
Gli indagati di Equalize ai pm parlano di nomine, cambio di banca e passaggi di soldi quando vicepresidente del Csm era il dem Giovanni Legnini.L’inchiesta milanese sulle presunte attività illecite dell’agenzia investigativa Equalize di Enrico Pazzali, sta puntando sulle nomine dei magistrati e sul Consiglio superiore della magistratura.Gli indagati Carmine Gallo, ex super poliziotto e ad della società, e Samuele Calamucci, hacker che collaborava con la ditta di detective privati (si trovano entrambi agli arresti domiciliari) hanno iniziato a riferire quanto avrebbero appreso dall’imprenditore Lorenzo Sbraccia, uno dei principali clienti della ditta con la sua società di costruzioni Fenice srl (avrebbe pagato circa 300.000 di euro in servizi), a proposito delle nomine del Csm e dei rapporti con alcuni vecchi consiglieri di Palazzo Bachelet ai tempi in cui era vicepresidente l’ex deputato dem Giovanni Legnini.Di tale questione si starebbe interessando personalmente il procuratore di Milano Marcello Viola, il quale avrebbe partecipato ad almeno un interrogatorio.I verbali non sono ancora stati depositati e la Procura ha prorogato il segreto istruttorio, nonostante il Tribunale del riesame abbia fissato per il 19 marzo l’udienza per il ricorso presentato dai pm contro il mancato arresto di alcuni indagati, Pazzali in primis.A quanto risulta alla Verità negli interrogatori si sarebbe parlato in particolare di due vicende: della nomina a procuratore di Larino (Campobasso) della pm antimafia Isabella Ginefra e della scelta come banca del Csm della Popolare di Bari al posto di Intesa San Paolo.Sbraccia e Legnini sarebbero stati in stretti rapporti sia tra loro che con i vecchi manager dell’istituto pugliese, Marco e Gianluca Jacobini, presidente e condirettore generale della Popolare prima del commissariamento dell’istituto.Calamucci, in un’intercettazione, esclama: «Uno dei nostri clienti è il primo player nella ricostruzione […] si chiama Lorenzo Sbraccia ed è supportato da Giovanni Legnini, palesemente contro la parte del nostro presidente (Pazzali, ndr)… perché quella è estrema sinistra e lui è destra, più o meno…».In un’altra conversazione, sempre Calamucci, spiega: «Io e Carmine siamo a Roma venerdì perché andiamo da Sbraccia… siamo con le cariche più alte dello Stato». Qui l’interlocutore domanda chi siano questi signori, ma purtroppo la risposta è poco decifrabile: «Giovanni Legnini (incomprensibile)… è gente che spingono il dottor Sbraccia (incomprensibile)… per questo noi andiamo per tre e ore e mezza».Sui verbali resi su tali rapporti al momento è emerso molto poco.Gli indagati avrebbero parlato della nomina della Ginefra e avrebbero riportato, come detto, quanto appreso, a loro dire, proprio da Sbraccia, il quale avrebbe fatto esplicito riferimento a passaggi di denaro. I presunti spioni avrebbero tirato in ballo il solito Luca Palamara (già completamente prosciolto dall’accusa di aver intascato 70.000 euro per indirizzare la nomina di procuratore di Gela), i cui conti, però, sono stati passati al setaccio in questi anni da diverse Procure.La supposta tangente in questo caso sarebbe ben più ingente di quella contestata in passato all’ex presidente dell’Anm. Secondo le nostre fonti si parlerebbe addirittura di 400.000 euro.Trattandosi di testimonianze de relato, sulle dichiarazioni di Gallo e Calamucci, sarebbero in corso delicate e non semplici indagini. Le loro confessioni, «auto ed etero accusatorie», potrebbero avere già portato a nuove iscrizioni sul registro degli indagati a tutela dei soggetti chiamati in causa.Palamara respinge con sdegno i sospetti: «Ancora con queste storie? Io ho sostenuto con convinzione la Ginefra, esponente di primo piano della mia corrente. Il resto sono tutte calunnie. Ho visto Sbraccia e Legnini insieme un paio di volte a casa dell’imprenditore e in un bar sotto il Csm, ma, in mia presenza, non si è mai parlato di nomine nella magistratura».Va detto che, effettivamente, la Ginefra era una compagna di corrente di Palamara, quella centrista di Unicost, e aveva rappresentato il gruppo dentro al comitato direttivo centrale (il parlamentino) dell’Associazione nazionale magistrati. Quindi non risulta strano che Palamara, in quinta commissione (quella che si occupa delle nomine), abbia perorato la causa della collega. Nell’occasione, però, prevalse 4-2 la candidatura del magistrato romano Antonio Clemente. Per quest’ultimo votarono il relatore della proposta, Luca Forteleoni, di Magistratura indipendente (corrente conservatrice), l’esponente di Autonomia e indipendenza (altro gruppo di destra) e quello di Area (cartello progressista), oltre all’ex ministro Renato Balduzzi, rappresentante a Palazzo Bachelet di Scelta civica di Mario Monti. Per la Ginefra si spesero Palamara, relatore della proposta, e l’avvocato aretino Giuseppe Fanfani, laico dem di stretta osservanza renziana e boschiana.Circa dieci giorni prima della fine di quel Csm e dell’arrivo di quello nuovo, però, il plenum ribaltò il voto e promosse con ben 13 preferenze a 9 la Ginefra. Votarono per la toga i rappresentanti di Mi (solo Forteleoni rimase sulla sua posizione), i laici della sinistra Fanfani e Paola Balducci (in quota Nichi Vendola), quello di Forza Italia Antonio Leone, il grillino Alessio Zaccaria, i cinque consiglieri di Unicost, capitanati da Palamara, due di Mi e i componenti di diritto dell’assemblea (il primo presidente della Cassazione e il procuratore generale, rispettivamente di Mi e Unicost). L’ex ministro Balduzzi questa volta si astenne e Legnini non votò come sempre. La delibera che ha portato alla nomina della Ginefra venne annullata dal Tar, tra gli altri motivi, per «erroneità dei presupposti, difetto di istruttoria ed illogicità manifesta», decisione confermata dal Consiglio di Stato.A peggiorare la situazione furono anche le chat con Palamara di entrambi i candidati.In un messaggio la Ginefra si mostra preoccupata: «Caro Luca ho fatto conti su conti, non abbiamo i numeri. La cosa migliore è andare all’altro consiglio, in questa situazione mi schianto e prendo un’altra mazzata. Meglio avere pazienza e sperare in situazioni forse più favorevoli». Ma Palamara la rassicura: «Abbiamo tempo fino a mercoledì, se votiamo vuol dire che vinci, altrimenti rinviamo. Per me è una questione d’onore».Dopo la vittoria della Ginefra, Clemente scrive sconsolato e sarcastico: «Al plenum non avrei avuto problemi. Grazie». Palamara risponde: «Antonio io non potevo fare una cosa diversa da quella della commissione, ero vincolato al voto espresso. E sai bene che mai sarei andato contro te». Clemente: «Dai Luca avete organizzato tutto per fottermi, avevi detto che non avrei avuto problemi». L’ex presidente dell’Anm risponde: «Antonio non è così. Mi spiace se dici e pensi questo».Contemporaneamente, manda un sms alla Ginefra: «Hai vinto!». La pm antimafia esulta: «Grazie. Sono davvero felice, grazie davvero con tutto il cuore. Grande festa!».Nei verbali di Milano sembra che gli indagati abbiano sostenuto che a sponsorizzare la candidatura della Ginefra siano stati anche gli Jacobini, che sarebbero legati sia a Sbraccia che a Legnini.Chi ha buona memoria ricorda che Marco Jacobini passò, prima del commissariamento, il testimone di presidente al nipote Gianvito Giannelli, all’epoca docente di diritto commerciale, ma soprattutto marito della Ginefra.Sbraccia con gli indagati si sarebbe vantato di essere molto amico di Gianluca Jacobini e della moglie Amalia Alicino, che lavorava nella sua società, oggi Sbr costruzioni generali.Per questo i tre si incontravano in una masseria pugliese sia per motivi di amicizia che di affari. A verbale Sbraccia viene descritto come uomo di fiducia di Legnini.L’ex vicepresidente del Csm viene definito consigliere o consulente dell’imprenditore, a cui Sbraccia si rivolgeva per decidere su quali business e appalti puntare.Gli indagati indicano il costruttore come legato al Pd e raccontano che nella sua magnifica casa di via Torlonia a Roma si riunivano esponenti della politica e della magistratura.Al centro delle nuove indagini ci sarebbe anche la gara per la gestione dei correnti dei dipendenti e dei consiglieri del Csm.Nel settembre del 2014 Legnini lascia il governo per diventare vicepresidente del Csm. Nel 2015 il comitato di presidenza del parlamentino dei giudici indice una gara per «l’affidamento in concessione del servizio di cassa» del Consiglio, che in quel momento aveva da parte una trentina di milioni di milioni di euro. La gara precedente era stata vinta dalla prima banca italiana, Intesa San Paolo.Il bando, firmato dal segretario generale Paola Piraccini, compare sulla Gazzetta ufficiale il 7 agosto e ha come termine ultimo per la presentazione delle offerte domenica 16 agosto. Ovviamente, considerato il periodo estivo, le offerte scarseggiano. Oltre a Intesa, presenta una proposta solo la Popolare di Bari. I due istituti hanno una solidità molto diversa, ma il bando pone condizioni di partecipazione non proprio restrittive e il criterio per l’aggiudicazione è «l’offerta economicamente più vantaggiosa». L’apertura delle buste avviene il 21 settembre e a presiedere la commissione aggiudicatrice è il consigliere del Csm Lorenzo Pontecorvo, di Magistratura indipendente. Il quale ha ricordato alla Verità: «Abbiamo calcolato i punteggi in base ai parametri, ma la decisione l’ha presa il plenum». Dove Legnini ha dichiarato orgoglioso che la commissione aveva avuto un compito «relativamente agevole perché la distanza tra le due offerte era siderale: una ha conseguito 85 punti, l'altra 25 punti».Per questo nella seduta del 18 novembre 2015 l’aggiudicazione alla Popolare di Bari viene approvata all’unanimità.I conti erano a costo zero, il tasso di interesse attivo sui depositi arrivava all'1,50 per cento, il tasso debitorio sul fido dello 0,50 per cento. Ottimo anche il tasso dei mutui. Inoltre l'istituto di credito barese offriva a consiglieri e dipendenti del Parlamentino dei giudici la possibilità di sconfinare di 10.000 euro, a fronte dei 2.000 offerti di Intesa.La Popolare di Bari è finita nel 2019 sull’orlo del crac ed è stata salvata solo dall’intervento del governo e del fondo interbancario di garanzia. Marco e Gianluca Jacobini sono finiti agli arresti domiciliari. A Milano gli indagati hanno anche parlato dei «positioning» che Sbraccia avrebbe chiesto a Equalize, in particolare per controllare gli spostamenti della moglie di Jacobini che collaborava con la sua società.La ditta si sarebbe rivolta per avere queste informazioni a un importante 007 che, a sua volta, avrebbe contattato un inglese, il quale sarebbe stato pagato in contanti. I controlli sarebbero partiti perché Sbraccia temeva che la Alicino potesse fare il doppio gioco e occuparsi del bonus 110 per una società costituita dal marito.Equalize avrebbe riferito all’imprenditore romano il contenuto di Segnalazioni di operazioni sospette che lo rigurdavano e Sbraccia, accompagnato da Legnini, sarebbe andato a caccia di conferme presso alti ufficiali della Guardia di finanza, anche al Comando generale, ricevendo rassicurazioni che avevano portato il costruttore a pensare che quelli di Equalize volessero spaventarlo, magari per indurlo a spendere sempre di più.Sbraccia, che, a giudizio degli indagati, era conscio della delicatezza dei dossier commissionati, non è mai stato sentito dai magistrati, ma, a chi gli ha parlato, ha spiegato di essersi rivolto all’Equalize su consiglio di un amico prefetto, sospettando di essere vittima di spionaggio industriale. E ha aggiunto anche di non aver mai chiesto attività illecite e di sentirsi danneggiato da tutta la vicenda.
Vincenzo Bassi, presidente della Fafce (Ansa)
Ursula von der Leyen chiude i rubinetti alla cattolica Fafce. Carlo Fidanza: «Discriminazione ideologica».
Dica l’associazione candidata se al centro della propria attività figura la promozione della disparità di genere. Se non c’è, niente finanziamenti Ue. È quanto si è vista rispondere la Federazione europea delle associazioni familiari cattoliche europee (Fafce), incredibilmente esclusa dai fondi per progetti europei perché, secondo la Commissione Ue, pone la promozione della famiglia composta da uomo e donna al centro della propria attività e dunque «fornisce informazioni limitate sulla disparità di genere», contravvenendo alle «misure europee per l’uguaglianza».
Kaja Kallas (Ansa)
I ministri della Cultura lanciano un appello per far fronte alla presunta minaccia di Vladimir Putin, invocando perfino l’uso del cinema per promuovere i valori dell’Unione. E Kaja Kallas manipola la storia: «Russia mai attaccata negli ultimi 100 anni». Scorda i nazisti...
Il circolo culturale di Bruxelles è salito in cattedra. Non trovando una strada percorribile e condivisa per mettere fine alla guerra in Ucraina, l’Unione europea ha deciso di buttarla sulla Storia, sulle infrastrutture culturali, sulla «resilienza democratica», «sui contenuti dai valori comuni». Armiamoci e studiate. Così ti viene il dubbio: stai a vedere che Fedor Dostoevskij torna ad essere praticabile nelle università italiane e il presidente Sergio Mattarella fra otto giorni va alla prima della Scala ad applaudire Dmitrij Sciostakovic. Niente di tutto questo, con la Russia non si condivide nulla. Lei rimane fuori, oltrecortina: è il nemico alle porte.
Volodymyr Zelensky e il suo braccio destro, Andriy Yermak (Ansa)
Perquisiti dall’Anticorruzione uffici e abitazione del «Cardinale verde»: parte dei fondi neri sarebbe servita a procurargli una casa di lusso. Lui e l’indagato Rustem Umerov dovevano strappare agli Usa una pace meno dura.
Alì Babà. Nelle mille ore (e mille e una notte) di registrazioni, che hanno permesso alle autorità ucraine di ascoltare i «ladroni» della Tangentopoli di Kiev, era quello il nome in codice di Andriy Yermak, braccio destro di Volodymyr Zelensky. Ieri, dopo un blitz degli agenti, è stato costretto a lasciare il suo incarico di capo dello staff del presidente. La Procura anticorruzione (Sapo) e l’Ufficio anticorruzione (Nabu) hanno condotto perquisizioni nel suo appartamento e nei suoi uffici. Non risulta indagato, ma la svolta pare imminente: la testata Dzerkalo Tyzhnia sostiene che a breve saranno trasmessi i capi d’imputazione.
Sergio Mattarella (Getty Images)
Rotondi: «Il presidente ha detto che non permetterà di cambiare le regole a ridosso del voto». Ma nel 2017 fu proprio Re Sergio a firmare il Rosatellum a 4 mesi dalle urne. Ora si rischia un Parlamento bloccato per impedire di eleggere un successore di destra.
Augusto Minzolini riferisce una voce raccolta da Gianfranco Rotondi. Durante un incontro tenuto con l’associazione che raggruppa gli ex parlamentari, Sergio Mattarella si sarebbe lasciato andare a un giudizio tranchant: «Non permetterò che si faccia una legge elettorale a ridosso del voto. Abbiamo avuto l’esperienza del Mattarellum, che fu approvato poco prima delle elezioni, e diversi partiti arrivarono alle urne impreparati. Bisogna dare il tempo alle forze politiche di organizzarsi e prepararsi alle nuove elezioni». Lasciamo perdere il tono usato dal capo dello Stato («non permetterò…» sembra una frase più adatta a un monarca che al presidente di una Repubblica parlamentare, ma forse l’inquilino del Quirinale si sente proprio un sovrano) e andiamo al sodo.






