L’Ue spreca in «aiuti» 3 miliardi l’anno. Finanziamo persino i bagni in Niger
  • Bruxelles foraggia parecchie nazioni nel mondo che sono nostre concorrenti commerciali e non contribuiscono per nulla ai bilanci comunitari. Maxi regali anche ai Paesi in via di sviluppo.
  • L’ultimo rapporto della Corte dei conti critica pesantemente il modo di gestire i fondi per lo sviluppo. Gli obiettivi sono «poco ambiziosi» mentre i programmi attuati «non hanno avuto impatto significativo».
  • Dal dopoguerra sono arrivati in Africa 1.000 miliardi però l’80% della popolazione vive ancora con 1 dollaro al giorno.

Lo speciale contiene tre articoli.

L’equivalente di 16 lussuosissime Ferrari F488 al giorno, o se preferite l’importo corrispondente al costo di 2.500 appartamenti signorili nel centro di Milano. Tradotto in soldoni: 1,8 miliardi di euro l’anno. È quanto l’Ue spende solo per supportare i bilanci dei Paesi extraeuropei. Un capitolo di spesa che assorbe una fetta importante, circa un quinto (18%), sul totale degli aiuti per lo sviluppo esterno erogati da Bruxelles. Questo fiume di denaro confluisce direttamente nelle casse degli Stati richiedenti: i fondi vengono infatti trasferiti direttamente alle tesorerie nazionali dei soggetti coinvolti, purché questi rispettino le condizioni di pagamento concordate.

Secondo l’ultimo rapporto annuale pubblicato a settembre dalla Commissione europea, dal 2013 al 2018 l’importo complessivo stanziato ha raggiunto la considerevole cifra di quasi 12 miliardi di euro, mentre per l’anno appena trascorso si stima un esborso pari a 1,65 miliardi, dunque appena inferiore rispetto all’anno precedente. Niente male, se consideriamo che in realtà i destinatari di questa misura non fanno parte dell’eurozona, né tantomeno dell’Unione europea, e dunque non contribuiscono in alcun modo al bilancio e allo sviluppo continentale. Se a questi aggiungiamo i fondi stanziati per i Paesi in fase di preadesione (Turchia e nazioni balcaniche), che sono 11,5 miliardi tra il 2014 e il 2020, si raddoppia: circa 23 miliardi complessivi, oltre 3 ogni anno.

Nel 2018, oltre un quarto del totale (488 milioni) degli importi stanziati per il sostegno al bilancio è finito nelle tasche dei Paesi dell’Africa centro-occidentale. Seguono nell’immaginario podio l’Asia (302 milioni) e gli Stati interessati dallo Strumento europeo di vicinato (Eni) dell’area Sud (280 milioni), ovvero Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia. Più indietro, invece, l’Africa sudorientale (247 milioni), l’America Latina (102) e i territori d’Oltremare (93). Considerando il settennato 2013-2019, la regione dell’Africa centro-occidentale si conferma quella che ha ricevuto la cifra maggiore (3,5 miliardi di euro), seguita dai Paesi dello Strumento di vicinato Sud (1,85 miliardi) e dell’Africa sudorientale (1,64 miliardi).

I pagamenti dei contributi vengono effettuati sotto forma di quote fisse e variabili. Gli importi erogati in quote variabili dipendono dalla performance ottenuta dai Paesi partner, misurata con indicatori di performance predefiniti. Dalla relazione annuale pubblicata da Bruxelles scopriamo che il rapporto tra quote variabili e fisse, curiosamente, varia in maniera sensibile da regione a regione. Si va dai territori d’Oltremare (87% fisso, 13% variabile) e all’area del Pacifico (77% contro 23%), a gruppi di Stati molto più sbilanciati verso la quota variabile, come quelli appartenenti allo Strumento di vicinato dell’Est (cioè Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Moldavia e Ucraina), America Latina e il club dei Paesi facenti parte dello Strumento di preadesione all’Ue (Turchia, Albania, Montenegro, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo). Per ciò che concerne i settori di destinazione, nell’ordine troviamo l’istruzione (oltre 700 milioni), l’agricoltura (600 milioni) e la salute (300 milioni).

Parlando dei progetti presi in considerazione per l’affidamento delle somme, se alcuni vanno incontro a fini più che nobili, altri destano qualche perplessità. Le categorie coincidono con i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sgds) dell’Agenda 2030 concordata dalle Nazioni unite. Dall’eliminazione della povertà, all’azzeramento della fame, fino alla qualità dell’istruzione e alla salute, passando per la crescita economia e la dignità del lavoro. Ma nel calderone troviamo anche iniziative come l’installazione di bagni solo per donne in Niger, l’aumento della partecipazione femminile nelle forze dell’ordine in Moldavia, il miglioramento della viabilità locale in Etiopia e l’addestramento per migliorare l’efficienza dei posti di blocco in Montenegro.

Ovviamente non mancano le tematiche ambientaliste. Ricalcando le preoccupazioni dell’Onu, anche questi fondi Ue danno largo spazio ai progetti legati alla lotta ai cambiamenti climatici. Dal 2014 al 2018, quasi un quinto delle operazioni deliberate (17%) ha riguardato il «climate action», percentuale che sale al 22% se si considera anche il settore dell’energia. Anche in questo caso, i progetti approvati fanno inarcare qualche sopracciglio. Uno su tutti, la riorganizzazione della raccolta dei rifiuti di Tuvalu, minuscola nazione dell’Oceania, dove si è raggiunta una percentuale dell’80% nelle isolette del cerchio esterno e ben il 100% – così annunciano trionfanti da Bruxelles gli estensori del rapporto – nella capitale Funafuti, città che conta – udite udite – la bellezza di 6.000 abitanti.

Lo strumento del supporto al budget si inquadra in un contesto più ampio, quello degli aiuti esterni che ogni anno l’Ue destina ai Paesi extraeuropei e che non rientrano necessariamente nella tipologia dei trasferimenti diretti. Nel report pubblicato a metà dicembre, Bruxelles ha reso noto di aver erogato nel 2018 stanziamenti per 9,7 miliardi di euro, ai quali vanno aggiunti 4 miliardi relativi allo European development fund (Edf), ideato per fornire aiuti indirizzati specificamente ai Paesi di Africa, Caraibi e del Pacifico (Acp) e dei territori d’Oltremare.

La parte del leone sui contributi totali la fa appunto l’Africa con 5,3 miliardi, seguita da Asia (2,9 miliardi), Europa (2,1 miliardi), altri Paesi in via di sviluppo (1,25 miliardi), America (752 milioni), mentre l’Oceania è fanalino di coda con 134 milioni.

Un discorso a parte lo merita il già citato Strumento di preadesione (Ipa), meccanismo nato per garantire l’aiuto finanziario ai Paesi candidati (o potenziali tali, come nel caso dei Balcani) all’adesione all’Unione europea. La prima tranche del programma, dal 2007 al 2013, aveva un budget di 11,5 miliardi di euro, mentre la seconda (iniziata nel 2014 e il cui termine è fissato nel 2020) ha una dotazione di 11,7 miliardi. Gli interventi previsti possono riguardare cinque settori: sostegno alla transizione e rafforzamento delle istituzioni, cooperazione transfrontaliera, sviluppo regionale, risorse umane e sviluppo rurale. Nel settennato in corso la classifica vede in testa la Turchia (3,5 miliardi), seguita da Serbia (1,54 miliardi), Albania (639,5 milioni), Macedonia del Nord (608,7), Kosovo (602,1), Bosnia-Erzegovina (552,1) e Montenegro (279,1), mentre i programmi multi-Paese sfiorano i 3 miliardi di euro. Tutto gentilmente offerto, nemmeno a dirlo, dai contribuenti europei.


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