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2024-06-24
Eterosessuali: i nuovi discriminati
(Ansa)
Se c’è una cosa rischiosa e impopolare da raccontare a giugno, il mese dell’orgoglio Lgbt, è sicuramente il pregiudizio ai danni delle persone eterosessuali; rischiosa perché potrebbe passare come sciocca provocazione fine a sé stessa, impopolare perché la grancassa mediatica progressista ha ormai convinto tantissimi dell’idea che i soli discriminati siano quanti ora festeggiano il Pride Month.
La realtà però è più complessa, e la narrazione secondo cui solo gay, lesbiche, transgender, queer e «non binari» possano essere vittime di violenza e tutti gli altri siano quanto meno indifferenti se non perfino complici e carnefici, ecco, oltre a suonare vagamente manichea risulta pure falsa. Perché sì, anche l’eterosessualità può essere oggetto di pregiudizi e la cosa curiosa è che a dirlo siano personalità tutt’altro che ordinarie, come per esempio Mauro Coruzzi, più noto come Platinette, che in una intervista rilasciata nell’aprile 2021 fu molto chiaro: «I veri discriminati oggi sono gli eterosessuali e chi li difende; ormai sono una razza in estinzione».
Parole da considerare come una esagerazione? Non si direbbe, dato che sono anni, anzi in realtà decenni, che proprio dal mondo Lgbt arrivano attacchi frontali alla stessa condizione eterosessuale. Emblematico, in tal senso, quanto scrisse Mario Mieli che, prima di morire suicida a 30 anni di età - fu ritrovato cadavere il 12 marzo 1983, con la testa nel forno della sua abitazione, intossicato dal gas -, si affermò come attivista nonché come uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano. Ebbene, Mieli, cui sono state dedicate pure delle pellicole, ebbe a sostenere che «l’eterosessualità, quale oggi si presenta, come norma, è […] patologica, perché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi e - dialetticamente - è uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi».
Anche un altro storico attivista gay, lo statunitense Jonathan Ned Katz, nel 1995 diede alle stampe un libro The Invention of Heterosexuality (Dutton Adult, 1995) in cui afferma che, nella sua accezione più comune, l’eterosessualità abbia fatto la sua comparsa solo nell’edizione del 1934 del New International Dictionary pubblicato da Merriam Webster: come a dire che la diffusa attrazione tra persone di sesso opposto, in fondo, sia un costrutto sociale. Ora, molti forse non avranno familiarità col libro di Katz e neppure con le citate parole di Mieli, contenute in Elementi di critica omosessuale (Feltrinelli), eppure l’influenza che questo pensiero ha avuto arriva ai giorni nostri; e si traduce perfino, oggi, in una certa avversione verso l’eterosessualità.
Nella sua tesi a conclusione degli studi all’Università di Liegi, discussa nel 2022, Julien Sohier ha intervistato dei giovani che si identificano come queer scoprendo come costoro considerino le persone etero «noiose» se non «addomesticate» e, pertanto, «preferiscano passare il loro tempo» con chi è queer. Ad analoghe, anzi perfino più nette conclusioni era già giunta Jane Ward, sociologa che si definisce «lesbica e femminista», la quale in un suo libro che è tutto un programma fin dal titolo - The Tragedy of Heterosexuality (New York University Press, 2020) - aveva fatto un esperimento molto interessante. In breve, la Ward aveva personalmente svolto un sondaggio su Facebook e Twitter esaminando le opinioni di 58 persone «identificate come queer»; ebbene, ben 53 di esse - quota superiore al 90% - hanno criticando le relazioni eterosessuali, definite come «noiose» e «tristi», con gli uomini etero bollati malamente come «fragili», «egocentrici», spesso pure «tossici».
Che dei pregiudizi concreti verso gli uomini etero possano esistere è da anni suggerito perfino da vertenze giudiziarie. Già 11 anni fa, per esempio, l’insegnante di ginnastica Gregory Kenney fece causa contro sua ex scuola dove aveva insegnato per ben 16 anni - la prestigiosa Trinity School, che tra i suoi ex alunni può vantare lo scrittore Truman Capote e Ivanka Trump, figlia del tycoon - sostenendo d’esser stato licenziato dalla sua superiore, Pat Krieger, lesbica e single, in quanto marito ed eterosessuale. Kenney sostiene che la sua superiore gli abbia chiesto di seguire tre sport, mentre il suo contratto gliene richiedeva due e, quando lui aveva osato evidenziarlo ricordandogli di essere sposato e di avere tre figli piccoli, si era sentito rispondere: «Ciascuno fa le sue scelte».
Nel 2017 il giudice di Manhattan David Cohen aveva poi rigettato le istanze del querelante, sostenendo che questi era stato licenziato semplicemente «per non aver adempiuto ai suoi doveri», ma è singolare quanto, richiamando quanto emerso in tribunale, ha messo in evidenza il Daily Mail: dopo il licenziamento, Kenney è stato sostituito da un’insegnante lesbica. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze. Ad ogni modo, casi come quello di Kenney sono destinati a non ripetersi per il semplice fatto che la nuova frontiera della discriminazione degli eterosessuali, nel mondo scolastico, è rappresentato da bandi ai quali chi non è Lgbt manco può partecipare.
Chi pensa che sia una esagerazione, si vada a leggere il bando emesso - ed aperto fino al 30 giugno - per un nuovo posto da ricercatore sul cancro orale alla facoltà di Odontoiatria dell’Università della British Columbia, una delle più famose del Canada. Nel bando infatti si fa esplicito riferimento al fatto che la posizione è riservata «ai membri dei seguenti gruppi designati a livello federale: persone con disabilità, popolazioni indigene, persone razzializzate, donne e persone appartenenti a gruppi di identità di genere minoritari».
«La ricerca sul cancro orale è stata a lungo dominata dai maschi eterosessuali bianchi», è stato il commento sarcastico di Gad Saad, uno psicologo libanese naturalizzato canadese, «immaginate i progressi che si potrebbero ottenere se le ricerche al riguardo fossero condotte da gente transgender di colore». «Ma questo è legale in Canada?», è stata invece la domanda che si è posto Elon Musk. Incredulità comprensibile, ma se questo succede oggi nel Paese guidato dall’illuminato Justin Trudeau aspettiamoci che accada presto anche in altre parti dell’Occidente, dove - a riprova del discredito crescente verso chi sia eterosessuale - i giovani risultano sempre più inclini a dichiarare un’identità «fluida».
Un recente sondaggio Gallup ha rilevato come nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) il 22,3% si riconosca come Lgbtq, identità in cui si ritrova addirittura oltre il 30% delle giovani donne tra i 18 e i 26 anni. Parallelamente, sono in caduta libera quanti si dichiarano eterosessuali. Un’indagine condotta sui giovani del Regno Unito tra i 18 e i 24 anni da YouGov ha scoperto come meno della metà di essi, oggi, si identifica come «eterosessuale al 100%». Sono dati sconvolgenti eppure inevitabili, se passa l’idea che l’attrazione verso il sesso opposto sia un’«invenzione», come ha scritto Katz, o perfino «patologica», come sosteneva Mieli.
Sta quindi accadendo che l’omosessualità, un tempo creduta patologica, si sia ormai ampiamente sdoganata mentre invece l’eterosessualità, un tempo creduta la norma, sia oggi guardata quasi con sospetto. L’Occidente che dovrebbe combattere i pregiudizi li sta così, in realtà, semplicemente capovolgendo all’insegna di una inclusione arcobaleno, di fatto, sempre più escludente. Nell’era fluida ogni identità non effimera è uno scoglio.
Quanti abusi nelle coppie omosex
Le sfilate dei pride, tutti musica e balletti, trasmettono in modo efficace un’immagine di spensieratezza. La stessa spensieratezza che, se si deve credere al cartello accanto a cui, nel 2019, si fece immortalare l’allora senatrice dem Monica Cirinnà - «Dio, patria, famiglia: che vita di merda» -, manca invece alla cosiddetta famiglia tradizionale. In realtà, anche nelle coppie composte da persone dello stesso sesso la violenza non manca, come indica una letteratura neppure così recente.
Già nel 1989, infatti, uno studio di Caroline K. Waterman e pubblicato sul Journal of Sex Research aveva scoperto come il 12% degli uomini gay e addirittura 31% delle lesbiche dichiarasse d’aver subito forme di violenza fisica dai loro partner attuali o recenti. Un fenomeno riscontrato pure tra i giovani, come prova un’indagine pubblicata nel 2004 sul Journal of Adolescent Health e realizzata da Carolyn Tucker Halpern la quale, a partire da un campione di circa 90.000 studenti, aveva riscontrato come il 13,1% delle giovani e l’8,8% dei giovani fosse reduce da violenza per mano di un partner dello stesso sesso.
Dieci anni dopo sono invece stati dei ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine e del King’s College London a realizzare una meta-analisi - ovvero un’indagine su una serie di studi concentrati sulla stessa tematica - che li ha portati a concludere come i maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi (Msm) siano una categoria frequentemente colpita dal comportamento abusivo del loro partner. «I nostri risultati», hanno difatti concluso gli autori di questa meta-analisi pubblicata su Plos medicine, «suggeriscono che le vittime di violenza domestica (Ipv) sono comuni tra le coppie gay (Msm)». Se ci si focalizza sulla violenza psicologica, il quadro fin qui descritto, già cupo, diventa ancora più allarmante.
Nel National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (Nisvs) - sondaggio nazionale statunitense sulla violenza di coppia - con cui Matthew Joseph Breiding e colleghi hanno scoperto, relativamente all’anno 2010, come oltre il 50% degli uomini gay e quasi il 75% delle donne lesbiche avesse riferito di essere reduce da violenza psicologica.
Come se non bastasse, esiste – alla faccia sempre dell’allegria dei pride – una grande difficoltà da parte di chi è vittima di queste violenze a denunciarle e ad immaginare una via d’uscita. Prova ne sia un lavoro di Kimberly F. Balsam pubblicato anni fa su Women & Therapy in cui registrava come oltre il 60% delle donne lesbiche interpellate avesse deciso, per mancanza di risorse, di non lasciare la partner violenta.
Davanti a simili evidenze, ben note agli specialisti, la risposta che si tende a dare è che questi tassi di violenza – talvolta più elevati di quelli delle coppie eterosessuali – siano l’esito e lo specchio, in qualche modo, delle discriminazioni e delle violenze che chi appartiene alla minoranza Lgbt accusa da parte della società; stiamo parlando del minority stress, ossia di un insieme di fattori stressanti inflitti al soggetto omosessuale. Peccato che non esistano studi che documentino il minority stress antecedente alla violenza di coppia e come sua causa scatenante: è solo un’ipotesi.
Il dato che invece colpisce è che quanto sappiamo delle violenze nelle coppie gay potrebbe esser solo la punta dell’iceberg. Infatti, fino al 2015 meno del 5% della letteratura sul tema della violenza di coppia includeva le relazioni omosessuali. Non è forse piacevole da dirsi nel mese dell’orgoglio Lgbt, ma il lato oscuro dell’arcobaleno potrebbe esser ancora da scoprire.
«I giovani ormai considerano il corpo come una prigione dalla quale liberarsi»
Battagliera, determinata, tosta. La giornalista Marina Terragni incarna un femminismo che, specie sui temi dell’identità di genere, non fa sconti al politicamente corretto. La Verità l’ha contattata per sapere come vede il mese dell’orgoglio in corso e le sue rivendicazioni.
Terragni, sta seguendo il Pride month?
«No, francamente non lo sto seguendo e non so quale sia l’agenda del Pride, anzi mi dice cosa c’è: il solito utero in affitto?».
Sì, nel Manifesto del Roma Pride 2024 c’è la richiesta di «sostegno e accesso alla gestazione per altri – Gpa etica e solidale». Ma è solo da quest’anno che lo segue poco?
«No, in generale non lo seguo con questa grande attenzione, anche se mi pare di aver capito che quest’anno l’idea che si vuol far passare è che l’Italia sia come l’Ungheria, cioè un Paese omotransfobico. Poi c’è la questione del G7 e del mancato richiamo all’identità di genere e anche la vicenda dell’ospedale Careggi».
Infatti nel citato Manifesto si chiede «la piena implementazione di programmi già esistenti, come quelli del Careggi di Firenze, per le giovani persone trans».
«Sì, ma il punto è che il Careggi non ha licenza di fare quello che vuole, ma deve seguire delle linee guida. Adesso, ma è una cosa che non sono riuscita a capire, forse il reparto è stato implementato nel senso che ci hanno messo anche il neuropsichiatra».
Si può dire che, da sfilata di rivendicazione di diritti, il Pride stia diventando veicolo d’una visione ideologica sull’identità di genere?
«Diciamo che finché c’è stato il cosiddetto ddl Scalfarotto, dove contro l’omotransfobia c’era un articolo solo, le cose erano in un certo modo. Poi il ddl Zan, che è defunto come sappiamo, introduceva l’identità di genere. Ma un conto è l’orientamento sessuale, un altro è passare ad altro - come fatto da Stonewall».
Cioè?
«Stonewall - che è la più grande organizzazione per i diritti gay - riceveva cospicui finanziamenti e partecipava a bandi ricchissimi pubblici e privati, ma avendo avuto in Gran Bretagna perfino il matrimonio egualitario, avendo avuto tutto, si sono ritrovati con un baraccone gigantesco da tenere in piedi. E il tema che hanno trovato è quello dell’identità di genere».
Il fatto che ai Pride ci siano tanti giovani non rischia di veicolare ancor più tra costoro certa concezione dell’identità di genere?
«Non c’è il rischio, direi che c’è la certezza. C’è l’idea di poter essere quello che vuoi in un progetto di libertà individuale assoluta, che prescinde persino dal tuo corpo – corpo che diventa come un accessorio da adattare a quello che ti passa per la testa. Ecco, quest’idea ormai è consolidata. Ogni coming out nelle scuole, ogni coming out di identità di genere viene accolto festosamente».
E chi invece poi ci ripensa?
«Recentemente ho intervistato sul Foglio la mamma di una di queste ragazze - dato che sono soprattutto ragazze, quelle interessate alla transizione - che poi, per fortuna grazie anche al fatto che sua madre è stata capace di tener duro, dopo tre anni infernali è tornata sui suoi passi. Ebbene, questa mamma mi diceva: “Io non capisco perché non devi dare nessuna spiegazione perché se, nel caso suo (di sua figlia, ndr), dici che sei un uomo, mentre invece se poi torni alla tua identità, sei guardata un po’ come una traditrice”. Quest’idea è passata molto nelle giovani generazioni ed è cresciuta contemporaneamente all’enorme crescita del disagio mentale tra gli adolescenti».
Non le pare che con l’identità di genere ci sia stato un po’ un rovesciamento, per cui una volta l’eterosessualità era la vecchia normalità, mentre oggi è quasi sconveniente dirsi totalmente eterosessuali?
«Sì, perché si è un anti-testimonial rispetto ad una lettura della realtà che è quella che dicevo prima, e cioè che ognuno, plasticamente, può adattare il suo corpo ad un vissuto, ad un percepito. Nella nuova legge trans tedesca, che è stata approvata da poco, tu puoi cambiare e ricambiare genere: basta che ti ripresenti dopo un anno. È, come dire, un lavorio permanente in cui c’è una cosiddetta identità di genere che è come un’anima, che lotta contro un corpo prigione. Questa è proprio l’impostazione degli gnostici. La corrente di pensiero degli gnostici diceva questo: il corpo è una galera di cui liberarsi, infatti i commentatori più intelligenti – tipo il marxista Slavoj Zizek– parlando di “cyber gnosi”».
Ma il ripensamento in atto a livello internazionale sull’identità di genere, anche se è stato avviato un tavolo interministeriale per le nuove linee guida su triptorelina, sembra che in Italia fatichi ad essere percepito o sbaglio?
«Oltre quel tavolo, subito prima o subito dopo l’estate ci sarà il nuovo parere del Comitato nazionale della bioetica, che era quello che nel 2018 aveva autorizzato l’uso off label della triptorelina per il cosiddetto blocco della pubertà. Quindi i due fatti politici sono questi, ma io credo che ci sia una completa inconsapevolezza, da parte dell’opinione pubblica. Per esempio, quella madre che ho intervistato – che è un medico – quando la figlia ha fatto il coming out è caduta dal più alto dei peri, e tutto quel mondo dell’identità di genere è andato a studiarlo dopo. Eppure era un medico. Comunque arriveremo anche noi a prendere consapevolezza di tutto questo».
Dice?
«Di sicuro. Sono convinta nel giro di qualche anno, non decenni, quella della disforia di genere nei bambini sarà guardata come uno dei più grandi scandali della medicina moderna, paragonabile solo alla lobotomia negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, che ha fatto un sacco di vittime».
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Sono affetti da una «patologia», dicevano i primi attivisti omosessuali come Mario Mieli. E oggi la maggioranza dei gay li definisce «tossici». Così non stupiscono i bandi pubblici in Canada destinati solo agli Lgbt.Il 30% delle lesbiche ha subito una violenza fisica dalle proprie compagne, mentre il 75% parla di costrizioni psicologiche. Numeri su cui si fa cadere una coltre di silenzio.La femminista Marina Terragni: «Dirsi attratti dall’altro sesso è sconveniente. La transizione dei bimbi? Uno scandalo come la lobotomia».Lo speciale contiene tre articoli.Se c’è una cosa rischiosa e impopolare da raccontare a giugno, il mese dell’orgoglio Lgbt, è sicuramente il pregiudizio ai danni delle persone eterosessuali; rischiosa perché potrebbe passare come sciocca provocazione fine a sé stessa, impopolare perché la grancassa mediatica progressista ha ormai convinto tantissimi dell’idea che i soli discriminati siano quanti ora festeggiano il Pride Month. La realtà però è più complessa, e la narrazione secondo cui solo gay, lesbiche, transgender, queer e «non binari» possano essere vittime di violenza e tutti gli altri siano quanto meno indifferenti se non perfino complici e carnefici, ecco, oltre a suonare vagamente manichea risulta pure falsa. Perché sì, anche l’eterosessualità può essere oggetto di pregiudizi e la cosa curiosa è che a dirlo siano personalità tutt’altro che ordinarie, come per esempio Mauro Coruzzi, più noto come Platinette, che in una intervista rilasciata nell’aprile 2021 fu molto chiaro: «I veri discriminati oggi sono gli eterosessuali e chi li difende; ormai sono una razza in estinzione».Parole da considerare come una esagerazione? Non si direbbe, dato che sono anni, anzi in realtà decenni, che proprio dal mondo Lgbt arrivano attacchi frontali alla stessa condizione eterosessuale. Emblematico, in tal senso, quanto scrisse Mario Mieli che, prima di morire suicida a 30 anni di età - fu ritrovato cadavere il 12 marzo 1983, con la testa nel forno della sua abitazione, intossicato dal gas -, si affermò come attivista nonché come uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano. Ebbene, Mieli, cui sono state dedicate pure delle pellicole, ebbe a sostenere che «l’eterosessualità, quale oggi si presenta, come norma, è […] patologica, perché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi e - dialetticamente - è uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi». Anche un altro storico attivista gay, lo statunitense Jonathan Ned Katz, nel 1995 diede alle stampe un libro The Invention of Heterosexuality (Dutton Adult, 1995) in cui afferma che, nella sua accezione più comune, l’eterosessualità abbia fatto la sua comparsa solo nell’edizione del 1934 del New International Dictionary pubblicato da Merriam Webster: come a dire che la diffusa attrazione tra persone di sesso opposto, in fondo, sia un costrutto sociale. Ora, molti forse non avranno familiarità col libro di Katz e neppure con le citate parole di Mieli, contenute in Elementi di critica omosessuale (Feltrinelli), eppure l’influenza che questo pensiero ha avuto arriva ai giorni nostri; e si traduce perfino, oggi, in una certa avversione verso l’eterosessualità.Nella sua tesi a conclusione degli studi all’Università di Liegi, discussa nel 2022, Julien Sohier ha intervistato dei giovani che si identificano come queer scoprendo come costoro considerino le persone etero «noiose» se non «addomesticate» e, pertanto, «preferiscano passare il loro tempo» con chi è queer. Ad analoghe, anzi perfino più nette conclusioni era già giunta Jane Ward, sociologa che si definisce «lesbica e femminista», la quale in un suo libro che è tutto un programma fin dal titolo - The Tragedy of Heterosexuality (New York University Press, 2020) - aveva fatto un esperimento molto interessante. In breve, la Ward aveva personalmente svolto un sondaggio su Facebook e Twitter esaminando le opinioni di 58 persone «identificate come queer»; ebbene, ben 53 di esse - quota superiore al 90% - hanno criticando le relazioni eterosessuali, definite come «noiose» e «tristi», con gli uomini etero bollati malamente come «fragili», «egocentrici», spesso pure «tossici».Che dei pregiudizi concreti verso gli uomini etero possano esistere è da anni suggerito perfino da vertenze giudiziarie. Già 11 anni fa, per esempio, l’insegnante di ginnastica Gregory Kenney fece causa contro sua ex scuola dove aveva insegnato per ben 16 anni - la prestigiosa Trinity School, che tra i suoi ex alunni può vantare lo scrittore Truman Capote e Ivanka Trump, figlia del tycoon - sostenendo d’esser stato licenziato dalla sua superiore, Pat Krieger, lesbica e single, in quanto marito ed eterosessuale. Kenney sostiene che la sua superiore gli abbia chiesto di seguire tre sport, mentre il suo contratto gliene richiedeva due e, quando lui aveva osato evidenziarlo ricordandogli di essere sposato e di avere tre figli piccoli, si era sentito rispondere: «Ciascuno fa le sue scelte».Nel 2017 il giudice di Manhattan David Cohen aveva poi rigettato le istanze del querelante, sostenendo che questi era stato licenziato semplicemente «per non aver adempiuto ai suoi doveri», ma è singolare quanto, richiamando quanto emerso in tribunale, ha messo in evidenza il Daily Mail: dopo il licenziamento, Kenney è stato sostituito da un’insegnante lesbica. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze. Ad ogni modo, casi come quello di Kenney sono destinati a non ripetersi per il semplice fatto che la nuova frontiera della discriminazione degli eterosessuali, nel mondo scolastico, è rappresentato da bandi ai quali chi non è Lgbt manco può partecipare. Chi pensa che sia una esagerazione, si vada a leggere il bando emesso - ed aperto fino al 30 giugno - per un nuovo posto da ricercatore sul cancro orale alla facoltà di Odontoiatria dell’Università della British Columbia, una delle più famose del Canada. Nel bando infatti si fa esplicito riferimento al fatto che la posizione è riservata «ai membri dei seguenti gruppi designati a livello federale: persone con disabilità, popolazioni indigene, persone razzializzate, donne e persone appartenenti a gruppi di identità di genere minoritari». «La ricerca sul cancro orale è stata a lungo dominata dai maschi eterosessuali bianchi», è stato il commento sarcastico di Gad Saad, uno psicologo libanese naturalizzato canadese, «immaginate i progressi che si potrebbero ottenere se le ricerche al riguardo fossero condotte da gente transgender di colore». «Ma questo è legale in Canada?», è stata invece la domanda che si è posto Elon Musk. Incredulità comprensibile, ma se questo succede oggi nel Paese guidato dall’illuminato Justin Trudeau aspettiamoci che accada presto anche in altre parti dell’Occidente, dove - a riprova del discredito crescente verso chi sia eterosessuale - i giovani risultano sempre più inclini a dichiarare un’identità «fluida». Un recente sondaggio Gallup ha rilevato come nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) il 22,3% si riconosca come Lgbtq, identità in cui si ritrova addirittura oltre il 30% delle giovani donne tra i 18 e i 26 anni. Parallelamente, sono in caduta libera quanti si dichiarano eterosessuali. Un’indagine condotta sui giovani del Regno Unito tra i 18 e i 24 anni da YouGov ha scoperto come meno della metà di essi, oggi, si identifica come «eterosessuale al 100%». Sono dati sconvolgenti eppure inevitabili, se passa l’idea che l’attrazione verso il sesso opposto sia un’«invenzione», come ha scritto Katz, o perfino «patologica», come sosteneva Mieli. Sta quindi accadendo che l’omosessualità, un tempo creduta patologica, si sia ormai ampiamente sdoganata mentre invece l’eterosessualità, un tempo creduta la norma, sia oggi guardata quasi con sospetto. L’Occidente che dovrebbe combattere i pregiudizi li sta così, in realtà, semplicemente capovolgendo all’insegna di una inclusione arcobaleno, di fatto, sempre più escludente. Nell’era fluida ogni identità non effimera è uno scoglio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eterosessuali-i-nuovi-discriminati-2668592283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quanti-abusi-nelle-coppie-omosex" data-post-id="2668592283" data-published-at="1719238218" data-use-pagination="False"> Quanti abusi nelle coppie omosex Le sfilate dei pride, tutti musica e balletti, trasmettono in modo efficace un’immagine di spensieratezza. La stessa spensieratezza che, se si deve credere al cartello accanto a cui, nel 2019, si fece immortalare l’allora senatrice dem Monica Cirinnà - «Dio, patria, famiglia: che vita di merda» -, manca invece alla cosiddetta famiglia tradizionale. In realtà, anche nelle coppie composte da persone dello stesso sesso la violenza non manca, come indica una letteratura neppure così recente. Già nel 1989, infatti, uno studio di Caroline K. Waterman e pubblicato sul Journal of Sex Research aveva scoperto come il 12% degli uomini gay e addirittura 31% delle lesbiche dichiarasse d’aver subito forme di violenza fisica dai loro partner attuali o recenti. Un fenomeno riscontrato pure tra i giovani, come prova un’indagine pubblicata nel 2004 sul Journal of Adolescent Health e realizzata da Carolyn Tucker Halpern la quale, a partire da un campione di circa 90.000 studenti, aveva riscontrato come il 13,1% delle giovani e l’8,8% dei giovani fosse reduce da violenza per mano di un partner dello stesso sesso. Dieci anni dopo sono invece stati dei ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine e del King’s College London a realizzare una meta-analisi - ovvero un’indagine su una serie di studi concentrati sulla stessa tematica - che li ha portati a concludere come i maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi (Msm) siano una categoria frequentemente colpita dal comportamento abusivo del loro partner. «I nostri risultati», hanno difatti concluso gli autori di questa meta-analisi pubblicata su Plos medicine, «suggeriscono che le vittime di violenza domestica (Ipv) sono comuni tra le coppie gay (Msm)». Se ci si focalizza sulla violenza psicologica, il quadro fin qui descritto, già cupo, diventa ancora più allarmante. Nel National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (Nisvs) - sondaggio nazionale statunitense sulla violenza di coppia - con cui Matthew Joseph Breiding e colleghi hanno scoperto, relativamente all’anno 2010, come oltre il 50% degli uomini gay e quasi il 75% delle donne lesbiche avesse riferito di essere reduce da violenza psicologica. Come se non bastasse, esiste – alla faccia sempre dell’allegria dei pride – una grande difficoltà da parte di chi è vittima di queste violenze a denunciarle e ad immaginare una via d’uscita. Prova ne sia un lavoro di Kimberly F. Balsam pubblicato anni fa su Women & Therapy in cui registrava come oltre il 60% delle donne lesbiche interpellate avesse deciso, per mancanza di risorse, di non lasciare la partner violenta. Davanti a simili evidenze, ben note agli specialisti, la risposta che si tende a dare è che questi tassi di violenza – talvolta più elevati di quelli delle coppie eterosessuali – siano l’esito e lo specchio, in qualche modo, delle discriminazioni e delle violenze che chi appartiene alla minoranza Lgbt accusa da parte della società; stiamo parlando del minority stress, ossia di un insieme di fattori stressanti inflitti al soggetto omosessuale. Peccato che non esistano studi che documentino il minority stress antecedente alla violenza di coppia e come sua causa scatenante: è solo un’ipotesi. Il dato che invece colpisce è che quanto sappiamo delle violenze nelle coppie gay potrebbe esser solo la punta dell’iceberg. Infatti, fino al 2015 meno del 5% della letteratura sul tema della violenza di coppia includeva le relazioni omosessuali. Non è forse piacevole da dirsi nel mese dell’orgoglio Lgbt, ma il lato oscuro dell’arcobaleno potrebbe esser ancora da scoprire. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eterosessuali-i-nuovi-discriminati-2668592283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-giovani-ormai-considerano-il-corpo-come-una-prigione-dalla-quale-liberarsi" data-post-id="2668592283" data-published-at="1719238218" data-use-pagination="False"> «I giovani ormai considerano il corpo come una prigione dalla quale liberarsi» Battagliera, determinata, tosta. La giornalista Marina Terragni incarna un femminismo che, specie sui temi dell’identità di genere, non fa sconti al politicamente corretto. La Verità l’ha contattata per sapere come vede il mese dell’orgoglio in corso e le sue rivendicazioni. Terragni, sta seguendo il Pride month? «No, francamente non lo sto seguendo e non so quale sia l’agenda del Pride, anzi mi dice cosa c’è: il solito utero in affitto?». Sì, nel Manifesto del Roma Pride 2024 c’è la richiesta di «sostegno e accesso alla gestazione per altri – Gpa etica e solidale». Ma è solo da quest’anno che lo segue poco? «No, in generale non lo seguo con questa grande attenzione, anche se mi pare di aver capito che quest’anno l’idea che si vuol far passare è che l’Italia sia come l’Ungheria, cioè un Paese omotransfobico. Poi c’è la questione del G7 e del mancato richiamo all’identità di genere e anche la vicenda dell’ospedale Careggi». Infatti nel citato Manifesto si chiede «la piena implementazione di programmi già esistenti, come quelli del Careggi di Firenze, per le giovani persone trans». «Sì, ma il punto è che il Careggi non ha licenza di fare quello che vuole, ma deve seguire delle linee guida. Adesso, ma è una cosa che non sono riuscita a capire, forse il reparto è stato implementato nel senso che ci hanno messo anche il neuropsichiatra». Si può dire che, da sfilata di rivendicazione di diritti, il Pride stia diventando veicolo d’una visione ideologica sull’identità di genere? «Diciamo che finché c’è stato il cosiddetto ddl Scalfarotto, dove contro l’omotransfobia c’era un articolo solo, le cose erano in un certo modo. Poi il ddl Zan, che è defunto come sappiamo, introduceva l’identità di genere. Ma un conto è l’orientamento sessuale, un altro è passare ad altro - come fatto da Stonewall». Cioè? «Stonewall - che è la più grande organizzazione per i diritti gay - riceveva cospicui finanziamenti e partecipava a bandi ricchissimi pubblici e privati, ma avendo avuto in Gran Bretagna perfino il matrimonio egualitario, avendo avuto tutto, si sono ritrovati con un baraccone gigantesco da tenere in piedi. E il tema che hanno trovato è quello dell’identità di genere». Il fatto che ai Pride ci siano tanti giovani non rischia di veicolare ancor più tra costoro certa concezione dell’identità di genere? «Non c’è il rischio, direi che c’è la certezza. C’è l’idea di poter essere quello che vuoi in un progetto di libertà individuale assoluta, che prescinde persino dal tuo corpo – corpo che diventa come un accessorio da adattare a quello che ti passa per la testa. Ecco, quest’idea ormai è consolidata. Ogni coming out nelle scuole, ogni coming out di identità di genere viene accolto festosamente». E chi invece poi ci ripensa? «Recentemente ho intervistato sul Foglio la mamma di una di queste ragazze - dato che sono soprattutto ragazze, quelle interessate alla transizione - che poi, per fortuna grazie anche al fatto che sua madre è stata capace di tener duro, dopo tre anni infernali è tornata sui suoi passi. Ebbene, questa mamma mi diceva: “Io non capisco perché non devi dare nessuna spiegazione perché se, nel caso suo (di sua figlia, ndr), dici che sei un uomo, mentre invece se poi torni alla tua identità, sei guardata un po’ come una traditrice”. Quest’idea è passata molto nelle giovani generazioni ed è cresciuta contemporaneamente all’enorme crescita del disagio mentale tra gli adolescenti». Non le pare che con l’identità di genere ci sia stato un po’ un rovesciamento, per cui una volta l’eterosessualità era la vecchia normalità, mentre oggi è quasi sconveniente dirsi totalmente eterosessuali? «Sì, perché si è un anti-testimonial rispetto ad una lettura della realtà che è quella che dicevo prima, e cioè che ognuno, plasticamente, può adattare il suo corpo ad un vissuto, ad un percepito. Nella nuova legge trans tedesca, che è stata approvata da poco, tu puoi cambiare e ricambiare genere: basta che ti ripresenti dopo un anno. È, come dire, un lavorio permanente in cui c’è una cosiddetta identità di genere che è come un’anima, che lotta contro un corpo prigione. Questa è proprio l’impostazione degli gnostici. La corrente di pensiero degli gnostici diceva questo: il corpo è una galera di cui liberarsi, infatti i commentatori più intelligenti – tipo il marxista Slavoj Zizek– parlando di “cyber gnosi”». Ma il ripensamento in atto a livello internazionale sull’identità di genere, anche se è stato avviato un tavolo interministeriale per le nuove linee guida su triptorelina, sembra che in Italia fatichi ad essere percepito o sbaglio? «Oltre quel tavolo, subito prima o subito dopo l’estate ci sarà il nuovo parere del Comitato nazionale della bioetica, che era quello che nel 2018 aveva autorizzato l’uso off label della triptorelina per il cosiddetto blocco della pubertà. Quindi i due fatti politici sono questi, ma io credo che ci sia una completa inconsapevolezza, da parte dell’opinione pubblica. Per esempio, quella madre che ho intervistato – che è un medico – quando la figlia ha fatto il coming out è caduta dal più alto dei peri, e tutto quel mondo dell’identità di genere è andato a studiarlo dopo. Eppure era un medico. Comunque arriveremo anche noi a prendere consapevolezza di tutto questo». Dice? «Di sicuro. Sono convinta nel giro di qualche anno, non decenni, quella della disforia di genere nei bambini sarà guardata come uno dei più grandi scandali della medicina moderna, paragonabile solo alla lobotomia negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, che ha fatto un sacco di vittime».
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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