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2024-06-24
Eterosessuali: i nuovi discriminati
(Ansa)
Se c’è una cosa rischiosa e impopolare da raccontare a giugno, il mese dell’orgoglio Lgbt, è sicuramente il pregiudizio ai danni delle persone eterosessuali; rischiosa perché potrebbe passare come sciocca provocazione fine a sé stessa, impopolare perché la grancassa mediatica progressista ha ormai convinto tantissimi dell’idea che i soli discriminati siano quanti ora festeggiano il Pride Month.
La realtà però è più complessa, e la narrazione secondo cui solo gay, lesbiche, transgender, queer e «non binari» possano essere vittime di violenza e tutti gli altri siano quanto meno indifferenti se non perfino complici e carnefici, ecco, oltre a suonare vagamente manichea risulta pure falsa. Perché sì, anche l’eterosessualità può essere oggetto di pregiudizi e la cosa curiosa è che a dirlo siano personalità tutt’altro che ordinarie, come per esempio Mauro Coruzzi, più noto come Platinette, che in una intervista rilasciata nell’aprile 2021 fu molto chiaro: «I veri discriminati oggi sono gli eterosessuali e chi li difende; ormai sono una razza in estinzione».
Parole da considerare come una esagerazione? Non si direbbe, dato che sono anni, anzi in realtà decenni, che proprio dal mondo Lgbt arrivano attacchi frontali alla stessa condizione eterosessuale. Emblematico, in tal senso, quanto scrisse Mario Mieli che, prima di morire suicida a 30 anni di età - fu ritrovato cadavere il 12 marzo 1983, con la testa nel forno della sua abitazione, intossicato dal gas -, si affermò come attivista nonché come uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano. Ebbene, Mieli, cui sono state dedicate pure delle pellicole, ebbe a sostenere che «l’eterosessualità, quale oggi si presenta, come norma, è […] patologica, perché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi e - dialetticamente - è uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi».
Anche un altro storico attivista gay, lo statunitense Jonathan Ned Katz, nel 1995 diede alle stampe un libro The Invention of Heterosexuality (Dutton Adult, 1995) in cui afferma che, nella sua accezione più comune, l’eterosessualità abbia fatto la sua comparsa solo nell’edizione del 1934 del New International Dictionary pubblicato da Merriam Webster: come a dire che la diffusa attrazione tra persone di sesso opposto, in fondo, sia un costrutto sociale. Ora, molti forse non avranno familiarità col libro di Katz e neppure con le citate parole di Mieli, contenute in Elementi di critica omosessuale (Feltrinelli), eppure l’influenza che questo pensiero ha avuto arriva ai giorni nostri; e si traduce perfino, oggi, in una certa avversione verso l’eterosessualità.
Nella sua tesi a conclusione degli studi all’Università di Liegi, discussa nel 2022, Julien Sohier ha intervistato dei giovani che si identificano come queer scoprendo come costoro considerino le persone etero «noiose» se non «addomesticate» e, pertanto, «preferiscano passare il loro tempo» con chi è queer. Ad analoghe, anzi perfino più nette conclusioni era già giunta Jane Ward, sociologa che si definisce «lesbica e femminista», la quale in un suo libro che è tutto un programma fin dal titolo - The Tragedy of Heterosexuality (New York University Press, 2020) - aveva fatto un esperimento molto interessante. In breve, la Ward aveva personalmente svolto un sondaggio su Facebook e Twitter esaminando le opinioni di 58 persone «identificate come queer»; ebbene, ben 53 di esse - quota superiore al 90% - hanno criticando le relazioni eterosessuali, definite come «noiose» e «tristi», con gli uomini etero bollati malamente come «fragili», «egocentrici», spesso pure «tossici».
Che dei pregiudizi concreti verso gli uomini etero possano esistere è da anni suggerito perfino da vertenze giudiziarie. Già 11 anni fa, per esempio, l’insegnante di ginnastica Gregory Kenney fece causa contro sua ex scuola dove aveva insegnato per ben 16 anni - la prestigiosa Trinity School, che tra i suoi ex alunni può vantare lo scrittore Truman Capote e Ivanka Trump, figlia del tycoon - sostenendo d’esser stato licenziato dalla sua superiore, Pat Krieger, lesbica e single, in quanto marito ed eterosessuale. Kenney sostiene che la sua superiore gli abbia chiesto di seguire tre sport, mentre il suo contratto gliene richiedeva due e, quando lui aveva osato evidenziarlo ricordandogli di essere sposato e di avere tre figli piccoli, si era sentito rispondere: «Ciascuno fa le sue scelte».
Nel 2017 il giudice di Manhattan David Cohen aveva poi rigettato le istanze del querelante, sostenendo che questi era stato licenziato semplicemente «per non aver adempiuto ai suoi doveri», ma è singolare quanto, richiamando quanto emerso in tribunale, ha messo in evidenza il Daily Mail: dopo il licenziamento, Kenney è stato sostituito da un’insegnante lesbica. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze. Ad ogni modo, casi come quello di Kenney sono destinati a non ripetersi per il semplice fatto che la nuova frontiera della discriminazione degli eterosessuali, nel mondo scolastico, è rappresentato da bandi ai quali chi non è Lgbt manco può partecipare.
Chi pensa che sia una esagerazione, si vada a leggere il bando emesso - ed aperto fino al 30 giugno - per un nuovo posto da ricercatore sul cancro orale alla facoltà di Odontoiatria dell’Università della British Columbia, una delle più famose del Canada. Nel bando infatti si fa esplicito riferimento al fatto che la posizione è riservata «ai membri dei seguenti gruppi designati a livello federale: persone con disabilità, popolazioni indigene, persone razzializzate, donne e persone appartenenti a gruppi di identità di genere minoritari».
«La ricerca sul cancro orale è stata a lungo dominata dai maschi eterosessuali bianchi», è stato il commento sarcastico di Gad Saad, uno psicologo libanese naturalizzato canadese, «immaginate i progressi che si potrebbero ottenere se le ricerche al riguardo fossero condotte da gente transgender di colore». «Ma questo è legale in Canada?», è stata invece la domanda che si è posto Elon Musk. Incredulità comprensibile, ma se questo succede oggi nel Paese guidato dall’illuminato Justin Trudeau aspettiamoci che accada presto anche in altre parti dell’Occidente, dove - a riprova del discredito crescente verso chi sia eterosessuale - i giovani risultano sempre più inclini a dichiarare un’identità «fluida».
Un recente sondaggio Gallup ha rilevato come nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) il 22,3% si riconosca come Lgbtq, identità in cui si ritrova addirittura oltre il 30% delle giovani donne tra i 18 e i 26 anni. Parallelamente, sono in caduta libera quanti si dichiarano eterosessuali. Un’indagine condotta sui giovani del Regno Unito tra i 18 e i 24 anni da YouGov ha scoperto come meno della metà di essi, oggi, si identifica come «eterosessuale al 100%». Sono dati sconvolgenti eppure inevitabili, se passa l’idea che l’attrazione verso il sesso opposto sia un’«invenzione», come ha scritto Katz, o perfino «patologica», come sosteneva Mieli.
Sta quindi accadendo che l’omosessualità, un tempo creduta patologica, si sia ormai ampiamente sdoganata mentre invece l’eterosessualità, un tempo creduta la norma, sia oggi guardata quasi con sospetto. L’Occidente che dovrebbe combattere i pregiudizi li sta così, in realtà, semplicemente capovolgendo all’insegna di una inclusione arcobaleno, di fatto, sempre più escludente. Nell’era fluida ogni identità non effimera è uno scoglio.
Quanti abusi nelle coppie omosex
Le sfilate dei pride, tutti musica e balletti, trasmettono in modo efficace un’immagine di spensieratezza. La stessa spensieratezza che, se si deve credere al cartello accanto a cui, nel 2019, si fece immortalare l’allora senatrice dem Monica Cirinnà - «Dio, patria, famiglia: che vita di merda» -, manca invece alla cosiddetta famiglia tradizionale. In realtà, anche nelle coppie composte da persone dello stesso sesso la violenza non manca, come indica una letteratura neppure così recente.
Già nel 1989, infatti, uno studio di Caroline K. Waterman e pubblicato sul Journal of Sex Research aveva scoperto come il 12% degli uomini gay e addirittura 31% delle lesbiche dichiarasse d’aver subito forme di violenza fisica dai loro partner attuali o recenti. Un fenomeno riscontrato pure tra i giovani, come prova un’indagine pubblicata nel 2004 sul Journal of Adolescent Health e realizzata da Carolyn Tucker Halpern la quale, a partire da un campione di circa 90.000 studenti, aveva riscontrato come il 13,1% delle giovani e l’8,8% dei giovani fosse reduce da violenza per mano di un partner dello stesso sesso.
Dieci anni dopo sono invece stati dei ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine e del King’s College London a realizzare una meta-analisi - ovvero un’indagine su una serie di studi concentrati sulla stessa tematica - che li ha portati a concludere come i maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi (Msm) siano una categoria frequentemente colpita dal comportamento abusivo del loro partner. «I nostri risultati», hanno difatti concluso gli autori di questa meta-analisi pubblicata su Plos medicine, «suggeriscono che le vittime di violenza domestica (Ipv) sono comuni tra le coppie gay (Msm)». Se ci si focalizza sulla violenza psicologica, il quadro fin qui descritto, già cupo, diventa ancora più allarmante.
Nel National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (Nisvs) - sondaggio nazionale statunitense sulla violenza di coppia - con cui Matthew Joseph Breiding e colleghi hanno scoperto, relativamente all’anno 2010, come oltre il 50% degli uomini gay e quasi il 75% delle donne lesbiche avesse riferito di essere reduce da violenza psicologica.
Come se non bastasse, esiste – alla faccia sempre dell’allegria dei pride – una grande difficoltà da parte di chi è vittima di queste violenze a denunciarle e ad immaginare una via d’uscita. Prova ne sia un lavoro di Kimberly F. Balsam pubblicato anni fa su Women & Therapy in cui registrava come oltre il 60% delle donne lesbiche interpellate avesse deciso, per mancanza di risorse, di non lasciare la partner violenta.
Davanti a simili evidenze, ben note agli specialisti, la risposta che si tende a dare è che questi tassi di violenza – talvolta più elevati di quelli delle coppie eterosessuali – siano l’esito e lo specchio, in qualche modo, delle discriminazioni e delle violenze che chi appartiene alla minoranza Lgbt accusa da parte della società; stiamo parlando del minority stress, ossia di un insieme di fattori stressanti inflitti al soggetto omosessuale. Peccato che non esistano studi che documentino il minority stress antecedente alla violenza di coppia e come sua causa scatenante: è solo un’ipotesi.
Il dato che invece colpisce è che quanto sappiamo delle violenze nelle coppie gay potrebbe esser solo la punta dell’iceberg. Infatti, fino al 2015 meno del 5% della letteratura sul tema della violenza di coppia includeva le relazioni omosessuali. Non è forse piacevole da dirsi nel mese dell’orgoglio Lgbt, ma il lato oscuro dell’arcobaleno potrebbe esser ancora da scoprire.
«I giovani ormai considerano il corpo come una prigione dalla quale liberarsi»
Battagliera, determinata, tosta. La giornalista Marina Terragni incarna un femminismo che, specie sui temi dell’identità di genere, non fa sconti al politicamente corretto. La Verità l’ha contattata per sapere come vede il mese dell’orgoglio in corso e le sue rivendicazioni.
Terragni, sta seguendo il Pride month?
«No, francamente non lo sto seguendo e non so quale sia l’agenda del Pride, anzi mi dice cosa c’è: il solito utero in affitto?».
Sì, nel Manifesto del Roma Pride 2024 c’è la richiesta di «sostegno e accesso alla gestazione per altri – Gpa etica e solidale». Ma è solo da quest’anno che lo segue poco?
«No, in generale non lo seguo con questa grande attenzione, anche se mi pare di aver capito che quest’anno l’idea che si vuol far passare è che l’Italia sia come l’Ungheria, cioè un Paese omotransfobico. Poi c’è la questione del G7 e del mancato richiamo all’identità di genere e anche la vicenda dell’ospedale Careggi».
Infatti nel citato Manifesto si chiede «la piena implementazione di programmi già esistenti, come quelli del Careggi di Firenze, per le giovani persone trans».
«Sì, ma il punto è che il Careggi non ha licenza di fare quello che vuole, ma deve seguire delle linee guida. Adesso, ma è una cosa che non sono riuscita a capire, forse il reparto è stato implementato nel senso che ci hanno messo anche il neuropsichiatra».
Si può dire che, da sfilata di rivendicazione di diritti, il Pride stia diventando veicolo d’una visione ideologica sull’identità di genere?
«Diciamo che finché c’è stato il cosiddetto ddl Scalfarotto, dove contro l’omotransfobia c’era un articolo solo, le cose erano in un certo modo. Poi il ddl Zan, che è defunto come sappiamo, introduceva l’identità di genere. Ma un conto è l’orientamento sessuale, un altro è passare ad altro - come fatto da Stonewall».
Cioè?
«Stonewall - che è la più grande organizzazione per i diritti gay - riceveva cospicui finanziamenti e partecipava a bandi ricchissimi pubblici e privati, ma avendo avuto in Gran Bretagna perfino il matrimonio egualitario, avendo avuto tutto, si sono ritrovati con un baraccone gigantesco da tenere in piedi. E il tema che hanno trovato è quello dell’identità di genere».
Il fatto che ai Pride ci siano tanti giovani non rischia di veicolare ancor più tra costoro certa concezione dell’identità di genere?
«Non c’è il rischio, direi che c’è la certezza. C’è l’idea di poter essere quello che vuoi in un progetto di libertà individuale assoluta, che prescinde persino dal tuo corpo – corpo che diventa come un accessorio da adattare a quello che ti passa per la testa. Ecco, quest’idea ormai è consolidata. Ogni coming out nelle scuole, ogni coming out di identità di genere viene accolto festosamente».
E chi invece poi ci ripensa?
«Recentemente ho intervistato sul Foglio la mamma di una di queste ragazze - dato che sono soprattutto ragazze, quelle interessate alla transizione - che poi, per fortuna grazie anche al fatto che sua madre è stata capace di tener duro, dopo tre anni infernali è tornata sui suoi passi. Ebbene, questa mamma mi diceva: “Io non capisco perché non devi dare nessuna spiegazione perché se, nel caso suo (di sua figlia, ndr), dici che sei un uomo, mentre invece se poi torni alla tua identità, sei guardata un po’ come una traditrice”. Quest’idea è passata molto nelle giovani generazioni ed è cresciuta contemporaneamente all’enorme crescita del disagio mentale tra gli adolescenti».
Non le pare che con l’identità di genere ci sia stato un po’ un rovesciamento, per cui una volta l’eterosessualità era la vecchia normalità, mentre oggi è quasi sconveniente dirsi totalmente eterosessuali?
«Sì, perché si è un anti-testimonial rispetto ad una lettura della realtà che è quella che dicevo prima, e cioè che ognuno, plasticamente, può adattare il suo corpo ad un vissuto, ad un percepito. Nella nuova legge trans tedesca, che è stata approvata da poco, tu puoi cambiare e ricambiare genere: basta che ti ripresenti dopo un anno. È, come dire, un lavorio permanente in cui c’è una cosiddetta identità di genere che è come un’anima, che lotta contro un corpo prigione. Questa è proprio l’impostazione degli gnostici. La corrente di pensiero degli gnostici diceva questo: il corpo è una galera di cui liberarsi, infatti i commentatori più intelligenti – tipo il marxista Slavoj Zizek– parlando di “cyber gnosi”».
Ma il ripensamento in atto a livello internazionale sull’identità di genere, anche se è stato avviato un tavolo interministeriale per le nuove linee guida su triptorelina, sembra che in Italia fatichi ad essere percepito o sbaglio?
«Oltre quel tavolo, subito prima o subito dopo l’estate ci sarà il nuovo parere del Comitato nazionale della bioetica, che era quello che nel 2018 aveva autorizzato l’uso off label della triptorelina per il cosiddetto blocco della pubertà. Quindi i due fatti politici sono questi, ma io credo che ci sia una completa inconsapevolezza, da parte dell’opinione pubblica. Per esempio, quella madre che ho intervistato – che è un medico – quando la figlia ha fatto il coming out è caduta dal più alto dei peri, e tutto quel mondo dell’identità di genere è andato a studiarlo dopo. Eppure era un medico. Comunque arriveremo anche noi a prendere consapevolezza di tutto questo».
Dice?
«Di sicuro. Sono convinta nel giro di qualche anno, non decenni, quella della disforia di genere nei bambini sarà guardata come uno dei più grandi scandali della medicina moderna, paragonabile solo alla lobotomia negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, che ha fatto un sacco di vittime».
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Sono affetti da una «patologia», dicevano i primi attivisti omosessuali come Mario Mieli. E oggi la maggioranza dei gay li definisce «tossici». Così non stupiscono i bandi pubblici in Canada destinati solo agli Lgbt.Il 30% delle lesbiche ha subito una violenza fisica dalle proprie compagne, mentre il 75% parla di costrizioni psicologiche. Numeri su cui si fa cadere una coltre di silenzio.La femminista Marina Terragni: «Dirsi attratti dall’altro sesso è sconveniente. La transizione dei bimbi? Uno scandalo come la lobotomia».Lo speciale contiene tre articoli.Se c’è una cosa rischiosa e impopolare da raccontare a giugno, il mese dell’orgoglio Lgbt, è sicuramente il pregiudizio ai danni delle persone eterosessuali; rischiosa perché potrebbe passare come sciocca provocazione fine a sé stessa, impopolare perché la grancassa mediatica progressista ha ormai convinto tantissimi dell’idea che i soli discriminati siano quanti ora festeggiano il Pride Month. La realtà però è più complessa, e la narrazione secondo cui solo gay, lesbiche, transgender, queer e «non binari» possano essere vittime di violenza e tutti gli altri siano quanto meno indifferenti se non perfino complici e carnefici, ecco, oltre a suonare vagamente manichea risulta pure falsa. Perché sì, anche l’eterosessualità può essere oggetto di pregiudizi e la cosa curiosa è che a dirlo siano personalità tutt’altro che ordinarie, come per esempio Mauro Coruzzi, più noto come Platinette, che in una intervista rilasciata nell’aprile 2021 fu molto chiaro: «I veri discriminati oggi sono gli eterosessuali e chi li difende; ormai sono una razza in estinzione».Parole da considerare come una esagerazione? Non si direbbe, dato che sono anni, anzi in realtà decenni, che proprio dal mondo Lgbt arrivano attacchi frontali alla stessa condizione eterosessuale. Emblematico, in tal senso, quanto scrisse Mario Mieli che, prima di morire suicida a 30 anni di età - fu ritrovato cadavere il 12 marzo 1983, con la testa nel forno della sua abitazione, intossicato dal gas -, si affermò come attivista nonché come uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano. Ebbene, Mieli, cui sono state dedicate pure delle pellicole, ebbe a sostenere che «l’eterosessualità, quale oggi si presenta, come norma, è […] patologica, perché il suo primato si regge come un despota sulla repressione delle altre tendenze dell’Eros. La tirannide eterosessuale è uno dei fattori che determinano la nevrosi e - dialetticamente - è uno dei più gravi sintomi di questa nevrosi». Anche un altro storico attivista gay, lo statunitense Jonathan Ned Katz, nel 1995 diede alle stampe un libro The Invention of Heterosexuality (Dutton Adult, 1995) in cui afferma che, nella sua accezione più comune, l’eterosessualità abbia fatto la sua comparsa solo nell’edizione del 1934 del New International Dictionary pubblicato da Merriam Webster: come a dire che la diffusa attrazione tra persone di sesso opposto, in fondo, sia un costrutto sociale. Ora, molti forse non avranno familiarità col libro di Katz e neppure con le citate parole di Mieli, contenute in Elementi di critica omosessuale (Feltrinelli), eppure l’influenza che questo pensiero ha avuto arriva ai giorni nostri; e si traduce perfino, oggi, in una certa avversione verso l’eterosessualità.Nella sua tesi a conclusione degli studi all’Università di Liegi, discussa nel 2022, Julien Sohier ha intervistato dei giovani che si identificano come queer scoprendo come costoro considerino le persone etero «noiose» se non «addomesticate» e, pertanto, «preferiscano passare il loro tempo» con chi è queer. Ad analoghe, anzi perfino più nette conclusioni era già giunta Jane Ward, sociologa che si definisce «lesbica e femminista», la quale in un suo libro che è tutto un programma fin dal titolo - The Tragedy of Heterosexuality (New York University Press, 2020) - aveva fatto un esperimento molto interessante. In breve, la Ward aveva personalmente svolto un sondaggio su Facebook e Twitter esaminando le opinioni di 58 persone «identificate come queer»; ebbene, ben 53 di esse - quota superiore al 90% - hanno criticando le relazioni eterosessuali, definite come «noiose» e «tristi», con gli uomini etero bollati malamente come «fragili», «egocentrici», spesso pure «tossici».Che dei pregiudizi concreti verso gli uomini etero possano esistere è da anni suggerito perfino da vertenze giudiziarie. Già 11 anni fa, per esempio, l’insegnante di ginnastica Gregory Kenney fece causa contro sua ex scuola dove aveva insegnato per ben 16 anni - la prestigiosa Trinity School, che tra i suoi ex alunni può vantare lo scrittore Truman Capote e Ivanka Trump, figlia del tycoon - sostenendo d’esser stato licenziato dalla sua superiore, Pat Krieger, lesbica e single, in quanto marito ed eterosessuale. Kenney sostiene che la sua superiore gli abbia chiesto di seguire tre sport, mentre il suo contratto gliene richiedeva due e, quando lui aveva osato evidenziarlo ricordandogli di essere sposato e di avere tre figli piccoli, si era sentito rispondere: «Ciascuno fa le sue scelte».Nel 2017 il giudice di Manhattan David Cohen aveva poi rigettato le istanze del querelante, sostenendo che questi era stato licenziato semplicemente «per non aver adempiuto ai suoi doveri», ma è singolare quanto, richiamando quanto emerso in tribunale, ha messo in evidenza il Daily Mail: dopo il licenziamento, Kenney è stato sostituito da un’insegnante lesbica. Tu chiamale, se vuoi, coincidenze. Ad ogni modo, casi come quello di Kenney sono destinati a non ripetersi per il semplice fatto che la nuova frontiera della discriminazione degli eterosessuali, nel mondo scolastico, è rappresentato da bandi ai quali chi non è Lgbt manco può partecipare. Chi pensa che sia una esagerazione, si vada a leggere il bando emesso - ed aperto fino al 30 giugno - per un nuovo posto da ricercatore sul cancro orale alla facoltà di Odontoiatria dell’Università della British Columbia, una delle più famose del Canada. Nel bando infatti si fa esplicito riferimento al fatto che la posizione è riservata «ai membri dei seguenti gruppi designati a livello federale: persone con disabilità, popolazioni indigene, persone razzializzate, donne e persone appartenenti a gruppi di identità di genere minoritari». «La ricerca sul cancro orale è stata a lungo dominata dai maschi eterosessuali bianchi», è stato il commento sarcastico di Gad Saad, uno psicologo libanese naturalizzato canadese, «immaginate i progressi che si potrebbero ottenere se le ricerche al riguardo fossero condotte da gente transgender di colore». «Ma questo è legale in Canada?», è stata invece la domanda che si è posto Elon Musk. Incredulità comprensibile, ma se questo succede oggi nel Paese guidato dall’illuminato Justin Trudeau aspettiamoci che accada presto anche in altre parti dell’Occidente, dove - a riprova del discredito crescente verso chi sia eterosessuale - i giovani risultano sempre più inclini a dichiarare un’identità «fluida». Un recente sondaggio Gallup ha rilevato come nella Generazione Z (i nati tra il 1997 e il 2012) il 22,3% si riconosca come Lgbtq, identità in cui si ritrova addirittura oltre il 30% delle giovani donne tra i 18 e i 26 anni. Parallelamente, sono in caduta libera quanti si dichiarano eterosessuali. Un’indagine condotta sui giovani del Regno Unito tra i 18 e i 24 anni da YouGov ha scoperto come meno della metà di essi, oggi, si identifica come «eterosessuale al 100%». Sono dati sconvolgenti eppure inevitabili, se passa l’idea che l’attrazione verso il sesso opposto sia un’«invenzione», come ha scritto Katz, o perfino «patologica», come sosteneva Mieli. Sta quindi accadendo che l’omosessualità, un tempo creduta patologica, si sia ormai ampiamente sdoganata mentre invece l’eterosessualità, un tempo creduta la norma, sia oggi guardata quasi con sospetto. L’Occidente che dovrebbe combattere i pregiudizi li sta così, in realtà, semplicemente capovolgendo all’insegna di una inclusione arcobaleno, di fatto, sempre più escludente. Nell’era fluida ogni identità non effimera è uno scoglio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eterosessuali-i-nuovi-discriminati-2668592283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="quanti-abusi-nelle-coppie-omosex" data-post-id="2668592283" data-published-at="1719238218" data-use-pagination="False"> Quanti abusi nelle coppie omosex Le sfilate dei pride, tutti musica e balletti, trasmettono in modo efficace un’immagine di spensieratezza. La stessa spensieratezza che, se si deve credere al cartello accanto a cui, nel 2019, si fece immortalare l’allora senatrice dem Monica Cirinnà - «Dio, patria, famiglia: che vita di merda» -, manca invece alla cosiddetta famiglia tradizionale. In realtà, anche nelle coppie composte da persone dello stesso sesso la violenza non manca, come indica una letteratura neppure così recente. Già nel 1989, infatti, uno studio di Caroline K. Waterman e pubblicato sul Journal of Sex Research aveva scoperto come il 12% degli uomini gay e addirittura 31% delle lesbiche dichiarasse d’aver subito forme di violenza fisica dai loro partner attuali o recenti. Un fenomeno riscontrato pure tra i giovani, come prova un’indagine pubblicata nel 2004 sul Journal of Adolescent Health e realizzata da Carolyn Tucker Halpern la quale, a partire da un campione di circa 90.000 studenti, aveva riscontrato come il 13,1% delle giovani e l’8,8% dei giovani fosse reduce da violenza per mano di un partner dello stesso sesso. Dieci anni dopo sono invece stati dei ricercatori della London School of Hygiene & Tropical Medicine e del King’s College London a realizzare una meta-analisi - ovvero un’indagine su una serie di studi concentrati sulla stessa tematica - che li ha portati a concludere come i maschi che hanno rapporti sessuali con altri maschi (Msm) siano una categoria frequentemente colpita dal comportamento abusivo del loro partner. «I nostri risultati», hanno difatti concluso gli autori di questa meta-analisi pubblicata su Plos medicine, «suggeriscono che le vittime di violenza domestica (Ipv) sono comuni tra le coppie gay (Msm)». Se ci si focalizza sulla violenza psicologica, il quadro fin qui descritto, già cupo, diventa ancora più allarmante. Nel National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (Nisvs) - sondaggio nazionale statunitense sulla violenza di coppia - con cui Matthew Joseph Breiding e colleghi hanno scoperto, relativamente all’anno 2010, come oltre il 50% degli uomini gay e quasi il 75% delle donne lesbiche avesse riferito di essere reduce da violenza psicologica. Come se non bastasse, esiste – alla faccia sempre dell’allegria dei pride – una grande difficoltà da parte di chi è vittima di queste violenze a denunciarle e ad immaginare una via d’uscita. Prova ne sia un lavoro di Kimberly F. Balsam pubblicato anni fa su Women & Therapy in cui registrava come oltre il 60% delle donne lesbiche interpellate avesse deciso, per mancanza di risorse, di non lasciare la partner violenta. Davanti a simili evidenze, ben note agli specialisti, la risposta che si tende a dare è che questi tassi di violenza – talvolta più elevati di quelli delle coppie eterosessuali – siano l’esito e lo specchio, in qualche modo, delle discriminazioni e delle violenze che chi appartiene alla minoranza Lgbt accusa da parte della società; stiamo parlando del minority stress, ossia di un insieme di fattori stressanti inflitti al soggetto omosessuale. Peccato che non esistano studi che documentino il minority stress antecedente alla violenza di coppia e come sua causa scatenante: è solo un’ipotesi. Il dato che invece colpisce è che quanto sappiamo delle violenze nelle coppie gay potrebbe esser solo la punta dell’iceberg. Infatti, fino al 2015 meno del 5% della letteratura sul tema della violenza di coppia includeva le relazioni omosessuali. Non è forse piacevole da dirsi nel mese dell’orgoglio Lgbt, ma il lato oscuro dell’arcobaleno potrebbe esser ancora da scoprire. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/eterosessuali-i-nuovi-discriminati-2668592283.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-giovani-ormai-considerano-il-corpo-come-una-prigione-dalla-quale-liberarsi" data-post-id="2668592283" data-published-at="1719238218" data-use-pagination="False"> «I giovani ormai considerano il corpo come una prigione dalla quale liberarsi» Battagliera, determinata, tosta. La giornalista Marina Terragni incarna un femminismo che, specie sui temi dell’identità di genere, non fa sconti al politicamente corretto. La Verità l’ha contattata per sapere come vede il mese dell’orgoglio in corso e le sue rivendicazioni. Terragni, sta seguendo il Pride month? «No, francamente non lo sto seguendo e non so quale sia l’agenda del Pride, anzi mi dice cosa c’è: il solito utero in affitto?». Sì, nel Manifesto del Roma Pride 2024 c’è la richiesta di «sostegno e accesso alla gestazione per altri – Gpa etica e solidale». Ma è solo da quest’anno che lo segue poco? «No, in generale non lo seguo con questa grande attenzione, anche se mi pare di aver capito che quest’anno l’idea che si vuol far passare è che l’Italia sia come l’Ungheria, cioè un Paese omotransfobico. Poi c’è la questione del G7 e del mancato richiamo all’identità di genere e anche la vicenda dell’ospedale Careggi». Infatti nel citato Manifesto si chiede «la piena implementazione di programmi già esistenti, come quelli del Careggi di Firenze, per le giovani persone trans». «Sì, ma il punto è che il Careggi non ha licenza di fare quello che vuole, ma deve seguire delle linee guida. Adesso, ma è una cosa che non sono riuscita a capire, forse il reparto è stato implementato nel senso che ci hanno messo anche il neuropsichiatra». Si può dire che, da sfilata di rivendicazione di diritti, il Pride stia diventando veicolo d’una visione ideologica sull’identità di genere? «Diciamo che finché c’è stato il cosiddetto ddl Scalfarotto, dove contro l’omotransfobia c’era un articolo solo, le cose erano in un certo modo. Poi il ddl Zan, che è defunto come sappiamo, introduceva l’identità di genere. Ma un conto è l’orientamento sessuale, un altro è passare ad altro - come fatto da Stonewall». Cioè? «Stonewall - che è la più grande organizzazione per i diritti gay - riceveva cospicui finanziamenti e partecipava a bandi ricchissimi pubblici e privati, ma avendo avuto in Gran Bretagna perfino il matrimonio egualitario, avendo avuto tutto, si sono ritrovati con un baraccone gigantesco da tenere in piedi. E il tema che hanno trovato è quello dell’identità di genere». Il fatto che ai Pride ci siano tanti giovani non rischia di veicolare ancor più tra costoro certa concezione dell’identità di genere? «Non c’è il rischio, direi che c’è la certezza. C’è l’idea di poter essere quello che vuoi in un progetto di libertà individuale assoluta, che prescinde persino dal tuo corpo – corpo che diventa come un accessorio da adattare a quello che ti passa per la testa. Ecco, quest’idea ormai è consolidata. Ogni coming out nelle scuole, ogni coming out di identità di genere viene accolto festosamente». E chi invece poi ci ripensa? «Recentemente ho intervistato sul Foglio la mamma di una di queste ragazze - dato che sono soprattutto ragazze, quelle interessate alla transizione - che poi, per fortuna grazie anche al fatto che sua madre è stata capace di tener duro, dopo tre anni infernali è tornata sui suoi passi. Ebbene, questa mamma mi diceva: “Io non capisco perché non devi dare nessuna spiegazione perché se, nel caso suo (di sua figlia, ndr), dici che sei un uomo, mentre invece se poi torni alla tua identità, sei guardata un po’ come una traditrice”. Quest’idea è passata molto nelle giovani generazioni ed è cresciuta contemporaneamente all’enorme crescita del disagio mentale tra gli adolescenti». Non le pare che con l’identità di genere ci sia stato un po’ un rovesciamento, per cui una volta l’eterosessualità era la vecchia normalità, mentre oggi è quasi sconveniente dirsi totalmente eterosessuali? «Sì, perché si è un anti-testimonial rispetto ad una lettura della realtà che è quella che dicevo prima, e cioè che ognuno, plasticamente, può adattare il suo corpo ad un vissuto, ad un percepito. Nella nuova legge trans tedesca, che è stata approvata da poco, tu puoi cambiare e ricambiare genere: basta che ti ripresenti dopo un anno. È, come dire, un lavorio permanente in cui c’è una cosiddetta identità di genere che è come un’anima, che lotta contro un corpo prigione. Questa è proprio l’impostazione degli gnostici. La corrente di pensiero degli gnostici diceva questo: il corpo è una galera di cui liberarsi, infatti i commentatori più intelligenti – tipo il marxista Slavoj Zizek– parlando di “cyber gnosi”». Ma il ripensamento in atto a livello internazionale sull’identità di genere, anche se è stato avviato un tavolo interministeriale per le nuove linee guida su triptorelina, sembra che in Italia fatichi ad essere percepito o sbaglio? «Oltre quel tavolo, subito prima o subito dopo l’estate ci sarà il nuovo parere del Comitato nazionale della bioetica, che era quello che nel 2018 aveva autorizzato l’uso off label della triptorelina per il cosiddetto blocco della pubertà. Quindi i due fatti politici sono questi, ma io credo che ci sia una completa inconsapevolezza, da parte dell’opinione pubblica. Per esempio, quella madre che ho intervistato – che è un medico – quando la figlia ha fatto il coming out è caduta dal più alto dei peri, e tutto quel mondo dell’identità di genere è andato a studiarlo dopo. Eppure era un medico. Comunque arriveremo anche noi a prendere consapevolezza di tutto questo». Dice? «Di sicuro. Sono convinta nel giro di qualche anno, non decenni, quella della disforia di genere nei bambini sarà guardata come uno dei più grandi scandali della medicina moderna, paragonabile solo alla lobotomia negli anni Cinquanta negli Stati Uniti, che ha fatto un sacco di vittime».
«Gigolò per caso» (Amazon Prime Video)
Un infarto, però, lo aveva costretto ad una lunga degenza e, insieme, ad uno stop professionale. Stop che non avrebbe potuto permettersi, indebitato com'era con un orologiaio affatto mite. Così, pur sapendo che avrebbe incontrato la riprova del figlio, già inviperito con suo padre, Giacomo aveva deciso di chiedergli una mano. Una sostituzione, il favore di frequentare le sue clienti abituali, consentendogli con ciò un'adeguata ripresa. La prima stagione della serie televisiva era passata, perciò, dalla rabbia allo stupore, per trovare, infine, il divertimento e una strana armonia. La seconda, intitolata La sex gurue pronta a debuttare su Amazon Prime video venerdì 2 gennaio, dovrebbe fare altrettanto, risparmiandosi però la fase della rabbia. Alfonso, cioè, è ormai a suo agio nel ruolo di gigolò. Non solo. La strana alleanza professionale, arrivata in un momento topico della sua vita, quello della crisi con la moglie Margherita, gli ha consentito di recuperare il rapporto con il padre, che credeva irrimediabilmente compromesso. Si diverte, quasi, a frequentare le sue clienti sgallettate. Peccato solo l'arrivo di Rossana Astri, il volto di Sabrina Ferilli. La donna è una fra le più celebri guru del nuovo femminismo, determinata ad indottrinare le sue simili perché si convincano sia giusto fare a meno degli uomini. Ed è questa convinzione che muove anche Margherita, moglie in crisi di Alfonso. Margherita, interpretata da Ambra Angiolini, diventa un'adepta della Astri, una sua fedele scudiera. Quasi, si scopre ad odiarli, gli uomini, dando vita ad una sorta di guerra tra sessi. Divertita, però. E capace, pure di far emergere le abissali differenze tra il maschile e il femminile, i desideri degli uni e le aspettative, quasi mai soddisfatte, delle altre.
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La nuova applicazione, in parte accessibile anche ai non clienti, introduce servizi innovativi come un assistente virtuale basato su Intelligenza artificiale, attivo 24 ore su 24, e uno screening audiometrico effettuabile direttamente dallo smartphone. L’obiettivo è duplice: migliorare la qualità del servizio clienti e promuovere una maggiore consapevolezza dell’importanza della prevenzione uditiva, riducendo le barriere all’accesso ai controlli iniziali.
Il lancio avviene in un contesto complesso per il settore. Nei primi nove mesi dell’anno Amplifon ha registrato una crescita dei ricavi dell’1,8% a cambi costanti, ma il titolo ha risentito dell’andamento negativo che ha colpito in Borsa i principali operatori del comparto. Lo sguardo di lungo periodo restituisce però un quadro diverso: negli ultimi dieci anni il titolo Amplifon ha segnato un incremento dell’80% (ieri +0,7% fra i migliori cinque del Ftse Mib), al netto dei dividendi distribuiti, che complessivamente sfiorano i 450 milioni di euro. Nello stesso arco temporale, tra il 2014 e il 2024, il gruppo ha triplicato i ricavi, arrivando a circa 2,4 miliardi di euro.
Il progetto della nuova app è stato sviluppato da Amplifon X, la divisione di ricerca e sviluppo del gruppo. Con sedi a Milano e Napoli, Amplifon X riunisce circa 50 professionisti tra sviluppatori, data analyst e designer, impegnati nella creazione di soluzioni digitali avanzate per l’audiologia. L’Intelligenza artificiale rappresenta uno dei pilastri di questa strategia, applicata non solo alla diagnosi e al supporto al paziente, ma anche alla gestione delle esigenze quotidiane legate all’uso degli apparecchi acustici.
Accanto alla tecnologia, resta centrale il ruolo degli audioprotesisti, figure chiave per Amplifon. Le competenze tecniche ed empatiche degli specialisti della salute dell’udito continuano a essere considerate un elemento insostituibile del modello di servizio, con il digitale pensato come strumento di supporto e integrazione, non come sostituzione del rapporto umano.
Fondato a Milano nel 1950, il gruppo Amplifon opera oggi in 26 Paesi con oltre 10.000 centri audiologici, impiegando più di 20.000 persone. La prevenzione e l’assistenza rappresentano i cardini della strategia industriale, e la nuova Amplifon App si inserisce in questa visione come leva per ampliare l’accesso ai servizi e rafforzare la relazione con i pazienti lungo tutto il ciclo di cura.
Il rilascio della nuova applicazione è avvenuto in modo progressivo. Dopo il debutto in Francia, Nuova Zelanda, Portogallo e Stati Uniti, la app è stata estesa ad Australia, Belgio, Germania, Italia, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svizzera, con l’obiettivo di garantire un’esperienza digitale omogenea nei principali mercati del gruppo.
Ma l’innovazione digitale di Amplifon non si ferma all’app. Negli ultimi anni il gruppo ha sviluppato soluzioni come gli audiometri digitali OtoPad e OtoKiosk, certificati Ce e Fda, e i nuovi apparecchi Ampli-Mini Ai, miniaturizzati, ricaricabili e in grado di adattarsi in tempo reale all’ambiente sonoro. Entro la fine del 2025 è inoltre previsto il lancio in Cina di Amplifon Product Experience (Ape), la linea di prodotti a marchio Amplifon già introdotta in Argentina e Cile e oggi presente in 15 dei 26 Paesi in cui il gruppo opera.
Già per Natale il gruppo aveva lanciato la speciale campagna globale The Wish (Il regalo perfetto) Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, oggi nel mondo circa 1,5 miliardi di persone convivono con una forma di perdita uditiva (o ipoacusia) e il loro numero è destinato a salire a 2,5 miliardi nel 2050.
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Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Luigi Grimaldi fanno il punto sul caso Garlasco: tra nuove indagini, DNA, impronte e filoni paralleli, l’inchiesta si muove ormai su più livelli. Un’analisi rigorosa per capire a che punto siamo, cosa è cambiato davvero e quali nodi restano ancora da sciogliere.
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Ieri abbiamo raccontato che ha intestati circa 90 immobili acquistati alle aste giudiziarie senza dover accendere mutui. Ora La Verità è in grado di svelare che Abu Rawwa per operare ha aperto un’agenzia immobiliare e investe insieme a un giovane palestinese che appartiene a una famiglia molto religiosa e molto attiva nella difesa della causa palestinese. Ben 12 dei 90 immobili di cui è diventato proprietario per via giudiziaria Abu Rawwa, infatti, sono cointestati (al 50%) con Osama Qasim. Otto sono appartamenti. Alloggi residenziali inseriti nello stesso stabile, con metrature diverse e distribuiti su più piani. Blocchi compatti di unità abitative spalmati su tre strade dello stesso comune della provincia di Reggio Emilia: Castellarano.
Il resto delle proprietà non è abitativo. Ci sono due locali di servizio: accessori funzionali alle case. Gli ultimi due immobili sono strutture non ancora definite, volumi ampi, uno dei quali particolarmente esteso: 603 metri quadri. Entrambi i locali non sono pronti per essere abitati, né sono destinati a un uso immediato. Sono spazi da completare o da trasformare. Un’operazione da immobiliaristi.
Abu Rawwa e Qasim compaiono in visure camerali diverse. Il primo è amministratore unico e socio al 100% dell’Immobiliare My home srls, impresa costituita il 6 dicembre 2023 e iscritta al Registro imprese di Modena il 13 dicembre di quello stesso anno. Capitale sociale da 2.000 euro. Attività dichiarata: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri», con una specificazione ampia che comprende edifici residenziali, non residenziali, strutture commerciali e terreni. La sede legale è a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est. Un solo addetto risultante dai dati Inps.
Osama Qasim, nato a Sassuolo il 3 febbraio 1993, è invece amministratore unico della Qasim srls, società costituita il 24 maggio 2022 con capitale sociale da 3.000 euro. Anche qui l’attività prevalente è immobiliare: «Compravendita di beni immobili effettuata su beni propri». La sede è sempre a Sassuolo, in circonvallazione Nord Est, ma il civico è differente. I soci sono tre: Osama (che è il legale rappresentante e nel frattempo gestisce anche una società di ristorazione a Modena) detiene il 20%, Khawla Ghannam (60 anni), la mamma, il 60%, e Zahi Qasim (62 anni), il papà, il 20%. Un nucleo familiare di cui si sono interessati, negli anni, numerosi giornalisti ma anche la polizia. Su Internet si trova ancora un articolo dell’Herald tribune sulla famiglia Qasim, ripreso in Italia dal Secolo XIX, proprio il giornale di Genova. Risale a 20 anni fa, ma è molto interessante. Anche perché ci racconta che la famiglia di Osama è molto religiosa e ha ricevuto nel tempo anche la visita della polizia italiana dopo alcuni attentati dei tagliagole islamici.
Il padre, Zahi, classe 1963, all’epoca era caposquadra in fabbrica a Sassuolo ed era già «uno degli esponenti più impegnati della comunità». Sua moglie, Khawla, era un’insegnante che «parla fluentemente tre lingue». Osama, all’epoca era un bambino di 12 anni. Il cronista scriveva che il fratello, «l’esuberante Ali, un anno, adora gattonare sulle piastrelle della sala, decorata con illustrazioni di proverbi tratti dal Corano». I Qasim non offrirono né cibo, né bevande al giornalista «perché per loro era in corso il Ramadan». «Ci piacerebbe molto essere italiani», aveva dichiarato Ghannam, con indosso «un hijab color porpora». Ed ecco il passaggio più interessante dell’articolo: «La loro vita, sebbene economicamente agiata, è costellata da continui episodi che ricordano loro che non sono pienamente integrati in un Paese che definiscono casa da 20 anni. A seguito degli attentati a Londra di questa estate (del 2005, ndr), Qasim è stato più volte interrogato dalla polizia che gli ha anche perquisito la casa. L’uomo afferma anche che il suo cellulare è sotto controllo. Quando ha invitato a cena alcuni amici di Torino in occasione del Ramadan, la polizia lo ha chiamato per chiedergli chi fossero quelle persone e l’hanno rimproverato di non aver comunicato che avrebbe avuto ospiti. I tentativi di Qasim di comprare un edificio per aprirvi una scuola islamica domenicale sono stati ostacolati per quattro anni dalle istituzioni locali che ritenevano che il luogo non fosse idoneo per via della mancanza di spazi da adibire al parcheggio». Zahi disse: «È chiaro che tutto questo mi dà fastidio: succede perché sono musulmano e non accadrebbe lo stesso se fossi europeo».
Ricordiamo che all’epoca un islamico sospettato di aver preso parte agli attentati di Londra è stato catturato in Italia, dove si era rifugiato. Ghannam ha spiegato che l’inserimento non è stato sempre facile e che «suo figlio è stato spesso preso in giro per il suo nome, Osama, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre». Quando i Qasim si trasferirono nel loro attuale appartamento, «i vicini italiani si mostrarono freddi e ostili. Tuttavia, il loro atteggiamento è migliorato nel tempo». Zahi ha anche dichiarato di «esser sempre stato trattato con rispetto a lavoro, e gli è stato persino consentito di pregare cinque volte al giorno».
L’articolo contiene anche un’altra notizia interessante: «La famiglia ha una casa a Ramallah e torna laggiù durante le vacanze estive». Anche se la famiglia non si sentiva sicura in Israele: «Ci sono aspetti dell’Islam che vanno bene in Palestina, ma non qui», ha concesso l’uomo con il cronista. Ha anche detto di credere che «gli arresti e il coprifuoco siano soltanto serviti ad aggravare la situazione in Francia». E ha spiegato che «è sbagliato ricorrere alla polizia». Il motivo? «Quando parli con gli altri li fai sentire parte della società. Se li fai sentire emarginati, prima o poi si ribelleranno». Alla fine l’intervistato aveva consegnato al cronista il motto che ripeteva al figlio Osama: «Ignora le offese, lavora più sodo dei tuoi compagni. In fondo i palestinesi sono abituati a essere controllati: pensa solo di essere a Ramallah». Papà Qasim è stato un grande animatore del centro «al Medina» (dell’Associazione della comunità islamica di Sassuolo), fondato nel 1993 da un gruppo di migranti nordafricani, chiuso e poi riaperto varie volte. Qui si riunivano per pregare a turni sino a 600 fedeli per volta. Nel 2018 Zahi, a Casalgrande, è stato tra i promotori del Villaggio islamico, che l’associazione islamica di Sassuolo voleva tirare su nell’area di un ex salumificio. E fu proprio Zahi, col piglio dell’immobiliarista, a spiegare: «Abbiamo comprato l’area per un guadagno, come qualsiasi altro cittadino. A Casalgrande, Veggia e Villalunga abbiamo comprato all’asta circa 6-7 appartamenti».
L’idea di acquistare dai tribunali qualche anno dopo è stata fatta propria dal figlio Osama e da Abu Rawwa. Le indagini della Procura di Genova dovranno stabilire se in questo shopping compulsivo c’entri Hamas.
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