True
2023-10-18
Esplode ospedale a Gaza, centinaia di morti
Getty Images
Nell’attesa di un’ipotetica invasione di terra di Israele, l’esplosione di una bomba su un ospedale a Gaza rischia di mettere in crisi qualunque tentativo di mediazione. Nel tardo pomeriggio di ieri, un raid dell’esercito israeliano aveva colpito una scuola a Gaza gestita dall’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, provocando sei morti. Un secondo attacco israeliano, ha scritto il Guardian citando le autorità palestinesi della Striscia, avrebbe poi colpito un complesso ospedaliero, l’Al-Ahli Arabi Baptist Hospital al centro di Gaza, provocando almeno 500 morti. Secondo Al Jazeera la maggior parte dei feriti sarebbero donne e bambini. Immediate le reazioni di tutti gli attori in gioco. Mentre la situazione sul campo era ancora da chiarire, il presidente palestinese, Abu Mazen, per questo ha proclamato tre giorni di lutto. Il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha risposto indirettamente dicendo i non sapere se l’esplosione sia stata causata da un colpo israeliano. «Ci sono molti raid aerei, molti lanci falliti di missili e tante fake news di Hamas», ha commentato Hagari. In serata l’ipotesi dell’esercito israeliano si è assestata su un possibile lancio fallito di un missile da parte di Hamas, che avrebbe provocato la strage. Ambigua come sempre l’Unione europea. Se da un lato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato che il raid «non è in linea con il diritto internazionale», dall’altro Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha declinato ogni commento, aspettando «conferme».Nel pomeriggio Gerusalemme sembrava voler abbassare la tensione: «Ci stiamo preparando per le prossime fasi della guerra. Tutti parlano dell’offensiva di terra. Potrebbe essere qualcosa di diverso». Queste le parole del portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), Richard Hecht, che segnano una svolta: tutto il mondo infatti sta aspettando l’invasione di terra a Gaza da parte di Israele. A questo punto, a meno che le dichiarazioni di Hecht non siano solo tattica, l’ipotesi di una strategia mirata a colpire i sanguinari terroristi di Hamas, senza colpire tutta la popolazione della Striscia, diventa un’opzione militare in campo.
La svolta dell’Idf è probabilmente collegata alla visita di Biden in Israele: dare il via all’invasione mentre il presidente Usa è a Tel Aviv sarebbe uno sgarbo diplomatico eclatante. C’è da capire poi il destino dei profughi palestinesi che, come sempre, nessuno dei Paesi vicini vuole nel proprio territorio: non è da escludere che arrivino in Europa, come accaduto per i siriani. L’ordine di evacuazione dal Nord della Striscia impartito da Israele riguarda più di un milione di persone. «Il combattimento a Gaza sarà condotto nei prossimi giorni con grande forza», ha detto Netanyahu in visita a una base delle forze speciali. Parole che non sciolgono il nodo: ci sarà l’invasione o continueranno i raid?
Va anche detto, a proposito della possibilità di non procedere con l’invasione, che i raid mirati di Israele stanno producendo risultati importanti: ieri è stato eliminato uno dei principali leader di Hamas, Ayman Nofal, e l’esercito ha annunciato anche la morte di Osama Mazini, capo del Consiglio della Shura, la direzione politico religiosa dell’organizzazione terroristica. Stando all’Idf, sono stati oltre 200 gli obiettivi di Hamas e della jihad islamica a Gaza colpiti nelle ultime 24 ore: quartieri generali, depositi di armi e anche una banca usata dalla fazione per finanziare le sue attività.
A quanto riferisce poi Haaretz, un attacco dell’Idf nella Striscia avrebbe eliminato anche tre membri della famiglia del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, tra i quali uno dei figli, Hazem Isma. Secondo la radio di Hamas, sarebbero stati eliminati anche il responsabile per i valichi dell’organizzazione, Fouad Abu Btihan, e alcuni suoi familiari. Decine di razzi sono stati lanciati da Gaza vero Israele.
Sempre caldo anche il confine con il Libano. Ieri mattina un razzo anticarro è esploso nella cittadina di Metulla nella Alta Galilea e due persone sono rimaste ferite. Già gran parte degli abitanti erano sfollati, e il sindaco ha chiesto a quanti sono rimasti di partire. Secondo i media questo attacco è stato rivendicato da Hezbollah, il partito armato filoiraniano di stanza in Libano. L’artiglieria israeliana ha risposto bersagliando le colline del Sud del Libano a ridosso della Linea blu. Nel corso del bombardamento, i caschi blu dell’Onu provenienti dal Ghana, di cui fanno parte un migliaio di italiani, hanno aperto le porte di una delle loro basi per far entrare i civili.
Gli attacchi contro i civili e il personale delle Nazioni Unite, ha dichiarato ieri il portavoce della missione di interposizione di Unifil, Andrea Tenenti, a quanto riporta Nova, «costituiscono violazioni del diritto internazionale che possono essere considerate crimini di guerra. Negli ultimi giorni più volte abbiamo aperto le nostre porte ai civili esposti a minacce imminenti», ha aggiunto Tenenti, «è stato fornito un rifugio ai civili in una delle postazioni del contingente ghanese, nei pressi di Dhaira, Tuttavia, se non sussiste una minaccia imminente, le persone potrebbero non essere autorizzate ad accedere alle postazioni dell’Onu. Ricordiamo a tutte le parti in causa che gli attacchi contro i civili o contro il personale delle Nazioni Unite», ha sottolineato Tenenti, «costituiscono violazioni del diritto internazionale». A quanto riferiscono diverse fonti internazionali, l’arrivo in zona delle portaerei americane avrebbe l’obiettivo di scoraggiare Hezbollah.
«Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». Il comunicato dell'Idf
«Israele non bombarda gli ospedali». Ferma e decisa la difesa del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Le sue parole sono arrivate appena dopo la strage dell'ospedale di Gaza. Strage per cui Hamas si è affrettata a puntare il dito subito contro i raid dell'esercito israeliano. Fin dal principio però la versione data per certa da parte dei terroristi, mostrava qualche punto oscuro. Poi, intorno alle 22 e 40 di ieri sera, il comunicato: «L’analisi dei sistemi operativi delle Forze di Difesa israeliane indica che una salva di razzi è stata sparata da terroristi a Gaza ed è passata vicino all’ospedale Al Ahli di Gaza quando è stato colpito. Fonti d’intelligence multiple in nostro possesso indicano che la Jihad islamica è responsabile per il lancio fallito di un razzo che ha colpito l’ospedale a Gaza». In seguito l'Idf ha diffuso un video sui social che mostra un vettore che esplode nel cielo, seguito da un'esplosione a terra. Nel post si legge «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». E ancora: «I media di tutto il mondo si sono affrettati a dare la notizia di Hamas, senza verificare i fatti. Ora sappiamo che un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». La Jihad islamica replica alle accuse: «Stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità del brutale massacro commesso».
Ma questo video non è la sola prova a supporto della versione israeliana. Infatti non è la prima volta che un razzo lanciato verso le città israeliane cade corto sui tetti di Gaza. A maggio, su 507 razzi lanciati dalla Jihad islamica 110 sono caduti dentro alla Striscia uccidendo quattro civili. In un altro video, preso da una camera di sorveglianza nella fattoria di Netiv Haasara appena fuori dalla Striscia, mostra una salva di razzi e un’esplosione in contemporanea a terra come se uno dei razzi fosse caduto.
Biden vola da Bibi per evitare il peggio ma sulla coscienza ha la topica iraniana
È un viaggio particolarmente delicato quello che attende oggi Joe Biden in Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca si recherà innanzitutto in Israele, dove avrà un faccia a faccia con Benjamin Netanyahu. A seguire, si sposterà in Giordania, per incontrare ad Amman re Abd Allah II, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e il presidente dell’Anp, Mahmud Abbas (che ha avuto ieri un meeting con il segretario di Stato Usa, Tony Blinken). «Sarà un viaggio veloce nel corso di un solo giorno, ma arriva in un momento molto critico e c’è moltissimo all’ordine del giorno», ha detto il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. In riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza, lo stesso Kirby ha anche aggiunto che Biden «chiarirà che vogliamo continuare a lavorare con tutti i nostri partner nella regione, compreso Israele, per ottenere assistenza umanitaria e per fornire un passaggio sicuro affinché i civili possano uscire». Secondo Sky News, anche il premier britannico Rishi Sunak visiterà Israele a breve.
Gli obiettivi a cui il presidente americano tende sono molteplici. Innanzitutto punta a ribadire il sostegno di Washington allo Stato ebraico a seguito del brutale attacco di Hamas. In secondo luogo, Biden sta cercando di convincere Netanyahu ad adottare una reazione proporzionata. Di recente ha, non a caso, definito un «grande errore» l’eventuale occupazione militare della Striscia di Gaza: secondo la Casa Bianca, Israele dovrebbe concentrarsi pressoché esclusivamente sul contrasto ad Hamas. È d’altronde in quest’ottica che, con ogni probabilità, Biden cercherà di salvaguardare i rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi: l’obiettivo è, cioè, quello di scongiurare il rischio di isolamento dello Stato ebraico nello scacchiere mediorientale. Le Forze di difesa israeliane hanno comunque fatto sapere che la visita del presidente Usa non ritarderà l’offensiva via terra contro Gaza. «Non stiamo dettando termini o indicazioni operative agli israeliani», aveva detto poco prima Kirby, riferendosi alla preparazione dell’offensiva di terra.
Un ulteriore dossier sul tavolo è poi quello degli ostaggi americani in mano ad Hamas. Anche se si tratta di numeri contenuti, bisogna tener presente che Biden è un presidente in campagna elettorale per la riconferma l’anno prossimo: la storia americana insegna che queste problematiche possono azzoppare le chance di vittoria degli inquilini della Casa Bianca in cerca di rielezione (basti pensare alla sconfitta di Jimmy Carter nel 1980, in parte dovuta alla crisi degli ostaggi in Iran).
Un altro nodo che Biden dovrà affrontare oggi è quello dei rifugiati palestinesi. Ieri, Abd Allah II ha chiaramente affermato che né la Giordania né l’Egitto accetteranno. «Non ci saranno rifugiati in Giordania, né in Egitto», ha detto durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Hamas, dal canto suo, ha criticato la Casa Bianca, accusandola di «essersi innamorata della narrazione israeliana». Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha annunciato che circa 2.000 soldati americani potrebbero essere presto schierati in Medio Oriente come «segnale di deterrenza».
Ora, è senza dubbio comprensibile che Biden stia cercando di coniugare il sostegno a Israele con l’obiettivo di impedire un allargamento del conflitto. Il presidente però dovrà sciogliere alcuni nodi significativi. Innanzitutto va tenuto presente che, nel corso degli ultimi due anni e mezzo, è assai cresciuta l’influenza di Russia e Cina sul Medio Oriente a discapito di Washington. In secondo luogo, Biden dovrebbe prendere di petto il dossier iraniano. È ormai chiaro che il suo appeasement verso Teheran ha portato a un rafforzamento del regime degli ayatollah, che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, è coinvolto nell’attacco del 7 ottobre. Inoltre Teheran continua nella sua retorica minacciosa. «Se i crimini del regime sionista continuano, i musulmani e le forze della resistenza diventeranno insofferenti e nessunoli fermerà», ha tuonato ieri l’ayatollah Ali Khamenei. «I bombardamenti dovrebbero essere immediatamente fermati, le nazioni musulmane sono arrabbiate», ha aggiunto, chiedendo anche che i funzionari israeliani vengano messi sotto processo.
Ecco: se vuole avere successo con il suo viaggio mediorientale, Biden dovrebbe urgentemente rispolverare la politica trumpista di «massima pressione» nei confronti di Teheran: una mossa che assesterebbe un colpo al regime khomeinista e, di conseguenza, ai gruppi paramilitari che esso sostiene (non solo Hamas ma anche Hezbollah). Solo in questo modo, la Casa Bianca potrebbe aiutare Israele a ripristinare la deterrenza, allontanando contemporaneamente lo scenario di una reazione sproporzionata da parte di Netanyahu. Inoltre, solo in questo modo gli Usa potrebbero forse riuscire a garantire a vari Paesi arabi un senso di protezione rispetto all’iperattivismo regionale di Teheran. Purtroppo ieri la Casa Bianca è tornata a minimizzare il ruolo iraniano nella crisi in corso, negando che il suo coinvolgimento stia aumentando, «fatta eccezione per la retorica». Eppure la questione iraniana sta avendo un impatto significativo anche nella politica interna americana. Un gruppo bipartisan di 113 deputati statunitensi ha inviato una lettera al presidente, chiedendo che «l’Iran sia ritenuto pienamente responsabile per il suo ruolo nel finanziare Hamas e il terrorismo islamico». Biden capirà finalmente che è l’Iran a essere l’origine del problema?
Continua a leggereRiduci
Hamas accusa Israele, ma l'Idf mostra un video: «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». Joe Biden «frena» l’invasione. Missione lampo del presidente Usa, atteso anche dal mondo arabo. Pressing sul Cairo: l’esodo palestinese dev’essere gestito.Lo speciale contiene tre articoli.Nell’attesa di un’ipotetica invasione di terra di Israele, l’esplosione di una bomba su un ospedale a Gaza rischia di mettere in crisi qualunque tentativo di mediazione. Nel tardo pomeriggio di ieri, un raid dell’esercito israeliano aveva colpito una scuola a Gaza gestita dall’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, provocando sei morti. Un secondo attacco israeliano, ha scritto il Guardian citando le autorità palestinesi della Striscia, avrebbe poi colpito un complesso ospedaliero, l’Al-Ahli Arabi Baptist Hospital al centro di Gaza, provocando almeno 500 morti. Secondo Al Jazeera la maggior parte dei feriti sarebbero donne e bambini. Immediate le reazioni di tutti gli attori in gioco. Mentre la situazione sul campo era ancora da chiarire, il presidente palestinese, Abu Mazen, per questo ha proclamato tre giorni di lutto. Il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha risposto indirettamente dicendo i non sapere se l’esplosione sia stata causata da un colpo israeliano. «Ci sono molti raid aerei, molti lanci falliti di missili e tante fake news di Hamas», ha commentato Hagari. In serata l’ipotesi dell’esercito israeliano si è assestata su un possibile lancio fallito di un missile da parte di Hamas, che avrebbe provocato la strage. Ambigua come sempre l’Unione europea. Se da un lato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato che il raid «non è in linea con il diritto internazionale», dall’altro Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha declinato ogni commento, aspettando «conferme».Nel pomeriggio Gerusalemme sembrava voler abbassare la tensione: «Ci stiamo preparando per le prossime fasi della guerra. Tutti parlano dell’offensiva di terra. Potrebbe essere qualcosa di diverso». Queste le parole del portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), Richard Hecht, che segnano una svolta: tutto il mondo infatti sta aspettando l’invasione di terra a Gaza da parte di Israele. A questo punto, a meno che le dichiarazioni di Hecht non siano solo tattica, l’ipotesi di una strategia mirata a colpire i sanguinari terroristi di Hamas, senza colpire tutta la popolazione della Striscia, diventa un’opzione militare in campo. La svolta dell’Idf è probabilmente collegata alla visita di Biden in Israele: dare il via all’invasione mentre il presidente Usa è a Tel Aviv sarebbe uno sgarbo diplomatico eclatante. C’è da capire poi il destino dei profughi palestinesi che, come sempre, nessuno dei Paesi vicini vuole nel proprio territorio: non è da escludere che arrivino in Europa, come accaduto per i siriani. L’ordine di evacuazione dal Nord della Striscia impartito da Israele riguarda più di un milione di persone. «Il combattimento a Gaza sarà condotto nei prossimi giorni con grande forza», ha detto Netanyahu in visita a una base delle forze speciali. Parole che non sciolgono il nodo: ci sarà l’invasione o continueranno i raid? Va anche detto, a proposito della possibilità di non procedere con l’invasione, che i raid mirati di Israele stanno producendo risultati importanti: ieri è stato eliminato uno dei principali leader di Hamas, Ayman Nofal, e l’esercito ha annunciato anche la morte di Osama Mazini, capo del Consiglio della Shura, la direzione politico religiosa dell’organizzazione terroristica. Stando all’Idf, sono stati oltre 200 gli obiettivi di Hamas e della jihad islamica a Gaza colpiti nelle ultime 24 ore: quartieri generali, depositi di armi e anche una banca usata dalla fazione per finanziare le sue attività. A quanto riferisce poi Haaretz, un attacco dell’Idf nella Striscia avrebbe eliminato anche tre membri della famiglia del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, tra i quali uno dei figli, Hazem Isma. Secondo la radio di Hamas, sarebbero stati eliminati anche il responsabile per i valichi dell’organizzazione, Fouad Abu Btihan, e alcuni suoi familiari. Decine di razzi sono stati lanciati da Gaza vero Israele.Sempre caldo anche il confine con il Libano. Ieri mattina un razzo anticarro è esploso nella cittadina di Metulla nella Alta Galilea e due persone sono rimaste ferite. Già gran parte degli abitanti erano sfollati, e il sindaco ha chiesto a quanti sono rimasti di partire. Secondo i media questo attacco è stato rivendicato da Hezbollah, il partito armato filoiraniano di stanza in Libano. L’artiglieria israeliana ha risposto bersagliando le colline del Sud del Libano a ridosso della Linea blu. Nel corso del bombardamento, i caschi blu dell’Onu provenienti dal Ghana, di cui fanno parte un migliaio di italiani, hanno aperto le porte di una delle loro basi per far entrare i civili. Gli attacchi contro i civili e il personale delle Nazioni Unite, ha dichiarato ieri il portavoce della missione di interposizione di Unifil, Andrea Tenenti, a quanto riporta Nova, «costituiscono violazioni del diritto internazionale che possono essere considerate crimini di guerra. Negli ultimi giorni più volte abbiamo aperto le nostre porte ai civili esposti a minacce imminenti», ha aggiunto Tenenti, «è stato fornito un rifugio ai civili in una delle postazioni del contingente ghanese, nei pressi di Dhaira, Tuttavia, se non sussiste una minaccia imminente, le persone potrebbero non essere autorizzate ad accedere alle postazioni dell’Onu. Ricordiamo a tutte le parti in causa che gli attacchi contro i civili o contro il personale delle Nazioni Unite», ha sottolineato Tenenti, «costituiscono violazioni del diritto internazionale». A quanto riferiscono diverse fonti internazionali, l’arrivo in zona delle portaerei americane avrebbe l’obiettivo di scoraggiare Hezbollah.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esplode-ospedale-gaza-centinaia-morti-2666006402.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-razzo-della-jihad-islamica-puntato-contro-israele-ha-colpito-lospedale-di-gaza-il-comunicato-dell-idf" data-post-id="2666006402" data-published-at="1697627535" data-use-pagination="False"> «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». Il comunicato dell'Idf «Israele non bombarda gli ospedali». Ferma e decisa la difesa del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Le sue parole sono arrivate appena dopo la strage dell'ospedale di Gaza. Strage per cui Hamas si è affrettata a puntare il dito subito contro i raid dell'esercito israeliano. Fin dal principio però la versione data per certa da parte dei terroristi, mostrava qualche punto oscuro. Poi, intorno alle 22 e 40 di ieri sera, il comunicato: «L’analisi dei sistemi operativi delle Forze di Difesa israeliane indica che una salva di razzi è stata sparata da terroristi a Gaza ed è passata vicino all’ospedale Al Ahli di Gaza quando è stato colpito. Fonti d’intelligence multiple in nostro possesso indicano che la Jihad islamica è responsabile per il lancio fallito di un razzo che ha colpito l’ospedale a Gaza». In seguito l'Idf ha diffuso un video sui social che mostra un vettore che esplode nel cielo, seguito da un'esplosione a terra. Nel post si legge «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». E ancora: «I media di tutto il mondo si sono affrettati a dare la notizia di Hamas, senza verificare i fatti. Ora sappiamo che un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». La Jihad islamica replica alle accuse: «Stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità del brutale massacro commesso».Ma questo video non è la sola prova a supporto della versione israeliana. Infatti non è la prima volta che un razzo lanciato verso le città israeliane cade corto sui tetti di Gaza. A maggio, su 507 razzi lanciati dalla Jihad islamica 110 sono caduti dentro alla Striscia uccidendo quattro civili. In un altro video, preso da una camera di sorveglianza nella fattoria di Netiv Haasara appena fuori dalla Striscia, mostra una salva di razzi e un’esplosione in contemporanea a terra come se uno dei razzi fosse caduto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/esplode-ospedale-gaza-centinaia-morti-2666006402.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="biden-vola-da-bibi-per-evitare-il-peggio-ma-sulla-coscienza-ha-la-topica-iraniana" data-post-id="2666006402" data-published-at="1697590898" data-use-pagination="False"> Biden vola da Bibi per evitare il peggio ma sulla coscienza ha la topica iraniana È un viaggio particolarmente delicato quello che attende oggi Joe Biden in Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca si recherà innanzitutto in Israele, dove avrà un faccia a faccia con Benjamin Netanyahu. A seguire, si sposterà in Giordania, per incontrare ad Amman re Abd Allah II, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e il presidente dell’Anp, Mahmud Abbas (che ha avuto ieri un meeting con il segretario di Stato Usa, Tony Blinken). «Sarà un viaggio veloce nel corso di un solo giorno, ma arriva in un momento molto critico e c’è moltissimo all’ordine del giorno», ha detto il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. In riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza, lo stesso Kirby ha anche aggiunto che Biden «chiarirà che vogliamo continuare a lavorare con tutti i nostri partner nella regione, compreso Israele, per ottenere assistenza umanitaria e per fornire un passaggio sicuro affinché i civili possano uscire». Secondo Sky News, anche il premier britannico Rishi Sunak visiterà Israele a breve. Gli obiettivi a cui il presidente americano tende sono molteplici. Innanzitutto punta a ribadire il sostegno di Washington allo Stato ebraico a seguito del brutale attacco di Hamas. In secondo luogo, Biden sta cercando di convincere Netanyahu ad adottare una reazione proporzionata. Di recente ha, non a caso, definito un «grande errore» l’eventuale occupazione militare della Striscia di Gaza: secondo la Casa Bianca, Israele dovrebbe concentrarsi pressoché esclusivamente sul contrasto ad Hamas. È d’altronde in quest’ottica che, con ogni probabilità, Biden cercherà di salvaguardare i rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi: l’obiettivo è, cioè, quello di scongiurare il rischio di isolamento dello Stato ebraico nello scacchiere mediorientale. Le Forze di difesa israeliane hanno comunque fatto sapere che la visita del presidente Usa non ritarderà l’offensiva via terra contro Gaza. «Non stiamo dettando termini o indicazioni operative agli israeliani», aveva detto poco prima Kirby, riferendosi alla preparazione dell’offensiva di terra. Un ulteriore dossier sul tavolo è poi quello degli ostaggi americani in mano ad Hamas. Anche se si tratta di numeri contenuti, bisogna tener presente che Biden è un presidente in campagna elettorale per la riconferma l’anno prossimo: la storia americana insegna che queste problematiche possono azzoppare le chance di vittoria degli inquilini della Casa Bianca in cerca di rielezione (basti pensare alla sconfitta di Jimmy Carter nel 1980, in parte dovuta alla crisi degli ostaggi in Iran). Un altro nodo che Biden dovrà affrontare oggi è quello dei rifugiati palestinesi. Ieri, Abd Allah II ha chiaramente affermato che né la Giordania né l’Egitto accetteranno. «Non ci saranno rifugiati in Giordania, né in Egitto», ha detto durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Hamas, dal canto suo, ha criticato la Casa Bianca, accusandola di «essersi innamorata della narrazione israeliana». Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha annunciato che circa 2.000 soldati americani potrebbero essere presto schierati in Medio Oriente come «segnale di deterrenza». Ora, è senza dubbio comprensibile che Biden stia cercando di coniugare il sostegno a Israele con l’obiettivo di impedire un allargamento del conflitto. Il presidente però dovrà sciogliere alcuni nodi significativi. Innanzitutto va tenuto presente che, nel corso degli ultimi due anni e mezzo, è assai cresciuta l’influenza di Russia e Cina sul Medio Oriente a discapito di Washington. In secondo luogo, Biden dovrebbe prendere di petto il dossier iraniano. È ormai chiaro che il suo appeasement verso Teheran ha portato a un rafforzamento del regime degli ayatollah, che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, è coinvolto nell’attacco del 7 ottobre. Inoltre Teheran continua nella sua retorica minacciosa. «Se i crimini del regime sionista continuano, i musulmani e le forze della resistenza diventeranno insofferenti e nessunoli fermerà», ha tuonato ieri l’ayatollah Ali Khamenei. «I bombardamenti dovrebbero essere immediatamente fermati, le nazioni musulmane sono arrabbiate», ha aggiunto, chiedendo anche che i funzionari israeliani vengano messi sotto processo. Ecco: se vuole avere successo con il suo viaggio mediorientale, Biden dovrebbe urgentemente rispolverare la politica trumpista di «massima pressione» nei confronti di Teheran: una mossa che assesterebbe un colpo al regime khomeinista e, di conseguenza, ai gruppi paramilitari che esso sostiene (non solo Hamas ma anche Hezbollah). Solo in questo modo, la Casa Bianca potrebbe aiutare Israele a ripristinare la deterrenza, allontanando contemporaneamente lo scenario di una reazione sproporzionata da parte di Netanyahu. Inoltre, solo in questo modo gli Usa potrebbero forse riuscire a garantire a vari Paesi arabi un senso di protezione rispetto all’iperattivismo regionale di Teheran. Purtroppo ieri la Casa Bianca è tornata a minimizzare il ruolo iraniano nella crisi in corso, negando che il suo coinvolgimento stia aumentando, «fatta eccezione per la retorica». Eppure la questione iraniana sta avendo un impatto significativo anche nella politica interna americana. Un gruppo bipartisan di 113 deputati statunitensi ha inviato una lettera al presidente, chiedendo che «l’Iran sia ritenuto pienamente responsabile per il suo ruolo nel finanziare Hamas e il terrorismo islamico». Biden capirà finalmente che è l’Iran a essere l’origine del problema?
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci