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2023-10-18
Esplode ospedale a Gaza, centinaia di morti
Getty Images
Nell’attesa di un’ipotetica invasione di terra di Israele, l’esplosione di una bomba su un ospedale a Gaza rischia di mettere in crisi qualunque tentativo di mediazione. Nel tardo pomeriggio di ieri, un raid dell’esercito israeliano aveva colpito una scuola a Gaza gestita dall’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, provocando sei morti. Un secondo attacco israeliano, ha scritto il Guardian citando le autorità palestinesi della Striscia, avrebbe poi colpito un complesso ospedaliero, l’Al-Ahli Arabi Baptist Hospital al centro di Gaza, provocando almeno 500 morti. Secondo Al Jazeera la maggior parte dei feriti sarebbero donne e bambini. Immediate le reazioni di tutti gli attori in gioco. Mentre la situazione sul campo era ancora da chiarire, il presidente palestinese, Abu Mazen, per questo ha proclamato tre giorni di lutto. Il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha risposto indirettamente dicendo i non sapere se l’esplosione sia stata causata da un colpo israeliano. «Ci sono molti raid aerei, molti lanci falliti di missili e tante fake news di Hamas», ha commentato Hagari. In serata l’ipotesi dell’esercito israeliano si è assestata su un possibile lancio fallito di un missile da parte di Hamas, che avrebbe provocato la strage. Ambigua come sempre l’Unione europea. Se da un lato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato che il raid «non è in linea con il diritto internazionale», dall’altro Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha declinato ogni commento, aspettando «conferme».Nel pomeriggio Gerusalemme sembrava voler abbassare la tensione: «Ci stiamo preparando per le prossime fasi della guerra. Tutti parlano dell’offensiva di terra. Potrebbe essere qualcosa di diverso». Queste le parole del portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), Richard Hecht, che segnano una svolta: tutto il mondo infatti sta aspettando l’invasione di terra a Gaza da parte di Israele. A questo punto, a meno che le dichiarazioni di Hecht non siano solo tattica, l’ipotesi di una strategia mirata a colpire i sanguinari terroristi di Hamas, senza colpire tutta la popolazione della Striscia, diventa un’opzione militare in campo.
La svolta dell’Idf è probabilmente collegata alla visita di Biden in Israele: dare il via all’invasione mentre il presidente Usa è a Tel Aviv sarebbe uno sgarbo diplomatico eclatante. C’è da capire poi il destino dei profughi palestinesi che, come sempre, nessuno dei Paesi vicini vuole nel proprio territorio: non è da escludere che arrivino in Europa, come accaduto per i siriani. L’ordine di evacuazione dal Nord della Striscia impartito da Israele riguarda più di un milione di persone. «Il combattimento a Gaza sarà condotto nei prossimi giorni con grande forza», ha detto Netanyahu in visita a una base delle forze speciali. Parole che non sciolgono il nodo: ci sarà l’invasione o continueranno i raid?
Va anche detto, a proposito della possibilità di non procedere con l’invasione, che i raid mirati di Israele stanno producendo risultati importanti: ieri è stato eliminato uno dei principali leader di Hamas, Ayman Nofal, e l’esercito ha annunciato anche la morte di Osama Mazini, capo del Consiglio della Shura, la direzione politico religiosa dell’organizzazione terroristica. Stando all’Idf, sono stati oltre 200 gli obiettivi di Hamas e della jihad islamica a Gaza colpiti nelle ultime 24 ore: quartieri generali, depositi di armi e anche una banca usata dalla fazione per finanziare le sue attività.
A quanto riferisce poi Haaretz, un attacco dell’Idf nella Striscia avrebbe eliminato anche tre membri della famiglia del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, tra i quali uno dei figli, Hazem Isma. Secondo la radio di Hamas, sarebbero stati eliminati anche il responsabile per i valichi dell’organizzazione, Fouad Abu Btihan, e alcuni suoi familiari. Decine di razzi sono stati lanciati da Gaza vero Israele.
Sempre caldo anche il confine con il Libano. Ieri mattina un razzo anticarro è esploso nella cittadina di Metulla nella Alta Galilea e due persone sono rimaste ferite. Già gran parte degli abitanti erano sfollati, e il sindaco ha chiesto a quanti sono rimasti di partire. Secondo i media questo attacco è stato rivendicato da Hezbollah, il partito armato filoiraniano di stanza in Libano. L’artiglieria israeliana ha risposto bersagliando le colline del Sud del Libano a ridosso della Linea blu. Nel corso del bombardamento, i caschi blu dell’Onu provenienti dal Ghana, di cui fanno parte un migliaio di italiani, hanno aperto le porte di una delle loro basi per far entrare i civili.
Gli attacchi contro i civili e il personale delle Nazioni Unite, ha dichiarato ieri il portavoce della missione di interposizione di Unifil, Andrea Tenenti, a quanto riporta Nova, «costituiscono violazioni del diritto internazionale che possono essere considerate crimini di guerra. Negli ultimi giorni più volte abbiamo aperto le nostre porte ai civili esposti a minacce imminenti», ha aggiunto Tenenti, «è stato fornito un rifugio ai civili in una delle postazioni del contingente ghanese, nei pressi di Dhaira, Tuttavia, se non sussiste una minaccia imminente, le persone potrebbero non essere autorizzate ad accedere alle postazioni dell’Onu. Ricordiamo a tutte le parti in causa che gli attacchi contro i civili o contro il personale delle Nazioni Unite», ha sottolineato Tenenti, «costituiscono violazioni del diritto internazionale». A quanto riferiscono diverse fonti internazionali, l’arrivo in zona delle portaerei americane avrebbe l’obiettivo di scoraggiare Hezbollah.
«Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». Il comunicato dell'Idf
«Israele non bombarda gli ospedali». Ferma e decisa la difesa del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Le sue parole sono arrivate appena dopo la strage dell'ospedale di Gaza. Strage per cui Hamas si è affrettata a puntare il dito subito contro i raid dell'esercito israeliano. Fin dal principio però la versione data per certa da parte dei terroristi, mostrava qualche punto oscuro. Poi, intorno alle 22 e 40 di ieri sera, il comunicato: «L’analisi dei sistemi operativi delle Forze di Difesa israeliane indica che una salva di razzi è stata sparata da terroristi a Gaza ed è passata vicino all’ospedale Al Ahli di Gaza quando è stato colpito. Fonti d’intelligence multiple in nostro possesso indicano che la Jihad islamica è responsabile per il lancio fallito di un razzo che ha colpito l’ospedale a Gaza». In seguito l'Idf ha diffuso un video sui social che mostra un vettore che esplode nel cielo, seguito da un'esplosione a terra. Nel post si legge «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». E ancora: «I media di tutto il mondo si sono affrettati a dare la notizia di Hamas, senza verificare i fatti. Ora sappiamo che un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». La Jihad islamica replica alle accuse: «Stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità del brutale massacro commesso».
Ma questo video non è la sola prova a supporto della versione israeliana. Infatti non è la prima volta che un razzo lanciato verso le città israeliane cade corto sui tetti di Gaza. A maggio, su 507 razzi lanciati dalla Jihad islamica 110 sono caduti dentro alla Striscia uccidendo quattro civili. In un altro video, preso da una camera di sorveglianza nella fattoria di Netiv Haasara appena fuori dalla Striscia, mostra una salva di razzi e un’esplosione in contemporanea a terra come se uno dei razzi fosse caduto.
Biden vola da Bibi per evitare il peggio ma sulla coscienza ha la topica iraniana
È un viaggio particolarmente delicato quello che attende oggi Joe Biden in Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca si recherà innanzitutto in Israele, dove avrà un faccia a faccia con Benjamin Netanyahu. A seguire, si sposterà in Giordania, per incontrare ad Amman re Abd Allah II, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e il presidente dell’Anp, Mahmud Abbas (che ha avuto ieri un meeting con il segretario di Stato Usa, Tony Blinken). «Sarà un viaggio veloce nel corso di un solo giorno, ma arriva in un momento molto critico e c’è moltissimo all’ordine del giorno», ha detto il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. In riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza, lo stesso Kirby ha anche aggiunto che Biden «chiarirà che vogliamo continuare a lavorare con tutti i nostri partner nella regione, compreso Israele, per ottenere assistenza umanitaria e per fornire un passaggio sicuro affinché i civili possano uscire». Secondo Sky News, anche il premier britannico Rishi Sunak visiterà Israele a breve.
Gli obiettivi a cui il presidente americano tende sono molteplici. Innanzitutto punta a ribadire il sostegno di Washington allo Stato ebraico a seguito del brutale attacco di Hamas. In secondo luogo, Biden sta cercando di convincere Netanyahu ad adottare una reazione proporzionata. Di recente ha, non a caso, definito un «grande errore» l’eventuale occupazione militare della Striscia di Gaza: secondo la Casa Bianca, Israele dovrebbe concentrarsi pressoché esclusivamente sul contrasto ad Hamas. È d’altronde in quest’ottica che, con ogni probabilità, Biden cercherà di salvaguardare i rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi: l’obiettivo è, cioè, quello di scongiurare il rischio di isolamento dello Stato ebraico nello scacchiere mediorientale. Le Forze di difesa israeliane hanno comunque fatto sapere che la visita del presidente Usa non ritarderà l’offensiva via terra contro Gaza. «Non stiamo dettando termini o indicazioni operative agli israeliani», aveva detto poco prima Kirby, riferendosi alla preparazione dell’offensiva di terra.
Un ulteriore dossier sul tavolo è poi quello degli ostaggi americani in mano ad Hamas. Anche se si tratta di numeri contenuti, bisogna tener presente che Biden è un presidente in campagna elettorale per la riconferma l’anno prossimo: la storia americana insegna che queste problematiche possono azzoppare le chance di vittoria degli inquilini della Casa Bianca in cerca di rielezione (basti pensare alla sconfitta di Jimmy Carter nel 1980, in parte dovuta alla crisi degli ostaggi in Iran).
Un altro nodo che Biden dovrà affrontare oggi è quello dei rifugiati palestinesi. Ieri, Abd Allah II ha chiaramente affermato che né la Giordania né l’Egitto accetteranno. «Non ci saranno rifugiati in Giordania, né in Egitto», ha detto durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Hamas, dal canto suo, ha criticato la Casa Bianca, accusandola di «essersi innamorata della narrazione israeliana». Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha annunciato che circa 2.000 soldati americani potrebbero essere presto schierati in Medio Oriente come «segnale di deterrenza».
Ora, è senza dubbio comprensibile che Biden stia cercando di coniugare il sostegno a Israele con l’obiettivo di impedire un allargamento del conflitto. Il presidente però dovrà sciogliere alcuni nodi significativi. Innanzitutto va tenuto presente che, nel corso degli ultimi due anni e mezzo, è assai cresciuta l’influenza di Russia e Cina sul Medio Oriente a discapito di Washington. In secondo luogo, Biden dovrebbe prendere di petto il dossier iraniano. È ormai chiaro che il suo appeasement verso Teheran ha portato a un rafforzamento del regime degli ayatollah, che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, è coinvolto nell’attacco del 7 ottobre. Inoltre Teheran continua nella sua retorica minacciosa. «Se i crimini del regime sionista continuano, i musulmani e le forze della resistenza diventeranno insofferenti e nessunoli fermerà», ha tuonato ieri l’ayatollah Ali Khamenei. «I bombardamenti dovrebbero essere immediatamente fermati, le nazioni musulmane sono arrabbiate», ha aggiunto, chiedendo anche che i funzionari israeliani vengano messi sotto processo.
Ecco: se vuole avere successo con il suo viaggio mediorientale, Biden dovrebbe urgentemente rispolverare la politica trumpista di «massima pressione» nei confronti di Teheran: una mossa che assesterebbe un colpo al regime khomeinista e, di conseguenza, ai gruppi paramilitari che esso sostiene (non solo Hamas ma anche Hezbollah). Solo in questo modo, la Casa Bianca potrebbe aiutare Israele a ripristinare la deterrenza, allontanando contemporaneamente lo scenario di una reazione sproporzionata da parte di Netanyahu. Inoltre, solo in questo modo gli Usa potrebbero forse riuscire a garantire a vari Paesi arabi un senso di protezione rispetto all’iperattivismo regionale di Teheran. Purtroppo ieri la Casa Bianca è tornata a minimizzare il ruolo iraniano nella crisi in corso, negando che il suo coinvolgimento stia aumentando, «fatta eccezione per la retorica». Eppure la questione iraniana sta avendo un impatto significativo anche nella politica interna americana. Un gruppo bipartisan di 113 deputati statunitensi ha inviato una lettera al presidente, chiedendo che «l’Iran sia ritenuto pienamente responsabile per il suo ruolo nel finanziare Hamas e il terrorismo islamico». Biden capirà finalmente che è l’Iran a essere l’origine del problema?
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Hamas accusa Israele, ma l'Idf mostra un video: «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». Joe Biden «frena» l’invasione. Missione lampo del presidente Usa, atteso anche dal mondo arabo. Pressing sul Cairo: l’esodo palestinese dev’essere gestito.Lo speciale contiene tre articoli.Nell’attesa di un’ipotetica invasione di terra di Israele, l’esplosione di una bomba su un ospedale a Gaza rischia di mettere in crisi qualunque tentativo di mediazione. Nel tardo pomeriggio di ieri, un raid dell’esercito israeliano aveva colpito una scuola a Gaza gestita dall’Unrwa, l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, provocando sei morti. Un secondo attacco israeliano, ha scritto il Guardian citando le autorità palestinesi della Striscia, avrebbe poi colpito un complesso ospedaliero, l’Al-Ahli Arabi Baptist Hospital al centro di Gaza, provocando almeno 500 morti. Secondo Al Jazeera la maggior parte dei feriti sarebbero donne e bambini. Immediate le reazioni di tutti gli attori in gioco. Mentre la situazione sul campo era ancora da chiarire, il presidente palestinese, Abu Mazen, per questo ha proclamato tre giorni di lutto. Il portavoce dell’esercito israeliano, Daniel Hagari, ha risposto indirettamente dicendo i non sapere se l’esplosione sia stata causata da un colpo israeliano. «Ci sono molti raid aerei, molti lanci falliti di missili e tante fake news di Hamas», ha commentato Hagari. In serata l’ipotesi dell’esercito israeliano si è assestata su un possibile lancio fallito di un missile da parte di Hamas, che avrebbe provocato la strage. Ambigua come sempre l’Unione europea. Se da un lato il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha dichiarato che il raid «non è in linea con il diritto internazionale», dall’altro Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, ha declinato ogni commento, aspettando «conferme».Nel pomeriggio Gerusalemme sembrava voler abbassare la tensione: «Ci stiamo preparando per le prossime fasi della guerra. Tutti parlano dell’offensiva di terra. Potrebbe essere qualcosa di diverso». Queste le parole del portavoce delle Forze di difesa israeliane (Idf), Richard Hecht, che segnano una svolta: tutto il mondo infatti sta aspettando l’invasione di terra a Gaza da parte di Israele. A questo punto, a meno che le dichiarazioni di Hecht non siano solo tattica, l’ipotesi di una strategia mirata a colpire i sanguinari terroristi di Hamas, senza colpire tutta la popolazione della Striscia, diventa un’opzione militare in campo. La svolta dell’Idf è probabilmente collegata alla visita di Biden in Israele: dare il via all’invasione mentre il presidente Usa è a Tel Aviv sarebbe uno sgarbo diplomatico eclatante. C’è da capire poi il destino dei profughi palestinesi che, come sempre, nessuno dei Paesi vicini vuole nel proprio territorio: non è da escludere che arrivino in Europa, come accaduto per i siriani. L’ordine di evacuazione dal Nord della Striscia impartito da Israele riguarda più di un milione di persone. «Il combattimento a Gaza sarà condotto nei prossimi giorni con grande forza», ha detto Netanyahu in visita a una base delle forze speciali. Parole che non sciolgono il nodo: ci sarà l’invasione o continueranno i raid? Va anche detto, a proposito della possibilità di non procedere con l’invasione, che i raid mirati di Israele stanno producendo risultati importanti: ieri è stato eliminato uno dei principali leader di Hamas, Ayman Nofal, e l’esercito ha annunciato anche la morte di Osama Mazini, capo del Consiglio della Shura, la direzione politico religiosa dell’organizzazione terroristica. Stando all’Idf, sono stati oltre 200 gli obiettivi di Hamas e della jihad islamica a Gaza colpiti nelle ultime 24 ore: quartieri generali, depositi di armi e anche una banca usata dalla fazione per finanziare le sue attività. A quanto riferisce poi Haaretz, un attacco dell’Idf nella Striscia avrebbe eliminato anche tre membri della famiglia del leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, tra i quali uno dei figli, Hazem Isma. Secondo la radio di Hamas, sarebbero stati eliminati anche il responsabile per i valichi dell’organizzazione, Fouad Abu Btihan, e alcuni suoi familiari. Decine di razzi sono stati lanciati da Gaza vero Israele.Sempre caldo anche il confine con il Libano. Ieri mattina un razzo anticarro è esploso nella cittadina di Metulla nella Alta Galilea e due persone sono rimaste ferite. Già gran parte degli abitanti erano sfollati, e il sindaco ha chiesto a quanti sono rimasti di partire. Secondo i media questo attacco è stato rivendicato da Hezbollah, il partito armato filoiraniano di stanza in Libano. L’artiglieria israeliana ha risposto bersagliando le colline del Sud del Libano a ridosso della Linea blu. Nel corso del bombardamento, i caschi blu dell’Onu provenienti dal Ghana, di cui fanno parte un migliaio di italiani, hanno aperto le porte di una delle loro basi per far entrare i civili. Gli attacchi contro i civili e il personale delle Nazioni Unite, ha dichiarato ieri il portavoce della missione di interposizione di Unifil, Andrea Tenenti, a quanto riporta Nova, «costituiscono violazioni del diritto internazionale che possono essere considerate crimini di guerra. Negli ultimi giorni più volte abbiamo aperto le nostre porte ai civili esposti a minacce imminenti», ha aggiunto Tenenti, «è stato fornito un rifugio ai civili in una delle postazioni del contingente ghanese, nei pressi di Dhaira, Tuttavia, se non sussiste una minaccia imminente, le persone potrebbero non essere autorizzate ad accedere alle postazioni dell’Onu. Ricordiamo a tutte le parti in causa che gli attacchi contro i civili o contro il personale delle Nazioni Unite», ha sottolineato Tenenti, «costituiscono violazioni del diritto internazionale». 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Fin dal principio però la versione data per certa da parte dei terroristi, mostrava qualche punto oscuro. Poi, intorno alle 22 e 40 di ieri sera, il comunicato: «L’analisi dei sistemi operativi delle Forze di Difesa israeliane indica che una salva di razzi è stata sparata da terroristi a Gaza ed è passata vicino all’ospedale Al Ahli di Gaza quando è stato colpito. Fonti d’intelligence multiple in nostro possesso indicano che la Jihad islamica è responsabile per il lancio fallito di un razzo che ha colpito l’ospedale a Gaza». In seguito l'Idf ha diffuso un video sui social che mostra un vettore che esplode nel cielo, seguito da un'esplosione a terra. Nel post si legge «Un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». E ancora: «I media di tutto il mondo si sono affrettati a dare la notizia di Hamas, senza verificare i fatti. Ora sappiamo che un razzo della Jihad Islamica puntato contro Israele ha colpito l’ospedale di Gaza». La Jihad islamica replica alle accuse: «Stanno cercando di sottrarsi alla responsabilità del brutale massacro commesso».Ma questo video non è la sola prova a supporto della versione israeliana. Infatti non è la prima volta che un razzo lanciato verso le città israeliane cade corto sui tetti di Gaza. A maggio, su 507 razzi lanciati dalla Jihad islamica 110 sono caduti dentro alla Striscia uccidendo quattro civili. 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A seguire, si sposterà in Giordania, per incontrare ad Amman re Abd Allah II, il presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e il presidente dell’Anp, Mahmud Abbas (che ha avuto ieri un meeting con il segretario di Stato Usa, Tony Blinken). «Sarà un viaggio veloce nel corso di un solo giorno, ma arriva in un momento molto critico e c’è moltissimo all’ordine del giorno», ha detto il portavoce del consiglio per la sicurezza nazionale americano, John Kirby. In riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza, lo stesso Kirby ha anche aggiunto che Biden «chiarirà che vogliamo continuare a lavorare con tutti i nostri partner nella regione, compreso Israele, per ottenere assistenza umanitaria e per fornire un passaggio sicuro affinché i civili possano uscire». Secondo Sky News, anche il premier britannico Rishi Sunak visiterà Israele a breve. Gli obiettivi a cui il presidente americano tende sono molteplici. Innanzitutto punta a ribadire il sostegno di Washington allo Stato ebraico a seguito del brutale attacco di Hamas. In secondo luogo, Biden sta cercando di convincere Netanyahu ad adottare una reazione proporzionata. Di recente ha, non a caso, definito un «grande errore» l’eventuale occupazione militare della Striscia di Gaza: secondo la Casa Bianca, Israele dovrebbe concentrarsi pressoché esclusivamente sul contrasto ad Hamas. È d’altronde in quest’ottica che, con ogni probabilità, Biden cercherà di salvaguardare i rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi: l’obiettivo è, cioè, quello di scongiurare il rischio di isolamento dello Stato ebraico nello scacchiere mediorientale. Le Forze di difesa israeliane hanno comunque fatto sapere che la visita del presidente Usa non ritarderà l’offensiva via terra contro Gaza. «Non stiamo dettando termini o indicazioni operative agli israeliani», aveva detto poco prima Kirby, riferendosi alla preparazione dell’offensiva di terra. Un ulteriore dossier sul tavolo è poi quello degli ostaggi americani in mano ad Hamas. Anche se si tratta di numeri contenuti, bisogna tener presente che Biden è un presidente in campagna elettorale per la riconferma l’anno prossimo: la storia americana insegna che queste problematiche possono azzoppare le chance di vittoria degli inquilini della Casa Bianca in cerca di rielezione (basti pensare alla sconfitta di Jimmy Carter nel 1980, in parte dovuta alla crisi degli ostaggi in Iran). Un altro nodo che Biden dovrà affrontare oggi è quello dei rifugiati palestinesi. Ieri, Abd Allah II ha chiaramente affermato che né la Giordania né l’Egitto accetteranno. «Non ci saranno rifugiati in Giordania, né in Egitto», ha detto durante una conferenza stampa congiunta con il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Hamas, dal canto suo, ha criticato la Casa Bianca, accusandola di «essersi innamorata della narrazione israeliana». Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha annunciato che circa 2.000 soldati americani potrebbero essere presto schierati in Medio Oriente come «segnale di deterrenza». Ora, è senza dubbio comprensibile che Biden stia cercando di coniugare il sostegno a Israele con l’obiettivo di impedire un allargamento del conflitto. Il presidente però dovrà sciogliere alcuni nodi significativi. Innanzitutto va tenuto presente che, nel corso degli ultimi due anni e mezzo, è assai cresciuta l’influenza di Russia e Cina sul Medio Oriente a discapito di Washington. In secondo luogo, Biden dovrebbe prendere di petto il dossier iraniano. È ormai chiaro che il suo appeasement verso Teheran ha portato a un rafforzamento del regime degli ayatollah, che, secondo il Wall Street Journal e il New York Times, è coinvolto nell’attacco del 7 ottobre. Inoltre Teheran continua nella sua retorica minacciosa. «Se i crimini del regime sionista continuano, i musulmani e le forze della resistenza diventeranno insofferenti e nessunoli fermerà», ha tuonato ieri l’ayatollah Ali Khamenei. «I bombardamenti dovrebbero essere immediatamente fermati, le nazioni musulmane sono arrabbiate», ha aggiunto, chiedendo anche che i funzionari israeliani vengano messi sotto processo. Ecco: se vuole avere successo con il suo viaggio mediorientale, Biden dovrebbe urgentemente rispolverare la politica trumpista di «massima pressione» nei confronti di Teheran: una mossa che assesterebbe un colpo al regime khomeinista e, di conseguenza, ai gruppi paramilitari che esso sostiene (non solo Hamas ma anche Hezbollah). Solo in questo modo, la Casa Bianca potrebbe aiutare Israele a ripristinare la deterrenza, allontanando contemporaneamente lo scenario di una reazione sproporzionata da parte di Netanyahu. Inoltre, solo in questo modo gli Usa potrebbero forse riuscire a garantire a vari Paesi arabi un senso di protezione rispetto all’iperattivismo regionale di Teheran. Purtroppo ieri la Casa Bianca è tornata a minimizzare il ruolo iraniano nella crisi in corso, negando che il suo coinvolgimento stia aumentando, «fatta eccezione per la retorica». Eppure la questione iraniana sta avendo un impatto significativo anche nella politica interna americana. Un gruppo bipartisan di 113 deputati statunitensi ha inviato una lettera al presidente, chiedendo che «l’Iran sia ritenuto pienamente responsabile per il suo ruolo nel finanziare Hamas e il terrorismo islamico». Biden capirà finalmente che è l’Iran a essere l’origine del problema?
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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