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2022-08-18
Erdogan ha invaso la Siria, ma tutti tacciono
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Recep Tayyip Erdogan dopo aver dato il via libera all’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Svezia e Finlandia e dopo aver giocato il ruolo del «decision maker», assecondato da Vladimir Putin nella complicatissima partita del grano ucraino, come previsto è passato all’incasso. E non stiamo parlando di qualche oppositore che gli è stato consegnato, perché il Sultano di Ankara quando si mette al tavolo dà le carte e gioca solo le partite dove si vince tanto. E così nel silenzio generale della Nato e dell’Unione europea, l’altra notte l’aereonautica militare turca ha bombardato i villaggi siriani di Qirmane e Çetil, a Ovest del distretto di Dirbesiye del governatorato di Heseke, e il villaggio di Cirnik, a Ovest del distretto di Amude del governatorato di Qamishlo (Nord della Siria).
Erdogan non ha mai nascosto le sue intenzioni nemmeno recentemente, tanto che lo scorso 8 agosto, ad Ankara, durante un discorso ai diplomatici turchi presenti alla tredicesima Conferenza degli ambasciatori aveva accennato ad una nuova operazione transfrontaliera in Siria contro i membri del gruppo militante delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg), sostenuto dagli Stati Uniti e spina dorsale delle milizie curdo arabe Forze democratiche siriane: «Continueremo la nostra lotta al terrorismo. La nostra decisione di stabilire una linea di sicurezza profonda 30 chilometri lungo il nostro confine meridionale è definitiva». L’esercito invasore turco ha preso di mira altri villaggi a nord della Siria, il centro e le aree circostanti di Kobane -controllata dalle forze democratiche siriane (Sdf) a guida curda, sostenute dagli Stati Uniti e luogo di scontri notturni tra il gruppo e le forze turche - con il fuoco dell’artiglieria pesante e anche le vicinanze dell’Accademia delle forze siriane di Sotoro nel villaggio di Rutan, situato a ovest del distretto di Tirbespiy e nel distretto di Qamishlo, sono state oggetto di pesanti bombardamenti. Almeno tre soldati siriani sono stati uccisi e sei feriti in un raid aereo turco contro postazioni militari nella campagna di Aleppo, ha affermato l’agenzia di stampa statale siriana Sana, citando una fonte militare che ha preferito l’anonimato.
Le forze armate siriane hanno risposto all’attacco e hanno causato perdite materiali e umane in alcune postazioni dell’esercito turco e in quelle dei combattenti dell’opposizione sostenuti dalla Turchia, ha aggiunto tale fonte, senza fornire ulteriori dettagli, ma all’agenzia Sana ha dichiarato: «Qualsiasi attacco a un avamposto militare gestito dalle nostre forze armate riceverà una risposta diretta e immediata su tutti i fronti». Il bilancio definitivo delle vittime ancora non è stato reso noto. Se l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna ha affermato che il raid turco ha ucciso 17 persone, (aggiungendo che non era immediatamente chiaro se fossero tutti soldati siriani), Hawar News, agenzia di stampa con sede nelle aree controllate dalle Sdf nella Siria settentrionale, ha riferito che 16 soldati siriani sono stati uccisi, mentre l’agenzia di stampa curda North Press Agency ha parlato di 22 soldati uccisi. Il governo di Ankara, di solito molto ciarliero, stavolta non ha confermato l’avvio di una nuova operazione contro i curdi, che sarebbe la quarta in Siria dal 2016. Un attacco dei micidiali droni turchi Bayraktar TB2 nel il villaggio di Sinjik Sadoun, nel distretto di Amude, ha causato la morte di almeno quattro persone.
Poco dell’inizio dell’operazione secondo alcuni testimoni, Ali Dogan, sindaco della città turca di Gaziantep, che si trova a 35 chilometri a Nord del confine con la Siria, attraverso gli altoparlanti posti sui minareti delle moschee aveva invitato la popolazione a non uscire dalle proprie abitazioni: «L’esercito turco effettuerà presto un’operazione contro l’organizzazione terroristica del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Per favore, non uscite dalle vostre case».
Il governo centrale però non ha gradito l’attivismo del sindaco ed è subito intervenuto correggendo le sue dichiarazioni attraverso il ministro degli Interni turco Suleyman Soylu che ha dichiarato: «Abbiamo parlato con il governatore tempo fa. Non vi è alcun coprifuoco. Ci sarà solo un piccolo avvertimento, l’avviso è andato oltre il suo scopo». Poi sempre ieri mattina il ministero della Difesa turco ha annunciato che quattro esponenti delle Ypg sono stati «neutralizzati» (uccisi o catturati) nelle aree dell’operazione Primavera di pace che copre una zona che da ovest a est va dalla città siriana di Tel Abyad a quella di Ras al Ayn. L’Amministrazione autonoma della Regione dell’Eufrate ha rilasciato con Khalid Jerade, co-presidente dell’Ufficio affari amministrativi dell’Amministrazione autonoma della Regione dell’Eufrate, una dichiarazione nella quale ha condannato gli attacchi contro le regioni del Nord e dell’Est della Siria, a causa dei quali sono stati uccisi e feriti numerosi cittadini: «L’obiettivo dello Stato turco è distruggere il nostro progetto di nazione democratica che include tutto il popolo siriano».
Mentre i turchi ammazzano di nuovo i civili curdi si avverte un fragoroso silenzio e sono davvero lontani i giorni nel quali si parlava dei curdi, senza i quali l’Isis non sarebbe mai stato sconfitto, come «gli eroi di Kobane».
Cina in Russia per manovre militari. E Putin condanna gli Usa su Taiwan
Si rafforza l’asse tra Pechino e Mosca. Ieri, il ministero della Difesa cinese ha reso noto che invierà un proprio contingente in Russia, per prendere parte a esercitazioni militari, a cui si uniranno anche altri Paesi, come India, Bielorussia, Tagikistan e Mongolia. Pechino ha sottolineato che queste manovre non avrebbero «nulla a che vedere con l’attuale situazione internazionale e regionale». Difficile tuttavia non pensare a delle ricadute sulla crisi ucraina. Non solo perché si rafforza l’asse sino-russo formalizzatosi a febbraio con un comunicato congiunto di Vladimir Putin e Xi Jinping, ma anche in considerazione della partecipazione dell’India: Paese su cui Washington fa storicamente affidamento per arginare l’influenza del Dragone sull’Indo-Pacifico. Tra l’altro, sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha pubblicamente ringraziato Putin per aver definito la recente visita di Nancy Pelosi a Taiwan una «provocazione ben pianificata». Nell’occasione, Pechino ha anche parlato di «sostegno reciproco» tra Cina e Russia. Tutto questo, mentre in un poligono presso Mosca si sono svolte - sembra uno scherzo, ma non lo è - le «olimpiadi» dei carri armati, a cui han preso parte una ventina di Paesi.
Prosegue frattanto l’invasione russa dell’Ucraina. Oggi si incontreranno a Leopoli Volodymyr Zelensky, Tayyip Erdogan e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres: al centro del vertice, si dovrebbe discutere di diplomazia, oltre alla questione del grano e a quella della centrale nucleare di Zaporizhzhia (la cui ispezione da parte dell’Aiea è stata invocata ieri, insieme al ritiro delle truppe russe, anche dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg). La tensione resta comunque molto alta. Il leader filorusso della Crimea, Sergej Aksyonov, ha reso noto che le esplosioni in un deposito di munizioni vicino a Dzhankoi sono continuate fino a ieri. Ha inoltre annunciato che il Servizio di sicurezza federale russo avrebbe arrestato sei componenti di una cellula definita «terrorista». Secondo l’intelligence britannica, i russi nutrirebbero profonde preoccupazioni per la situazione in Crimea, mentre il consigliere presidenziale ucraino Mikhailo Podolyak ha invocato lo smantellamento del ponte di Kerch, che - realizzato da Mosca dopo l’annessione della Crimea stessa - collega la penisola alla Russia.
Continuano i bombardamenti russi nella regione di Donetsk: secondo le autorità locali, almeno due civili hanno perso la vita. Dal canto loro, le forze armate ucraine hanno dichiarato ieri di aver ucciso 12 russi in un attacco contro una base di Nova Kakhovka, città situata nella regione di Kherson e attualmente occupata dalle forze di Mosca. I media russi hanno riferito anche di un massiccio bombardamento ucraino contro Enerhodar. Sempre ieri, si sarebbero verificate delle esplosioni vicino a un centro di comando russo nella città occupata di Melitopol, mentre le forze del Cremlino hanno effettuato lanci missilistici contro la regione di Odessa. Putin nel frattempo ha sostituito il comandante della flotta russa del Mar Nero. In tutto questo, il leader separatista di Donetsk, Denis Pushilin, ha espresso l’auspicio che la sua autoproclamata repubblica possa avviare una «cooperazione bilaterale» con la Corea del Nord, mentre la Lettonia ha fornito quattro elicotteri e sei obici all’Ucraina. Ankara ha infine fatto sapere che altre quattro navi cariche di cereali sono partite dai porti ucraini di Odessa e Chornomorsk.
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Da giorni la Turchia effettua raid armati nel Nord del Paese con l’obiettivo di allontanare i curdi dal confine. Il Sultano, dopo il via libera a Finlandia e Svezia nella Nato, può fare i propri comodi. Sono lontani i tempi in cui si celebravano gli eroi di Kobane.Cina in Russia per manovre militari. Nuovi scontri in Crimea. I separatisti del Donetsk: «Cooperiamo con la Corea del Nord».Lo speciale contiene due articoli.Recep Tayyip Erdogan dopo aver dato il via libera all’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Svezia e Finlandia e dopo aver giocato il ruolo del «decision maker», assecondato da Vladimir Putin nella complicatissima partita del grano ucraino, come previsto è passato all’incasso. E non stiamo parlando di qualche oppositore che gli è stato consegnato, perché il Sultano di Ankara quando si mette al tavolo dà le carte e gioca solo le partite dove si vince tanto. E così nel silenzio generale della Nato e dell’Unione europea, l’altra notte l’aereonautica militare turca ha bombardato i villaggi siriani di Qirmane e Çetil, a Ovest del distretto di Dirbesiye del governatorato di Heseke, e il villaggio di Cirnik, a Ovest del distretto di Amude del governatorato di Qamishlo (Nord della Siria). Erdogan non ha mai nascosto le sue intenzioni nemmeno recentemente, tanto che lo scorso 8 agosto, ad Ankara, durante un discorso ai diplomatici turchi presenti alla tredicesima Conferenza degli ambasciatori aveva accennato ad una nuova operazione transfrontaliera in Siria contro i membri del gruppo militante delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg), sostenuto dagli Stati Uniti e spina dorsale delle milizie curdo arabe Forze democratiche siriane: «Continueremo la nostra lotta al terrorismo. La nostra decisione di stabilire una linea di sicurezza profonda 30 chilometri lungo il nostro confine meridionale è definitiva». L’esercito invasore turco ha preso di mira altri villaggi a nord della Siria, il centro e le aree circostanti di Kobane -controllata dalle forze democratiche siriane (Sdf) a guida curda, sostenute dagli Stati Uniti e luogo di scontri notturni tra il gruppo e le forze turche - con il fuoco dell’artiglieria pesante e anche le vicinanze dell’Accademia delle forze siriane di Sotoro nel villaggio di Rutan, situato a ovest del distretto di Tirbespiy e nel distretto di Qamishlo, sono state oggetto di pesanti bombardamenti. Almeno tre soldati siriani sono stati uccisi e sei feriti in un raid aereo turco contro postazioni militari nella campagna di Aleppo, ha affermato l’agenzia di stampa statale siriana Sana, citando una fonte militare che ha preferito l’anonimato. Le forze armate siriane hanno risposto all’attacco e hanno causato perdite materiali e umane in alcune postazioni dell’esercito turco e in quelle dei combattenti dell’opposizione sostenuti dalla Turchia, ha aggiunto tale fonte, senza fornire ulteriori dettagli, ma all’agenzia Sana ha dichiarato: «Qualsiasi attacco a un avamposto militare gestito dalle nostre forze armate riceverà una risposta diretta e immediata su tutti i fronti». Il bilancio definitivo delle vittime ancora non è stato reso noto. Se l’Osservatorio siriano per i diritti umani con sede in Gran Bretagna ha affermato che il raid turco ha ucciso 17 persone, (aggiungendo che non era immediatamente chiaro se fossero tutti soldati siriani), Hawar News, agenzia di stampa con sede nelle aree controllate dalle Sdf nella Siria settentrionale, ha riferito che 16 soldati siriani sono stati uccisi, mentre l’agenzia di stampa curda North Press Agency ha parlato di 22 soldati uccisi. Il governo di Ankara, di solito molto ciarliero, stavolta non ha confermato l’avvio di una nuova operazione contro i curdi, che sarebbe la quarta in Siria dal 2016. Un attacco dei micidiali droni turchi Bayraktar TB2 nel il villaggio di Sinjik Sadoun, nel distretto di Amude, ha causato la morte di almeno quattro persone. Poco dell’inizio dell’operazione secondo alcuni testimoni, Ali Dogan, sindaco della città turca di Gaziantep, che si trova a 35 chilometri a Nord del confine con la Siria, attraverso gli altoparlanti posti sui minareti delle moschee aveva invitato la popolazione a non uscire dalle proprie abitazioni: «L’esercito turco effettuerà presto un’operazione contro l’organizzazione terroristica del Partito dei lavoratori del Kurdistan. Per favore, non uscite dalle vostre case». Il governo centrale però non ha gradito l’attivismo del sindaco ed è subito intervenuto correggendo le sue dichiarazioni attraverso il ministro degli Interni turco Suleyman Soylu che ha dichiarato: «Abbiamo parlato con il governatore tempo fa. Non vi è alcun coprifuoco. Ci sarà solo un piccolo avvertimento, l’avviso è andato oltre il suo scopo». Poi sempre ieri mattina il ministero della Difesa turco ha annunciato che quattro esponenti delle Ypg sono stati «neutralizzati» (uccisi o catturati) nelle aree dell’operazione Primavera di pace che copre una zona che da ovest a est va dalla città siriana di Tel Abyad a quella di Ras al Ayn. L’Amministrazione autonoma della Regione dell’Eufrate ha rilasciato con Khalid Jerade, co-presidente dell’Ufficio affari amministrativi dell’Amministrazione autonoma della Regione dell’Eufrate, una dichiarazione nella quale ha condannato gli attacchi contro le regioni del Nord e dell’Est della Siria, a causa dei quali sono stati uccisi e feriti numerosi cittadini: «L’obiettivo dello Stato turco è distruggere il nostro progetto di nazione democratica che include tutto il popolo siriano». Mentre i turchi ammazzano di nuovo i civili curdi si avverte un fragoroso silenzio e sono davvero lontani i giorni nel quali si parlava dei curdi, senza i quali l’Isis non sarebbe mai stato sconfitto, come «gli eroi di Kobane». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/erdogan-invaso-siria-tutti-tacciono-2657878773.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cina-in-russia-per-manovre-militari-e-putin-condanna-gli-usa-su-taiwan" data-post-id="2657878773" data-published-at="1660781604" data-use-pagination="False"> Cina in Russia per manovre militari. E Putin condanna gli Usa su Taiwan Si rafforza l’asse tra Pechino e Mosca. Ieri, il ministero della Difesa cinese ha reso noto che invierà un proprio contingente in Russia, per prendere parte a esercitazioni militari, a cui si uniranno anche altri Paesi, come India, Bielorussia, Tagikistan e Mongolia. Pechino ha sottolineato che queste manovre non avrebbero «nulla a che vedere con l’attuale situazione internazionale e regionale». Difficile tuttavia non pensare a delle ricadute sulla crisi ucraina. Non solo perché si rafforza l’asse sino-russo formalizzatosi a febbraio con un comunicato congiunto di Vladimir Putin e Xi Jinping, ma anche in considerazione della partecipazione dell’India: Paese su cui Washington fa storicamente affidamento per arginare l’influenza del Dragone sull’Indo-Pacifico. Tra l’altro, sempre ieri, il ministero degli Esteri cinese ha pubblicamente ringraziato Putin per aver definito la recente visita di Nancy Pelosi a Taiwan una «provocazione ben pianificata». Nell’occasione, Pechino ha anche parlato di «sostegno reciproco» tra Cina e Russia. Tutto questo, mentre in un poligono presso Mosca si sono svolte - sembra uno scherzo, ma non lo è - le «olimpiadi» dei carri armati, a cui han preso parte una ventina di Paesi. Prosegue frattanto l’invasione russa dell’Ucraina. Oggi si incontreranno a Leopoli Volodymyr Zelensky, Tayyip Erdogan e il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres: al centro del vertice, si dovrebbe discutere di diplomazia, oltre alla questione del grano e a quella della centrale nucleare di Zaporizhzhia (la cui ispezione da parte dell’Aiea è stata invocata ieri, insieme al ritiro delle truppe russe, anche dal segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg). La tensione resta comunque molto alta. Il leader filorusso della Crimea, Sergej Aksyonov, ha reso noto che le esplosioni in un deposito di munizioni vicino a Dzhankoi sono continuate fino a ieri. Ha inoltre annunciato che il Servizio di sicurezza federale russo avrebbe arrestato sei componenti di una cellula definita «terrorista». Secondo l’intelligence britannica, i russi nutrirebbero profonde preoccupazioni per la situazione in Crimea, mentre il consigliere presidenziale ucraino Mikhailo Podolyak ha invocato lo smantellamento del ponte di Kerch, che - realizzato da Mosca dopo l’annessione della Crimea stessa - collega la penisola alla Russia. Continuano i bombardamenti russi nella regione di Donetsk: secondo le autorità locali, almeno due civili hanno perso la vita. Dal canto loro, le forze armate ucraine hanno dichiarato ieri di aver ucciso 12 russi in un attacco contro una base di Nova Kakhovka, città situata nella regione di Kherson e attualmente occupata dalle forze di Mosca. I media russi hanno riferito anche di un massiccio bombardamento ucraino contro Enerhodar. Sempre ieri, si sarebbero verificate delle esplosioni vicino a un centro di comando russo nella città occupata di Melitopol, mentre le forze del Cremlino hanno effettuato lanci missilistici contro la regione di Odessa. Putin nel frattempo ha sostituito il comandante della flotta russa del Mar Nero. In tutto questo, il leader separatista di Donetsk, Denis Pushilin, ha espresso l’auspicio che la sua autoproclamata repubblica possa avviare una «cooperazione bilaterale» con la Corea del Nord, mentre la Lettonia ha fornito quattro elicotteri e sei obici all’Ucraina. Ankara ha infine fatto sapere che altre quattro navi cariche di cereali sono partite dai porti ucraini di Odessa e Chornomorsk.
Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.
Il pm Fabio De Pasquale (Ansa)
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
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