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2024-04-10
Espulso l’imam violento di Milano, minacce dell’Isis alla Champions
Nel 2019 i giudici del Tar confermarono che l’Associazione culturale Shah Jalal di Milano altro non era che una moschea abusiva. Ma in questi anni Ahmed Kabir, 50 anni, cittadino del Bangladesh, ha comunque continuato a professare la religione islamica come un vero e proprio imam, in questo angolo del capoluogo lombardo dove si era insediato nel 2013 tra Affori e la Bovisa, in via Zambelli. Teneva in scacco l’intero quartiere, minacciando di morte chiunque si avvicinasse e accusando gli abitanti della zona di razzismo. In realtà la persona pericolosa era lui. La Digos lo teneva monitorato da tempo, soprattutto dopo le denunce dei vicini e della moglie (che veniva picchiata regolarmente perché si opponeva alla poligamia dell’uomo) e anche dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre del 2023 in Israele, una circostanza che ha risvegliato l’estremismo islamico in tutto il mondo. Basti pensare che dal 7 ottobre 2023 ad oggi, in Italia, sono stati espulsi e rimpatriati per motivi di sicurezza 51 soggetti, di cui 9 con provvedimento del Viminale. Per la maggior parte si tratta di cittadini tunisini (19), poi marocchini (10) ed egiziani (7). Nei primi tre mesi del 2024 sono state rimpatriate in totale già 24 persone pericolose, una cifra in aumento del 20% rispetto all’anno precedente.
Ora è stato espulso anche Ahmed Kabir, dopo il decreto emesso dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Lunedì la polizia lo ha accompagnato su un volo per il rimpatrio. Gravato da numerosi precedenti penali e di polizia per reati contro la persona tra cui violenza, minaccia e molestie (oltre che sulla moglie anche sui vicini), già nell’ottobre scorso, data la sua pericolosità sociale, il questore di Milano aveva emesso nei suoi confronti una prima misura restrittiva. Non è bastata. Era già stato condannato per stalking con una condanna 4 anni e 7 mesi. Durante il processo dello scorso anno il portiere dello stabile di fronte alla moschea abusiva aveva raccontato di come «Kabir» minacciasse «tutte le persone che passavano […], è solito dire “terroni di merda” a chiunque parcheggia una vettura», spiegò l’uomo. «Ha minacciato anche me più volte, una volta mi ha detto che mi avrebbe tagliato la testa».
A novembre 2023 era stato protagonista di un servizio televisivo dal titolo «La moschea della paura nel cuore di Milano», trasmesso durante il programma Diritto e Rovescio di Paolo Del Debbio. Nella trasmissione televisiva, attraverso numerose testimonianze, erano stati evidenziati i comportamenti violenti dell’uomo nei confronti dei vicini. Per di più durante l’intervista era arrivato a minacciare la giornalista mimando il gesto di tagliarle la gola. Kabir - che postava sui social i momenti di preghiera in moschea e frasi di Allah - nel settembre del 2023 era già stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti in famiglia. Secondo le testimonianze raccolte dalle forze dell’ordine, l’aveva più volte aggredita per essersi opposta alla sua decisione di diventare poligamo così come previsto dai dettami dell’islam. Non solo. Nel luglio del 2020 aveva persino partecipato a una manifestazione per chiedere il permesso di soggiorno a tutti gli immigrati, una richiesta di sanatoria generalizzata per tutti gli stranieri. Il suo estremismo era cresciuto negli anni. In parallelo, il laboratorio culturale che era stato preso in gestione più di 10 anni fa aveva iniziato a fare proselitismo. Già nel 2014 la polizia locale avevano rilevato che dentro quelle stanze vi era una vera e propria moschea. Situazione che era stata poi confermata dai giudici della seconda sezione del Tar di Milano, con una sentenza dove era stata evidenziata «la correlazione tra i lavori di ristrutturazione dei bagni e la realizzazione di un bagno per disabili da un lato e la funzione religiosa dall’altro», scrivevano giudici, «è facilmente desumibile dal fatto che si tratta di servizi presenti normalmente in luoghi aperti al pubblico destinati a soddisfare le esigenze di persone che provengono dall’esterno». Anche perché l’associazione non aveva fornito «prova di alcun uso dell’immobile diverso da quello religioso, è del tutto ragionevole ritenere che i bagni siano a servizio degli avventori della moschea».
Salgono così a 760 i casi espulsione o allontanamento eseguiti dal 2015 ad oggi (170 emessi dal ministro dell’Interno, 439 dal Prefetto, 119 dall’autorità giudiziaria, 5 per riammissione «procedura Dublino», 2 in base agli accordi di riammissione Ue, 4 dalla commissione per il Riconoscimento della protezione internazionale, 21 respingimenti e altri 15 ex art. 10 Tui). Quest’anno, come detto, siamo già a 24. Dopo un lieve calo nel 2023, quando furono 74, già nel 2022 se ne calcolarono 79, mentre nel 2021, in piena pandemia, erano stati 59. Anche nel 2020 i provvedimenti furono 59 mentre nel 2019 se ne calcolarono 98. Nel 2015 erano stati appena 66.
«Questa espulsione arriva dopo soli due mesi da quando, a inizio febbraio, è stato espulso un cittadino egiziano estremista islamico che dal 2017 perseguitava e molestava una giovane ragazza, accanendosi anche contro i familiari della stessa», ricorda Riccardo De Corato, membro della commissione Sicurezza delle periferie in Italia. «Stiamo parlando di persone molto pericolose, come i fatti hanno più volte confermato, per la sicurezza di tutti noi e, il governo Meloni, sta facendo quello che per anni non è stato fatto, ovvero proteggere il Paese da ogni forma di criminalità, illegalità, abusivismo e terrorismo».
L’Isis punta gli stadi della Champions. «Attaccate Londra, Madrid e Parigi»
Stadi nel mirino dei terroristi. Da giorni l’Isis, tramite il suo braccio mediatico Al Azaim, continua a diffondere via Telegram e sul dark web elaborazioni grafiche nelle quali identifica come possibili bersagli gli stadi delle città di Londra, Parigi e Madrid. «Uccideteli tutti», si legge nelle illustrazioni. Nel mirino il Parco dei Principi, il Santiago Bernabeu, il Metropolitano e lo Stadio Emirates. Come noto, non ci sono più squadre italiane in Champions tuttavia, Atalanta, Milan e Roma sono ancora in Europa League mentre la Fiorentina è impegnata nella Conference League e queste partite possono essere quegli «obiettivi soft» dei quali ha parlato l’Isis nelle scorse settimane. L’arresto di lunedì del terrorista tagiko dalle mille identità fermato a Fiumicino mostra come gli uomini dell’Isis sono già in Europa e non devono certo venire dalla Siria per compiere attacchi spettacolari come quelli della notte di Parigi del novembre 2015. Gli basta attraversare una frontiera. In Francia, Germania, Austria, Inghilterra, Belgio solo per citarne alcuni, vivono migliaia di ceceni, tagiki, daghestani, ingusci, kirghizi o uzbeki fuggiti dopo la dissoluzione dell’ex Urss e dalla repressione operata da Vladimir Putin durante le guerre caucasiche, e tra loro il virus dell’estremismo islamico ha fatto molti proseliti come visto in diversi attacchi terroristici. Inoltre, lo Stato islamico può contare su decine di migliaia di cittadini con passaporto europeo radicalizzati e pronti all’atto di forza, senza dimenticare le migliaia di fanatici che vivono in Europa, dove negli anni sono arrivati spesso come rifugiati ad esempio da Afghanistan, Nord Africa, Pakistan, Bangladesh Iraq e Siria. Occhio anche ai prossimi campionati europei di calcio in Germania e alle Olimpiadi di Parigi: due eventi che si terranno (blindati) quest’estate e che sono obbiettivi dichiarati dell’Isis.
A proposito del dipartimento dell’Isis che si occupa di produrre i contenuti utili alla propaganda jihadista, non si può non notare come il numero, la qualità e l’efficacia della produzione sia tornata quasi ai livelli del sedicente califfato. Nel periodo tra il 2015 e il 2017, il territorio controllato dall’Isis era più grande della Gran Bretagna. L’organizzazione, secondo un report dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) del 2019, era composta da circa 40.000 foreign fighters (circa 6.000 europei), che si sono uniti allo Stato islamico in Iraq e Siria. Quanti sono oggi? Le stime attuali si aggirano intorno ai 20.000 uomini ancora attivi, di cui circa 10.000 in Iraq e Siria e 10.000 in altri Paesi ma il numero è certamente più grande. Cinque anni fa gli ultimi resti del cosiddetto califfato dello Stato Islamico venivano annientati dalle Forze democratiche siriane (Sdf), la milizia curda sostenuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, che è stata fondamentale nello sconfiggere il gruppo terroristico. Quella che viene ancora oggi definita «la battaglia finale contro l’Isis» è avvenuta nella città siriana di Al Baghuz Fawqani tra il 9 febbraio e il 23 marzo del 2019. Migliaia i jihadisti morti e altrettanti quelli in fuga mentre oggi 9.000 combattenti, tra i quali molti foreign fighter europei, sono detenuti nei centri gestiti dalle Sdf dai quali basta pagare per scappare. Poi è arrivata la pandemia (2019) e l’organizzazione ne ha approfittato per riorganizzarsi pur continuando ad agire con attacchi isolati «mordi e fuggi» in tutto il mondo. In seguito, come avvenuto in passato, l’Isis ha saputo approfittare degli errori altrui; ad esempio, ha sfruttato lo scriteriato ritiro degli occidentali dall’Afghanistan per rafforzare l’Isis-Khorasan (Iskp) che fino ad allora era un oscuro gruppo di fuoriusciti da altre organizzazioni. Oggi i talebani non controllano più il Paese, incalzati dall’Iskp. L’Isis Khorasan è molto ben strutturato e può contare su 4.000/6.000 effettivi reclutati in Afghanistan, Pakistan e in tutto il Caucaso, che resta uno straordinario serbatoio di estremisti islamici. E non è certo un caso che a Mosca abbiano colpito gli uomini dell’Iskp ai quali il Comando centrale dell’organizzazione ha appaltato l’operazione.
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Matteo Piantedosi rimanda Ahmed Kabir in Bangladesh. Aveva creato una moschea abusiva e picchiava la moglie perché non accettava la poligamia. Si credeva vittima del razzismo e chiedeva permessi per tutti i migranti.Torna la paura degli attentati. Timore anche per le italiane in Europa league.Lo speciale contiene due articoliNel 2019 i giudici del Tar confermarono che l’Associazione culturale Shah Jalal di Milano altro non era che una moschea abusiva. Ma in questi anni Ahmed Kabir, 50 anni, cittadino del Bangladesh, ha comunque continuato a professare la religione islamica come un vero e proprio imam, in questo angolo del capoluogo lombardo dove si era insediato nel 2013 tra Affori e la Bovisa, in via Zambelli. Teneva in scacco l’intero quartiere, minacciando di morte chiunque si avvicinasse e accusando gli abitanti della zona di razzismo. In realtà la persona pericolosa era lui. La Digos lo teneva monitorato da tempo, soprattutto dopo le denunce dei vicini e della moglie (che veniva picchiata regolarmente perché si opponeva alla poligamia dell’uomo) e anche dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre del 2023 in Israele, una circostanza che ha risvegliato l’estremismo islamico in tutto il mondo. Basti pensare che dal 7 ottobre 2023 ad oggi, in Italia, sono stati espulsi e rimpatriati per motivi di sicurezza 51 soggetti, di cui 9 con provvedimento del Viminale. Per la maggior parte si tratta di cittadini tunisini (19), poi marocchini (10) ed egiziani (7). Nei primi tre mesi del 2024 sono state rimpatriate in totale già 24 persone pericolose, una cifra in aumento del 20% rispetto all’anno precedente.Ora è stato espulso anche Ahmed Kabir, dopo il decreto emesso dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per motivi di ordine e sicurezza pubblica. Lunedì la polizia lo ha accompagnato su un volo per il rimpatrio. Gravato da numerosi precedenti penali e di polizia per reati contro la persona tra cui violenza, minaccia e molestie (oltre che sulla moglie anche sui vicini), già nell’ottobre scorso, data la sua pericolosità sociale, il questore di Milano aveva emesso nei suoi confronti una prima misura restrittiva. Non è bastata. Era già stato condannato per stalking con una condanna 4 anni e 7 mesi. Durante il processo dello scorso anno il portiere dello stabile di fronte alla moschea abusiva aveva raccontato di come «Kabir» minacciasse «tutte le persone che passavano […], è solito dire “terroni di merda” a chiunque parcheggia una vettura», spiegò l’uomo. «Ha minacciato anche me più volte, una volta mi ha detto che mi avrebbe tagliato la testa».A novembre 2023 era stato protagonista di un servizio televisivo dal titolo «La moschea della paura nel cuore di Milano», trasmesso durante il programma Diritto e Rovescio di Paolo Del Debbio. Nella trasmissione televisiva, attraverso numerose testimonianze, erano stati evidenziati i comportamenti violenti dell’uomo nei confronti dei vicini. Per di più durante l’intervista era arrivato a minacciare la giornalista mimando il gesto di tagliarle la gola. Kabir - che postava sui social i momenti di preghiera in moschea e frasi di Allah - nel settembre del 2023 era già stato denunciato dalla moglie per maltrattamenti in famiglia. Secondo le testimonianze raccolte dalle forze dell’ordine, l’aveva più volte aggredita per essersi opposta alla sua decisione di diventare poligamo così come previsto dai dettami dell’islam. Non solo. Nel luglio del 2020 aveva persino partecipato a una manifestazione per chiedere il permesso di soggiorno a tutti gli immigrati, una richiesta di sanatoria generalizzata per tutti gli stranieri. Il suo estremismo era cresciuto negli anni. In parallelo, il laboratorio culturale che era stato preso in gestione più di 10 anni fa aveva iniziato a fare proselitismo. Già nel 2014 la polizia locale avevano rilevato che dentro quelle stanze vi era una vera e propria moschea. Situazione che era stata poi confermata dai giudici della seconda sezione del Tar di Milano, con una sentenza dove era stata evidenziata «la correlazione tra i lavori di ristrutturazione dei bagni e la realizzazione di un bagno per disabili da un lato e la funzione religiosa dall’altro», scrivevano giudici, «è facilmente desumibile dal fatto che si tratta di servizi presenti normalmente in luoghi aperti al pubblico destinati a soddisfare le esigenze di persone che provengono dall’esterno». Anche perché l’associazione non aveva fornito «prova di alcun uso dell’immobile diverso da quello religioso, è del tutto ragionevole ritenere che i bagni siano a servizio degli avventori della moschea».Salgono così a 760 i casi espulsione o allontanamento eseguiti dal 2015 ad oggi (170 emessi dal ministro dell’Interno, 439 dal Prefetto, 119 dall’autorità giudiziaria, 5 per riammissione «procedura Dublino», 2 in base agli accordi di riammissione Ue, 4 dalla commissione per il Riconoscimento della protezione internazionale, 21 respingimenti e altri 15 ex art. 10 Tui). Quest’anno, come detto, siamo già a 24. Dopo un lieve calo nel 2023, quando furono 74, già nel 2022 se ne calcolarono 79, mentre nel 2021, in piena pandemia, erano stati 59. Anche nel 2020 i provvedimenti furono 59 mentre nel 2019 se ne calcolarono 98. Nel 2015 erano stati appena 66.«Questa espulsione arriva dopo soli due mesi da quando, a inizio febbraio, è stato espulso un cittadino egiziano estremista islamico che dal 2017 perseguitava e molestava una giovane ragazza, accanendosi anche contro i familiari della stessa», ricorda Riccardo De Corato, membro della commissione Sicurezza delle periferie in Italia. «Stiamo parlando di persone molto pericolose, come i fatti hanno più volte confermato, per la sicurezza di tutti noi e, il governo Meloni, sta facendo quello che per anni non è stato fatto, ovvero proteggere il Paese da ogni forma di criminalità, illegalità, abusivismo e terrorismo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/espulso-limam-violento-di-milano-minacce-dellisis-alla-champions-2667732383.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lisis-punta-gli-stadi-della-champions-attaccate-londra-madrid-e-parigi" data-post-id="2667732383" data-published-at="1712689699" data-use-pagination="False"> L’Isis punta gli stadi della Champions. «Attaccate Londra, Madrid e Parigi» Stadi nel mirino dei terroristi. Da giorni l’Isis, tramite il suo braccio mediatico Al Azaim, continua a diffondere via Telegram e sul dark web elaborazioni grafiche nelle quali identifica come possibili bersagli gli stadi delle città di Londra, Parigi e Madrid. «Uccideteli tutti», si legge nelle illustrazioni. Nel mirino il Parco dei Principi, il Santiago Bernabeu, il Metropolitano e lo Stadio Emirates. Come noto, non ci sono più squadre italiane in Champions tuttavia, Atalanta, Milan e Roma sono ancora in Europa League mentre la Fiorentina è impegnata nella Conference League e queste partite possono essere quegli «obiettivi soft» dei quali ha parlato l’Isis nelle scorse settimane. L’arresto di lunedì del terrorista tagiko dalle mille identità fermato a Fiumicino mostra come gli uomini dell’Isis sono già in Europa e non devono certo venire dalla Siria per compiere attacchi spettacolari come quelli della notte di Parigi del novembre 2015. Gli basta attraversare una frontiera. In Francia, Germania, Austria, Inghilterra, Belgio solo per citarne alcuni, vivono migliaia di ceceni, tagiki, daghestani, ingusci, kirghizi o uzbeki fuggiti dopo la dissoluzione dell’ex Urss e dalla repressione operata da Vladimir Putin durante le guerre caucasiche, e tra loro il virus dell’estremismo islamico ha fatto molti proseliti come visto in diversi attacchi terroristici. Inoltre, lo Stato islamico può contare su decine di migliaia di cittadini con passaporto europeo radicalizzati e pronti all’atto di forza, senza dimenticare le migliaia di fanatici che vivono in Europa, dove negli anni sono arrivati spesso come rifugiati ad esempio da Afghanistan, Nord Africa, Pakistan, Bangladesh Iraq e Siria. Occhio anche ai prossimi campionati europei di calcio in Germania e alle Olimpiadi di Parigi: due eventi che si terranno (blindati) quest’estate e che sono obbiettivi dichiarati dell’Isis. A proposito del dipartimento dell’Isis che si occupa di produrre i contenuti utili alla propaganda jihadista, non si può non notare come il numero, la qualità e l’efficacia della produzione sia tornata quasi ai livelli del sedicente califfato. Nel periodo tra il 2015 e il 2017, il territorio controllato dall’Isis era più grande della Gran Bretagna. L’organizzazione, secondo un report dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) del 2019, era composta da circa 40.000 foreign fighters (circa 6.000 europei), che si sono uniti allo Stato islamico in Iraq e Siria. Quanti sono oggi? Le stime attuali si aggirano intorno ai 20.000 uomini ancora attivi, di cui circa 10.000 in Iraq e Siria e 10.000 in altri Paesi ma il numero è certamente più grande. Cinque anni fa gli ultimi resti del cosiddetto califfato dello Stato Islamico venivano annientati dalle Forze democratiche siriane (Sdf), la milizia curda sostenuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati, che è stata fondamentale nello sconfiggere il gruppo terroristico. Quella che viene ancora oggi definita «la battaglia finale contro l’Isis» è avvenuta nella città siriana di Al Baghuz Fawqani tra il 9 febbraio e il 23 marzo del 2019. Migliaia i jihadisti morti e altrettanti quelli in fuga mentre oggi 9.000 combattenti, tra i quali molti foreign fighter europei, sono detenuti nei centri gestiti dalle Sdf dai quali basta pagare per scappare. Poi è arrivata la pandemia (2019) e l’organizzazione ne ha approfittato per riorganizzarsi pur continuando ad agire con attacchi isolati «mordi e fuggi» in tutto il mondo. In seguito, come avvenuto in passato, l’Isis ha saputo approfittare degli errori altrui; ad esempio, ha sfruttato lo scriteriato ritiro degli occidentali dall’Afghanistan per rafforzare l’Isis-Khorasan (Iskp) che fino ad allora era un oscuro gruppo di fuoriusciti da altre organizzazioni. Oggi i talebani non controllano più il Paese, incalzati dall’Iskp. L’Isis Khorasan è molto ben strutturato e può contare su 4.000/6.000 effettivi reclutati in Afghanistan, Pakistan e in tutto il Caucaso, che resta uno straordinario serbatoio di estremisti islamici. E non è certo un caso che a Mosca abbiano colpito gli uomini dell’Iskp ai quali il Comando centrale dell’organizzazione ha appaltato l’operazione.
Uno scatto della manifestazione a Roma per Maduro (Ansa)
A Roma Anpi, Cgil e decine di associazioni chiedono l’intervento dell’Onu. Landini attacca la Meloni.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
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Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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