto più sbilanciati verso la quota variabile, come quelli appartenenti allo Strumento di vicinato dell'Est (cioè Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina), America Latina e il club dei Paesi facenti parte dello Strumento di preadesione all'Ue (Turchia, Albania, Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo). Per ciò che concerne i settori di destinazione, nell'ordine troviamo l'istruzione (oltre 700 milioni), l'agricoltura (600 milioni) e la salute (300 milioni).
Parlando dei progetti presi in considerazione per l'affidamento delle somme, se alcuni vanno incontro a fini più che nobili, altri destano qualche perplessità. Le categorie coincidono con i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sgds) dell'Agenda 2030 concordata dalle Nazioni unite. Dall'eliminazione della povertà, all'azzeramento della fame, fino alla qualità dell'istruzione e alla salute, passando per la crescita economia e la dignità del lavoro. Ma nel calderone troviamo anche iniziative come l'installazione di bagni solo per donne in Niger, l'aumento della partecipazione femminile nelle forze dell'ordine in Moldavia, il miglioramento della viabilità locale in Etiopia e l'addestramento per migliorare l'efficienza dei posti di blocco in Montenegro.
Ovviamente non mancano le tematiche ambientaliste. Ricalcando le preoccupazioni dell'Onu, anche questi fondi Ue danno largo spazio ai progetti legati alla lotta ai cambiamenti climatici. Dal 2014 al 2018, quasi un quinto delle operazioni deliberate (17%) ha riguardato il «climate action», percentuale che sale al 22% se si considera anche il settore dell'energia. Anche in questo caso, i progetti approvati fanno inarcare qualche sopracciglio. Uno su tutti, la riorganizzazione della raccolta dei rifiuti di Tuvalu, minuscola nazione dell'Oceania, dove si è raggiunta una percentuale dell'80% nelle isolette del cerchio esterno e ben il 100% - così annunciano trionfanti da Bruxelles gli estensori del rapporto - nella capitale Funafuti, città che conta - udite udite - la bellezza di 6.000 abitanti.
Lo strumento del supporto al budget si inquadra in un contesto più ampio, quello degli aiuti esterni che ogni anno l'Ue destina ai Paesi extraeuropei e che non rientrano necessariamente nella tipologia dei trasferimenti diretti. Nel report pubblicato a metà dicembre, Bruxelles ha reso noto di aver erogato nel 2018 stanziamenti per 9,7 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti 4 miliardi relativi allo European development fund (Edf), ideato per fornire aiuti indirizzati specificamente ai Paesi di Africa, Caraibi e del Pacifico (Acp) e dei territori d'Oltremare.
La parte del leone sui contributi totali la fa appunto l'Africa con 5,3 miliardi, seguita da Asia (2,9 miliardi), Europa (2,1 miliardi), altri Paesi in via di sviluppo (1,25 miliardi), America (752 milioni), mentre l'Oceania è fanalino di coda con 134 milioni.
Un discorso a parte lo merita il già citato Strumento di preadesione (Ipa), meccanismo nato per garantire l'aiuto finanziario ai Paesi candidati (o potenziali tali, come nel caso dei Balcani) all'adesione all'Unione europea. La prima tranche del programma, dal 2007 al 2013, aveva un budget di 11,5 miliardi di euro, mentre la seconda (iniziata nel 2014 e il cui termine è fissato nel 2020) ha una dotazione di 11,7 miliardi. Gli interventi previsti possono riguardare cinque settori: sostegno alla transizione e rafforzamento delle istituzioni, cooperazione transfrontaliera, sviluppo regionale, risorse umane e sviluppo rurale. Nel settennato in corso la classifica vede in testa la Turchia (3,5 miliardi), seguita da Serbia (1,54 miliardi), Albania (639,5 milioni), Macedonia del Nord (608,7), Kosovo (602,1), Bosnia-Erzegovina (552,1) e Montenegro (279,1), mentre i programmi multi-Paese sfiorano i 3 miliardi di euro. Tutto gentilmente offerto, nemmeno a dirlo, dai contribuenti europei.
I revisori sgridano la Commissione: «Pochi controlli e risultati scarsi»
Quando a Bruxelles si tratta di aprire il portafoglio, tutto bene. Ma che succede quando entrano in azione i controllori dei conti? Spesso e volentieri, pur confermando la bontà delle iniziative messe in campo, i revisori continentali bacchettano le modalità con cui la Commissione e le altre istituzioni utilizzano i fondi. È il caso dello strumento del supporto al budget, soldi a pioggia destinati a rimpinguare direttamente le casse dei Paesi beneficiari. Nel mese di dicembre, la Corte dei conti europea ha pubblicato una relazione speciale dedicata al tema della qualità dei dati utilizzati per il supporto al bilancio, in particolare per ciò che concerne le quote variabili. Queste ultime vengono erogate sulla base di indicatori di performance predefiniti. La Corte ha esaminato se la Commissione avesse fatto uso di dati sulla performance pertinenti e attendibili per l'erogazione di questa tipologia di quote. Un passaggio cruciale anche perché, come sottolineano gli stessi tecnici che hanno redatto la relazione, a ogni indicatore di performance corrisponde un valore finanziario, e perciò più indicatori un singolo Stato riesce a conseguire, tanto maggiore sarà la quota variabile pagata.
Nell'ambito delle verifiche effettuate, la Corte ha preso in considerazione un campione di 24 contratti, riguardanti gli otto Stati che hanno ricevuto i maggiori esborsi a titolo di quote variabili nel 2017, vale a dire Giordania, Georgia, Bolivia, Etiopia, Moldavia, Ruanda, Vietnam e Pakistan. Complessivamente, gli importi sottoposti ad audit sono stati pari a 234,2 milioni di euro, per un totale di 248 indicatori di performance. Sono state inoltre svolte visite in tre Paesi: Giordania, Georgia e Bolivia. I risultati emersi sono tutt'altro che confortanti. Per prima cosa, i revisori hanno rilevato che quasi un terzo degli indicatori (29%) non erano sufficientemente specifici, in quanto formulati in modo «vago» e «usando espressioni quali “migliorare", “prestare maggiore attenzione" e “documentare"». Di conseguenza, rileva la Corte, il rischio che si corre è quello di emettere «giudizi discordanti sul conseguimento o meno degli obiettivi», e ottenere «risultati diversi al momento di calcolare l'importo della quota variabile da pagare». Detto con parole più semplici, c'è il pericolo di sbagliare clamorosamente gli importi da corrispondere ai singoli Paesi.
Ma non è tutto. Come fanno notare gli estensori del rapporto, i progressi sono misurabili solo se possono essere confrontati con la situazione precedente. Ebbene, nel 41% dei casi presi in esame è stata osservata la mancanza totale dei valori iniziali, oppure dati non corretti o non aggiornati. Infine, la Corte ha notato che alcuni obiettivi erano molto facili da raggiungere, mentre altri indicatori presentavano un effetto di incentivazione molto limitato. Per effetto di queste distorsioni, alcuni pagamenti non sono risultati sufficientemente giustificati. Sul totale dei pagamenti controllati, infatti, la valutazione della Corte si è discostata da quella effettuata dalla Commissione per 5 Paesi su 8, e per un importo pari a 13,3 milioni di euro (5,8% del totale). A questa cifra vanno sommati 3,4 milioni per fondi erogati a seguito di valori iniziali non corretti: il totale sale dunque a 16,7 milioni, e la percentuale al 7,1% sul volume delle pratiche esaminate.
La Corte ha messo sotto la sua lente anche il caso specifico del Marocco, il Paese nordafricano che riceve maggiore sostegno dall'Ue. Solo nel corso del 2017, Bruxelles ha stanziato in favore di Rabat l'importante cifra di 711 milioni di dollari (pari a circa 640 milioni di euro). Per ciò che concerne il supporto al bilancio, dal 2014 al 2018 sono stati stipulati contratti per 562 milioni di euro. Anche in questo caso, i revisori dei conti hanno riscontrato alcune importanti criticità, concludendo che i programmi attuati «non hanno avuto un impatto significativo». Gli obiettivi sono stati giudicati «poco ambiziosi» (a volte addirittura già raggiunti) ed è stata contestata «l'assenza di controlli rigorosi sulla valutazione dei risultati».
Ma gli aiuti lasciano il Continente nero in miseria
Nel 2018 l'Italia ha donato ai Paesi africani 4,9 miliardi di dollari. Una somma enorme, che va ad aggiungersi alle erogazioni effettuate dall'Unione europea, anche se in percentuale la cifra sembra modesta: rappresenta infatti lo 0,23% del reddito nazionale lordo. L'anno precedente le erogazioni erano state pari a 5,9 miliardi di dollari. C'è stata dunque una riduzione dei finanziamenti all'Africa. La tendenza è comune a tutti i Paesi più sviluppati, come confermano i dati dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): la spesa complessiva dei primi 30 Paesi verso le nazioni meno sviluppate è diminuita del 2,7% tra il 2017 e il 2018. Il taglio operato dall'Italia, pari a oltre il 20%, è il maggiore tra tutti i Paesi Ocse.
Il flusso di capitali verso l'Africa resta comunque molto consistente. Sempre secondo l'Ocse, nel decennio tra il 2006 e il 2015 (ultimo dato disponibile) la comunità internazionale ha destinato al continente 515,8 miliardi di dollari come contributi ufficiali di provenienza pubblica e privata. Dai 27,7 miliardi erogati nel 2006 si è compiuto un balzo fino ai 51,8 miliardi di dollari stanziati complessivamente nel 2015: l'aumento è dell'87%. Il Paese maggiormente beneficiato è l'Egitto (53,2 miliardi di dollari nel decennio considerato) seguito da Sudafrica (52,4 miliardi) e la Nigeria (39,8 miliardi di dollari). Dal dopoguerra gli aiuti inviati all'Africa hanno superato i 1.000 miliardi di dollari.
Flussi di denaro colossali che però hanno uno scarsissimo impatto sulle reali condizioni di vita delle popolazioni, se è vero quanto riportano le statistiche sociali: la miseria rimane la condizione di vita normale per centinaia di milioni di africani (ancora oggi l'80% della popolazione sopravvive con meno di 1 dollaro al giorno), mentre le correnti migratorie non cessano di ingrossare le file di quanti cercano una vita migliore nei Paesi occidentali. Ma la fuga dall'Africa colpisce anche le nazioni che ricevono le maggiori attenzioni dagli Stati più sviluppati. Il Marocco, per esempio, è tra i Paesi africani più sovvenzionati dall'Unione europea. Il re Mohammed VI ha portato sicurezza, industrie, collegamenti stradali, internet. Eppure dal Maghreb si continua a fuggire in misura massiccia.
Per molti intellettuali africani, gli aiuti internazionali sono un fattore che perpetua il sottosviluppo, non lo cancella. L'economista zambiana Dambisa Moyo ha pubblicato nel 2009 un libro intitolato Dead Aid, tradotto in italiano da Rizzoli come La carità che uccide: la sua tesi, confermata da studi condotti tra Oxford e Harvard, è che i cosiddetti sostegni umanitari impoveriscono sempre più l'Africa in quanto rappresentano «una cornucopia di elemosine con cui il mondo sviluppato tiene al guinzaglio» il continente.
Continua a leggereRiduci
Bruxelles foraggia parecchie nazioni nel mondo che sono nostre concorrenti commerciali e non contribuiscono per nulla ai bilanci comunitari. Maxi regali anche ai Paesi in via di sviluppo.L'ultimo rapporto della Corte dei conti critica pesantemente il modo di gestire i fondi per lo sviluppo. Gli obiettivi sono «poco ambiziosi» mentre i programmi attuati «non hanno avuto impatto significativo».Dal dopoguerra sono arrivati in Africa 1.000 miliardi però l'80% della popolazione vive ancora con 1 dollaro al giorno.Lo speciale contiene tre articoli.L'equivalente di 16 lussuosissime Ferrari F488 al giorno, o se preferite l'importo corrispondente al costo di 2.500 appartamenti signorili nel centro di Milano. Tradotto in soldoni: 1,8 miliardi di euro l'anno. È quanto l'Ue spende solo per supportare i bilanci dei Paesi extraeuropei. Un capitolo di spesa che assorbe una fetta importante, circa un quinto (18%), sul totale degli aiuti per lo sviluppo esterno erogati da Bruxelles. Questo fiume di denaro confluisce direttamente nelle casse degli Stati richiedenti: i fondi vengono infatti trasferiti direttamente alle tesorerie nazionali dei soggetti coinvolti, purché questi rispettino le condizioni di pagamento concordate. Secondo l'ultimo rapporto annuale pubblicato a settembre dalla Commissione europea, dal 2013 al 2018 l'importo complessivo stanziato ha raggiunto la considerevole cifra di quasi 12 miliardi di euro, mentre per l'anno appena trascorso si stima un esborso pari a 1,65 miliardi, dunque appena inferiore rispetto all'anno precedente. Niente male, se consideriamo che in realtà i destinatari di questa misura non fanno parte dell'eurozona, né tantomeno dell'Unione europea, e dunque non contribuiscono in alcun modo al bilancio e allo sviluppo continentale. Se a questi aggiungiamo i fondi stanziati per i Paesi in fase di preadesione (Turchia e nazioni balcaniche), che sono 11,5 miliardi tra il 2014 e il 2020, si raddoppia: circa 23 miliardi complessivi, oltre 3 ogni anno.Nel 2018, oltre un quarto del totale (488 milioni) degli importi stanziati per il sostegno al bilancio è finito nelle tasche dei Paesi dell'Africa centro-occidentale. Seguono nell'immaginario podio l'Asia (302 milioni) e gli Stati interessati dallo Strumento europeo di vicinato (Eni) dell'area Sud (280 milioni), ovvero Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia. Più indietro, invece, l'Africa sudorientale (247 milioni), l'America Latina (102) e i territori d'Oltremare (93). Considerando il settennato 2013-2019, la regione dell'Africa centro-occidentale si conferma quella che ha ricevuto la cifra maggiore (3,5 miliardi di euro), seguita dai Paesi dello Strumento di vicinato Sud (1,85 miliardi) e dell'Africa sudorientale (1,64 miliardi).I pagamenti dei contributi vengono effettuati sotto forma di quote fisse e variabili. Gli importi erogati in quote variabili dipendono dalla performance ottenuta dai Paesi partner, misurata con indicatori di performance predefiniti. Dalla relazione annuale pubblicata da Bruxelles scopriamo che il rapporto tra quote variabili e fisse, curiosamente, varia in maniera sensibile da regione a regione. Si va dai territori d'Oltremare (87% fisso, 13% variabile) e all'area del Pacifico (77% contro 23%), a gruppi di Stati molto più sbilanciati verso la quota variabile, come quelli appartenenti allo Strumento di vicinato dell'Est (cioè Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina), America Latina e il club dei Paesi facenti parte dello Strumento di preadesione all'Ue (Turchia, Albania, Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo). Per ciò che concerne i settori di destinazione, nell'ordine troviamo l'istruzione (oltre 700 milioni), l'agricoltura (600 milioni) e la salute (300 milioni). Parlando dei progetti presi in considerazione per l'affidamento delle somme, se alcuni vanno incontro a fini più che nobili, altri destano qualche perplessità. Le categorie coincidono con i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sgds) dell'Agenda 2030 concordata dalle Nazioni unite. Dall'eliminazione della povertà, all'azzeramento della fame, fino alla qualità dell'istruzione e alla salute, passando per la crescita economia e la dignità del lavoro. Ma nel calderone troviamo anche iniziative come l'installazione di bagni solo per donne in Niger, l'aumento della partecipazione femminile nelle forze dell'ordine in Moldavia, il miglioramento della viabilità locale in Etiopia e l'addestramento per migliorare l'efficienza dei posti di blocco in Montenegro. Ovviamente non mancano le tematiche ambientaliste. Ricalcando le preoccupazioni dell'Onu, anche questi fondi Ue danno largo spazio ai progetti legati alla lotta ai cambiamenti climatici. Dal 2014 al 2018, quasi un quinto delle operazioni deliberate (17%) ha riguardato il «climate action», percentuale che sale al 22% se si considera anche il settore dell'energia. Anche in questo caso, i progetti approvati fanno inarcare qualche sopracciglio. Uno su tutti, la riorganizzazione della raccolta dei rifiuti di Tuvalu, minuscola nazione dell'Oceania, dove si è raggiunta una percentuale dell'80% nelle isolette del cerchio esterno e ben il 100% - così annunciano trionfanti da Bruxelles gli estensori del rapporto - nella capitale Funafuti, città che conta - udite udite - la bellezza di 6.000 abitanti.Lo strumento del supporto al budget si inquadra in un contesto più ampio, quello degli aiuti esterni che ogni anno l'Ue destina ai Paesi extraeuropei e che non rientrano necessariamente nella tipologia dei trasferimenti diretti. Nel report pubblicato a metà dicembre, Bruxelles ha reso noto di aver erogato nel 2018 stanziamenti per 9,7 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti 4 miliardi relativi allo European development fund (Edf), ideato per fornire aiuti indirizzati specificamente ai Paesi di Africa, Caraibi e del Pacifico (Acp) e dei territori d'Oltremare. La parte del leone sui contributi totali la fa appunto l'Africa con 5,3 miliardi, seguita da Asia (2,9 miliardi), Europa (2,1 miliardi), altri Paesi in via di sviluppo (1,25 miliardi), America (752 milioni), mentre l'Oceania è fanalino di coda con 134 milioni.Un discorso a parte lo merita il già citato Strumento di preadesione (Ipa), meccanismo nato per garantire l'aiuto finanziario ai Paesi candidati (o potenziali tali, come nel caso dei Balcani) all'adesione all'Unione europea. La prima tranche del programma, dal 2007 al 2013, aveva un budget di 11,5 miliardi di euro, mentre la seconda (iniziata nel 2014 e il cui termine è fissato nel 2020) ha una dotazione di 11,7 miliardi. Gli interventi previsti possono riguardare cinque settori: sostegno alla transizione e rafforzamento delle istituzioni, cooperazione transfrontaliera, sviluppo regionale, risorse umane e sviluppo rurale. Nel settennato in corso la classifica vede in testa la Turchia (3,5 miliardi), seguita da Serbia (1,54 miliardi), Albania (639,5 milioni), Macedonia del Nord (608,7), Kosovo (602,1), Bosnia-Erzegovina (552,1) e Montenegro (279,1), mentre i programmi multi-Paese sfiorano i 3 miliardi di euro. Tutto gentilmente offerto, nemmeno a dirlo, dai contribuenti europei. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eurosprechi-da-tuvalu-al-sahara-cosi-buttiamo-3-miliardi-lanno-2642780932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-revisori-sgridano-la-commissione-pochi-controlli-e-risultati-scarsi" data-post-id="2642780932" data-published-at="1772035272" data-use-pagination="False"> I revisori sgridano la Commissione: «Pochi controlli e risultati scarsi» Quando a Bruxelles si tratta di aprire il portafoglio, tutto bene. Ma che succede quando entrano in azione i controllori dei conti? Spesso e volentieri, pur confermando la bontà delle iniziative messe in campo, i revisori continentali bacchettano le modalità con cui la Commissione e le altre istituzioni utilizzano i fondi. È il caso dello strumento del supporto al budget, soldi a pioggia destinati a rimpinguare direttamente le casse dei Paesi beneficiari. Nel mese di dicembre, la Corte dei conti europea ha pubblicato una relazione speciale dedicata al tema della qualità dei dati utilizzati per il supporto al bilancio, in particolare per ciò che concerne le quote variabili. Queste ultime vengono erogate sulla base di indicatori di performance predefiniti. La Corte ha esaminato se la Commissione avesse fatto uso di dati sulla performance pertinenti e attendibili per l'erogazione di questa tipologia di quote. Un passaggio cruciale anche perché, come sottolineano gli stessi tecnici che hanno redatto la relazione, a ogni indicatore di performance corrisponde un valore finanziario, e perciò più indicatori un singolo Stato riesce a conseguire, tanto maggiore sarà la quota variabile pagata. Nell'ambito delle verifiche effettuate, la Corte ha preso in considerazione un campione di 24 contratti, riguardanti gli otto Stati che hanno ricevuto i maggiori esborsi a titolo di quote variabili nel 2017, vale a dire Giordania, Georgia, Bolivia, Etiopia, Moldavia, Ruanda, Vietnam e Pakistan. Complessivamente, gli importi sottoposti ad audit sono stati pari a 234,2 milioni di euro, per un totale di 248 indicatori di performance. Sono state inoltre svolte visite in tre Paesi: Giordania, Georgia e Bolivia. I risultati emersi sono tutt'altro che confortanti. Per prima cosa, i revisori hanno rilevato che quasi un terzo degli indicatori (29%) non erano sufficientemente specifici, in quanto formulati in modo «vago» e «usando espressioni quali “migliorare", “prestare maggiore attenzione" e “documentare"». Di conseguenza, rileva la Corte, il rischio che si corre è quello di emettere «giudizi discordanti sul conseguimento o meno degli obiettivi», e ottenere «risultati diversi al momento di calcolare l'importo della quota variabile da pagare». Detto con parole più semplici, c'è il pericolo di sbagliare clamorosamente gli importi da corrispondere ai singoli Paesi. Ma non è tutto. Come fanno notare gli estensori del rapporto, i progressi sono misurabili solo se possono essere confrontati con la situazione precedente. Ebbene, nel 41% dei casi presi in esame è stata osservata la mancanza totale dei valori iniziali, oppure dati non corretti o non aggiornati. Infine, la Corte ha notato che alcuni obiettivi erano molto facili da raggiungere, mentre altri indicatori presentavano un effetto di incentivazione molto limitato. Per effetto di queste distorsioni, alcuni pagamenti non sono risultati sufficientemente giustificati. Sul totale dei pagamenti controllati, infatti, la valutazione della Corte si è discostata da quella effettuata dalla Commissione per 5 Paesi su 8, e per un importo pari a 13,3 milioni di euro (5,8% del totale). A questa cifra vanno sommati 3,4 milioni per fondi erogati a seguito di valori iniziali non corretti: il totale sale dunque a 16,7 milioni, e la percentuale al 7,1% sul volume delle pratiche esaminate. La Corte ha messo sotto la sua lente anche il caso specifico del Marocco, il Paese nordafricano che riceve maggiore sostegno dall'Ue. Solo nel corso del 2017, Bruxelles ha stanziato in favore di Rabat l'importante cifra di 711 milioni di dollari (pari a circa 640 milioni di euro). Per ciò che concerne il supporto al bilancio, dal 2014 al 2018 sono stati stipulati contratti per 562 milioni di euro. Anche in questo caso, i revisori dei conti hanno riscontrato alcune importanti criticità, concludendo che i programmi attuati «non hanno avuto un impatto significativo». Gli obiettivi sono stati giudicati «poco ambiziosi» (a volte addirittura già raggiunti) ed è stata contestata «l'assenza di controlli rigorosi sulla valutazione dei risultati». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eurosprechi-da-tuvalu-al-sahara-cosi-buttiamo-3-miliardi-lanno-2642780932.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-gli-aiuti-lasciano-il-continente-nero-in-miseria" data-post-id="2642780932" data-published-at="1772035272" data-use-pagination="False"> Ma gli aiuti lasciano il Continente nero in miseria Nel 2018 l'Italia ha donato ai Paesi africani 4,9 miliardi di dollari. Una somma enorme, che va ad aggiungersi alle erogazioni effettuate dall'Unione europea, anche se in percentuale la cifra sembra modesta: rappresenta infatti lo 0,23% del reddito nazionale lordo. L'anno precedente le erogazioni erano state pari a 5,9 miliardi di dollari. C'è stata dunque una riduzione dei finanziamenti all'Africa. La tendenza è comune a tutti i Paesi più sviluppati, come confermano i dati dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico): la spesa complessiva dei primi 30 Paesi verso le nazioni meno sviluppate è diminuita del 2,7% tra il 2017 e il 2018. Il taglio operato dall'Italia, pari a oltre il 20%, è il maggiore tra tutti i Paesi Ocse. Il flusso di capitali verso l'Africa resta comunque molto consistente. Sempre secondo l'Ocse, nel decennio tra il 2006 e il 2015 (ultimo dato disponibile) la comunità internazionale ha destinato al continente 515,8 miliardi di dollari come contributi ufficiali di provenienza pubblica e privata. Dai 27,7 miliardi erogati nel 2006 si è compiuto un balzo fino ai 51,8 miliardi di dollari stanziati complessivamente nel 2015: l'aumento è dell'87%. Il Paese maggiormente beneficiato è l'Egitto (53,2 miliardi di dollari nel decennio considerato) seguito da Sudafrica (52,4 miliardi) e la Nigeria (39,8 miliardi di dollari). Dal dopoguerra gli aiuti inviati all'Africa hanno superato i 1.000 miliardi di dollari. Flussi di denaro colossali che però hanno uno scarsissimo impatto sulle reali condizioni di vita delle popolazioni, se è vero quanto riportano le statistiche sociali: la miseria rimane la condizione di vita normale per centinaia di milioni di africani (ancora oggi l'80% della popolazione sopravvive con meno di 1 dollaro al giorno), mentre le correnti migratorie non cessano di ingrossare le file di quanti cercano una vita migliore nei Paesi occidentali. Ma la fuga dall'Africa colpisce anche le nazioni che ricevono le maggiori attenzioni dagli Stati più sviluppati. Il Marocco, per esempio, è tra i Paesi africani più sovvenzionati dall'Unione europea. Il re Mohammed VI ha portato sicurezza, industrie, collegamenti stradali, internet. Eppure dal Maghreb si continua a fuggire in misura massiccia. Per molti intellettuali africani, gli aiuti internazionali sono un fattore che perpetua il sottosviluppo, non lo cancella. L'economista zambiana Dambisa Moyo ha pubblicato nel 2009 un libro intitolato Dead Aid, tradotto in italiano da Rizzoli come La carità che uccide: la sua tesi, confermata da studi condotti tra Oxford e Harvard, è che i cosiddetti sostegni umanitari impoveriscono sempre più l'Africa in quanto rappresentano «una cornucopia di elemosine con cui il mondo sviluppato tiene al guinzaglio» il continente.
Ecco #DimmiLaVerità del 25 febbraio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino ci spiega perché il Pentagono sconsiglia a Donald Trump un intervento in Iran.
Un soldato dell'M23 di guardia mentre la leadership provinciale del Nord Kivu celebra un anno di controllo di Goma (Getty Images)
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi 10 milioni di persone soffrono la fame per il blocco di mercati e campagne. L’M23, gruppo ribelle attivo nel Kivu e accusato di legami con il Ruanda, controlla Goma e le rotte commerciali.
Nell’est della Repubblica Democratica del Congo quasi dieci milioni di persone soffrono la fame. Non perché il cibo sia inesistente, ma perché è diventato irraggiungibile. Le derrate ci sarebbero, ma intere comunità non hanno più la possibilità di acquistarle o trasportarle. È una crisi di accesso, non solo di produzione.
A un anno dalla conquista di Goma, principale centro urbano del Kivu, il movimento ribelle M23 ha tentato di trasformarsi in autorità dominante della regione. Il risultato, secondo testimonianze di commercianti e attivisti, è stato l’allontanamento forzato di agricoltori dalle campagne, il blocco delle merci ai posti di controllo, il deterioramento dei raccolti lasciati marcire e lo stop alle importazioni, salvo quelle provenienti dal Ruanda. Nei mercati restano scaffali vuoti e prezzi fuori controllo. Carne, latte, cereali e ortaggi hanno raggiunto livelli insostenibili. Le Nazioni Unite stimano che entro fine giugno circa tre milioni di persone nell’est del Paese precipiteranno in una fase di emergenza alimentare grave, uno stadio che nei parametri internazionali prelude a un aumento significativo della mortalità. La regione è abituata a instabilità e rincari dopo anni di conflitti, ma l’offensiva dell’M23, sostenuta secondo vari osservatori da Kigali, e la presa di città strategiche come Goma e Bukavu hanno aggravato drasticamente la situazione. Molti abitanti rovistano tra banchi devastati in cerca di avanzi; altri vendono vestiti, elettrodomestici e beni personali per comprare il poco che riescono a trovare.
Nei territori sotto controllo ribelle, i supermercati sono deserti. I campi coltivati restano inaccessibili e i prodotti deperiscono lungo strade sbarrate dai check-point. Investigatori dell’Onu sostengono che il Ruanda abbia rafforzato la propria presenza militare nella zona, combattendo al fianco dell’M23 e contribuendo alla creazione di un’entità autonoma di fatto nel cuore minerario del Paese. Ed è proprio il sottosuolo a spiegare molte delle dinamiche in corso. L’est del Congo è uno dei bacini minerari più ricchi del pianeta. Coltan, oro, stagno, tungsteno e soprattutto cobalto – elemento chiave per batterie, elettronica e transizione energetica – rendono il Kivu un nodo strategico globale. Controllare il territorio significa controllare le miniere, le rotte di esportazione e i flussi finanziari che ne derivano.
Secondo numerosi rapporti internazionali, parte di questi minerali viene esportata attraverso circuiti paralleli che attraversano il confine ruandese prima di raggiungere i mercati internazionali. In questo quadro, la presenza dell’M23 nelle aree estrattive assume una dimensione economica oltre che militare: presidiare le miniere equivale a presidiare una delle filiere più sensibili dell’economia globale. La crisi alimentare si intreccia così con una competizione più ampia per il controllo delle risorse strategiche. Diversi economisti osservano che il Ruanda registra da anni una crescita sostenuta, favorita anche dalla centralità nei traffici minerari regionali. Intanto, la paralisi dell’agricoltura, dei trasporti e dei mercati locali sta trasformando la scarsità in una catastrofe strutturale. Analisti evocano precedenti drammatici, dalla carestia etiope del 1985 al conflitto in corso in Sudan, dove aree un tempo fertili sono diventate epicentri di denutrizione.
«L’M23 sta imponendo una tassazione brutale e un controllo capillare sul commercio alimentare e sulle proprietà», ha dichiarato al Wall Street Journal Richard Moncrieff dell’International Crisis Group. Secondo residenti e operatori economici, l’ingresso di carne e latticini è consentito solo se provenienti dal Ruanda. In alcune zone, anche l’importazione di riso, grano e olio da Paesi confinanti richiede autorizzazioni specifiche.mIl movimento ribelle e il governo ruandese non hanno rilasciato commenti. Kigali respinge le accuse e afferma che la propria presenza militare risponde a esigenze di sicurezza contro milizie hutu rifugiate in Congo dopo il genocidio del 1994.
Nel frattempo, la popolazione continua a pagare il prezzo più alto. Molti negozi hanno chiuso; quelli ancora aperti sono privi di scorte. Nonostante l’annuncio del presidente Donald Trump di un accordo di pace tra Congo e Ruanda lo scorso anno, i combattimenti non si sono fermati. Oltre tre milioni di persone sono state costrette alla fuga negli ultimi dodici mesi. Con la caduta della regione, la banca centrale congolese ha sospeso le operazioni nell’area, interrompendo un flusso fiscale che valeva fino a 900 milioni di dollari annui. Secondo le Nazioni Unite, l’M23 fatica a sostenere le proprie truppe a causa della mancanza di liquidità nelle zone occupate e farebbe affidamento su finanziamenti esterni. In cambio, prodotti ruandesi godrebbero di una posizione dominante nei mercati locali. Il ministro congolese della Comunicazione, Patrick Muyaya, accusa il Ruanda di esercitare una pressione deliberata sulla popolazione limitando aiuti e rifornimenti. «Non è autodifesa», afferma. «È un tentativo di controllo economico tramite un gruppo armato».
Nel distretto di Rutshuru, investigatori Onu riferiscono dell’uccisione di centinaia di agricoltori lo scorso anno e della fuga di circa 70.000 residenti verso l’Uganda. Le terre coltivabili sono state abbandonate o confiscate. Le organizzazioni umanitarie segnalano che l’insicurezza rende quasi impossibile raggiungere le comunità più vulnerabili. L’aeroporto di Goma, un tempo snodo essenziale per gli aiuti, è chiuso. Le Nazioni Unite chiedono con urgenza 350 milioni di dollari per sostenere le operazioni nei prossimi sei mesi, ma finora è stato raccolto meno del 20% dei fondi necessari. Intanto, mentre il sottosuolo del Kivu continua ad alimentare equilibri economici globali, in superficie la popolazione lotta per un pugno di farina.
Continua a leggereRiduci
Peraltro, si potrebbero citare diversi esempi di decisioni da prendere per ridestare un po’ di fiducia nella società civile. Il più emblematico è rappresentato dal «sistema della doppia sede» del Parlamento europeo, con la relativa transumanza mensile che ciò comporta: una settimana al mese, dal lunedì al giovedì, un esercito tra le 12 e le 15.000 persone percorre i 450 chilometri di distanza tra Bruxelles (sede operativa) e Strasburgo (sede ufficiale) e ritorno, per celebrare il rito della seduta plenaria. Il bell’edificio della cittadina alsaziana, costato 600 milioni di euro, rimane vuoto per le restanti settimane, per 317 giorni all’anno su 365.
Questo avviene perché nei Trattati fondativi e successive modificazioni è scritto che «12 riunioni plenarie all’anno del Parlamento europeo si tengono nella sede di Strasburgo». Lo pretesero i francesi, e allora (fine anni Cinquanta) la scelta aveva sia un senso sia un valore simbolico: Strasburgo, città di confine, bilingue, dominata a fasi alterne da francesi e tedeschi, simboleggiava perfettamente la volontà di riconciliazione e lo spirito unitario. La scelta venne confermata nel 1965 e definitivamente dal Protocollo n. 6 del trattato di Amsterdam del 1997. Oggi però i costi di questo sistema sono diventati insostenibili: una stima attendibile calcola che le spese di mantenimento dell’edificio, di trasferta e missione di deputati, assistenti, funzionari e personale di servizio ammontino ad almeno 180 milioni di euro all’anno, quasi un miliardo di euro per ogni legislatura. Senza contare la questione ambientale: gli spostamenti di auto, aerei, treni e dei mezzi logistici che trasportano i materiali spargono in atmosfera oltre 19.000 tonnellate di anidride carbonica. L’Ue impone ai Paesi membri regole sempre più stringenti e assurde in materia ambientale ma non fa nulla sulle cose che la riguardano direttamente.
Il Parlamento europeo, nelle annuali discussioni di bilancio, ha sollecitato più volte il Consiglio a operare una scelta in materia, visti i costi iperbolici: ma ogni volta che se ne discute, dovendosi modificare i Trattati, è proprio la Francia che si oppone ponendo il veto. Uno dei Paesi più attivi nel voler superare il voto all’unanimità utilizza a riguardo due pesi e due misure.
È giusto non dimenticare la storia, ma per celebrare la riconciliazione i due Paesi hanno già un simbolo: si tratta del monumento ai caduti di tutte le guerre di Strasburgo. Raffigura una madre che regge tra le braccia due figli morti in guerra, nudi e senza uniformi né insegne: due fratelli morti combattendo uno per i francesi e l’altro per i tedeschi, cosa non infrequente in Alsazia.
Ma oltre alle ragioni di natura storica, ve ne sono sottotraccia altre più meschinamente economiche: la presenza mensile di migliaia di persone, in una città di circa 280.000 abitanti, produce effetti benefici sull’economia e sull’indotto. Ma non è accettabile che il sostegno all’economia di Strasburgo sia a carico dei cittadini europei e italiani. Eppure, l’Unione europea va in direzione opposta. Vista l’impossibilità de facto di superare la doppia sede, si decide paradossalmente di ampliare quella di Strasburgo, prendendo in affitto un nuovo edificio appena costruito. Si chiama Osmose, ed è un immobile realizzato proprio di fronte al palazzo Louise Weiss, che ospita le sessioni plenarie, ottenuto, proposta di contratto alla mano, tramite un leasing di 99 anni, a un costo stimato di circa 2 milioni l’anno, più altri milioni spesi per l’arredo.
Che dire poi della presidente della Bce, Christine Lagarde, che riceve, oltre al suo stipendio, circa 140.000 euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali, nonostante la Banca centrale europea vieti i pagamenti da parte di terzi al proprio personale? Alla fine, tra l’una e l’altra cosa, ottiene per sé annualmente una cifra vicina ai 750.000 euro. Quattro volte di più del presidente della Fed. Una vergogna!
Continua a leggereRiduci
(Totaleu)
L'assessore allo Sviluppo Economico della Regione Lombardia: «Va calmierato il costo energetico che ha un problema interno a livello europeo». Sull'automotive: «L'industria è a rischio perché il quadro normativo europeo non è conforme né con il mercato né con la contingenza economica».